Anna Muschitiello

 

Il carcere oggi, tra indulto negato e leggi inattuate

 

Milano, 27 giugno 2003

 

 

Anna Muschitiello (Coord. Nazionale Assistenti sociali Giustizia)

 

Io mi trovo un po’ in difficoltà a intervenire oggi, perché vedo che sono praticamente l’unico operatore istituzionale presente al tavolo e tra i pochi presenti in sala. Questo mi dà una grossa responsabilità, che però sicuramente non potrò prendermi tutta. Il mio intervento sicuramente sarà parziale e riguarderà una parte del mondo penitenziario che è prevalentemente quello che sta fuori dal carcere. Oggi abbiamo sentito la drammaticità della situazione in carcere, non bisogna pensare che fuori la situazione sia tanto meglio. Perché vi porto anche io una esperienza concreta, che ci dà anche il polso della situazione di quello che succede fuori. Nessuno si pone il problema di quanti detenuti domiciliari stanno a casa loro e di quanti detenuti domiciliari stanno soffrendo anche a casa loro il caldo di questi giorni, perché le case non sono sempre case confortevoli. Noi come Servizi Sociali di Milano abbiamo organizzato per la prima volta un corso per aiuto-cuochi per detenuti domiciliari, che è costato la stessa fatica che costano le cose fatte in carcere. Quindi niente di meno del lavoro in carcere, compresa la difficoltà di avere le autorizzazioni dei magistrati per far partecipare la gente a questi corsi. Quello che volevo segnalarvi è il fatto che queste persone magari hanno partecipato al corso per prendere un po’ d’aria, perché vivono in monolocali piccolissimi, senza finestre o con finestre limitate e per loro, sto parlando di casi concreti, questa può essere un’occasione per prendere un po’ d’aria. Quindi c’è anche il problema della detenzione domiciliare che è così diffusa nel territorio, ma nessuno se ne accorge. Spesso si pensa che mandando la gente a casa stia meglio, in realtà c’è gente che da casa vuole tornare in carcere perché stava meglio in carcere. Quindi la realtà è drammatica a tutti i livelli. Rispetto agli interventi che mi hanno preceduto volevo dire che condivido in pieno quanto ha detto il presidente Margara, che sicuramente riesce con la sua profonda conoscenza dall’interno a dire quali sono i problemi reali, e condivido anche quanto ha detto Segio rispetto al fatto che dobbiamo chiederci anche qui e anche ora quali sono le responsabilità di questa situazione, che non sono tutte nate oggi, ma sono responsabilità anche del passato. Quando lui parla di deficit culturale che c’è nella sinistra e di subire il paradigma del centro destra, so benissimo a cosa si riferisce, perché io ricordo altre situazioni nelle quali, quando abbiamo fatto notare quali sono i problemi reali, ci è stato detto che eravamo degli intellettuali non legati alla realtà, e la sede era sindacale e non altre sedi, era la Cgil e non altri sindacati, era la Funzione pubblica e non dei metalmeccanici. Visto che stamattina sono state dette tutte queste cose e tutti dobbiamo capire, dobbiamo capire tutti e dobbiamo interrogarci tutti soprattutto a cominciare da noi che ci siamo e a cominciare dal sindacato. Ora, detto questo, ho preparato un intervento che spero non vi annoi, però riesco meglio a dire tutto il mio pensiero leggendolo. Sinceramente quando ho dovuto preparare questo intervento ero un po’ stanca. Io purtroppo lavoro dal ’79 in questo settore, e i cicli li ho vissuti tutti come operatore, non dall’altra parte. Quindi ci ritroviamo ciclicamente a discutere di pena, di carcere e di sovraffollamento penitenziario e della necessità improrogabile di provvedimenti straordinari quali l’indulto, l’amnistia o altre soluzioni. Di tanto in tanto ci inventiamo delle soluzioni nuove, io ricordo tutto il dibattito sulla legge Simeone-Saraceni che doveva fare uscire tutti e non ne ha fatto uscire nessuno, e quindi ciclicamente ci ritroviamo a dirci queste cose. Dal punto di vista personale sinceramente sono un po’ stanca, perciò c’è da dire che in questi ultimi tre anni le forze politiche non hanno avuto il tempo e il coraggio e la forza di varare alcun provvedimento di clemenza e contemporaneamente non hanno fatto niente per migliorare le condizioni di vita dei detenuti. Voglio dire un’altra cosa, rispetto al fatto che ci siano delle responsabilità anche del precedente governo della sinistra non toglie che le responsabilità di oggi siano molto alte e io le analizzo. Però dobbiamo ricordarci che la destra ha vinto le elezioni anche sul tema del garantismo, oggi il re è nudo e si sta capendo il garantismo a chi era rivolto, però non dimentichiamoci che le scelte fatte dalla sinistra allora hanno portato molti detenuti, io ho un riscontro diretto di persone che hanno votato per il centrodestra perché speravano nell’amnistia e nell’indulto, c’era un passaparola preciso su questo. Quindi le responsabilità su questo sono grandi. Sull’indultino non mi dilungo perché si è già detto tutto e noi non eravamo d’accordo né con la prima versione dell’indultino né con l’attuale, veramente ritenevamo che comunque era una soluzione-non soluzione. Comunque riteniamo che mai come in questi ultimi mesi si stia assistendo a una pericolosa situazione di stallo e l’azione politica in questo settore sia stata del tutto inconsistente, il dramma è che si stanno facendo incancrenire le situazioni con il rischio di far esplodere l’esasperazione della popolazione detenuta a lungo repressa e che oggi si rivela e trova sfogo principalmente attraverso gli atti di autolesionismo da parte degli stessi detenuti.

Infatti il problema grosso che oggi c’è nelle carceri è quello dei suicidi che ogni anno si verificano all’interno delle carceri e i dati relativi al 2002 non sono stati resi noti dal dipartimento. Questi suicidi sono il sintomo più evidente di una popolazione detenuta che vive senza più alcuna speranza di veder migliorare le proprie condizioni di vita, e a cui non resta da fare altro che rivolgere verso se stessi un ultimo gesto significativo della propria disperazione per far sapere che esiste. Partire oggi dai problemi reali che attraversano il mondo penitenziario vuol dire come prima cosa parlarne considerato che questo settore oggi più che mai non fa notizia. Non a caso anche le notizie sull’indultino, è stato detto anche nei precedenti interventi, sono relegate nelle pagine interne dei giornali e in piccoli trafiletti. Come assistenti sociali iscritti al sindacato e aderenti al coordinamento assistenti sociali della giustizia, noi partecipiamo e viviamo dall’interno il dibattito che ogni volta si accende attorno a questi temi e dopo tanti anni dobbiamo constatare che, anche quando si cerca di fare qualcosa, si trovano comunque solo pannicelli caldi per guarire piaghe profondissime. Per anni abbiamo chiesto che venissero applicate le misure alternative alla detenzione per svuotare le carceri, abbiamo invocato la detenzione come estrema ratio, sono state di fatto emanate diverse e numerose leggi che dovevano risolvere il problema del sovraffollamento, tra le tante come dicevo prima la Simeone-Saraceni. Ci troviamo oggi, dopo anni, davanti al solito problema e ci chiediamo quanto tempo ancora andrà avanti. Fa impressione certamente sentire il Ministro della Giustizia sostenere pubblicamente che se i detenuti stranieri si rifiutano di rientrare nei loro paesi, questo lo si deve alla qualità delle carceri italiane, oppure, che esiste un’ovvia difficoltà a rieducare e reinserire nel tessuto sociale gente alla quale manca la cultura, la preparazione psicologica, le risorse economiche e che non è perciò in grado di sostenere adeguatamente la dura competizione della vita. Allora l’inserimento, a questo punto di che parliamo? Come e cosa si può rispondere di fronte a così grande saggezza? diciamolo pure a tanto cinismo, un cinismo che non è rivolto solo ai detenuti, che sarebbe già grave, ma quello che è ancora più grave è che col cinismo si tenta di governare tutto il mondo penitenziario, compreso anche chi ci lavora. Il ministro Castelli è proprio convinto, tanto da sostenerlo nella festa della polizia penitenziaria, che la polizia penitenziaria è oggi più agile, apprezzata, meglio informata e ben retribuita. Non parliamo poi dell’altro personale, soprattutto quello che si occupa del trattamento, considerata l’inutilità che abbiamo detto prima è già tanto se vengono pagati. La disattenzione nei confronti dei diritti dei lavoratori di questo settore oggi più che mai sta diventando una colpevole negligenza, che va dalla non predisposizione delle strutture necessarie a far funzionare i servizi al non rispetto dei diritti essenziali, come il salario gli straordinari e l’utilizzo di relazioni sindacali che si vorrebbero come minimo corrette, se non fossero inesistenti. Non si affrontano i problemi del personale, non si affrontano i problemi dei detenuti, ma si pensa però ad incrementare gli ingressi di un numero sempre maggiore di soggetti, infatti le leggi che si stanno preparando certamente ci avvieranno a un aumento notevole di popolazione detenuta. Quindi abbiamo soggetti che vengono sempre più penalizzati, nel senso letterale del termine, sempre più categorie di cittadini vengono messe nelle condizioni di essere penalizzate, e naturalmente poi questi cittadini sono, l’abbiamo sentito già dire, i più deboli, i più esposti. Quindi niente condono, niente riforme per snellire e per rendere più efficiente il sistema giudiziario, una delle principali cause del sovraffollamento. Niente politiche sociali rivolte a ridurre e a prevenire fenomeni di devianza e di criminalità. Io mi chiedo, ci chiediamo dove si avrà il coraggio di arrivare. La tendenza che vediamo in atto e che in realtà non riguarda solo l’Italia, si parlava anche dell’America questa mattina, è quella di un allargamento sempre maggiore dell’area del penalmente rilevante con la criminalizzazione di comportamenti e di fenomeni che riguardano fasce sempre più ampie di popolazione. La contrazione di intervento di tipo sociale rivolta alle fasce più deboli, la riduzione di fatto degli investimenti di wellfare con conseguente accrescimento di fasce di povertà e la riduzione di spazi di democrazia: come servizi sociali della giustizia ci troviamo ad operare in questo contesto proprio quando per la prima volta nella nostra storia siamo in espansione. Casi della storia, la legge Simeone era del ’98 e prevedeva l’aumento del personale, il personale è arrivato nel 2001, oggi non ci possiamo lamentare per la carenza di personale o almeno non come prima. Siamo in espansione e abbiamo assunto una posizione rilevante anche dal punto di vista numerico, situazione peraltro in totale controtendenza rispetto ai rimanenti servizi sociali, i quali in gran parte del paese, soprattutto nella forma pubblica, sono piuttosto in via di smantellamento.

Il grosso rischio che corriamo noi della giustizia, e che ci preoccupa, è quello di essere forzati ad assumere una natura sempre più diversa da quella originale, dataci dal nostro mandato istituzionale e professionale, e ci preoccupano anche delle proposte di legge che ci sono in Parlamento e che prevedono l’inglobamento degli operatori penitenziari civili, assistenti sociali, educatori e psicologi, all’interno del corpo della polizia penitenziaria, dando per acquisito che tutto il sistema penitenziario intra ed extramurario debba rispondere esclusivamente ad un mandato di controllo e di ordine pubblico, in netto contrasto, secondo noi, con l’articolo 27 della Costituzione.

Sembra esserci una precisa scelta politica volta a destinare risorse al potenziamento del sistema carcerario, visto prevalentemente sotto l’aspetto dell’edilizia penitenziaria e del controllo dei soggetti in esecuzione della pena. Risorse che prima erano orientate allo sviluppo dei servizi sociali, sanitari ed educativi, nonché all’ammodernamento delle strutture della macchina giudiziaria.

Come assistenti sociali noi non possiamo condividere queste politiche, perché non hanno fiducia nel cambiamento della persona, ma rispondono al principio della pena con esclusiva valenza retributiva e non credono che la prevenzione dei reati passi innanzitutto attraverso giuste ed equilibrate politiche sociali. Noi non possiamo come assistenti sociali accettare questa logica, perché verrebbe meno la nostra stessa ragione di essere. Allo stato attuale, con l’ampliamento di quella che abbiamo chiamato l’area del penalmente rilevante, assistiamo all’aumento, le misure alternative non è vero che non ci sono, ci sono e sono tantissime, Margara parlava di 28mila affidamenti, le misure alternative sono circa 35mila tutte, quindi il problema non è che non ci sono abbastanza misure alternative, il problema è che aumentano sia le persone che eseguono la pena all’esterno, sia quelle all’interno. Quindi non è vero che le misure alternative dovevano servire a svuotare il carcere, questa è la realtà di questi anni, e ce ne stiamo rendendo conto. Quindi l’altra realtà è che la tipologia della popolazione detenuta si sta differenziando sempre di più dalla tipologia delle persone in esecuzione penale esterna.

In carcere ci entrano quelli che non riescono a stare in misura alternativa e, guarda caso, chi non riesce a stare in misura alternativa sono i malati di mente, i tossicodipendenti… Io vi cito un fatto, che seguo personalmente, di un affidato che è stato sospeso dall’affidamento perché il Ser.T. lo ha scaricato.

Quindi, lui non ha fatto niente di male, ma il magistrato dice: "Con quello che si sente in giro, se questo mi ammazza qualcuno, la responsabilità di chi è? Quindi, rimane dentro.". Vi lascio immaginare come questa persona vive questa situazione, e come la vive l’operatore che lo deve convincere che forse questo è il suo bene.

Allora, questa situazione richiederebbe una forte politica di investimento sull’area trattamentale, all’interno del carcere, da parte dell’amministrazione penitenziaria nel suo complesso. In realtà, attualmente in carcere scarseggiano gli operatori dell’area pedagogica e l’attività trattamentale è più un riferimento verbale che una realtà.

In alcune situazioni, gli unici a intervenire sono i privati e il volontariato, la cui azione, però, pure encomiabile, non può comunque sostituirsi totalmente all’intervento istituzionale. Pur ritenendo, infatti, importante attivare la collaborazione e l’integrazione con gli altri soggetti della società, consideriamo del tutto fuori da questa logica ogni proposta di privatizzazione. Perché l’ente pubblico, soprattutto in un settore delicato come il penitenziario, a nostro parere non può, pure in un’ottica di intervento integrato tra i vari soggetti, abdicare del tutto in favore del privato.

Un’operazione di privatizzazione, a partire da alcune carceri a custodia attenuata per tossicodipendenti, ventilata nei mesi scorsi dall’attuale Ministro della Giustizia, a nostro parere è alquanto rischiosa, e non c’è solo San Patrignano, in questa logica, ci sono anche comunità milanesi che si sono offerte per gestire comunità che accolgano detenuti tossicodipendenti.

Un’operazione di privatizzazione a nostro parere è alquanto rischiosa, perché porterebbe ad esternalizzare i servizi ad alto contenuto trattamentale e lasciare al servizio penitenziario pubblico la gestione delle attività più prettamente di custodia, di massima sicurezza, di quei soggetti più difficili nei confronti dei quali non sono previsti interventi trattamentali specifici. Tra l’altro, questa azione ci sembra del tutto coerente con quello che ho detto prima: diventiamo tutti operatori di polizia.

Questo rischio è ancora più evidente se si lasciano contemporaneamente morire, per mancanza di risorse economiche, esperienze pubbliche encomiabili in questo settore. Se pur limitate e rare, c’erano delle sezioni a custodia attenuata nelle carceri, gestite dagli enti pubblici. Queste sezioni hanno chiuso, o stanno per chiudere. Sono nate e cresciute in diverse realtà territoriali, ma sono costrette a chiudere per mancanza di finanziamenti.

Recentemente si è sentito parlare anche di un’assunzione straordinaria di educatori a tempo determinato, proposta rappresentata dall’amministrazione ai sindacati in modo del tutto inadeguato e poco approfondito. Anche se può apparire come un primo passo per affrontare la carenza di personale. Ci risulta che in alcune regioni, per esempio il Piemonte, si sta pensando ad integrare il personale educativo del Ministero con personale assunto dalla Regione. E’ un’operazione, di cui non conosciamo bene la portata e il merito, ma riteniamo vada valutata attentamente per evitare che non rappresenti altro che una forma di estensione del precariato anche in questo settore.

Provvedimenti di questo genere possono, a nostro parere, essere adottati in situazioni di emergenza come quella attuale, per garantire le attività trattamentali in carcere, ma deve essere un provvedimento straordinario e con precise garanzie di professionalità, durata dell’intervento e predisposizione di assunzioni definitive a breve termine, come è stato in passato anche nel settore minorile. E il provvedimento di emergenza deve rimanere, per evitare l’instaurarsi di forme di reclutamento anomale e precarie.

Ora, io stamattina ho visto che nessuno ha fatto riferimento al discorso delle vittime dei reati. Io, in qualche modo, ho scritto quello che è il parere del coordinamento rispetto a questo e, tra l’altro, prende spunto anche da numerosi interventi che il presidente Margara ha fatto pubblicamente.

Merita attenzione l’argomento relativo alle vittime dei reati, che negli ultimi tempi è incalzante, all’interno dell’amministrazione penitenziaria. È un argomento abbastanza di moda, oggi, sia all’interno dell’amministrazione penitenziaria, sia dei servizi, sia della magistratura di sorveglianza. A seguito, penso, della maggiore sensibilità che è emersa nella società per le esigenze delle vittime. In realtà, le vittime sono sempre state trascurate, sia nella fase processuale, sia anche nella fase dell’esecuzione penale. Tali esigenze sono state recepite dalle Nazioni Unite e, quindi, si cerca di incoraggiare modelli di intervento sul conflitto, fondati sulla riparazione delle conseguenze dannose del reato e orientati sulla riconciliazione tra autore e vittima.

Però, purtroppo, pur ritenendo legittimo occuparsi delle vittime – non vorrei dei fraintendimenti – noi pensiamo che, in assenza di una vera e propria politica di presa in carico della vittima, fin dal momento della commissione del reato, prevedendo servizi e fondi appositamente stanziati, cosa che appare oggi lontana da qualsiasi proposta concreta di sostegno alla vittima, da parte di tutte quelle forze politiche che se ne fanno scudo per non attuare politiche di inclusione sociale del reo, si rischia non solo di non risolvere il problema, con i provvedimenti di riparazione e risarcimento del danno, ma anche di non affrontare la sofferenza e il disagio reale della vittima e contemporaneamente di pesare come una pena aggiuntiva e, in alcuni casi, vessatoria, sul reo.

Riteniamo comunque possibili riferimenti a nuovi aspetti della pena, alternativi o concorrenti, che attraverso interventi di riparazione, conciliazione o anche mediazione, integrino le altre forme di esecuzione della pena, soprattutto nella fase pre-processuale e processuale. Ma essi, dobbiamo esserne coscienti, non serviranno comunque a ridurre il ricorso alla detenzione.

Le attività di riparazione, invece, nell’ambito dell’esecuzione della pena, per esempio nell’affidamento al servizio sociale, attraverso il comma 7 dell’articolo 47, riteniamo che possano avere un senso solo se inserite in un progetto individualizzato di reinserimento rieducativo, rivolto essenzialmente al reo, con l’obiettivo di aumentare la sua consapevolezza e una responsabilizzazione più reale e concreta.

In realtà oggi questo discorso sta diventando un esclusivo risarcimento monetario dell’eventuale vittima, quindi il discorso diventa solo venale e di educativo non c’è proprio niente. La tendenza a prevedere solo un risarcimento economico della vittima, tra l’altro a distanza di anni dai fatti accaduti e indipendentemente dall’attivazione di un contenzioso nell’ambito di diritto civile, che fornirebbe al reo anche garanzie di equità, non appare rispettosa dei diritti, ma soprattutto della sensibilità della vittima, della quale ci si ricorda tardivamente e in modo del tutto strumentale, alla chiusura della vicenda penale da parte del reo.

Occorrerebbe veramente che, a partire dalle problematiche delle vittime, un po’ tutti ci interrogassimo, sull’attuale orientamento del sistema penale, sulla sua finalità e sui danni umani che può provocare, sia alle vittime, sia agli autori dei reati.

 

 

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