L'opinione dei detenuti

 

L’altra faccia dell’intolleranza verso gli stranieri e l’illegalità diffusa

A cura della Redazione di Ristretti Orizzonti

 

Mattino di Padova, rubrica "Lettere dal carcere", 14 maggio 2007

 

"Sta crescendo ogni giorno di più l'intolleranza, sta montando l'odio per lo straniero e nessuno fa nulla per spegnere queste pericolosissime braci": inizia così la lettera a un importante quotidiano italiano di un lettore di sinistra, preoccupato perché sta diventando razzista. In carcere allora abbiamo tentato di riflettere sulla convivenza tra stranieri e italiani, sulle responsabilità reciproche, sul rispetto della legalità, cercando di uscire da certi facili luoghi comuni. Le testimonianze che riportiamo provano proprio a vedere un’altra faccia del problema: quella dei ragazzi stranieri che imparano a conoscere ben presto l’illegalità diffusa nel nostro paese, o che arrivano qui pieni dei miti del ricco mondo occidentale, ma anche quella delle due ragazze rumene che hanno ucciso con un ombrello, e che abbiamo imparato ad odiare prima ancora di capire chi sono e perché hanno fatto una cosa così orribile.

 

Con la mente lontano dalla noia della galera

 

Ore 17.00 circa, si apre il grande cancello che chiude tutto il reparto detentivo. L’agente grida: "Saletta!". Io sono pronto, davanti al cancello della cella, in tuta da ginnastica e scarpe da tennis. L’agente inizia ad aprire con ordine i cancelli delle celle, e arriva anche da me.

Quando entro in saletta, saluto tutti, metto le cuffie e comincio a camminare, contando i passi. Sono 21 passi dall’entrata della saletta per arrivare in fondo; poi ritorno indietro e nel camminare mi lascio trascinare dalla musica, fino a ripensare a com’ero prima di finire in carcere, e viaggio con la mente fino a quando quel piccolo spazio di saletta diventa un’oasi senza confine. Mi viene da ridere a ricordarmi di quanto ero ingenuo. Sognavo l’Italia e i vestiti firmati, sognavo un futuro migliore per me e per la mia famiglia. Sognavo l’ultimo modello della Mercedes e sognavo di essere un uomo d’affari, e fare la bella vita che vedevo tutte le sere su Raiuno.

Oggi invece, camminando nella saletta del quinto piano del carcere di Padova, mi piace ritornare con la fantasia alla semplicità della vita del mio paese e in quei 21 passi mi sogno di essere nel vicolo di casa mia a parlare con i vicini. Immagino che ci riuniamo davanti a casa e ci rinfreschiamo con l’acqua della fontanella, e ci stendiamo a guardare le stelle. Oppure appoggio la schiena al tronco dell’albero di gelsomino che sparge il suo profumo in tutto il vicolo, e ascolto la musica che proviene, attraverso gli altoparlanti, da qualche matrimonio in città.

Un mio compaesano, che ha appena finito di telefonare ai suoi cari, si unisce alla mia passeggiata e mi racconta della sua famiglia, e di quanto è contento perché sua sorella ha avuto un altro bambino. Io penso automaticamente ai miei cinque nipoti che non conosco e le sue chiacchiere rendono infelice anche me. Compiuti i miei soliti novanta minuti di camminata, mi fermo, lo saluto e vado ad affacciarmi alla finestra per guardare Padova e "distendere" gli occhi: è un esercizio ottimo per non perdere la vista.

Dall’alto del quinto piano del carcere si vede la città. All’improvviso i miei occhi cadono qualche decina di metri al di là del muro di cinta, dove un agricoltore sta curando attentamente un albero, e mi accorgo che provo gelosia per la preziosa libertà di cui qualcuno sta godendo. Mi viene da piangere e appoggio la testa contro le sbarre della finestra, chiedendomi: ma quando finirà?

 

Mohamed Madouri

 

In Italia non ho visto questo senso di legalità

 

Fino a poco tempo fa all’equazione "immigrazione uguale criminalità" si contrapponeva un argomento razionale, e cioè si diceva che è sbagliato fare delle generalizzazioni perché la criminalità non ha nazionalità. Qualche giorno fa però mi ha colpito la lettera a un giornale di una persona sensibile, solidale, ma che in seguito a "un continuo stillicidio di fatti letti, di violenza vista" (parole sue) sta diventando razzista.

Mi verrebbe da pensare che in Italia non esistano più ingiustizie sociali come la disoccupazione, lo sfruttamento della mano d’opera, il precariato dei giovani, l’insicurezza sul lavoro, e mi spaventa l’idea che un giorno quei fiumi di persone abituate a scendere in piazza in nome dell’uguaglianza e della solidarietà, inizino a fare le ronde contro gli immigrati e propagare intolleranza e xenofobia.

È strano poi come questo lettore abbia deciso di usare pari pari quello che era lo slogan elettorale di Sarkosy, e cioè "insegnare la legalità agli stranieri". Ricordo benissimo i primi tempi in cui sono venuto in Italia, e spalancavo gli occhi, curioso di imparare tutto dalla società occidentale. Ma poi sono andato a lavorare in un cantiere, e il padrone assumeva soltanto in nero, e infine mi dava sempre meno della somma pattuita. Andavo a dormire in un appartamento con altri sette connazionali e tutti ogni fine settimana pagavamo a una gentile signora centotrenta mila lire per un letto. A ogni angolo del centro poi qualcuno mi fermava tentando di convincermi ad acquistare merce a buon prezzo, dalle origini sconosciute. Durante la mia avventura italiana, ho conosciuto anche tante persone dal cuore buono e dal sorriso generoso, altre invece dalle anime poco pulite e dagli occhi sfuggenti. Ma certo non ho visto tutto questo alto senso di legalità e di rispetto della legge, che oggi si richiede con grande rigore dagli stranieri. Insomma, se quel signore pretende che tutti gli stranieri rispettino le leggi di questo paese, deve cominciare a chiedere ai suoi concittadini di dare il buon esempio attraverso la propria condotta.

Io vengo dall’Albania, e ricordo che quando ero studente andavamo a fare del lavoro volontario in una piccola città, che era stata chiamata Gramsci in onore di un italiano di sinistra. Poi è cambiato il sistema, e di fronte alla mia scuola hanno costruito un bar dove di giorno si facevano scommesse sulle partite del campionato italiano e che di sera veniva trasformato in una bisca: oggi continuo a domandarmi perché il padrone, che era emigrato in Italia ed era anche stato espulso, abbia chiamato il suo bar "Berlusconi".

 

E. B.

 

Quanta aggressività ci portiamo dentro

 

Qualche volta ho l’impressione che viviamo in un periodo di cannonate mediatiche che spingono sempre più le persone nel baratro della paura e dell’odio. I telegiornali sono diventati delle vere e proprie armi da guerra contro il senso critico e soprattutto contro la lucidità, alla quale è già difficile rimanere aggrappati dopo fatti gravissimi come l’omicidio recente della giovane donna italiana nella metropolitana a Roma.

Diventa così complicato per chiunque mantenere un equilibrio di fronte alle immagini del funerale della ragazza, con il montaggio della sequenza dove all’invito al perdono del sacerdote vengono opposti i NO e i MAI, urlati con violenza da tutta la comunità.

Non c’è niente di falso in quelle immagini, niente di costruito, come non era costruita la figura della ragazza vittima. Era una di quelle che si dava da fare, studiava, lavorava ed era circondata da affetti. Invece la presenza delle telecamere mostrava solo la coralità dell’odio, sentimento lecito per i parenti stretti ma molto pericoloso quando è una comunità a rappresentarlo. Che non siano magari proprio le telecamere a far venire fuori i nostri lati più estremi?

Delle due ragazze rumene, una minorenne e l’altra con due figli lasciati nel suo paese d’origine, entrambe "dedite alla prostituzione", abbiamo visto le foto della fuga, quelle dell’arresto, incorniciate da diversi filmati delle vie dove maggiormente si concentrano prostitute e clienti. Tra le decine di voci mandate in onda mancano le loro, alla colpevolezza non si dà la parola: si sa solo di pianti di disperazione e richieste di perdono, dichiarazioni di giornalisti che non rendono il quadro emotivo reale. Io invece provo ad immaginarmele e a pensare quale stato d’animo stiano attraversando, nel momento in cui si rendono conto di ciò che hanno fatto.

Si tratta di una storia atroce per tutti, dove la rappresentazione del bene e del male viene montata selettivamente, e su questa e basta si esige giustizia, o meglio una condanna proporzionale alla quantità di dolore provocato. In realtà non è ancora stata accertata l’intenzionalità dell’omicidio ed è evidente che l’arma, un ombrello, esclude qualsiasi forma di premeditazione.

Chi fa informazione però, invece di continuare ad alzare il volume delle legittime reazioni, potrebbe interrogarsi su quanta aggressività ci portiamo dentro, su come questa abbassi il livello di sicurezza, perché di morti dovute a futili liti ce ne sono diverse ma non tutte "sparate" alla stessa maniera attraverso le televisioni dentro ogni casa.

Ecco, questa è la mia riflessione contorta, che spero però contenga ancora la voglia di comunicare, confrontarsi, capire meglio.

 

Stefano Bentivogli

 

 

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