Rassegna stampa 25 giugno

 

Giustizia: il principio autoritario del "pacchetto" sulla sicurezza

di Giuseppe Mosconi (Ordinario di Sociologia del diritto Università di Padova)

 

Mattino di Padova, 25 giugno 2009

 

Al di là della denuncia ampiamente condivisa del carattere xenofobo e autoritario del "pacchetto sicurezza" (l’ennesimo) passato alla Camera qualche tempo prima delle elezioni amministrative, vorrei affrontare la questione da un altro versante: quello delle titubanze, delle ambivalenze, delle trattative, delle reticenze, delle ipocrisie che hanno accompagnato l’iter parlamentare.

Così l’immigrazione clandestina diventa reato, ma si punisce "solo" con una pena pecuniaria, le ronde sono legali, ma "solo" se non armate, autorizzate dalle prefetture e per segnalare situazioni di pericolo e persino di "disagio sociale". Si revocano le disposizioni che autorizzavano medici e presidi a denunciare i clandestini (ma l’obbligo subdolamente resta, dato il carattere di reato assunto dalla irregolarità), però resta quella che impedisce ai bambini figli di irregolari di venire registrati all’anagrafe.

Per non parlare delle frequenti critiche sollevate verso diversi aspetti del provvedimento dal presidente della Camera, pur ex segretario del partito più di destra della coalizione, in nome dei diritti umani, non ultimo quello d’asilo. Il ricorso alla fiducia è stato evidentemente più un segno di debolezza e di contraddittorietà persino conflittuale, che di compattezza e univocità di orientamenti, particolarmente significativo perché avvenuto sui punti più emblematici del provvedimento, quelli sui quali si dovrebbe presumere una piena condivisione della maggioranza, come espressione del diffuso sentire dell’opinione pubblica che ad essa fa riferimento.

Se ciò è accaduto sono evidenti almeno due cose: le dialettiche e le ambivalenze sono il segno che tutta la trattativa è stata sequestrata dalle logiche di contrattazione e lottizzazione interne alla sfera della politica governativa; il contrasto di riferimenti testimonia della separatezza tra politica ed opinione pubblica, della difficoltà di praticare contenuti credibili di comunicazione e di polarizzare il consenso.

Se questo è il significato più sostanziale di quanto sta accadendo, desta particolare preoccupazione che, nei fatti e nella sostanza, al di sopra delle contraddizioni e dei conflitti, si sta affermando una linea univoca, particolarmente dura: quella che connette una più dura persecuzione penale contro la marginalità alla scelta di riempire senza limite le carceri che già scoppiano, alla generalizzazione di forme detentive prolungate senza alcuna garanzia processuale, nei Cie (i centri temporanei di permanenza dei clandestini sul territorio nazionale, annunciati dal ministro Maroni ma non ancora realizzati), al potere di limitazione della libertà dei singoli in pura via amministrativa, fino alla negazione dei diritti sostanziali e costituzionalmente tutelati all’asilo politico, alla tutela dei minori, alla salute, all’istruzione.

Se infatti queste ultime limitazioni sono formalmente rientrate, non si può ignorare né che, nella sostanza permangono, né soprattutto che sono state formulate e sostenute, a simbolo catalizzatore della cultura che sottende l’intera strategia. La persecuzione penale di un fenomeno complesso che, lungi dall’offendere un bene sostanziale condiviso, costituisce la normalità del processo migratorio e che crea più sviluppo che squilibrio la dice lunga sul processo di corruzione che, nelle nostre leggi, sostituisce la strumentalità delle suggestioni all’affermazione dei valori comuni. In conclusione penso di poter sostenere che il fatto che ciò si affermi come un processo necessitato per ricompattare il quadro di governo e sulla base di una presunzione assoluta di consenso da parte di un’opinione pubblica di fatto distante e incompresa è il nocciolo duro del nuovo autoritarismo.

Giustizia: "pacchetto sicurezza", doppia morale e nessuna etica

di Fulvia Bandoli

 

Aprile on-line, 25 giugno 2009

 

In discussione al Senato il provvedimento del Governo sulla sicurezza. La legge attualmente ignora le badanti, le tratta come persone scomparse e senza diritti e a tutti gli effetti nega loro cose essenziali. Chiediamo di regolarizzare le badanti che hanno un lavoro vero e smetterla con l’ipocrisia del Governo Berlusconi

Ne abbiamo bisogno, migliorano la vita dei nostri anziani e la nostra. Vivono da anni in tante nostre case (oltre un milione) e per ringraziarle questo governo le tratta la clandestine. Da un po' di mesi mia madre non ce la faceva da sola e abbiamo cercato e trovato una badante... clandestina naturalmente e che non possiamo mettere in alcun modo in regola perché non ha né nulla osta né permesso di soggiorno.

E così sono entrata più direttamente dentro questo mondo ed ho capito la dimensione del fenomeno e la grande ingiustizia che si consuma nei riguardi di queste donne. Persone che aiutano oltre un milione di famiglie italiane che senza di loro vedrebbero andare in crisi la loro economia domestica, le loro relazioni di affetti, qualche volta il lavoro di uno dei membri della famiglia stessa. Persone che dormono in casa nostra, che si occupano spesso di lavare il corpo dei nostri padri e delle nostre madri e alle quali però non siamo disposti a dare cittadinanza e diritti. La legge attualmente al Senato e proposta dalle Destre e dalla Lega le ignora, le tratta come persone scomparse e senza diritti e a tutti gli effetti nega loro cose essenziali.

Prendiamo il caso della signora che sta con me: in Italia da 5 anni sempre con lavori continuativi, ha fatto domanda di essere regolarizzata nel 2007 e ancora non ha avuto risposta. Non può andare dal medico perché potrebbe essere denunciata e infatti non va e faccio venire io a casa il mio medico se lei non sta bene, non può uscire molto di casa perché teme il controllo dei documenti, non può andare nel suo paese a trovare la madre e i figli perché poi il governo del suo Paese non la farebbe più tornare in Italia... o meglio pagando quasi 5000 euro forse potrebbe rientrare ma li pagherebbe agli "scafisti" di terra che la riporterebbero qui clandestina come prima.

Come può essere che 600.000 badanti con un lavoro vero e a tempo pieno che lavorano tutte presso famiglie italiane non si possano regolarizzare? Non si era detto che chi dimostrava di avere un lavoro vero e continuativo era regolarizzabile in tempi brevi?

Sono certa che anche in tante famiglie del nord che votano Lega ci sono le badanti e tanti operai extracomunitari in nero e super sfruttati in centinaia di imprese piccole e medie del nord est... ma l’importante è non ammetterlo riconoscendo loro diritti. Una doppia morale, nessuna etica. Quel tipico e insopportabile metodo che distingue sempre tra ciò che si dice e quel che si fa. Si sfruttano badanti e operai e si dice pubblicamente che non li vogliamo e che dovrebbero tornare a casa loro.

Quando sappiamo benissimo che se domani le 600.000 badanti clandestine tornassero a casa nessuna struttura pubblica o privata sarebbe in grado di fare ciò che loro fanno e 600.000 famiglie del centro nord soprattutto andrebbero in crisi. Ipocriti si diceva una volta. Ipocriti e falsificatori di realtà si può ben dire anche oggi.

Giustizia: condannati e imputati, tutti nella "banca-dati" del dna

di Giovanni Negri

 

Il Sole 24 Ore, 25 giugno 2009

 

Un grande archivio del Dna da utilizzare per scoprire gli autori di crimini oggi difficilmente individuabili. Ieri il Senato con il sì bipartisan ha approvato le norme di recepimento del trattato di Prum che prevede l’istituzione di banche dati del Dna nei Paesi aderenti e la loro reciproca connessione. Nel nostro Paese, con la nuova legge sarà operativo un unico e molto più ampio archivio nazionale dei profili biologici.

Entro l’estate del 2010, a cura della polizia o della polizia giudiziaria (che potrà stipulare convenzioni con laboratori specializzati), dovrà essere completata la mappatura dei profili di tutte le persone detenute o sottoposte a misure alternative alla detenzione in seguito a sentenza irrevocabile, ma anche di tutti i soggetti sottoposti a custodia cautelare, arresti domiciliari, arrestati in flagranza o sottoposti a fermo.

Ma nella banca dati sono destinati a confluire anche i profili di sconosciuti, raccolti sul luogo del delitto, di persone scomparse o dei cadaveri non identificati. Nutrito l’elenco dei reati per i quali è escluso il prelievo forzoso dei campioni: da quelli fallimentari a tributari e sono stati aggiunti alla Camera anche tutti i delitti previsti in materia finanziaria dal Testo Unico.

L’accesso, sarà possibile solo a forze di polizia, ma i profili del dna non potranno contenere informazioni che permettano l’identificazione diretta del soggetto a cui sono riferiti. Solo dopo esito positivo del confronto sarà possibile agli investigatori ottenere il nominativo dell’interessato (previsti fino a 3 anni di reclusione per i pubblico ufficiale che fa uso e diffonde dati in violazione della disciplina di protezione). I profili potranno essere conservati per un periodo di tempo che verrà fissato dal regolamento applicativo e, comunque non potrà essere superiore a 40 anni, mentre i campioni biologici verranno distrutti non oltre i 20 anni.

Distrutti d’ufficio i campioni e i profili acquisiti nei confronti dei soggetti assolti con formula definitiva o se le operazioni di prelievo sono state effettuate in maniera irregolare. Se l’autorità giudiziaria considera necessaria l’effettuazione di un prelievo forzoso nei confronti di chi non è iscritto nel registro degli indagati, emette un ordinanza soggetta solo a due condizioni: che si proceda per un reato non colposo punito con almeno 3 anni di carcere e che l’accertamento sia assolutamente indispensabile per la prova dei fatti. In caso di rifiuto è sempre prevista la possibilità dell’accompagnamento forzoso. Il Pm potrà procedere solo dopo autorizzazione del Gip, ma è introdotta anche una procedura d’urgenza che prevede la convalida solo successiva, entro 48 ore, da parte del giudice.

Giustizia: rinviato a dopo l’estate il ddl contro la prostituzione

di Liana Milella

 

La Repubblica, 25 giugno 2009

 

Rinviato a dopo l’estate. Doveva essere uno dei fiori all’occhiello del governo Berlusconi, sicuramente del ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna, che in questi mesi ne ha chiesto a gran voce una celere approvazione. Ma ora il ddl sulla prostituzione, che prevede il carcere per il cliente che va con una lucciola in luoghi pubblici, è divenuto fonte di profondo imbarazzo per la maggioranza, al punto da dovergli staccare l’etichetta "urgente" e sostituirla con un bel rinvio. Tutta colpa dell’ormai famosa (e infelice) definizione di Niccolò Ghedini su Berlusconi "utilizzatore finale" delle escort baresi. Dunque un cliente anche lui, seppure in luoghi chiusi, quindi non punibile.

Ma come si fa a discutere di un simile tema giusto in questi giorni? E mentre l’ex pm, e ora esponente Pd Felice Casson, preannuncia emendamenti sull’utilizzatore? Alla commissione Giustizia del Senato pure il presidente Filippo Berselli, che un anno fa voleva introdurre il foglio di via obbligatorio per le squillo, deve soprassedere. Mentre tra i banchi si svolge un ameno siparietto. Un senatore Pdl, con un sorriso sornione, dice a uno dell’opposizione: "Ma ti pare che adesso possiamo discutere delle norme della Carfagna?".

Ufficialmente è colpa dell’ingorgo in commissione dove si ritrovano assieme ddl prostituzione, ddl sicurezza, ddl intercettazioni, ddl processo penale. A Berselli il presidente del Senato Schifani ed emissari del governo hanno chiesto di dare corsia preferenziale a sicurezza e ascolti, in coda il resto, a partire dalle norme anti-utilizzatori. Con due risultati. Via dibattiti a rischio per i facili doppi sensi, subito la sicurezza (in aula la prossima settimana forse con la fiducia) perché la Lega scalpita; a seguire gli ascolti, col governo che segue gli sviluppi del Bari-gate pronto a emendare il testo.

Che comunque, lo confermano i senatori ex magistrati, sarà subito applicabile, ad esempio trasferendo un pm che parla del processo o che viene denunciato da un indagato, o bloccando l’uso delle telefonate di un’inchiesta per aprirne un’altra. Una legge bavaglio, che taglia le unghie ai pm (anche se il Guardasigilli Alfano lo nega), che fa dire a Miklos Haraszti, relatore per i media dell’Osce: "Non corrisponde agli standard internazionali sulla libertà si stampa".

Tra giustizia e sicurezza sarà un luglio di fuoco. E se n’è avuta un’anticipazione ieri quando il governo, con l’ennesimo colpo di mano, ha cercato di emendare pure la legge (presentata da Casson e Luigi Li Gotti dell’Idv) che ratifica la convenzione Onu sulla corruzione vecchia del 2003. Sorpresa: ecco la richiesta di approvare una nuova versione dell’articolo 322bis del codice penale che disciplina corruzione, concussione, peculato commessi da europarlamentari o funzionari Ue, cancellando la concussione.

Martedì sera se ne accorge Casson che subemenda il testo, in aula grida Li Gotti: "Quale eurodeputato state cercando di graziare?". Casson non ha dubbi: "Per il principio del favor rei la legge si applica ai reati precedenti". E Li Gotti: "È un colpo di spugna". Il centrista Gianpiero D’Alia: "Come si può pensare che, per lo stesso reato di concussione, un funzionario di Regione venga imputato e uno di Strasburgo no?". Il governo tenta la prova di forza, boccia la modifica di Casson che risponde con la richiesta di voto segreto. Seduta sospesa. Alla ripresa la maggioranza ritira l’emendamento. "Tutto è bene quel che finisce bene" chiosa la capogruppo Pd Anna Finocchiaro.

Giustizia: il teatro per la campagna di abolizione dell’ergastolo

 

Comunicato stampa, 25 giugno 2009

 

Probabilmente la maggioranza politica, e quella del paese, è contraria all’abolizione dell’ergastolo, ma la storia è piena di maggioranze che sbagliano. Essere in molti non significa di per sé che si abbia ragione.

In data 23 giugno 2009 nel carcere di Spoleto c’è stato uno spettacolo teatrale dal titolo "Fuori dall’ombra", per appoggiare e sostenere l’abolizione dell’ergastolo.

All’inizio dello spettacolo è stato letto questo intervento. "Benvenuti… solo poche parole per dirvi che: noi prigionieri attori crediamo che il teatro in carcere sia importante perché se un uomo spende tutta la sua vita compiendo poche semplici operazioni in una cella chiusa a chiave per giorni, mesi e anni, spesso per una vita intera, e non ha nessuna occasione di applicare la sua intelligenza o di esercitare la sua inventiva, si riduce ad essere meno di un animale.

Noi prigionieri attori crediamo che il teatro possa aiutarci a crescere, progettare, programmare, a lanciare segnali di fumo e a farci uscire dall’isolamento di un carcere, per questo noi speriamo che l’istituzione carceraria, gli enti locali e la società esterna siano sensibili e ci diano degli incentivi e finanziamenti per andare avanti.

Noi prigionieri attori speriamo che al prossimo spettacolo possano assistere anche i nostri familiari. Per noi sarebbe importante recitare davanti ai nostri figli, nipoti e compagne.

Noi prigionieri attori crediamo che la pena dovrebbe tendere al reinserimento sociale e non alla vendetta sociale, per questo dedichiamo questo spettacolo all’abolizione dell’ergastolo ostativo ai benefici, perché essere considerati colpevoli per sempre è un crimine contro la persona e l’umanità.

Molti di noi prigionieri attori sono ergastolani con oltre venti anni di pena espiata, alcuni entrati in carcere all’età di diciannove anni. Il pensiero che un giorno potremmo uscire, ma che forse non potremmo mai uscire, non ci dà pace né di giorno né di notte. E non c’è tortura che possa essere più dolorosa del dubbio della propria sorte.

L’incertezza del proprio destino ci procura più dolore di qualsiasi altro dolore.

Il dolore è la trama del nostro spettacolo… forte, crudo ma vero perché dopo tanti anni di carcere l’ergastolano diventa un uomo senza colpe, senza ricordi, senza passato, diventa un uomo solo… diventa un uomo innocente perché ormai è un uomo diverso. Un ringraziamento a tutti quelli che ci hanno aiutato a realizzare lo spettacolo.

 

Gli ergastolani di Spoleto "in lotta per la vita"

Giustizia: operatori sanitari carcerari, nelle braccia delle regioni

di Patrizio Gonnella

 

Italia Oggi, 25 giugno 2009

 

Nei giorni scorsi sono state rese note le "Linee di indirizzo del Ministero della salute per il trasferimento dei rapporti di lavoro dal Ministero della giustizia al Servizio sanitario nazionale". Si tratta del primo atto successivo al Dpcm del primo aprile 2008 che trasferiva in via definitiva la medicina penitenziaria alle regioni.

Il Ministero della salute e la Conferenza stato-regioni sono intervenuti in quanto molti dei contratti del personale erano in fase di proroga e varie regioni non avevano emanato linee precise a riguardo. L’ex personale dipendente dell’Amministrazione penitenziaria e della giustizia minorile viene inquadrato nei ruoli del Servizio sanitario regionale.

Viene inoltre assicurato loro il riconoscimento ai fini giuridici, previdenziali ed economici, del servizio prestato presso il ministero della giustizia. Spetterà invece alle singole Aziende sanitaria locali l’attribuzione di eventuali indennità o incarichi specifici ai sensi dei vigenti Ccnl. Nel dettaglio le diverse figure professionali verranno così inquadrate: personale medico dipendente, psicologi dipendenti, personale infermieristico dipendente, personale tecnico sanitario dipendente. Per l’eventuale progressione di carriera si dovrà tenere conto dell’anzianità di servizio e dell’esperienza maturata all’interno delle strutture penitenziarie.

Prima che ci fosse il passaggio dal Ministero della giustizia alle regioni il personale medico era composto da medici incaricati definitivi nominati dall’Amministrazione penitenziaria con decreto ufficiale, ai sensi dell’art. 4 della legge 740/70; medici incaricati provvisori nominati dal direttore dell’Istituto di pena, confermati del Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria, ai sensi dell’art. 50 della legge 740/70; medici addetti al Servizio integrativo di assistenza sanitaria o Sias (ossia guardie mediche interne alle carceri); medici specialisti.

Ecco come muta l’inquadramento:

1) i medici incaricati definitivi vengono collocati in apposito elenco nominativo a esaurimento presso le Aziende Sanitarie di riferimento e continuano ad essere disciplinati dalla legge 740/70 fino alla naturale scadenza del contratto a tempo indeterminato;

2) i medici incaricati provvisori avranno lo stesso trattamento giuridico ed economico dei definitivi, ivi compresi i trattamenti contributivi e previdenziali. Essi vengono collocati in un apposito elenco nominativo a esaurimento presso le Aziende Sanitarie di riferimento;

3) i medici Sias vengono ricondotti nell’ambito dell’Accordo collettivo nazionale della medicina generale. Si rimanda alla contrattazione decentrata regionale la possibilità di prevedere eventuale indennità di rischio e/o sede disagiata;

4) i medici specialisti possono essere inquadrati nell’ambito dell’Accordo collettivo nazionale per la specialistica ambulatoriale. Al fine di quantificare le ore da assegnare a ciascuna branca specialistica viene usato il metodo di ricognizione storica delle prestazioni effettuate (in media un’ora di attività ogni tre-quattro visite espletate).

I medici specialisti dipendenti delle aziende sanitarie o di altri enti pubblici possono continuare a espletare la propria attività all’interno degli istituti di pena compatibilmente con quanto previsto dai loro profili contrattuali. Infine l’elenco dei trentanove psicologi vincitori di concorso presso il Ministero della giustizia viene messo a disposizione delle regioni, mentre gli psicologi convenzionati con l’amministrazione penitenziaria non transitano al Ssn. La conseguenza è che solo i detenuti tossicodipendenti usufruiscono di una reale assistenza sanitaria psicologica.

Giustizia: Uil; carceri verso il disastro, il Dap silente ed immobile

 

Comunicato Uil, 25 giugno 2009

 

Nella serata di ieri, a Catania, si sono chiusi i lavori della Direzione Nazionale della Uil Pa Penitenziari con la relazione del Segretario Generale, Eugenio Sarno.

"Esprimiamo un giudizio fortemente e unanimemente negativo in ordine alla gestione complessiva dell’Amministrazione Penitenziaria. Una Amministrazione distante, immobile e silente. Incapace di proporre una benché minima politica penitenziaria di gestione e di amministrazione.

Una Amministrazione - ha detto Sarno - che pensa di nascondere le emergenze. È inconcepibile, infatti, che il Dap da alcune settimane non renda disponibili i dati sulle presenze detentive e non informa sugli eventi critici, che pur si susseguono a ritmo quotidiano negli istituti penitenziari.

La società ha il diritto di essere informata e il Dap ha il dovere di informare. Noi possiamo affermare che in queste ore il numero di detenuti che sovraffollano, in condizioni indegne e incivili, le carceri italiane assommano a circa 64mila. Un numero mai raggiunto prima e proiettato alle 70mila presenze entro fine anno. Occorre ricordare, per definire il quadro d’insieme , che le disponibilità dei posti sono pari a circa 43mila e che le carenze di organico della polizia penitenziaria sfiorano le 5mila unità, come riconosciuto dallo stesso Ministro Alfano.

Abbiamo la sensazione che la gestione del personale derivi più da una concezione creativa e ragionieristica che da un disegno organico. Non vogliamo parlare di clientelismo ma troppe sono le contraddizioni di cui il Dap dovrà rendere conto. Da un lato si annuncia la volontà di perseguire obiettivi di razionalizzazione,senza convocare i sindacati, dall’altro continuano ad essere emanati provvedimenti che sottraggono unità dagli istituti per destinarle nei palazzi del potere a ingrossare le fila degli imboscati".

"Nelle prossime ore, visto l’immobilismo di Alfano, cui pure abbiamo denunciato quanto accade, inoltrerò una lettera al Ministro Brunetta per chiedergli di accertare il corretto impiego della polizia penitenziaria in alcune sedi amministrative. Noi riteniamo - ha sottolineato il Segretario della Uil Pa Penitenziari - che vi sia una sovrabbondanza di poliziotti penitenziari (molti dei quali con compiti indefiniti) che potrebbero essere destinati ad impiego operativo in prima linea, ovvero nelle carceri.

È plausibile parlare di un esubero di circa 400 unità al Dap, di almeno 50 al Ministero di Via Arenula e di tante altre sparse sull’intero territorio. Diciamo che si potrebbero immediatamente recuperare non meno di 800 unità. Il recupero di tali unità equivarrebbe quasi ad uno di quei piani di assunzioni straordinarie annunciati dal Ministro Alfano. Volontà e coerenza imporrebbero che si adottino provvedimenti consequenziali. Invece siamo alla solita politica dell’annuncio. Salvo, poi, fare l’esatto contrario.

A questo punto è lecito anche dubitare delle reali volontà di Ionta e di Alfano a sanare l’emergenza organici e, più in generale, ad intervenire a deflazionare le criticità in atto. Purtroppo continuiamo a registrare anche una sostanziale indifferenza di tutta la politica al dramma che si sta consumando nelle carceri italiane, con la sola eccezione di Pannella e dei Radicali Italiani.

Pertanto sabato 27 parteciperò, perché invitato, all’assemblea di Chianciano. Per testimoniare gratitudine e riconoscenza al loro impegno e per valutare eventuali margini per definire un percorso comune di sensibilizzazione al problema, che è un problema sociale e di ordine pubblico. Non va dimenticato che tutto lascia presagire una stagione di tensioni e di violenze. Tensioni e violenze che il sistema penitenziario potrebbe anche non essere in grado di gestire. Con l’approssimarsi della calura estiva, inoltre, è alto il rischio di epidemie da malattie infettive.

Rischio ampliato dalle condizioni di insalubrità e degrado delle strutture penitenziarie. Non dimentichiamo nemmeno - ha chiuso Eugenio Sarno - come sono costretti a lavorare gli operatori penitenziari. Per questo, insieme ad altre OO.SS., abbiamo indetto un calendario di manifestazioni sul territorio, che si concluderà il 22 settembre con la grande manifestazione di Roma. Proprio questa coesa unitarietà testimonia la stanchezza e i sentimenti di delusione, demotivazione, frustrazione e solitudine della polizia penitenziaria. D’altro canto la grande e massiccia partecipazione al sit-in di protesta indetto ieri a Cagliari è un chiaro segnale di una rabbia che investe direttamente Alfano, Berlusconi e l’intero Governo".

Giustizia: il Sappe diserta feste locali della Polizia penitenziaria

 

Comunicato Sappe, 25 giugno 2009

 

Una Amministrazione dello Stato seria e responsabile dovrebbe porsi molte domande se i suoi dipendenti non partecipano a momenti solenni e istituzionali molto significativi. Mi domando se lo stanno facendo il Ministero della Giustizia e l’Amministrazione penitenziaria, visto che i nostri rappresentanti ed iscritti stanno disertando in tutta Italia le Feste locali e regionali del Corpo di Polizia penitenziaria per i gravissimi problemi connessi al sovraffollamento carcerario.

Novara, Genova, Perugia, Viterbo, Frosinone, solo per citare alcune della città in cui il Sappe non partecipa alla Feste del Corpo. Cosa c’è da festeggiare? I 63.612 detenuti presenti, pari al 147% della presenza regolamentare ed al 99% di quella tollerabile, rispetto ai circa 43mila posti disponibili? Le 5mila unità che mancano negli organici dei Baschi Azzurri, che costringono chi lavora nelle sezioni detentive a controllare, da solo, 120 detenuti? Le decine di aggressioni ad Agenti per la palese sproporzione tra Polizia penitenziaria e detenuti?

Rispetto a quelle che sono manifestazioni spesso auto-referenziali di direttori e provveditori - che non a caso non indossano la divisa e sono altro rispetto alla Polizia penitenziaria - abbiamo deciso quest’anno di disertare le Feste regionali e locali per dare un segnale preciso sulla gravità del momento e sulle precarie condizioni di lavoro delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria che vivono tutti i giorni, in prima linea, l’emergenza carceri. Ci auguriamo che il messaggio venga recepito.

Umbria: +33% in un anno, crescita record numero dei detenuti

 

Ansa, 25 giugno 2009

 

Il sovraffollamento che si registra, in particolare a Capanne, è anche conseguenza del ridotto numero di agenti di polizia penitenziaria, la cui mancanza impedisce di aprire reparti che altrimenti sarebbero pronti ad accogliere nuovi detenuti.

Complessivamente nei carceri umbri si trovano attualmente 805 detenuti sottoposti al regime di media sicurezza, 153 ad alta sicurezza e 35 cosiddetti detenuti protetti, oltre ai 168 sottoposti al carcere duro. Le donne sono complessivamente 58, il 5.1% del totale, gli stranieri 469, il 41.6%, e i tossicodipendenti 299, il 26.5%.

Il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, ha annunciato che nel carcere di Terni è in corso la realizzazione di un’altra struttura con 200 posti destinata a essere completata entro il 2011. Nelle strutture detentive del’Umbria lavorano 905 agenti di polizia penitenziaria, 84 dei quali donne e un adeguamento dell’organico si impone se si vogliono utilizzare appieno tutte le strutture disponibili.

Anche se in Umbria sono stati 81 i detenuti arrivati da L’Aquila alla casa di reclusione spoletina dopo il terremoto ad essere interessata in particolare al sovraffollamento è la sezione maschile del carcere perugino di Capanne.

In Umbria nell’ultimo anno la popolazione carceraria è cresciuta del 33 per cento, passando da 861 detenuti del giugno 2008 ai 1.124 attuale. Nel carcere di Perugia il sovraffollamento fa sì che in molte celle costruite per ospitare una sola persona ce ne vivano due o tre, ricorrendo spesso a materassi collocati a terra per dormire. "Un sovraffollamento mai registrato e quindi preoccupante" ha detto il direttore del carcere perugino Bernardina Di Mario. "L’organico della polizia penitenziaria - ha aggiunto - è poi molto ridotto.

Ragusa: anche carcere Modica finisce nella "lista nera" di Fleres

 

La Sicilia, 25 giugno 2009

 

Sette carceri da chiudere subito. In provincia di Ragusa c’è la casa circondariale di Piano del Gesù a Modica dove sono detenute 58 persone invece delle 48 previste. Oltre a Modica, nella lista nera elaborata dal garante per i diritti dei detenuti Salvo Fleres e dal dirigente dell’ufficio del garante Lillo Buscemi, ci sono Favignana, Marsala, Mistretta, Piazza Lanza a Catania, l’Ucciardone di Palermo e Gazzi a Messina.

Il rapporto del senatore Fleres sarà trasmesso al comitato europeo per la prevenzione e la tortura e delle pene o trattamenti degradanti. Nelle sette strutture siciliane c’è sovraffollamento, condizioni igienico sanitarie carenti, carenze di organico del personale amministrativo e di polizia penitenziaria, di mediatori culturali, psicologi ed assistenti sociali.

Fleres illustrerà la propria relazione presso la sede di rappresentanza dell’Ars a Catania venerdì, ma il suo rapporto fa già discutere, anche se fotografa una realtà ben nota a tutti. Quella di Modica, per esempio, dove la casa circondariale di Piano del Gesù non è mai stata ristrutturata con gravi problemi di vivibilità.

All’interno del carcere modicano non sono garantiti diritti quali cibi etnici e luoghi adatti all’esercizio del culto per il cinquanta per cento della popolazione carceraria, che è formata da detenuti extracomunitari. Modica ha già destinato un terreno in Contrada Catanzarello per la costruzione di un nuovo carcere ma la mancanza di finanziamenti da parte del governo nazionale ha bloccato l’iter. La presenza del carcere nell’ex convento di S. Maria del Gesù impedisce tra l’altro l’apertura del chiostro gotico recentemente restaurato.

"L’On Fleres - dice il sindaco Antonello Buscema - si preoccupi di farci avere il finanziamento per costruire il nuovo carcere invece di invocare la chiusura della attuale struttura. Noi abbiamo messo a disposizione il terreno e saremmo i più lieti se potessimo trasferire il carcere perché questo significherebbe far fruire alla città ed ai turisti quel gioiello che è il convento di S. Maria del Gesù per il quale la sovrintendenza sta completando ormai gli ultimi lavori che , secondo le previsioni, saranno ultimati a fine estate. Purtroppo - conclude il sindaco - non servirà a molto se il carcere non verrà spostato come sede; il rapporto Fleres è un ulteriore sprone perché parlamentari e governo si attivino per la costruzione del nuovo carcere".

Como: ma quale Festa? i Sindacati di Polizia sono in agitazione

di Maurizio Magnoni

 

Il Giorno, 25 giugno 2009

 

La Festa del Corpo di Polizia penitenziaria in programma oggi nel piazzale antistante la Casa Circondariale del Bassone non solo sarà una ricorrenza (Patrono San Basilide di Alessandria, 30 giugno), ma anche un’ulteriore motivazione di protesta da parte degli agenti in servizio al carcere comasco che continuano lo stato di agitazione intrapreso non meno di 6 mesi fa. Infatti i sindacati maggiormente rappresentativi dell’Istituto comasco (Funzione pubblica di Cgil, Cisl e Uil, e sindacato Sappe) denunciano non solo la carenza cronica di personale, ma anche il sovraffollamento della Casa circondariale che sta portando al collasso l’intero sistema penitenziario lariano.

"Il sovraffollamento dell’Istituto - spiega Massimo Corti della Cisl-Fps - rilancia la nostra protesta e chiede soluzioni assai urgenti. Sovraffollamento che, oltre a creare gravissime difficoltà nella gestione dei detenuti, genera una condizione di assoluta invivibilità sotto l’aspetto igienico nei luoghi di custodia, tanto per intenderci delle celle. Proviamo a pensare 6 o addirittura 8 detenuti costretti a vivere in 10 metri quadri; senza dimenticare che questo basso livello di vivibilità è controllato da un solo agente". Ma sono mesi che voi avete chiesto rinforzi come personale e che i detenuti non vengano tutti confinati al Bassone perché ormai è al collasso... "E lo ribadiremo oggi in occasione della festa del Corpo - aggiunge Corti -. Sono mesi che lavoriamo in condizioni davvero allarmanti; sono mesi che ribadiamo che i detenuti, nonostante l’articolo 27 della Costituzione che impone un senso di umanità al trattamento dei detenuti in modo che si ravvedano, vivono in condizioni davvero inumane.

E poi hanno grande difficoltà ad operare non solo gli agenti di Polizia Penitenziaria, ma anche assistenti sociali, psicologi, volontari e personale amministrativo. Sì, oggi festeggiamo, ma ribadiremo che l’Amministrazione penitenziaria, sia regionale che nazionale, non ha alcun rispetto delle donne e degli uomini in uniforme, con il basco azzurro, che subiscono, a causa della carenza di organico, turni massacranti, continui richiami in servizio, l’assenza di programmazione dei turni e l’impossibilità di esaurire ferie e permessi. Non accettiamo queste condizioni. Noi, agenti, non abbiamo commesso alcun reato e non dobbiamo scontare nessuna pena. Il personale vive una sorta di regime di semilibertà, con un’organizzazione affidata all’improvvisazione".

 

Mancano all’appello 84 uomini

 

Sono le cifre che rendono meglio l’idea dell’ira degli agenti di Polizia Penitenziaria in servizio alla Casa Circondariale del Bassone. Dati che oggi le Rsu ribadiranno in occasione della Festa del Corpo. La Casa Circondariale del Bassone (si chiama così, e non Carcere, perché in origine doveva ospitare solo i detenuti in attesa di giudizio) è stata costruita nei primi anni 70 e poteva contenere, come capienza massima, 175 detenuti.

L’altro ieri ne erano presenti ben 581 (511 uomini e 70 donne), quando il limite di tolleranza e vivibilità è di 421 (371 uomini e 50 donne). Sono rinchiusi nelle celle 142 imputati, 34 ricorrenti, 103 appellanti e ben 285 definitivi.

Di questi 581 detenuti ben 254 (quindi il 45%) sono stranieri. Celle che erano state costruite per ospitare due detenuti, oggi sono occupate da 6 od addirittura 8 persone. Una vita non certo da persone umane, almeno per quanto concerne l’utilizzo dei servizi igienici e la salubrità. Cifre non certo migliori per il personale: la forza prevista di agenti di Polizia penitenziaria è di 308 persone, ma oggi ne sono in servizio solo 224: ne mancano, quindi 84 di cui 31 distaccate presso altre strutture.

Avellino: troppi detenuti e pochi agenti, ma è "carcere-modello"

di Cinzia Puopolo

 

Il Mattino, 25 giugno 2009

 

Troppi detenuti e pochi agenti ma, nonostante le difficoltà legate alla carenza d’organico, il carcere di Bellizzi Irpino continua a rappresentare un modello per i penitenziari del Sud Italia. La festa della Polizia Penitenziaria, per celebrare il 192esimo anniversario della fondazione del corpo, ha acceso i riflettori sull’emergenza carceri.

La direttrice, Cristina Mallardo, non ha nascosto le difficoltà che gli operatori incontrano quotidianamente per superare gli ostacoli legati, soprattutto, alle carenze di una struttura che necessita di maggiori interventi di manutenzione e all’esiguo numero di agenti penitenziari in servizio rispetto al numero dei detenuti ospitati.

"L’emergenza si aggrava col passare del tempo - confessa la direttrice Cristina Mallardo - va evidenziato l’impegno profuso dal personale, ma l’austerity imposta dal governo centrale sta creando seri problemi nel settore penitenziario. La riprogrammazione dei fondi dovrebbe assicurare, nel tempo, il miglioramento della struttura ma, senza un incremento dell’organico diventa davvero difficile portare avanti attività di risocializzazione per i detenuti e assicurare il rapporto col territorio che, in queste condizioni, non riusciamo a mettere in atto".

Attualmente sono 370 i detenuti ospitati nel penitenziario di Bellizzi Irpino dove è in via di completamento un nuovo padiglione. In servizio, rispetto alla pianta organica datata 2001 che prevede 350 agenti, ci sono solo 220 unità. "Nonostante questo - sottolinea la dottoressa Mallardo - il livello di vivibilità assicurato ai detenuti è molto più elevato rispetto ad altre realtà. Purtroppo, però, l’aumento degli arresti, unito al numero di detenuti extracomunitari e ai continui trasferimenti dai penitenziari di altre città campane che soffrono maggiormente il problema del sovraffollamento, acuisce la nostra emergenza che diventa insostenibile se si somma alle ristrettezze economiche con le quali ogni giorno facciamo i conti e che ci costringono a tagli anche sui medicinali e sulle visite specialistiche".

Savona: il Consiglio comunale vota Odg sull'emergenza carcere

 

Secolo XIX, 25 giugno 2009

 

È stato votato all’unanimità dal consiglio comunale di Savona un ordine del giorno presentato dalla quinta commissione consiliare permanente presieduta dal Consigliere Pietro Li Calzi sull’avvio dei lavori di costruzione del nuovo carcere. Il consiglio comunale ha dato mandato al sindaco di intervenire con la massima decisione presso le istituzioni e gli enti preposti, ed in particolare presso il Ministero di Giustizia, affinché intervengano con urgenza per dare avvio ai lavori di costruzione del nuovo carcere.

Il documento prende atto del perdurare delle drammatiche condizioni del carcere Sant’Agostino di Savona, del ritardo sull’esecuzione dei lavori previsti, "delle gravi ripercussioni non solo sull’ospitalità carceraria ma anche per tutti coloro che all’interno della struttura lavorano o soggiornano". Il sindaco Federico Berruti ha spiegato di "condividere completamente lo spirito dell’ordine del giorno. Ci impegneremo tutti insieme per risolvere un problema che persiste da troppi anni".

Siracusa: il Prefetto raccoglie protesta della Polizia Penitenziaria

 

www.siracusanews.it, 25 giugno 2009

 

A seguito della manifestazione dello scorso 18 giugno, tenutasi davanti alla Prefettura di Siracusa, una delegazione di rappresentanti sindacali della Polizia Penitenziaria - guidata da Massimiliano Di Carlo e da Fabio D’Amico, dirigenti provinciali della Fsa/Cnpp - è stata ricevuta dal Capo di gabinetto del Prefetto, dal quale è stata assicurata la massima attenzione da parte della Prefettura in ordine ai gravi problemi strutturali e di carenza idrica del carcere di Augusta, impegnandosi altresì a sollecitare interventi ispettivi da parte degli Organi competenti.

Il Prefetto di Siracusa, Dott.ssa Fiorella Scandurra, ha quindi prontamente inviato un comunicato urgente ai Ministeri della Giustizia e dell’Interno al fine di segnalare la situazione delle strutture detentive della Provincia di Siracusa.

Il Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria ha inoltre convocato per il prossimo 7 luglio a Palermo le Organizzazioni Sindacali, per discutere delle problematiche che affliggono gli Istituti penitenziari di Siracusa, Augusta e Noto, accomunati in primo luogo dall’eterna questione del sovraffollamento, ospitando un numero di detenuti superiore a quello previsto.

In particolare, la Casa di Reclusione di Augusta manca di interventi di manutenzione agli impianti elettrici, di riscaldamento e di scarico, versando pertanto in precarie condizioni igienico-sanitarie e di sicurezza. Per la Casa Circondariale di Siracusa, ubicata in località Cavadonna, si lamenta soprattutto l’elevato numero di detenuti presenti (510 a fronte di una capienza tollerabile di 380) e la carenza di personale della polizia penitenziaria (315 unità presenti a fronte di 277 di cui 77 impiegate nei servizi di traduzione e piantonamenti), oltre all’ impossibilità, per carenza di fondi, di assicurare l’approvvigionamento di prodotti per igiene personale e per l’ambiente e la fornitura di acqua calda per le docce.

La sicurezza dell’Istituto è inoltre da considerarsi sotto la soglia minima, in quanto molti turni di sorveglianza rimangono scoperti. A seguito di tali questioni irrisolte, permane ad oggi lo stato di agitazione della Polizia Penitenziaria in tutta la provincia di Siracusa.

San Gimignano (Si): il sit-in di protesta di Polizia Penitenziaria

 

Ansa, 25 giugno 2009

 

Giornata di protesta domani, venerdì 26 giugno, al carcere di San Gimignano. Tutte le sigle sindacali della Polizia Penitenziaria hanno infatti deciso di effettuare un sit-in all’ingresso del carcere e di astenersi dal servizio di mensa per l’intera giornata. Una forte iniziativa motivata dai sindacati in un documento a firma di Sappe, Osapp, Cgil-Fp, Sinappe, Cisl-fns, Uspp e Uil, "scaturita dall’assenza a tutt’oggi di interventi da parte dell’amministrazione per risolvere le problematiche denunciate più volte e dall’aggravarsi delle condizioni lavorative del personale di polizia penitenziaria".

Nello specifico i sindacati lamentano la carenza d’organico, la mancanza di una stabilità di direzione del carcere, un elevato numero di carcerati, con conseguente aumento del carico di lavoro, e il ricorso ad inconsueti consigli di disciplina. Nella giornata di domani vi sarà un incontro con la dirigenza del carcere nel tentativo di "riprendere le relazioni sindacali interrotte da diversi mesi per inadempienze contrattuali - sostengono i sindacati - e questioni irrisolte su cui a tutt’oggi non si intravedono esiti positivi".

Nuoro: della colonia penale di Mamone, per ripulire la spiaggia

di Tiziana Simula

 

La Nuova Sardegna, 25 giugno 2009

 

L’intento ambientalista si è intrecciato con quello dell’integrazione nella giornata ecologica che si è svolta nei giorni scorsi per iniziativa dell’Auser in collaborazione col Comune e Sardegna Solidale, un unico appuntamento dalla duplice finalità sociale che ha avuto come protagonisti una ventina di detenuti extracomunitari della colonia penale di Mamone, accompagnati dai rappresentanti dell’Associazione Icaro che opera all’interno del carcere.

Un’esperienza che si è rinnovata per il quarto anno, consentendo ai carcerati di trascorrere una giornata all’insegna del reinserimento sociale e di partecipare attivamente a un’iniziativa di sensibilizzazione ambientale. Una cinquantina di volontari, tra cui gli assessori ai Servizi sociali Gianfranco Flore, all’Ambiente Loredana Meloni e al Turismo Franco Miscera, aiutati anche da diversi turisti presenti in spiaggia, hanno tirato a lucido l’arenile del litorale budonese, da Baia Sant’Anna in direzione Matta ‘e Peru, per un tratto di quattro chilometri. Lo stuolo di ambientalisti ha raccolto ogni sorta di rifiuto abbandonato: dai contenitori di plastica alle bottiglie, una pulizia che ha fruttato numerosi bustoni di immondizia.

Si è rinnovato così un importante momento di socializzazione che rappresenta uno dei punti fissi del programma annuale stilato dall’associazione Auser. "Un esperienza che - commenta il presidente Giuseppe Porcu - oltre a sensibilizzare al rispetto dell’ambiente, è stata anche una risposta a certi fenomeni di intolleranza che si stanno purtroppo verificando sempre più spesso in Italia".

Avellino: domani la Giornata conclusiva del "Progetto Legalità"

 

Asca, 25 giugno 2009

 

Domani, alle 10, la giornata conclusiva del progetto "Educazione alla Legalità, Sicurezza e Giustizia Sociale" presso la Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi in provincia di Avellino. I ragazzi del progetto Civis di Cava che potranno incontrare parte delle persone detenute e le autorità penitenziali del carcere.

"Educazione alla Legalità, Sicurezza e Giustizia Sociale" vedrà la celebrazione della giornata conclusiva domani presso la Casa di Reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi in provincia di Avellino. Alla cerimonia, prevista per le ore 10, parteciperanno anche i ragazzi del progetto Civis (servizio civile) di Cava che potranno incontrare parte delle persone detenute e le autorità penitenziali del carcere, il Commissario Antonio Cimmino, il Comandante della Casa circondariale di Sant’Angelo dei Lombardi e il dott. Vincenzo Tedeschi, Capo Area Educativa della Casa circondariale.

Il progetto, riconosciuto dal Ministro della Pubblica Amministrazione e Innovazione quale migliore del 2009 nella sezione "Lotta alla corruzione" è stato promosso dall’assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune di Cava dei Tirreni, diretto dal dott. Daniele Fasano, coordinato da Sante Massimo Lamonaca, esperto in Criminologia Clinica e giudice onorario presso il Tribunale di Sorveglianza di Salerno con la presenza del dirigente Massimiliano Forgione.

Ben 9 sono stati gli incontri tenuti presso le Scuole Medie Inferiori del Comune metelliano, durante i quali, con l’aiuto degli operatori della giustizia, è stato sviluppato un percorso formativo teso a favorire nei giovani il radicamento del rispetto della legalità. "Abbiamo voluto analizzare le storie di molti giovani e di alcuni educatori - ha dichiarato Lamonaca - che hanno pagato con la propria vita pur di far prevalere la legalità".

Soddisfazione agli organizzatori è derivata dall’evidente interessamento dei giovani alle tematiche trattate e la partecipazione al dialogo con gli adulti e le istituzioni. "Investire sulla formazione dei giovani rispettosi delle leggi e dei valori - ha ribadito Lamonaca - vuol dire ipotecare un futuro di civiltà e legalità per le nostre comunità".

Bologna: il teatro nel carcere, con "Cuore di cane" di Bulgakov

 

Ansa, 25 giugno 2009

 

Oggi a Bologna va in scena uno spettacolo montato da detenuti e studenti del Dams. Un esperimento importante.

La storia di un cagnolino che riceve un trapianto di testicoli e di ipofisi umane e lentamente si trasforma in un essere umano. È questa la trama di "Cuore di cane", il racconto di Michail Bulgakov a cui è ispirato "Poligraf", lo spettacolo teatrale che si tiene oggi nella sala cinema del Carcere della Dozza di Bologna e che vedrà sul palco, cantare e danzare, otto detenuti della sezione Alta sicurezza accanto ad una decina di studenti del Dms, Dipartimento di musica e spettacolo dell’Università di Bologna.

Lo spettacolo, in cui non mancano installazioni video, è stato presentato ieri a Palazzo D’Accursio dal Garante dei diritti dei detenuti, Desi Bruno, e dal regista Massimiliano Cossati che con i reclusi ha portato avanti in questi mesi un laboratorio di teatro in preparazione dello spettacolo.

Sul palco, si vedranno per la prima volta i carcerati, che sono quasi tutti condannati o in attesa di giudizio per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso o finalizzata allo spaccio, e i ragazzi che hanno seguito il lavoro di Cossati in parallelo fuori dal penitenziario.

L’iniziativa, che gode del contributo di 15mila euro offerto dalla Fondazione del Monte e del patrocinio dell’Università, sarà aperto ad un pubblico di sole 70 persone che hanno ottenuto l’autorizzazione dal giudice di sorveglianza.

L’avvocato Bruno ha spiegato che l’iniziativa "fa parte della attività di resistenza umana e culturale all’idea di considerare il carcere come un contenitore di corpi senza alcuna umanità". In prospettiva, infatti, ha continuato il Garante "vorremmo realizzare alla Dozza un laboratorio teatrale permanente, ma per fare questo come per i problemi gravissimi di affollamento, per le attività di formazione e lavoro, servono risorse e volontà politica.

Su questo faccio appello alle giunte che stanno per costituirsi in Comune e Provincia, affinché il carcere diventi una parte effettiva della città". Attualmente alla Dozza sono detenute 1.168 persone, con un sovraffollamento del 270 per cento rispetto alla capienza prevista, a fronte di una carenza di organico di sorveglianza di 200 unità.

Immigrazione: Cie Ponte Galeria, luogo senza regole e umanità

di Luigi Nieri

 

www.linkontro.info, 25 giugno 2009

 

Ho visitato decine di volta gli istituti di pena. Ogni volta è stata un’esperienza dura, rivelatrice non senza sorprese. Più di una volta abbiamo avuto modo di riscontrare gravi violazioni dei diritti umani, specie nelle fasi di sovraffollamento. Ma basta entrare in un Centro di Identificazione ed Espulsione, come quello di Ponte Galeria, per rendersi conto che esiste un luogo peggiore della galera, dove alla privazione della libertà si aggiunge la totale assenza di regole e diritti. Primo fra tutti quello a un normale e dignitoso trattamento sanitario. Eppure qui nessuno ha commesso reati.

Basta entrare all’interno della struttura per rendersi conto che non si tratta di una struttura di accoglienza. È stata sufficiente una sola visita per individuare numerosi casi critici e paradossali. Come quello di un ragazzo brasiliano, nato a Roma, portato qui al compimento del 18° compleanno, che presto sarà spedito in Brasile, un Paese in cui non è mai stato. O quello di una donna maghrebina che, dopo aver scontato la sua pena a Rebibbia, ora è "detenuta" a Ponte Galeria. Ho visto, inoltre, un uomo anziano, in gravi condizioni di salute, sdraiato sul letto. Ogni volta per andare in bagno deve farsi aiutare da quattro persone. Non è questo il luogo in cui deve stare, questa struttura non è attrezzata a offrirgli adeguate cure mediche.

È altrettanto grave che siano internate persone che stanno richiedendo asilo. Per loro esistono apposite strutture: i Cara (Centri di Accoglienza per i Richiedenti Asilo). Ma a causa della disorganizzazione e del disinteresse generale, anche loro finiscono in questo purgatorio. Nel Centro, inoltre, esiste il rischio concreto di violenze derivanti dalla convivenza forzata delle diverse etnie. Una situazione che rischia di diventare esplosiva.

Eppure in pochi conoscono la situazione reale. A Ponte Galeria non esiste trasparenza. L’accesso è consentito a pochi. Qui sono negate le visite alle associazioni umanitarie. Persino i consiglieri regionali, che normalmente entrano in carcere senza preavviso, non possono entrare. Su questo abbiamo presentato, insieme alle associazioni Antigone e Progetto Diritti, un ricorso al Tar del Lazio.

Ora il Parlamento si appresta ad approvare un ulteriore prolungamento dei tempi di permanenza dagli attuali sessanta giorni fino agli inaccettabili sei mesi. Una decisione scellerata: queste strutture sono un obbrobrio dal punto di vista giuridico. Come Regione Lazio, faremo da subito una battaglia per garantire almeno la salute di chi vi è rinchiuso. Presto chiederemo di aprire un tavolo affinché si assicurino le cure del servizio sanitario regionale a tutti i ristretti nel Cie sulla base del principio della universalità delle prestazioni mediche. È poco, ma per chi si trova oggi a Ponte Galeria si tratterebbe di una misura minima di vitale importanza.

Immigrazione: Marrazzo; non scordiamo dignità uomini e donne

di Mauro Buonocore

 

Terra, 25 giugno 2009

 

Il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo si è recato in visita, insieme con una corposa delegazione, al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Lì sono "ospitate" attualmente più di 300 persone: 187 uomini e 115 donne. Sono maghrebini, nigeriani, peruviani, cittadini delle repubbliche ex sovietiche, albanesi, senegalesi, iracheni e palestinesi oltre che rom e rumeni nati in Italia ma senza cittadinanza. Pochi sanno cosa accade a Ponte Galeria. La trasparenza non è mai stata una caratteristica di questo luogo in cui sono state negate visite anche alle associazioni umanitarie e ai consiglieri regionali (che possono entrare in carcere senza preavviso).

 

Presidente Marrazzo cosa ha visto durante la visita?

Molte donne e uomini. E mi ha colpito la loro condizione. In molti ci hanno fatto richieste di ogni tipo: verificare le condizioni mediche, anagrafiche e di cittadinanza. Credo siano cittadini del mondo ai quali debba essere data una risposta. Il personale della Croce rossa, mi ha poi raccontato il tipo di attività che svolgono dentro la struttura. Uscendo dal Centro ha dichiarato che bisogna "lavorare affinché le strutture mantengano un sistema di accoglienza decoroso".

 

Che contributo può dare la Regione Lazio?

Non si può dimenticare la dignità degli uomini e delle donne, da qualunque parte del mondo essi vengano. Credo che un contributo importante possa essere la capacità di separare queste strutture da un percorso penitenziario, per farle diventare luoghi che devono accogliere per breve tempo. Mi impegnerò perché si riescano a dare maggiori segnali di umanità. Come Regione, invece, possiamo intervenire direttamente sui temi dell’assistenza sanitaria, sulla quale facciamo e continueremo a fare tutto il possibile, per assicurare alle persone del Cie, in collaborazione con la Croce rossa, tutto il sostegno possibile.

 

La permanenza massima nei Cie è di 60 giorni anche se, con la nuova normativa sulla sicurezza in discussione al Senato, potrebbe arrivare fino a 6 mesi. Cosa ne pensa?

La mia impressione è che il rischio di aumentare i tempi di permanenza sia molto alto. Non sono favorevole a una soluzione di questo tipo, perché chi si trova in un centro di identificazione ed espulsione non dovrebbe essere trattenuto per mesi. Abbiamo il dovere di far rispettare la legge ma ogni norma dovrebbe tenere in massimo conto la dignità degli esseri umani. Bisogna lavorare in due direzioni: rendere più decorosi i centri e, a mio avviso, limitare il periodo di permanenza. Abbiamo saputo del suo interessamento, insieme con quello dell’assessore Meri, al caso di Basharat, il pachistano aggredito e finito in coma a Roma dopo un’aggressione razzista.

 

Come si combatte l’intolleranza e la violenza che dilagano a Roma e nel Paese?

Il razzismo si combatte tutti i giorni, non lasciando alcuno spazio a nessuno di quei tentativi, piccoli e grandi, a cui siamo costretti ad assistere ogni giorno. Non si può accettare che si torni a misure che ricordano da vicino l’apartheid, come è successo, o a provvedimenti che mettano in discussione quel rispetto a cui ogni essere umano ha diritto. Si tratta di una barriera di civiltà: non possiamo accettare che venga sfondata nemmeno per un millimetro, perché ogni danno che tolleriamo è un brutto passo indietro verso l’intolleranza. Non dovremmo dimenticare che quando i nostri nonni erano immigrati hanno dovuto sopportare il razzismo sulla loro pelle, e spesso ne hanno portato le ferite per tutta la vita. Non dobbiamo consentire che le discriminazioni razziali, possano ancora trovare spazio nella nostra società.

 

Il Lazio ha approvato leggi a sostegno dei detenuti, degli immigrati, delle fasce sociali più deboli. Quale sarà la vostra prossima frontiera dei diritti?

La "declinazione" delle fasce più deboli purtroppo è lunga, e non dobbiamo dimenticare che non si tratta di insiemi indistinti ma di persone che hanno diritto ad aspettative e soprattutto a una vita dignitosa. Credo che fare tutto il possibile per aiutarle a ottenere i propri diritti sia un dovere preciso di un’amministrazione. Si tratta, tra l’altro, anche di un modo ragionevole per evitare tensioni sociali e lavorare a quello che considero un valore assoluto: l’integrazione".

Immigrazione: il Prefetto Morcone; il Cie? solo per chi delinque

di Stefano Galieni

 

Liberazione, 25 giugno 2009

 

Il Prefetto Mario Morcone è responsabile del "Dipartimento libertà civili e immigrazione" del ministero dell’interno, a cui compete la gestione operativa dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie). A breve dovrebbe divenire legge il prolungamento dei tempi di trattenimento dei migranti (da 2 a 6 mesi), un provvedimento su cui sono state espresse numerose perplessità.

"Intanto aspettiamo l’approvazione. Sei mesi comunque debbono divenire il tempo massimo e non la norma. E coloro che dovranno restare per tutto quel periodo debbono vedersi assicurata una qualità del trattenimento particolare. Penso ad attività sportive o a coni di informatica. Insomma a gestire meglio il tempo. Poi, come ha affermato più volte il ministro, occorreranno altri Cie nelle regioni che ne sono sprovviste".

 

Parlando anche con i funzionari di polizia si sente dire che tempi così lunghi sono inutili…

Dobbiamo lavorare e auspicare che nei Cie entrino solo le persone che effettivamente siamo determinati a rimpatriare, coloro che hanno dato chiari segnali di non rispettare le regole o la convivenza civile. Ottenere che, di fronte all’ipotesi di sei mesi di trattenimento, decidano di farsi identificare e rimpatriare. Ma è importante che nei Cie non ci finiscano "badanti" irregolari, lavoratori in nero, sia perché non sono persone che destano pericolo sociale sia perché, cinicamente, è anche una questione di costi.

 

Ma questo non rischia di creare una condizione di discrezionalità al di fuori dalla legge?

Il fatto che la detenzione amministrativa sia una forma di prigione senza condanna è una realtà che fa parte degli ordinamenti di tutti i paesi europei. Anzi, dopo la direttiva Ue che fissa a 18 mesi i tempi massimi, che ha anche impedito l’arbitrio di una detenzione a tempo indeterminato, noi ci siamo attestati su sei mesi. La detenzione nei Cie non è mai una cosa bella. Io non ho mai pensato che i Cie fossero luoghi di villeggiatura. Se riusciamo a garantire un effettivo accompagnamento al paese di provenienza si può gestire, ma sempre evitando di rinchiudere irregolari che non determinano problemi".

 

Di fatto girando nei Cie capita di trovare molto spesso ex detenuti che hanno già scontato la pena e rom dell’ex Yugoslavia.

Sono due problemi reali. Per gli ex detenuti due anni fa è stato sottoscritto fra i ministeri di grazia e giustizia e dell’interno, il protocollo per avviare un percorso comune. Per fare cioè in modo che l’identificazione venga fatta in carcere. Ma chi esce dal carcere continua a resistere all’identificazione, nella speranza di poter avere un foglio di via e restare, irregolarmente, in Italia.

 

Non se ne vedono ancora di risultati…

Questo in gran parte è purtroppo vero. Per i rom la questione è ancora più complessa. Spesso sono nati in Italia o addirittura figli di persone nate in Italia. Non hanno una registrazione anagrafica di un paese che non esiste più e infatti non possono neanche procurarsi documenti. È una questione che riguarda qualche migliaio di persone e che non si può risolvere né con trattenimenti nei Cie né con espulsioni non eseguibili. Credo che la soluzione passi per una revisione della legge sulla cittadinanza. Si tratta di persone e bisogna trovare una via di uscita.

 

Nel frattempo in alcuni Cie le condizioni di vita peggiorano. Cosa pensa della situazione di Ponte Galeria a Roma?

Ponte Galeria è uno dei centri più difficili. Oltre trecento "ospiti" in uno spazio in cui si è abusato di troppo ferro e di troppe sbarre, sembra quasi un circo. La gara d’appalto per la nuova gestione è scaduta e dobbiamo ripensare il centro stando più attenti alla qualità dei servizi. È un centro della "prima generazione" e andrebbe ripensato alla luce di strutture migliori come Bari o Torino. Ma smontare Ponte Galeria non è facile, anche dal punto di vista dei costi. Però mi permetta di dire una cosa: da due anni noi abbiamo aperto i centri a operatori dell’informazione, istituzioni locali e associazioni. Giustamente ci arrivano segnalazioni rispetto alle cose che non vanno, si denunciano le inefficienze e questo personalmente mi è anche utile per poter monitorare ogni centro. Però mi sarei aspettato anche una collaborazione positiva delle istituzioni; c’è stata solo in Emilia con l’associazione "S.O.S. Donne", che garantisce servizi al Cie di Bologna. Per il resto tutti si sono tenuti alla larga quando si è trattato di collaborare.

 

Forse perché in molte Regioni più che la mancanza di coraggio politico non si condivide l’esistenza dei Cie?

Capisco e rispetto, ma è un atteggiamento che non porta alcun beneficio ai poveretti che ci sono dentro. Le istituzioni dovrebbero svolgere un ruolo di verifica costante ma anche dare una mano.

 

E cosa dice rispetto ai nuovi Cie che dovrebbero aprire?

Si faranno. Nelle regioni in cui ce n’è bisogno e anche in questo caso gradiremmo una collaborazione. Se le Regioni ci indicheranno dove realizzarli lo faremo. Se non ci daranno indicazioni si faranno ugualmente.

 

A proposito, ci sono spazi come quello di Cagliari Elmas, che sono stati utilizzati anche come Cie.

Sì da febbraio ad aprile siamo stati costretti a riconvertire in Cie alcune strutture. A gennaio era accaduto a Lampedusa, poi a Crotone e a Cagliari. Per Cagliari dal 15 maggio la struttura è tornata a essere un centro di accoglienza. D’altra parte sorge in un comprensorio militare, è difficile garantire ingresso e uscita. Ci sono stati anche problemi perché un ragazzo fuggendo è scappato sulla pista di volo dell’aeroporto scatenando le proteste dell’aviazione civile. Comunque posso assicurare che non diventerà il Cie sardo, non ne ha i requisiti, sarà un centro di accoglienza e transito come Lampedusa, con meno posti e meno strutture.

 

Ma non avverte su di sé la responsabilità della vita di ogni persona che transita in uno dei Cie?

Sì, è spesso in questo ruolo che mi sono sentito esposto e mi sono domandato cosa sarebbe meglio fare per me. Forse sarebbe facile scappare e alleggerirmi dal ruolo ma non ne sarei orgoglioso. Sono un funzionario dello Stato e voglio giocare tutta la partita, sapendo che a volte riuscirò a fare cose soddisfacenti ma che molte altre occasioni mi riserveranno tristezze. Ma è un impegno a cui non intendo sottrarmi.

Immigrazione: il Senato ha bocciato la sanatoria per le badanti

di Carlo Lania

 

Il Manifesto, 25 giugno 2009

 

Decine di migliaia di badanti irregolari che da anni vivono e lavorano nel nostro paese rischiano adesso di ritrovarsi disoccupate e di precipitare nella clandestinità. Una situazione drammatica, che inevitabilmente finirà per ripercuotersi - anche dal punto di vista penale - sulle famiglie che le ospitano e che proprio alle loro mani hanno affidato la cura e l’assistenza di anziani, familiari malati e bambini,

È quanto accadrà tra pochi giorni, quando il Senato avrà definitivamente approvato il disegno di legge sicurezza che, tra le altre cose, introduce anche il reato di clandestinità. Per scongiurare questa possibilità, che da settimane angoscia migliaia di famiglie e di lavoratrici, nei giorni scorsi il Pd aveva presentato un emendamento in cui si chiedeva una sanatoria per le circa 600 mila persone, tra badanti, colf e baby-sitter che già oggi lavorano in Italia. Emendamento bocciato ieri dalle commissione Giustizia e Affari costituzionali al cui esame si trova il testo di legge, e dove sull’esigenza di mettere fine a una situazione paradossale, visto che riguarda persone fondamentali per l’assistenza familiare, ha prevalso quella di procedere il più velocemente possibile all’approvazione del ddl tanto caro alla Lega.

Un voto favorevole alla sanatoria avrebbe infatti comportato un nuovo passaggio alla Camera (il quarto) ritardando così ulteriormente l’approvazione del provvedimento. "Oggi si poteva compiere un primo passo verso la legalità - commenta la senatrice Emanuela Baio, presentatrice dell’emendamento bocciato -, ma nonostante l’evidenza dei dati e l’importanza anche economica che la regolarizzazione delle badanti avrebbe comportato, la maggioranza preferisce il lavoro nero".

Le conseguenze, drammatiche per le lavoratrici straniere, non saranno leggere neanche per le famiglie che le ospitano. Sempre secondo quanto previsto dal ddl, infatti, chi ospita un immigrato irregolare rischia l’arresto da 6 mesi e 3 anni e una multa fino a 5 mila euro. "Ironia della sorte vuole che molte famiglie hanno chiesto ormai, una o due volte, di regolarizzare la posizione di queste collaboratrici - conclude Baio - ma il governo preferisce che siano clandestine".

Da settimane ormai ai centralini di associazioni come le Acli arrivano telefonate di persone preoccupate per quanto potrebbe accadere. Sono 600 mila le lavoratrici domestiche iscritte all’Inps, e si calcola che almeno altrettante siano in una situazione di irregolarità, pur lavorando stabilmente presso una famiglia. "Le conseguenze di questa situazione potrebbero essere drammatiche", spiega Raffaella Maioni, responsabile nazionale delle Acli-Colf. "Stando alla nostra esperienza le famiglie non rinunceranno comunque all’aiuto offerto da queste persone, ma è chiaro che il clima di terrore che si è creato intorno agli stranieri potrebbe creare reazioni difficili da prevedere. Stiamo pagando una gestione non coscienziosa dei decreti di ingresso - prosegue Maioni - mentre servirebbe la programmazione di un nuovo decreto flussi".

E dire che solo poche settimane fa era stata il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna a chiedere di non criminalizzare le badanti. Richiesta accolta da Roberto Maroni, che aveva promesso un suo impegno in tal senso. "Terremo conto - aveva detto alla festa della polizia il titolare del Viminale - delle situazioni che hanno un forte impatto sociale come quella delle badanti". Ma si trattava solo di promesse elettorali.

Droghe: Rapporto Onu; sbagliato criminalizzare i consumatori

di Giampaolo Cadalanu

 

La Repubblica, 25 giugno 2009

 

Un secolo di repressione non è bastato: a cent’anni dalle prime misure contro l’uso di stupefacenti è arrivato il momento di ragionare sulle possibili alternative. Lo chiede in modo aperto l’Ufficio dell’Onu su droga e crimine, ponendo l’accento, per la prima volta da quando è stato fondato, sulla necessità di modificare l’approccio al problema. Serve "meno impegno della polizia con gli utenti, più sforzo con i trafficanti", si legge nella prefazione firmata dal direttore Antonio Maria Costa.

Con le inevitabili prudenze del suo ruolo, l’agenzia "apre" all’ipotesi di politiche diverse dal carcere per i tossicodipendenti. "La droga continua a essere una minaccia per la salute", si legge nelle prime righe del rapporto 2009 Unodc, e viene ribadito che "legalizzare le droghe sarebbe un errore storico". Ma è come se lo studio mettesse le mani avanti, per poi avanzare riflessioni più "rivoluzionarie", tanto che l’Huffington Post arriva a titolare con entusiasmo: "L’Onu sostiene la depenalizzazione".

L’agenzia ammette persino che per la pubblica opinione "il controllo delle droghe non sta funzionando". Esaminando con un’inedita apertura le ragioni portate dagli antiproibizionisti, l’Unodc rivendica a sé l’allarme per i grandi incassi che i divieti portano alla criminalità organizzata e sottolinea: "Questi sono argomenti validi".

Secondo Costa, la soluzione è elementare: "Più controllo sul crimine, ma senza diminuire i controlli sulla droga". Poche righe più avanti si ribadisce l’esigenza della "tutela della salute dei tossicodipendenti", insistendo sulla necessità di combattere il traffico, invece che reprimere il consumo.

Antonio Maria Costa ribadisce che il compito della sua agenzia è quello di tutelare allo stesso tempo salute e sicurezza. L’Unodc pone un "doppio no": no alle droghe, no al crimine. "Il crimine organizzato", scrive il direttore, "non scomparirà con la legalizzazione della droga": per tenere in vita le mafie bastano altri traffici.

L’ipotesi di una "raccomandazione" delle Nazioni unite ai paesi membri, simile alla campagna contro la pena di morte, non sembra praticabile: "È una decisione che spetta alle singole nazioni", dice Costa al telefono, ribadendo poi che "per l’Onu i reati legati agli stupefacenti non vanno considerati delitti capitali".

In sostanza, sono tre le osservazioni da fare: la prima, riguarda le campagne d’ordine che chiedono di punire con il carcere chi viene sorpreso con uno spinello. "È come mandare un giovane all’università del crimine", dice il direttore dell’Unodc, "con il rischio di rendere irreversibile una tendenza che ancora può cambiare". Costa critica anche "le legislazioni che impongono pene troppo severe, poi non applicate".

E l’abitudine a cambiare prospettiva - e leggi - su base politica. "La dipendenza è una malattia. E non esistono terapie di destra o di sinistra per cancro e diabete". L’allusione è a molti governi occidentali: da quello Usa a quello italiano, che nel 2006 ha cancellato la distinzione fra sostanze "leggere" e "pesanti". Ma soprattutto a quello di Gordon Brown, che sulla base di valutazioni elettorali voleva spostare la cannabis nell’elenco delle sostanze più pericolose, ignorando platealmente le raccomandazioni degli scienziati, dallo stesso premier mobilitati sull’argomento.

Droghe: nella Regione Lazio, tossicodipendente 1 detenuto su 3

 

Notiziario Aduc, 25 giugno 2009

 

I detenuti presenti nei 18 penitenziari del Lazio sono 5.634, di cui 3.622 italiani e 2.012 stranieri. Un terzo della popolazione carceraria è tossicodipendente, con una netta prevalenza di uomini (1.655) rispetto alle donne (74), e circa la metà appartiene alla cosiddetta "area del consumo problematico" di sostanze stupefacenti, con un’incidenza notevolmente superiore alla popolazione non reclusa. Questa, secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati a ieri, la fotografia dei detenuti tossicodipendenti che affollano le carceri laziali.

Agli operatori dei Sert che li assistono quotidianamente tra le mura dei penitenziari è dedicato il manuale redatto dall’area di programmazione dei servizi per i soggetti deboli della Regione Lazio, in collaborazione con un gruppo di lavoro tecnico composto da esperti del settore, e presentato questa mattina durante un convegno che si è svolto alla Regione Lazio al quale ha partecipato, fra gli altri, il vice presidente della giunta, Esterino Montino.

Mondo: pena di morte; chiesta la moratoria per i reati di droga

 

Notiziario Aduc, 25 giugno 2009

 

Il 26 giugno è la Giornata internazionale contro le droghe e i traffici e l’Anti-Death Penalty Asia Network (Adpan), di cui fanno parte lo Human Rights Watch e l’International Harm Reduction Association (Ihra), chiede che i Governi asiatici non applichino la pena di morte per i crimini associati alle droghe.

Amnesty International è membro dell’Adpan. È grande e diffusa la richiesta di abolire o limitare la pena di morte. Solo pochi Paesi la applicano, e nel 2008 venticinque Paesi l’hanno eseguita. L’Adpan, lo Human Watch e l’International Harm Reduction Association si oppongono a tutte le esecuzioni per violazione dei diritti fondamentali.

In Asia sono sedici i Paesi che applicano la pena di morte per crimini connessi alle droghe, e molti non forniscono informazioni alle Agenzie internazionali, rendendo difficile calcolare esattamente il numero delle esecuzioni. I dati in possesso su Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia rivelano che è alta la percentuale delle esecuzioni per crimini connessi alle droghe.

Le Organizzazioni mondiali per i diritti umani sono particolarmente preoccupate per quanto avviene in Cina, Indonesia e Vietnam. Malgrado questi Paesi applichino politiche repressive, non ci sono dati sulla riduzione dei traffici illeciti, e non ci sono prove che la pena di morte sia un deterrente.

L’ultima ricerca condotta dallo Human Right Watch nel 1988 e aggiornata nel 1996 e nel 2002 sulla connessione tra il numero di omicidi e la pena di morte, concluse: "Non ci sono prove che le esecuzioni siano, rispetto all’ergastolo, un grande deterrente. Ed è difficile che una prova ci sarà. Non ci sono prove a sostegno dell’ipotesi che sia un deterrente". L’Onu e la Commissione Onu per i diritti umani hanno concluso che la pena di morte per i crimini connessi alle droghe ha fallito nell’affrontare i crimini più gravi, e la pena di morte è autorizzata solo in "casi eccezionali" dove "c’era una volontà di uccidere e una vita è stata eliminata" (Documento Onu, A/HRC/4/20,29 gennaio 2007, par. 53).

L’Alta commissione per i diritti umani e l’Ufficio antidroghe e crimini dell’Onu hanno espresso perplessità sull’applicazione della pena di morte in casi di droghe.

Le condanne a morte sono spesso eseguite senza un giusto processo. In Brunei, India, Laos, Singapore e Malesia la pena è obbligatoria per alcuni reati di droghe, non lasciando al giudice alcuna discrezione. La pena di morte obbligatoria viola i parametri internazionali del giusto processo. Le sentenze devono tenere conto dell’individuo per evitare sentenze inumane, crudeli e degradanti.

Singapore e Malesia, che hanno il tasso più alto di esecuzioni pro capite, applicano la pena di morte ai trafficanti anche dopo una sentenza di presunta colpevolezza. Alle volte le confessioni sono strappate, non c’è una adeguata assistenza legale, lasciando molti nell’impossibilità di difendersi adeguatamente.

Una severa legislazione penale impedisce lo sviluppo dei programmi di salute pubblica per i detenuti tossicodipendenti, per i familiari, le comunità e gli Stati.

Recentemente Cina, Malesia, Vietnam hanno migliorato i programmi antidroghe per la riduzione dei danni contro la diffusione del virus dell’Hiv, dell’epatite C, e altre malattie pericolose per il singolo e socialmente.

Ricerche dimostrano che politiche repressive minano i progressi per altre politiche di recupero sociale. La pena di morte non solo viola i diritti umani, ma è anche controproducente nel ridurre i danni causati dalle droghe. In occasione della giornata Onu contro le droghe, l’Adpan, Amnesty International, Human Rights Watch and Ihra chiedono ai Governi asiatici di: introdurre immediatamente una moratoria sulle esecuzioni in vista di abolire la pena di morte, seguendo le risoluzioni Onu 62/149, e 63/168; intervenire sulle legislazioni che prevedono la pena di morte per reati connessi alle droghe; abolire l’obbligatorietà della pena di morte; pubblicare il numero delle esecuzioni e rendere noti i verbali dei processi; adoperare la Giornata mondiale antidroghe per enfatizzare le politiche di salute pubblica che prevengono i danni derivati dal consumo di droghe.

Grecia: inasprite le sanzioni, contro l’immigrazione clandestina

 

Ansa, 25 giugno 2009

 

Il parlamento greco ha approvato un emendamento legislativo che prevede pene sino a 20 anni di reclusione per i trafficanti di esseri umani e che estende a 12 mesi il periodo massimo in cui i clandestini potranno essere detenuti nei campi di raccolta. L’emendamento è passato con il voto della maggioranza conservatrice e il sostegno dell’estrema destra, fronte al no dell’opposizione di sinistra, e comprende misure già contenute in un pacchetto anti-clandestini per frenare il flusso migratorio, varato recentemente dal governo. Tra le altre misure previste dal pacchetto, l’apertura di campi di raccolta in varie parti del Paese e la creazione di una Commissione di Coordinamento fra tutti i ministeri interessati.

Togo: abolisce la pena di morte; è il 94° stato, a livello mondiale

 

Ansa, 25 giugno 2009

 

Il parlamento del Togo ha votato all’unanimità l’abolizione della pena di morte alla presenza del Primo Ministro spagnolo, Jose Luis Rodriguez Zapatero. Il Togo è così diventato il 15° Membro dell’Unione africana ed il 94esimo paese al mondo ad abolire la pena di morte per tutti i crimini.

Zapatero si è fatto portavoce di una campagna per la moratoria mondiale sulla pena di morte, primo passo per la sua abolizione. Il Primo Ministro Spagnolo ha affermato con orgoglio che il Togo, oggi, ha fatto sentire alta la sua voce per la giustizia e la dignità umana. Solo nella Capitale del Togo, Lomè, si contano 6 detenuti nel braccio della morte. Kokou Tozoun, Ministro della Giustizia, ha dichiarato: "Penso che sia la migliore decisione che abbiamo preso in questo anno … non abbiamo il diritto di dare la morte a qualcuno se sappiamo che la morte non è una cosa buona per dare". Sembra comunque che il paese non abbia effettuato una esecuzione dal 1978.

 

 

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