Riccardo Milano

 

S.E.A.C. Triveneto - Conferenza Regionale Volontariato Giustizia

Sportello Giustizia di Rovigo - Ristretti Orizzonti

 

Meno carcere, più impegno sociale

 

Seminario sul volontariato penitenziario

(Padova, 3 - 5 luglio 2003)

 

Riccardo Milano (Consigliere al Comune di Verona)

 

Io non credo di essere così lucido, come chi mi ha preceduto questa mattina, per un motivo tecnico. Volevo condividere con voi quello che mi è successo proprio nella giornata di ieri. Per un certo verso, ieri pomeriggio, pensavo a voi, a questa giornata, e non volevo mancare, perché in un certo senso mi sono sentito un recluso.

Mi sono sentito recluso per 13 ore, mi sono sentito violentato, umiliato, ho sentito migliaia di parole, perché io sono entrato in consiglio comunale ieri pomeriggio alle 4 e mezza e ne sono uscito questa mattina alle sei e mezza e senza avere combinato niente. E, allora, mentre cercavo di avere qualche barlume, mi dicevo: “Domani vado a un incontro dove si sa cos’è la reclusione”.

E debbo dirvi che quest’oggi sentivo un po’ i versi di Sant’Agostino: “Quelli che sono dentro sono fuori, quelli che sono fuori sono dentro”. Quindi, non sono molto lucido, sono parecchie ore che non dormo e prevedo che anche la prossima notte la passerò in Consiglio. Qual è il problema che ieri c’è stato? Che stiamo approvando il consuntivo di bilancio, un atto dovuto, però l’opposizione non ci fa lavorare… ne verrà fuori un caso politico, di questo fatto.

Sapete, ieri sera, di che cosa si è parlato? Su cosa ci hanno bloccato? Ci hanno bloccato su quello che succede a Verona come sicurezza, che a Verona ci sono troppe persone che rendono insicura la città, che queste persone dovrebbero, o morire - senza che nessuno lo sappia, però, perché non è bello -, o andare via dall’Italia, o finire in carcere. Ho ascoltato per 13 ore questi discorsi, ditemi voi che cultura abbiamo…

Ma volevo anche raccontarvi, prima di entrare nel merito, anche un altro piccolo fatto, che mi è capitato qualche mese fa. Io sono stato incaricato, dal Consiglio, di seguire le visite scolastiche, alla mattina. Circa due mesi fa ho ricevuto tre classi elementari, una classe di quarta elementare, purtroppo gestita da suore, dico “purtroppo” perché io credo anche a un certo tipo di realtà, i miei figli, per tutta una serie di circostanze della mia vita, sono stati e sono attualmente, anche se per l’ultimo anno, ospiti di scuole cattoliche. Bene, mi è successo un fatto: questa scuola è una scuola di ricchi e questi bambini, di quarta elementare, sono venuti in Consiglio comunale a chiederci di parlare di alcuni problemi e una bambina ci ha posto questa domanda: “Ma quelle persone che ci sono ai semafori, che insistono nel lavare i vetri, perché non vanno in prigione?”.

Credo che lo sgomento che abbiamo avuto, se questo è il buongiorno che si vede, ditemi voi il clima giustizialista che c’è. Ma la cosa drammatica è che nessuna maestra ha detto una parola… è questo il tragico. Scusate il mio piccolo sfogo, ma anche questo fa parte della vita, anche questo fa parte di una città da amministrare.

Una cosa importante, però, è successa a Verona. L’Assessore Tito Brunelli ha voluto che un membro del consiglio comunale fosse presente nella realtà del carcere. E, quindi, io sono qui per proprio per dirvi quello che sto facendo, insieme con lui, e il progetto al quale stiamo lavorando. Non è un fatto politico da poco: io sto rompendo le scatole a tutti, a cominciare dal Sindaco che ormai, quando mi vede, mi dice: “Non mi parlerai mica di carcere…”. Tra le altre cose, il Sindaco è una bravissima persona.

Sto mandando giù tanti bocconi amari, sto mandando giù tante situazioni di difficoltà, però posso anche dirvi che sto maturando, in un certo senso. Allora, vi voglio parlare di quello che, tecnicamente, è il nostro progetto. Un progetto che abbiamo chiamato, innanzi tutto “Progetto carcere e città”. La cosa credo possa essere interessante già dal titolo: “Progetto”. Non si parla di tanti progetti, si parla di un progetto solo, un progetto finalizzato ad una realtà che è nel Comune di Verona, il carcere fa parte del Comune di Verona. Quindi, di conseguenza, è inutile che tante realtà, giustamente facciano parte del carcere, però non si coordinino assieme. Allora, l’idea è stata questa: di mettere in rete tutte queste Associazioni, per costituire un unico Progetto carcere.

Questo progetto carcere deve essere gestito, deve essere valutato, e deve essere partecipato. Quindi è una realtà quasi di natura creditizia: la banca riceve denaro dai risparmiatori e lo impiega con chi ne ha bisogno, da una realtà in surplus a una realtà in deficit, e il Comune si pone in mezzo. Abbiamo pensato: noi, come Comune di Verona, che esperienze abbiamo, che conoscenze abbiamo? Allora, poiché mi è stato insegnato che il bene bisogna farlo bene e che a fin di bene si sono fatte tante disgrazie, è inutile che andiamo a fare delle cose che non sappiamo fare.

Certo che il Comune di Verona, come tutti i Comuni, ha delle peculiarità all’interno del carcere. La Provincia si occupa di lavoro, ma anche in concerto con il Comune di Verona, con l’Assessorato al Lavoro. E, fatalità, succede anche questo, che nell’amministrazione è difficile poi parlarsi tra Assessori e risolvere il problema, perché ognuno vuole la sua parte.

C’è l’Assessorato alla Pubblica Istruzione che si occupa delle biblioteche, ed esempio. Adesso stiamo portando avanti un progetto sulla biblioteca. C’è l’Assessorato alle Pari Opportunità. Quindi ci sono delle realtà tipiche del Comune, però il Comune non può fare da solo queste cose. Se poi sul mercato scopre che ci sono altre attività, altre realtà, che ci lavorano da 10 anni, che ci lavorano da 15 anni, che lo fanno con professionalità… evvivaddio, esiste anche il sistema della sussidarietà, o no? Io sono stufo di leggerlo e di non sapere quando si mette in pratica.

Allora, mi hanno detto: "Facciamo una cosa sola". E, quell’incontro, che abbiamo fatto con tutte le associazioni, è stato proprio questo: vediamo cosa possiamo fare insieme, abbiamo bisogno di voi. Da questa grande assise è nato un tavolo di lavoro ristretto, ci siamo chiesti cosa potevamo materialmente fare: non ci sono soldi, però i soldi ci sono… dove e come, dove e quando, non lo so, ma so che ci sono, che intorno al carcere girano un sacco di soldi. Io non so se le Associazioni sono tutte così di buon cuore, oppure se qualcuna ha qualche altro interesse, ma qualche dubbio ce l’ho e vorrei che fosse anche smentito, questo dubbio.

Allora, abbiamo detto: cominciamo a creare delle aree di intervento, perché non ci pare giusto che, magari in una stessa cella, un detenuto abbia tre Associazioni che si occupano di lui, e altri due detenuti non abbiano nessuno. Per cercare di uniformare il tutto bisogna mettersi in rete, cominciare a parlarsi e, allora, ci siamo focalizzati su come gestire questo tipo di cose.

La prima decisione è stata di mandare un questionario, a tutte le Associazioni che si occupano di carcere, con una serie di domande per capire dove volevano allocarsi queste Associazioni. Abbiamo creato sette aree d’intervento, quindi sette tavoli, che saranno poi i tavoli operativi che gestiranno queste realtà.

Il primo è "area ricerca e studio", che in pratica è un tavolo di lavoro di ricognizione dell’esistente. Ci siamo accorti che nel Comune non si sa bene quello che si è fatto, ma anche quello che si è fatto, dove è andato a finire? Manca un archivio, manca la memoria storica, che è ancora più grave, e quindi dobbiamo capire quello che c’è, sia in termini normativi, sia in termini di fattibilità, di proposte, e così via.

Poi una "area educativa alla persona", tavolo di lavoro arte, spettacolo, tempo libero, spiritualità. Il terzo: "area assistenza", tavolo di lavoro sport e salute. Il quarto, "area lavoro", ovvero tavolo di lavoro sulla formazione lavorativa all’interno e all’esterno. Poi "area diritti civili", ossia reinserimento del cittadino, casa, alloggio, relazioni sociali. "Area culturale", tavolo di lavoro per l’istruzione, l’informazione, educazione, prevenzione e legalità. Infine, "area delle problematiche emergenti", cioè immigrazione e integrazione.

Le delegazioni che si siederanno intorno a questi tavoli dovranno, insieme, riuscire a mettere a punto dei progetti, per proporli. E il Comune che cosa fa? Abbiamo pensato che il Comune possa porsi come soggetto intermediario, soggetto che chiede professionalità e garanzie del buon lavoro, perché lui stesso, poi, si raffronta con l’altra parte del tavolo, cioè con le istituzioni, e si fa garante di quello che possono fare le Associazioni.

Non so se questo va bene, oppure no. Ma, dall’altra parte, noi abbiamo la possibilità, interloquendo con le istituzioni, di avere il loro placet, ma anche il loro "non va bene". E, quindi, abbiamo o non abbiamo la possibilità di interloquire? Siamo o non siamo, anche noi, un ente istituzionale?

Allora, dobbiamo anche noi assumerci le nostre responsabilità, se non ce le possiamo assumere sul piano effettivo, sul piano pratico, perché non ne siamo capaci, perché è un lavoro che non sappiamo fare, però possiamo prenderci un altro tipo di dovere, che è quello di dare garanzie.

A questo punto abbiamo aperto un tavolo con le istituzioni. Personalmente sono anche molto contento del lavoro che sto facendo. È stato molto bello l’incontro che ho avuto la settimana scorsa… quattro ore assieme, in disparte, con il direttore del carcere di Verona. E, in quattro ore, vi posso assicurare che si sono dette tante cose, ci siamo capiti, e abbiamo anche risolto qualche problema. Uno dei problemi risolti è, appunto, quello del cosiddetto "Centro d’ascolto", a cui fra Beppe tiene tanto. Gli ho spiegato bene il progetto, l’ha accolto, era interessato… riguardo al Centro di ascolto, come diceva giustamente l’Assessore Brunelli prima, inizialmente non aveva avuto una buona idea di questo.

A Verona il carcere è messo fuori della città, dove manca completamente il collegamento. È un carcere dove non c’è neanche una pensilina e, quando arrivano le persone, i parenti dei detenuti, non si sa dove possono mettersi, specialmente quando arrivano da viaggi molto lunghi, oppure arrivano con bambini, che non sanno dove possono essere collocati. Allora, ho convinto il direttore che era necessario, così come nelle esperienze che sono state fatte a Napoli, a Bologna, e così via, che sono fruibili, si poteva fare anche a Verona questo Centro per i famigliari.

Gli ho anche detto quanto che sta facendo il Comune. Ovverosia, io personalmente, con il dirigente dell’Assessorato, insieme con il dirigente massimo dei lavori pubblici di Verona, abbiamo già fatto delle riunioni, per vedere di iniziare, tecnicamente, a costruire qualcosa di questo genere. Ho parlato al direttore, spiegando che questo Centro doveva essere proprio in funzione di queste cose, quindi di accoglienza, ma anche di informazione, quindi qualche cosa che lui forse non aveva molto ben capito. Il problema della localizzazione non è così semplice, perché davanti al carcere di Verona, tecnicamente, non si può. Lo possiamo fare lì vicino, fra parentesi Maurizio ci aspetta per parlarne, per vedere insieme.

Lui mi ha detto che avrebbe qualche difficoltà anche con le palazzine dove vivono le guardie, ma in pratica non ci vive nessuno, perché in quelle palazzine solo due appartamenti sono affittati e il resto sono vuoti. Quindi è un pensiero che si dava e insieme vedremo di lavorare perché anche la caserma di fronte, che magari si sta liberando, possa essere un punto su cui ragionare. Quindi, da quel punto di vista, l’ho sistemata, come faccenda.

Una delle ulteriori situazioni di difficoltà, di cui oggi non abbiamo parlato e, quindi, mi permetto di dirlo, è che nel carcere, il direttore, così come le 300 persone, i 300 poliziotti del carcere, sono in un certo senso cittadini statali di serie B. O, quanto meno, sentono un grande senso di frustrazione. E io mi chiedo: come posso migliorare l’attività, anche in carcere, dei detenuti, se non miglioro, contemporaneamente, la qualità di vita, la cultura, di quelli che controllano… letteralmente parlando… chi controlla i controllori? Cosa succede, nel carcere, dalle 4 del pomeriggio fino alla mattina? Io non lo so, come non lo sa nessuno, ufficialmente. Allora, si è deciso, insieme… questa è stata una mia idea e la porterò avanti che, innanzi tutto, il direttore del carcere cominci a partecipare alla vita cittadina, perché se nelle attività istituzionali viene nominato anche il direttore del carcere, vuol dire che il carcere c’è. Allora, cominciamo a dare dei biglietti dell’Arena, perché nessuno glieli ha mai dati. Alle guardie carcerarie, cominciamo a dargli venti abbonamenti gratis per la piscina, se li fanno girare… almeno vivono in mezzo alla gente. Si è cominciato a intuire che, forse, il miglioramento della vita, anche da parte del personale addetto alla sorveglianza, poi indirettamente può causare un miglioramento della vita dentro il carcere.

Stiamo cercando, anche con altri tipi di realtà, di venirci incontro. Io credo che l’Assessorato alla Pubblica Istruzione di Verona possa fare qualche cosa. Cerchiamo, vediamo… io credo che non dobbiamo lasciare intentato niente. Mi sono accorto che la realtà del carcere è talmente complessa, è talmente difficile, che è da paragonarsi a un violino (permettete, a casa ho mio figlio che lo suona): voi sapete che il violino è uno strumento difficilissimo da suonare, perché è piccolo e, se non è completamente apposto, se io non sono così perfetto nel suonarlo, il violino ha un suono disastrosamente brutto. I problemi del carcere sono immensi ma, tutto sommato, poi sono quelli. Allora, il percorso che stiamo cercando di fare, come Assessorato e, se mi consentite, con un certo orgoglio, anche come Consiglio, se ci continuano a far fare il Consiglio, è quello di dire: "Bene, la popolazione carceraria, attiva e passiva, è in ogni caso parte attiva di Verona. Non possiamo ignorarla, dobbiamo darci da fare".

E darsi da fare vuol dire che, tutti quanti, in un moto di sussidiarietà, devono darsi una mossa. Io spero, anche come membro del Consiglio della Fondazione San Zeno, che sta dando questi finanziamenti, di seguire attentamente questo tipo di realtà. Abbiamo voluto, l’Assessore non l’ha detto, ma è giusto che io lo ribadisca, che non vogliamo solamente dare dei soldi e non copriamo neanche tutte le spese, probabilmente, perché vogliamo che il Comune una piccola quota ce la metta, perché ci pare giusto. È chiaro che abbiamo la difficoltà del reperimento delle risorse, però dobbiamo cominciare a pensare che, anche il carcere, così come tante altre attività, fanno parte della vita cittadina. E che il carcere è un luogo, in ogni caso, della città. E, quindi, poco, saranno dieci milioni l’anno, pensiamo possano essere messi. Perché io credo che l’ente pubblico debba avere gli onori ma anche gli oneri.

Il problema è che Verona è una città ricca e voi sapete che i ricchi sono esigenti, non vogliono mai tirare fuori i soldi e vogliono sempre tutti i servizi. È una quadratura del cerchio un po’ difficile da applicare. Io non so se avete capito il progetto a cui stiamo cercando di far fronte ma, in ogni caso, sono a disposizione.

 

 

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