Fra Beppe Prioli

 

S.E.A.C. Triveneto - Conferenza Regionale Volontariato Giustizia

Sportello Giustizia di Rovigo - Ristretti Orizzonti

 

Meno carcere, più impegno sociale

 

Seminario sul volontariato penitenziario

(Padova, 3 - 5 luglio 2003)

 

Fra Beppe Prioli (Coordinatore S.E.A.C. Regione Veneto)

 

Perché ci sia meno carcere, noi dobbiamo essere più impegnati nel sociale, che vuol dire entrare. È anche una mia preoccupazione, che giro varie carceri e guardo il volontariato, e che a volte vedo un volontariato fermo e paralizzato. Cioè, entra in carcere, fa qualche attività, dà quel sostegno, e resta morta lì. Bisogna invece muoversi di più per portare fuori i detenuti. Noi, nel nord, possiamo essere più forti su questo, perché c’è una risposta, dentro, nelle istituzioni, ma anche fuori, nel territorio.

Poi c’è anche il fatto di denunciare: ma bisogna anche vedere in che modo denunciare, quando certi diritti non sono rispettati. Abbiamo paura. Certo, la denuncia non può farla il singolo, allora ecco l’Associazione, la Conferenza, e si arriva anche a questo. Perché io, come singolo, a suo tempo ho denunciato un pestaggio e dopo l’ho pagato per troppi anni. Non puoi farlo come singolo, ma come gruppo sì, si può anche denunciare.

La mia preoccupazione, invece, è per dove veramente non entra nessuno. Quando sono andato al convegno di Palermo, ho visto che a Trapani e Ragusa non c’è la presenza di volontariato. Io ho visto questi ragazzi, ci ho mangiato assieme. Ecco, come mai non c’è questa preoccupazione dell’esterno, della città. Ma anche in una città come Belluno, che è in Veneto, in volontariato non entra nel carcere. A Belluno, al di là, forse, della mancanza di volontà del cappellano e del direttore, il volontariato è stato penalizzato perché dentro al carcere c’era un personaggio, che è stato lì per molti anni. E, a causa di questa persona, non si può condizionare tutta una struttura, anche nel modo di vivere dentro. Perché io ho frequentato Belluno, veramente sembrava che tutti i detenuti fossero in "41 bis", il regime era molto duro, ed è ormai 20 anni che c’è questo regime duro.

Ci sono più di 70 istituti dove non entra nessuno, c’è solo il cappellano, magari una suora, e si dice che la comunità esterna entra. Questa è una singola persona, non fa una qualità del volontariato. Un’altra cosa, che io respiro, è che non entrando noi, la vita del carcere diventa proprio un discorso tutto basato sulla sicurezza. Io credo, come si diceva prima, che è proprio la nostra presenza a produrre sicurezza: ascolto i detenuti, porto fuori i loro problemi, quindi do loro una tranquillità. Se io non entro, che sicurezza c’è? Solo quella della custodia. Oggi si respira questo, nelle carceri.

Anche a Padova, dove ci sono tante attività, che veramente fanno vivere l’istituto, però alle ore 15 c’è questo coprifuoco… com’è mai possibile? La loro giornata termina alle ore 15. E, da quel momento, fino alla mattina alle 8, che cosa fanno?

Sono anche d’accorso sul fatto che noi volontari dobbiamo cambiare linguaggio: io non parlo mai di espiazione. Educhiamo i detenuti anche al discorso della riparazione e vediamo in che modo farla, questa riparazione. Poi, la società di fuori, non ha notizie esatte. È accaduto anche a Verona, con dei ragazzi che sono in semilibertà: ma come, sono liberi, dopo il fatto che è successo!? Ma un semilibero è ancora detenuto, fino all’ultimo giorno. Bisogna dare questa notizia e farla capire.

Addirittura, la vita dei semiliberi, spesso è più dura della vita detentiva, della vita dentro il carcere. Perché per un anno puoi fare il semilibero, anche per due, ma guardate che è pesante, ogni giorno… e, allora, alla gente bisogna far capire anche cosa significa questo impegno: esco alla mattina, rientro la sera, e devo stare alle regole, le tentazioni, le occasioni. La gente non ha questa conoscenza. A volte non c’è lo spazio, ma forse nemmeno noi abbiamo il coraggio di dire che questa è la realtà.

Per quanto riguarda l’attenzione rispetto alle vittime, ci vuole il tempo. Non si può pretendere dall’oggi al domani. Noi, come S.E.A.C., abbiamo fatto già un seminario su chi compie il reato e chi rimane vittima, ed è stato veramente un salto di qualità, anche per noi volontari. Perché, sì, dobbiamo avere attenzione al detenuto, al reato che ha fatto, ma anche per la vittima. Io credo che si possa conciliare, tutto questo, ma ci vuole una grande forza di volontà, da parte di tutti. Anche oggi abbiamo fatto un salto di qualità. Se guardo ai nostri 25 anni, che siamo qui per loro, ed oggi li abbiamo coinvolti. Adesso non dobbiamo stare fermi, però.

 

 

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