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L’extracomunitario e la fase processuale
In
una ricerca come quella che stiamo conducendo, diventa estremamente importante
fissare l’attenzione sulla fase processuale per meglio intendere come lo
Stato, nella fattispecie quello italiano, si ponga di fronte agli stranieri che
entrano in contatto con la realtà giuridica e normativa da esso garantita.
Mancando ad oggi un’indagine unitaria che tenga conto appunto di tutte le fasi
processuali, analizzate sia dal punto di vista della giurisdizione dello stato
ospitante, sia da quello dell’ospite, abbiamo dovuto servirci principalmente
di fonti dirette, come interviste ad avvocati, magistrati, agenti di polizia
dell’area fiorentina e ad extracomunitari tuttora detenuti o ex detenuti nel
Carcere di Sollicciano. Al
contributo del prof. Dal Lago, Preside della Facoltà di Scienze della
formazione di Genova, siamo riconoscenti per le interviste che egli ha raccolto
dai giudici di Milano, Parma e Bologna, alle quali abbiamo attinto. Un
ringraziamento va anche all’avvocato torinese Massimo Pastore (membro
dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, ASGI, che ci ha
rilasciato una particolareggiata intervista, fornendoci tra le altre
un’emblematica sentenza pronunciata dal Tribunale di Torino. Buona
parte del materiale su cui si basa la disamina contenuta in questo capitolo è
costituita da sentenze e fascicoli del Tribunale e della Corte d’appello di
Firenze. Il dato che emerge da questa ricerca assume pertanto il valore di
indagine personale, con l’intento di dimostrare che, nella fase processuale,
cioè in quell’iter delicatissimo e complesso che conduce il perseguito ad
esiti determinanti per la sua vita futura, lo svolgimento e i risultati cui si
perviene, dipendono talvolta da variabili estranee alla norma giuridica, che
investono la discrezionalità dei singoli rappresentanti istituzionali, sia
durante il giudizio sia - quel che è più difficile da descrivere - a monte di
esso. Intendo
far rilevare, infatti, come verrà specificato nel § 1, che all’arresto
dell’extracomunitario contribuiscono valutazioni spesso aprioristiche e
soggettive, mentre le difficoltà di lingua, conoscenza e comprensione delle
norme giuridiche vigenti, costituiscono un ulteriore (e non secondario) scoglio
per superare il quale la macchina giudiziaria richiede spesso la sensibilità e
il senso umanitario di chi è chiamato a svolgere quei delicati compiti
istituzionali.
L’arresto e la convalida dell’arresto
L’art.
380 del Codice di procedura penale (C.p.p.) elenca i casi di arresto
obbligatorio in flagranza: si tratta di tutti quei delitti per i quali, se vi è
flagranza di reato gli agenti di Polizia giudiziaria (P.g.) sono tenuti a
procedere all’arresto. Si tratta di dodici casi, tra i quali solo cinque hanno
attinenza con la nostra ricerca, in quanto è assai remota la possibilità che
gli altri sette (ad esempio i delitti contro la personalità dello Stato)
possano rientrare in una casistica ricorrente tra gli extracomunitari. -
Al punto ‘d’ l’articolo citato contempla il delitto di ‘riduzione in
schiavitù’, in base all’art. 600 del Codice penale (C.p.), il cui dettato
è quanto mai sintetico: "Chiunque riduce una persona in schiavitù o in
una condizione analoga alla schiavitù è punito con la reclusione da cinque a
quindici anni". È
intuibile che dall’interpretazione di questo articolo nascano oggettive
difficoltà per la P.g. che risulta, in un certo senso, chiamata dalla legge
stessa ad esercitare la sua azione discrezionale. Nell’ambito di questo
articolo rientrano alcuni dei fenomeni oggi più visibili e più contestati
dall’opinione pubblica, primo fra tutti la prostituzione ‘selvaggia’,
gestita prevalentemente da albanesi e nigeriani, e il commercio di ragazzini,
soprattutto dell’est europeo, costretti in condizioni di schiavitù a
mendicare o al lavoro nero. L’arresto
in questi casi presenta enormi ed oggettive difficoltà in quanto non basta alla
P.g. constatare che una prostituta batte il marciapiede: già normalmente per
arrestarla occorre una concomitanza di fattori che rendono il fermo
problematico; per ipotizzare poi il delitto di riduzione in schiavitù commesso
dai suoi sfruttatori, occorre addirittura che questa denunci di essere stata
costretta a prostituirsi sotto minaccia di un male futuro (sia posta cioè sotto
ricatto, com’è il caso di prostitute albanesi che vengono picchiate e
minacciate di morte). Con
i ragazzini, la cosa è ancora più complicata perché per essi, minorenni e
indifesi, trovare il coraggio di sporgere denuncia è ancora più improbabile
che per le prostitute, e solo una ‘soffiata’ o l’esposto di qualche
cittadino può provocare l’intervento della polizia. (<1">1) Gli
arresti per questo reato sono così difficili e talmente sporadici che la voce
‘prostituzione’ non rientra neppure nelle tabelle rilasciate dall’Ufficio
studio statistica della criminalità della Questura di Firenze per il
quadriennio ‘95-’98. (<2">2) Bisogna
anche aggiungere che l’intervento da parte della P.g. non è facile né scevro
da aspetti drammatici: i ‘viados’ brasiliani, per esempio, hanno preso
recentemente l’abitudine di ferirsi e coprirsi di sangue per impedire
l’arresto, inducendo il timore di un contagio. (<3">3) Per quanto
concerne le prostitute, gli esponenti delle forze dell’ordine intervistati
dichiarano di provare un sentimento di solidarietà umana per le giovanissime
prostitute albanesi, e "spesso si cerca di evitare il fermo, anche perché
se esse venissero fermate e si volesse intervenire, non si saprebbe a chi
affidarle e quindi si lasciano andare al loro destino". (<4">4) Talvolta,
però, la polizia esibisce uno zelo sproporzionato al caso. Valga un esempio per
tutti: una sentenza della Corte d’appello di Firenze (<5">5) ne
conferma un’altra precedente del Tribunale, appellata dal Procuratore
generale, che assolveva un padre marocchino denunciato in contumacia perché,
tornato in Marocco, aveva abbandonato un figlio tra i 14 e i 18 anni d’età.
Il ragazzo, trovato a fare il lavavetri ad un semaforo, privo di documenti in
regola, risultava "soffrire la fame e senza dimora", secondo quanto
affermava un testimone, sulla scorta del quale il Pubblico ministero (P.m.) di
prime cure aveva convalidato la denuncia nei confronti del padre. Esibiti dal
difensore d’ufficio nuovi testimoni, fra i quali gli zii a cui il ragazzino
era stato affidato, appurato che egli non era abbandonato, ma che il padre lo
aveva sempre accudito ed era momentaneamente ritornato dalla famiglia rimasta in
Marocco, constatato inoltre, per esplicita ammissione del minore, che egli si
trovava a lavare i vetri all’insaputa dei parenti, la Corte d’appello
"attesa e deprecata l’inerzia del P.m. di prime cure" (nel cercare
ed escutere altri testi che pure esistevano), conferma la decisione del
Tribunale di prima istanza. -
Al punto ‘e’ dell’art. 380 C.p.p. si indica il delitto di furto aggravato:
in questo ambito rientra il taccheggio, reato sovente commesso da parte degli
extracomunitari ai danni di grandi magazzini o di negozi, specie di
abbigliamento. I reati, però, più frequentemente avvertiti dai cittadini sono
lo scippo e il borseggio, che avvengono con esiti talvolta drammatici. Qui
bisogna distinguere: se lo scippato resta incolume si tratta di furto aggravato
(art. 625 n. 4 C.p.), mentre se questi cade e si fa male si tratta di rapina
impropria (art. 628 C.p.). "Il fatto che si tratti di furto o di rapina non
dipende dallo scippatore ma dagli esiti". (<6">6) In
città a vocazione turistica, come Firenze, si verifica anche il classico furto
commesso da due zingare, una delle quali distrae l’attenzione del malcapitato
mentre l’altra si impossessa della borsa. Sempre di marca slava, nella
fattispecie rom, è il furto con impiego di minori, che si aggrava per aver
indotto a commettere il reato una persona non imputabile. L’attribuzione
di certi delitti a gruppi ben individuati di stranieri "non risponde a
considerazioni razzistiche, ma ad una semplice constatazione di fatto",
afferma Giuseppe Soresina del Tribunale di Firenze. (<7">7) Senza
voler contestare il parere del magistrato, salta all’occhio che se non vi è
razzismo, vi è almeno una sinecura che denota, a monte, un atteggiamento
inconsciamente discriminatorio, come giustamente faceva notare lo speaker del
TG2 di venerdì 26 febbraio 1999, annunciando l’incredibile vicenda di una
giovane donna nordafricana che, fermata a Linate con due bambini in tenera età,
pur esibendoli sul suo passaporto, non ne è stata creduta la madre, ma è stata
fermata con l’accusa di commercio di minori e tradotta a San Vittore. Lì è
stata trattenuta dal Sostituto procuratore Ilda Bocassini che, nonostante la
donna minacciasse il suicidio per il timore che i figli a lei sottratti fossero
morti, non si è minimamente curata di ordinare la prova del DNA, visto che si
partiva dal presupposto che i documenti fossero contraffatti. Solo reiterati
interventi dell’assistente sociale e la denuncia dei media hanno messo in
movimento la macchina della giustizia, che ha appurato l’effettiva maternità
della donna e la sua totale innocenza. Al
punto ‘f’ dell’art. 380 C.p.p. è menzionato il delitto di rapina e di
estorsione (ex artt. 628 e 629 C.p.), imputabile a "chiunque per procurare
a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza o minaccia, si
impossessa di cose mobili altrui sottraendole a chi le detiene" (rapina), o
a "chiunque mediante violenza o minaccia costringendo taluno a fare o a
omettere qualche cosa procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui
danno" (estorsione). In pratica accade che se qualcuno ruba, poniamo, un
motorino, si tratta di rapina, ma se il ladro o chi per lui telefona al
legittimo proprietario proponendogli la restituzione dell’oggetto in cambio di
una somma di denaro, allora si tratta di estorsione. (<8">8) Molti
quotidiani italiani hanno riportato la cronaca di una rapina avvenuta a Bergamo
lo scorso anno: un’anziana signora fu aggredita per strada da un malvivente
che, minacciandola con una mazza da baseball, le strappava la collana e la
borsa. Alle sue urla disperate accorrevano due poliziotti trovatisi a passare di
lì. Vedendo allontanarsi di corsa due uomini, uno bianco e uno nero,
insegulvano, raggiungevano e arrestavano il nero, con grande sdegno della
signora che, convocata in Questura, li accusava di aver lasciato fuggire il
ladro e di aver fermato l’unico passante che 1 avesse soccorsa inseguendo il
rapinatore. (<9">9) È
risaputo che l’estorsione più difficile e redditizia, praticata dalla
malavita italiana su vasta scala, è quella che in gergo si definisce ‘pizzo’.
Si tratta della minaccia rivolta ad un commerciante o a un esercente, di fargli
saltare l’attività o il negozio se rifiuta di accettare la ‘protezione’
dei malviventi. È opportuno prendere atto che oggettive condizioni impediscono
(almeno per il momento) agli extracomunitari di praticare questo tipo di
estorsione, per il fatto che esso richiede un impegno di mezzi, di uomini, di
controllo del territorio, difficilmente gestibile da una malavita non
organizzata. Da qualche tempo però le ben attrezzate cosche del nostro paese,
particolarmente al sud e nelle zone urbane, hanno cominciato ad attingere
‘forza lavoro’ fra le disperate schiere di emigrati che si ritrovano qui
privi di mezzi di sostentamento e ad utilizzarli come manovali del crimine in
questo campo. (<10">10) -
Il punto ‘h’ del C.p.p. contempla i delitti concernenti sostanze
stupefacenti o psicotrope, puniti a norma dell’art. 73 del D.P.R. 309/90,
salvo ricorra la circostanza prevista dal comma 5 del medesimo articolo.
(<11">11) Stando
all’intervista rilasciata dal Commissario della Squadra mobile Sezione
narcotici della Questura di Firenze, (<12">12) l’ambito di
discrezionalità che questo articolo concede lascia davvero interdetti per il
fatto che il comma 5 fa oscillare l’arresto da obbligatorio a facoltativo
"secondo la discrezionalità della P.g.". Egli continua spiegando che: Per
valutare la lieve entità bisogna valutare le condizioni oggettive e soggettive
in cui il fatto ricorre. Intendo con le prime il tipo e la quantità di
sostanza: se siamo cioè in presenza di eroina, cocaina, LSD è una cosa, se in
presenza di hashish e cannabis è un’altra. In genere la dose giornaliera
tollerata oscilla fra uno e tre grammi; se invece c’è un etto di droga,
allora la situazione cambia. Se un soggetto viene trovato con venti bustine di
0,5 grammi ciascuna, viene meno la lieve entità. Ancora: bisogna vedere se lo
stupefacente è stato occultato (se per esempio è stato nascosto sotto il letto
c’è l’arresto) oppure se viene trovato sul comodino (in questo caso c’è
denuncia a piede libero). Quanto alle condizioni soggettive: se si tratta di un
tossicodipendente incensurato e trovato in possesso di poche dosi si procede
alla denuncia a piede libero; se lo stesso ha precedenti penali per reati di
droga e viene trovato in possesso di poche dosi si procede all’arresto. Se
invece siamo in presenza di uno spacciatore abituale la lieve entità viene
meno, anche se trovato con due o tre bustine. Per il reato di stupefacenti si ha
il fermo di P.g. se il soggetto è senza fissa dimora, se invece ha dimora
stabile, viene denunciato a piede libero. La
discrezionalità che la legge autorizza risulta confermata dall’avvocatessa
Monica Poggi nella seguente intervista: (<13">13) D:
Cosa mi dice della denuncia a piede libero? R:
Si ha per reati lievi, per piccoli reati. Per gli extracomunitari è difficile,
per un italiano no. D:
Qual è l’equivalente della denuncia a piede libero di un italiano, nel caso
di un extracomunitario? R:
Può essere un arresto in flagranza o un’ordinanza di custodia cautelare:
dipende dalla natura della situazione. Se a uno straniero trovano una bustina di
droga lo arrestano in flagranza perché ce l’ha in tasca. D:
Come possono arrestarlo in flagranza se non c’è lo scambio? R:
Perché non possono? Per loro non ha importanza. Hanno arrestato due giorni fa
un ragazzo africano che camminava con la sua convivente italiana che aveva
diciannove bustine. Non stavano spacciando; hanno fatto una normale
perquisizione e gliele hanno trovate in tasca. Non solo hanno arrestato lei
dicendo che le diciannove bustine erano destinate sicuramente allo spaccio, ma
hanno arrestato anche lui che le camminava accanto. Gli hanno fatto persino la
perquisizione a casa senza trovare niente: non c’era la bilancina. Interviene
anche un nordafricano presente in quel momento nello studio dell’avvocatessa
perché sottoposto due volte a percosse durante la custodia cautelare a
Sollicciano per detenzione di droga, uscito dal carcere ha denunciato
l’Ispettore di Polizia penitenziaria che lo ha malmenato e ha dovuto pertanto
chiedere il patrocinio della Poggi. Egli dichiara testualmente: Sono
in Italia da dieci anni e ho visto certe storie ...Ci sono delle persone da
vent’anni immigrate a Firenze, camminano per strada; le ferma la polizia per
il controllo dei documenti perché hanno la faccia di stranieri; se poi ad una
persona accanto a te trovano un sacchetto di bustine dicono che è roba tua e ti
danno cinque anni e quattro mesi. Ti rovinano la vita. (<14">14) [Avv.]
Ti tirano fuori delle scuse inverosimili: nel caso dei due di prima stavano
entrando in un bar e il giudice ha detto che era inverosimile che l’uomo non
sapesse che lei aveva la droga. Per questo qui [il nordafricano citato sopra] il
fatto è diverso: è stato arrestato perché la polizia era appostata e ha visto
il suo compagno vendere la droga, prendere i soldi, incontrarsi e camminare con
lui; hanno detto che ha dato i soldi a questo e hanno configurato il concorso
dicendo che erano entrambi d’accordo: uno dava le bustine e l’altro le
spacciava. Così hanno arrestato anche lui: cioè per loro essere in due diventa
automaticamente concorso... Non è che vanno a vedere. Alla
domanda: "Arrestando due persone o due gruppi, italiano e extracomunitario,
vi sono, a vostro avviso, pregiudizi da parte della P.g.?", quattro
rappresentanti delle forze dell’ordine hanno risposto decisamente di no.
(<15">15) Prendiamo un campione di sentenze del Tribunale di Firenze.
Tre tunisini vengono arrestati perché in "concorso tra loro detenevano a
fine di spaccio modiche quantità di eroina e metadone, eroina che, in singole
dosi, vendevano a persone non identificate". Il Tribunale assolve tutti e
tre gli imputati per non aver commesso il fatto, annotando nel dispositivo che
le prove addotte per l’arresto erano "incomplete, solo indiziarie ed
estremamente labili". (<16">16) Un
tunisino viene arrestato perché aveva scambiato ‘qualcosa’ con altre due
persone ‘parlottando’; i poliziotti in normale pattugliamento al Parco delle
Cascine, osservato lo scambio, si qualificano, ma il giovane fugge e, raggiunto,
risulta assolutamente ‘pulito’; non ha su di sé né droga né denaro; lo
spaccio è pura supposizione. Il Tribunale lo assolve perché il fatto non
costituisce reato. (<17">17) In
un verbale d’arresto depositato presso la Corte d’appello di Firenze,
(<18">18) i carabinieri descrivono una consegna e successiva vendita
di eroina che vede implicati tre italiani, colti in flagrante: due marocchini
che si trovano nella zona in compagnia di tre autoctoni, per il solo fatto di
avere l’aria di guardarsi intorno ‘sospettosamente’ sono classificati come
‘pali’ e, avendo avuto poi la malaugurata idea di darsi a precipitosa fuga
alla richiesta di documenti, sono raggiunti e anch’essi denunciati per spaccio
di droga: per un reato, cioè, che materialmente non avevano commesso. Restando
sempre in Corte d’appello, annotiamo il caso di un siriano il quale, detenuto
per concorso con altri, giudicati separatamente per spaccio di eroina
"continuato da epoca imprecisata fino alla data del fermo", viene
condannato a due anni e sei mesi di reclusione e a sette milioni di multa.
Mantenuto in carcere nonostante la richiesta di revoca o sostituzione della
misura cautelare, viene assolto dal reato a lui ascritto per non aver commesso
il fatto in quanto la Corte ritiene: non
esservi in atti prova ogni oltre ragionevole dubbio della colpevolezza del
prevenuto: la mera circostanza che egli nel pomeriggio del 1919196 fosse
nell’edificio abbandonato ove certamente erano avvenuti nei giorni precedenti
degli episodi di spaccio non è sufficiente ad affermare la compartecipazione di
B. all’attività illecita contestata. In realtà le risultanze probatorie
dibattimentali non hanno in alcun modo chiarito la natura dei rapporti tra il B.
e gli altri fermati, né hanno evidenziato alcun elemento significativo circa la
durata della presenza dell’imputato nell’edificio in questione, né infine
hanno indicato dati dai quali poter dedurre che B. fosse una delle persone che
hanno beneficiato del traffico. (<19">19) Due
marocchini e un tunisino detenuti per avere posseduto dieci grammi di eroina
pura, fatto aggravato dal concorso, sono stati condannati ciascuno a quattro
anni di reclusione e a ventotto milioni di multa perché nei pressi di Scandicci
tre agenti li avevano "scoperti a confabulare" in un podere
abbandonato dove, sotto una pianta, avevano occultato un involucro contenente
eroina. La Corte d’appello ne assolve due per non aver commesso il fatto,
annotando nella sentenza che la conversazione fra i tre poteva riguardare un
soggetto diverso dalla detenzione di droga; i reperti (cellophane e altro)
rinvenuti nell’abitazione abbandonata, e quindi accessibile a chiunque,
potevano appartenere ad altri; i due si intrattenevano con il terzo, la cui
condanna viene confermata, non necessariamente per aiutarlo a spacciare e,
ammesso che essi conoscessero la sua attività, ciò non è considerabile un
reato, in quanto è ammissibile che un amico confidi a persone di cui si fida i
propri segreti. (<20">20) -
Il punto ‘m’ dell’art. 380 C.p.p. elenca i delitti di promozione,
direzione, costituzione e organizzazione dell’associazione per delinquere
prevista dall’art. 416, commi 1 e 3 C.p., che definisce appunto come tale
un’associazione di tre o più persone, (con aumento di pena se risultano oltre
dieci associati). Questo tipo di reato è, nella pratica, commesso
prevalentemente da italiani in quanto appartiene alla prassi delle grandi
associazioni criminali. Un
commissario di polizia fa osservare che stabilire la condizione
dell’associazione per delinquere è per le forze dell’ordine operazione
assai ardua poiché richiede un numero elevato di intercettazioni telefoniche,
appostamenti, pedinamenti e via dicendo. Per quanto concerne gli
extracomunitari, egli sostiene che un simile reato è riferibile solo allo
spaccio di droga, coinvolge un numero abbastanza elevato di persone e spesso gli
stranieri non sono ‘imprenditori in proprio’, ma fanno capo ad
un’associazione verticistica quasi sempre in mano ad autoctoni. Sempre secondo
questa testimonianza, non esistono discriminazioni operate all’atto
dell’arresto di stranieri, che potrebbero essere giustificate dalla
discrezionalità consentita dal C.p.p. Alla domanda se, pur restando
nell’ambito dell’oggettività, vi sia la tendenza da parte della polizia ad
accorpare le responsabilità e ad utilizzare questo articolo del Codice anche
quando non vi sia la certezza di un’effettiva associazione per delinquere,
egli nega decisamente, come negano, di fronte alla stessa domanda, gli altri
suoi colleghi intervistati. (<21">21) Conferma
questa affermazione il tabulato dell’Ufficio studio statistica della
criminalità della Questura di Firenze a cui si è fatto già cenno: nei quattro
anni presi in esame, dal ‘95 al ‘98, per nessun gruppo di extracomunitari
compare mai la dicitura associazione per delinquere’; il che vuol dire che
effettivamente l’incidenza di questo reato è minima, almeno nella città di
Firenze. L’art.
381 C.p.p. dispone i casi di arresto facoltativo in flagranza: da questi bisogna
espungere i tre che hanno attinenza con questa indagine, ma si deve sottolineare
come anche in questo caso il Codice penale autorizzi un ampio margine di
discrezionalità, giacche l’articolo citato al comma 4 recita: "Nelle
ipotesi previste dal presente articolo si procede all’arresto in flagranza
soltanto se la misura è giustificata dalla gravità del fatto, ovvero dalla
pericolosità del soggetto desunta dalla sua personalità o dalle circostanze
del fatto". -
Il punto ‘e’ del succitato articolo richiama l’articolo 336 C.p., che
disciplina la violenza o minaccia a pubblico ufficiale o ad un incaricato di
pubblico servizio. Secondo
molti avvocati, assistenti sociali e poliziotti, la dicitura di ‘oltraggio’,
‘resistenza’ e ‘violenza’, compare sul verbale di arresto quasi
sistematicamente riguardo ad arrestati che presentano lividi e ferite. In questi
casi i poliziotti dichiarano sempre di essersi dovuti difendere dalla violenta
reazione del fermato. (<22">22) Su
duecentosette arrestati per droga, a Milano, in un arco di tre mesi del 1997,
solo la componente straniera (per la precisione ventiquattro persone) accusa
lividi e ferite al momento dell’arresto, certificati dal medico della prigione
all’atto dell’incarcerazione. (<23">23) Un
tunisino trentaseienne si rivolge al Tribunale penale di Firenze con una lettera
aperta in cui denuncia "una brutta storia fabbricata dal Commissariato di
Sesto Fiorentino". In questa lettera si legge che egli, essendo senza fissa
dimora, nel febbraio del 1994 cercava un posto per dormire al coperto, dato il
forte freddo. Notato e fermato da agenti di pattuglia perché sospettato di
detenere droga, è stato manganellato e colpito con il calcio della pistola,
ammanettato, chiuso in un furgone al buio, denudato completamente, perquisito
anche nelle parti intime: il tutto dalla mezzanotte alle due del mattino, quando
quella che egli definisce ‘tortura’ ha termine ed egli viene tradotto a
Sollicciano con un’accusa di resistenza a pubblici ufficiali, e non altro,
giacché non deteneva droga. (<24">24) È quindi credibile che
episodi di resistenza, oltraggio e violenza a pubblici ufficiali si verifichino,
ma certo con bassissima incidenza, in quanto, come giustamente osserva un
interprete del Tribunale di Firenze, l’extracomunitario sa bene che
un’eventuale resistenza non può che costituire un’aggravante della sua
posizione. (<25">25) Non
si può neppure negare, tuttavia, che si possano verificare anche episodi di
violenza da parte delle forze dell’ordine quali quello descritto dal tunisino
succitato. All’atto dell’arresto possono sorgere notevoli malintesi fra le
due parti, anche a causa delle difficoltà di comunicazione in quanto spesso il
poliziotto italiano è monolingue, mentre l’extracomunitario o conosce solo il
suo dialetto o al massimo mastica un po’ di francese o di inglese. Sarebbe
forse il caso, data la situazione, di contemplare la presenza di un interprete
anche sulle volanti di pattuglia, almeno laddove (come nelle grandi città o
nelle zone di sbarco) appaia l’evidente probabilità di un’azione di
controllo esercitata su immigrati. -
Il punto ‘f’ dell’articolo citato parla di lesioni personali riferendosi
all’art. 582 C.p. Se le lesioni provocate sono giudicate guaribili in meno di
venti giorni si procede a denuncia solo su querela di parte; se il periodo va
dai venti ai quaranta giorni l’arresto è facoltativo; dai quaranta giorni in
poi l’arresto è obbligatorio. Però
anche qui c’è margine di discrezionalità l’arresto resta facoltativo se la
lesione giudicata guaribile in quaranta giorni è stata prodotta con pugni, ma
se prendiamo l’articolo 585 C.p., la stessa lesione con la stessa prognosi,
provocata pero con le armi, rende l’arresto obbligatorio. (<26">26) La
discrezionalità è quindi di difficile e delicata gestione, sia da parte della
polizia che della magistratura, ed è talvolta all’origine di arresti
ingiustificati, come quello revocato dalla IV Sezione penale del Tribunale di
Torino nei confronti di due imputati centroafricani. Due agenti di polizia, su
segnalazione dei vicini che sentono schiamazzi provenire da un appartamento,
arrivano mentre è in corso una violenta lite fra un uomo e una donna di colore.
Nessuno dei due presenta ferite. Il litigio continua anche in presenza degli
agenti, ammessi nell’alloggio senza alcuna opposizione. Questi decidono di
procedere all’identificazione dei due, forniti entrambi di documenti in regola
e del permesso di soggiorno. A questo punto, non si sa perché, gli agenti
ammanettano l’uomo per portarlo in Questura, ma egli, a detta dei poliziotti,
divincolandosi e cercando di contrastare la loro azione tendente a condurlo
fuori dall’appartamento, si ferisce al capo, battendo contro il vetro della
porta e inizia a sanguinare copiosamente. Nel frattempo la donna tira gli agenti
per la cintura affinché lascino il compagno. Nel tafferuglio uno degli agenti
si ferisce al dito ammanettando l’uomo, l’altro si fa male alla spalla
spingendo il fermato attraverso la porta d’ingresso dell’alloggio. La
denuncia sottolinea che in Questura, dove il ferito fu portato dopo un breve
ricovero all’ospedale, non ci fu alcun atto di resistenza alle forze
dell’ordine da parte degli imputati ivi ricongiunti. La sentenza assolve i due
imputati dai reati loro ascritti di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni
colpose "perché i fatti sono stati commessi in presenza di una causa di
giustificazione". Estremamente interessante è la critica nei confronti
dell’azione delle forze dell’ordine contenuta nel dispositivo, che parla di: un’attribuzione
apodittica [da parte dei due poliziotti] di un’assoluta irrilevanza ai
documenti esibiti ai fini dell’identificazione degli imputati viceversa
perfettamente validi ed efficaci - [la quale] presupponeva oggettivamente e
palesemente un grave ed ingiustificato pregiudizio nei confronti
dell’imputato, fondato unicamente sul fatto che fosse uno straniero
extracomunitario. [È evidente nuovamente]... la sproporzione tra la finalità
perseguita e gli strumenti adottati dagli agenti, che non può che trarre
fondamento da un pregiudizio secondo il quale i soggetti extracomunitari, in
quanto tali, sono portatori di diritti e garanzie minori rispetto alla generalità
delle persone e possono, in particolare, essere ‘dissuasi’ con mezzi
coercitivi anche tanto invasivi quanto quelli descritti, a prescindere dai
motivi ‘regali’ che ne sono alla base. Nella misura in cui tutto ciò
consista in una discriminazione fondata sull’appartenenza etnica e sociale del
soggetto interessato dalla coartazione, è chiaro che la condotta degli agenti
(...) fu una prepotenza, un sopruso, basato su del settarismo e della
provocatorietà. Né la sostanza del presente giudizio può mutare, laddove si
ritenga che tale condotta trovò non solo un sostegno improprio, ma anche
un’apparente giustificazione, nella prassi della Questura di Torino di cui si
è fatto cenno - e che, se confermata, meriterebbe quanto meno una definizione
meno grossolana, da parte dei responsabili dell’ufficio - poiché, tanto sul
piano oggettivo, della vicenda nella sua concretezza, quanto sul piano
soggettivo, della percezione che ne ebbero gli imputati, arbitrio e vessazione
vi rimangono intatti. Pertanto gli imputati vanno assolti dai reati a loro
ascritti, ai sensi del terzo comma dell’art. 530 C.p.p. (<27">27) -
Al punto ‘i’ l’art. 381 C.p.p. contempla il furto semplice (ex art. 624
C.p.), ma questo, a detta di tutti i commissari di polizia consultati,
rappresenta non più che un’ipotesi accademica poiché non si verifica quasi
mai, giacché le circostanze aggravanti elencate nell’art. 625 sono tali da
far rientrare il reato nell’ambito del furto aggravato, che pertanto si
concreta nell’arresto obbligatorio. Per intenderci: si potrebbe parlare di
furto semplice nel caso di furto di un’autoradio da una macchina aperta in
pieno giorno, ed è questa fattispecie piuttosto rara. (<28">28) I
reati di cui si è fino qui trattato rientrano nella grande categoria di quelli
citati per l’arresto obbligatorio o facoltativo, con oscillazioni, come si è
visto, da una categoria all’altra, riferibili sempre alla discrezionalità che
la legge consente; c’è però da aggiungere che per gli extracomunitari, una
posizione di particolare rilievo assume l’art. 495 C.p. che contempla "la
falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su
qualità personale propria o di altri". È questo, dell’esibizione di
falsa identità o di più identità fasulle in sequenza, un reato diffusissimo
tra gli extracomunitari, che viene lapidariamente e comunemente definito nelle
sentenze col termine latino di alias. Uno
straniero vuole comprensibilmente ‘proteggere’ la sua reale identità, per
mantenerla intatta e non ‘bruciarla’ in uno o più processi. Nel caso, poi,
che egli venga appunto processato più volte, l’esibizione di una identità
diversa dalla precedente lo fa apparire di volta in volta incensurato. C’è di
più: data l’estrema difficoltà per un nuovo arrivato ad ottenere il permesso
di soggiorno una volta scaduto il visto turistico di ingresso in Italia, in caso
di decesso di un compatriota (la cui salma viene rimpatriata a spese
dell’ambasciata), o nel caso in cui il compatriota decida per motivi vari di
ritornare al paese, si verifica un ‘passaggio di testimone’ da un soggetto
all’altro: vale a dire che il regolare in uscita, o i parenti del defunto,
cedono per amicizia o per compenso i documenti al compatriota sprovvisto di
permesso di soggiorno, il quale da quel momento risulta essere l’altro.
(<29">29) La situazione è quindi estremamente complicata, e, una
volta di più gestita a discrezione dai magistrati del tribunale e della
pretura; non essendo la norma penale nettamente delineata, neppure risulta
esistere (almeno a Firenze) uniformità di comportamento fra i due organi, come
osserva Eva Celotti, della Corte d’appello di Firenze: Un
altro punto sul quale sorgono perplessità è la questione del nome reale di
quello che ha avuto un’imputazione ex art. 495 C.p. per false generalità
fornite al pubblico ufficiale. C’è una tesi che dice che se non sappiamo la
sua reale identità non lo possiamo condannare. Devo dire che inizialmente
questa tesi mi trovava molto favorevole, cioè io non condannavo, poi però mi
sono capitati casi di dieci alias per un unico individuo, e allora ho cominciato
a pensare che tutto sommato qualcosa non andava bene. Ora penso che le prime
generalità date le posso ritenere buone e in base a quelle io lo condanno,
anche perché ci sono accertamenti dattiloscopici che si tratta sempre della
stessa persona. (<30">30) Un
Sostituto procuratore della repubblica ribadisce: Con
gli extracomunitari non c’è una giurisprudenza unanime sul problema delle
false generalità: se io accerto per esempio che un magrebino arrestato, dagli
esami dattiloscopici risulta avere alle spalle diversi alias, applico 1 art. 495
C.p. che, fra l’altro, prevede una pena di un certo rilievo perché la minima
è di un anno. So per sentito dire che in Pretura [di Firenze] assolvono perché
non sono in grado di provare quali di questi nomi sono falsi. Io invece contesto
sempre il 495 perché il mio ragionamento è: se una volta dico di chiamarmi
Tizio, poi Sempronio, poi Caio, evidentemente nessuno di questi nomi è quello
esatto perché il mio vero non lo spenderò mai e perciò, siccome le vere
generalità non saltano mai fuori, mi sembra doveroso contestarlo.
(<31">31) Mentre
per gli stranieri della Comunità Europea l’identificazione è un fatto
relativamente semplice, per gli immigrati dal terzo mondo le difficoltà sono
quasi insuperabili, in quanto i vari consolati raramente collaborano. I fermati
sono ovviamente molto restii a ‘spendere’ il loro vero nome e molti paesi,
come la Tunisia, non hanno neppure un’anagrafe. Essa identifica infatti i suoi
cittadini attraverso il patronimico: in questo paese tutti hanno il ‘Ben’
dopo il nome proprio, che in pratica vuol dire ‘di’; l’altro punto di
riferimento è la famiglia, quindi quando nasce un bambino lo si indica come
figlio di Tizio della famiglia di..., ecc. Per una società arcaica qual è la
tunisina tale sistema può anche funzionare, ma presenta non pochi problemi per
le questure occidentali. Ora, poi, con le guerre accadute nella ex Iugoslavia,
non c’è da sperare che un emigrante di quelle zone possa presentare documenti
d’identità validi, la polizia locale non può infatti consultare dati da
archivi che non esistono più. L’intrico
di articoli e di commi in cui si muovono sia la magistratura, sia le forze
dell’ordine, sia, soprattutto, i devianti extracomunitari, è per questi
ultimi complicato dal D.L.G.S. 25 luglio 1998 n. 286, che disciplina
l’immigrazione e rende esecutive le norme sulla condizione dello straniero
indicate nella Legge 6 marzo 1998 n. 40 art. 6. In esso si riprende la
tradizionale materia dei controlli nel territorio aggiornandone la disciplina:
si sottolinea, fra l’altro, il dovere dello straniero di esibire i documenti
se richiesto e la sua punibilità nel caso non lo faccia. (<32">32)
Lo smarrimento di tali documenti dev’essere comprovato dalla denuncia
presentata agli organi competenti e comunque, nel caso di momentanea
indisponibilità del passaporto, ciò deve essere sempre giustificato
dall’attestato dell’ufficio o ente che lo trattiene. Sulla scorta di questa
legge la Pubblica sicurezza di Firenze denuncia l’algerino I.K. perché,
dietro richiesta, egli non aveva esibito i documenti: il denunciante parte dal
presupposto che l’imputato li abbia distrutti per proteggere la propria
identità personale. La distruzione o l’occultamento dei documenti è materia
regolata dall’art. 7 bis del D.l. 30/12/89 n. 416 e le pene previste sono di
una certa entità. Il Giudice per le indagini preliminari (G.i.p.) proscioglie
l’imputato non costituendo reato il fatto, giacché il giudice accetta la
giustificazione addotta dall’algerino, di essere stato fermato poco lontano
dalla sua abitazione dove aveva dimenticato, cambiandosi d’abito, passaporto e
permesso di soggiorno. (<33">33) Ad
arresto o fermo avvenuto, entro quarantotto ore, il P.m., qualora non debba
ordinare l’immediata liberazione dell’arrestato o del fermato, richiede la
convalida al G.i.p. competente, pena l’inefficacia dell’arresto o del fermo.
(<34">34) L’iter giudiziario, a questo punto, è illustrato da un
Sostituto procuratore della repubblica: L’arresto
è un atto di competenza dell’ufficiale di P.g. Esso decide se arrestare o non
arrestare, poi l’arresto deve essere comunicato al P.m. di turno che ne vaglia
la legittimità o meno e può fare diverse cose: o dire che l’arresto è
illegittimo perché non ci sono i presupposti e disporre l’immediata
liberazione; o dire che è legittimo, ma non ritenendo di applicare particolari
misure cautelari come il carcere o gli arresti domiciliari disporre
l’immediata liberazione chiedendo la convalida al G.i.p.; oppure, dicendo che
l’arresto è legittimo, si possono applicare le misure cautelari. Dopodiché
si possono fare due cose: o si mandano gli atti al G.i.p., o si manda
l’imputato in direttissima. Questo è ciò che dice il Codice, ma in realtà
spesso l’ufficiale di P.g. dice: - Abbiamo trovato Tizio che ha fatto questo,
quello e quest’altro, noi potremmo procedere all’arresto nel caso di arresto
facoltativo, nel caso di arresto obbligatorio lo dobbiamo fare. In caso di
arresto facoltativo la P.g. può capitare che chiami chiedendo: cosa dice? Lo
arrestiamo o no? Di fatto uno interloquisce e dice: guardate un attimo... può
darsi che si riescano a dissuadere i pubblici ufficiali dal procedere
all’arresto. Poi dipende da come uno si pone; io normalmente ho la tendenza,
non dico a mantenere le distanze, ma ad attenermi alla lettera del Codice. Sono
convinto che l’arresto sia un atto della Polizia che debba essere passato al
vaglio del P.m., che è un magistrato a tutti gli effetti e non discuto più di
tanto. L’arresto è un atto vostro, me lo comunicate. Io potrei in un secondo
tempo non chiedere la convalida e ciò non crea problemi con la P.g.; certo per
un pubblico ufficiale, quando un P.m. gli dice che ha fatto un arresto
illegittimo è scocciante, ma il primo vaglio del magistrato è fatto per
garantire tutti i cittadini Certamente per gli extracomunitari la faccenda si
complica: se viene arrestato un cittadino italiano, innanzitutto viene
immediatamente identificato anche se non ha appresso un documento
l’identificazione è più semplice. Invece l’identificazione di uno
straniero che non ha con sé un documento è complicata. Gli si fa la foto e si
prendono le impronte digitali, si immettono nel computer e si vede se ha degli
alias; però l’accertamento sulle sue vere generalità viene effettuato sui
presunti paesi d’origine di questi signori tramite Interpol, con tempi anche
lunghi L’importante è l’identificazione fisica della persona e quella c’è
tramite le impronte digitali, ma io non posso sapere immediatamente a quale nome
appartengono quelle impronte digitali. (<35">35) Nel
circondario di Firenze risulta che gli arresti convalidati sono circa il 98% del
totale, senza discriminazione fra italiani ed extracomunitari.
(<36">36) Fra i verbali d’arresto non convalidati spicca quello
stilato dalla Compagnia carabinieri di Firenze nei confronti di due giovani, un
libico e un marocchino, in cui si legge testualmente che i due soggetti hanno
attirato l’attenzione dei C.c. "perché dagli atteggiamenti e dalle
fattezze morfologiche apparivano tossicodipendenti". (<37">37)
La Questura di Firenze, a carico di due ‘protettori’ albanesi controllati
per strada, verbalizza: La
pericolosità degli stessi è desumibile dal fatto che i predetti sono originari
di Valona, zona tristemente nota per la particolare ferocia dei suoi abitanti,
dimostratasi nei gravi fatti di sangue di recente accaduti anche in Firenze e
avvalorata dal rinvenimento dei grossi coltelli scoperti all’interno
dell’autovettura in loro possesso. (<38">38) Simili
considerazioni, per quanto attinenti a due protettori e per giunta
effettivamente forniti di coltelli, autorizzano il sospetto di un punto di
partenza pregiudiziale cosicché non appare inverosimile la considerazione che: ...
se la polizia dedica una parte cospicua dei suoi sforzi per controllare zone
frequentate da extracomunitari e se a questa ‘attenzione privilegiata’ si
associa la propensione a non andare troppo per il sottile nell’individuazione
delle responsabilità individuali quando sono implicati cittadini stranieri, lo
studio dell’atteggiamento e delle disposizioni operative delle forze
dell’ordine diventa cruciale per comprendere se e in che misura i tassi
elevati di arresti e di denunce a carico di immigrati sono da attribuire alle
modalità con cui le agenzie di controllo selezionano preventivamente i soggetti
da immettere nel circuito penale". (<39">39) Ed
ancora: È
innegabile che oggi più che mai il dibattito sull’immigrazione assume toni da
guerra santa, con paladini che si combattono a colpi di slogan insensati e
ideologici. (<40">40) In
questo clima è forte la pressione dell’opinione pubblica sulla polizia per
chiedere maggiori controlli; i media enfatizzano queste richieste, come i
recenti disordini di Milano testimoniano. La
storia di Milano in mano alle bande di extracomunitari era una bufala mediatica,
infatti non se ne parla quasi più. Ma ha autorizzato altre risposte inutilmente
autoritarie. A Milano gli stranieri sono un decimo della popolazione, ma
costituiscono la metà dei detenuti del Carcere di San Vittore.
(<41">41) I
cittadini, del resto, ragionano solo in termini di risultati visibili,
prescindendo da qualsiasi valutazione dell’opera di prevenzione, come dice il
Commissario C.I., della Questura di Firenze. Egli aggiunge che "il
cittadino vuole vedere più polizia, ma vedere più polizia non vuol mica dire
essere più sicuri ... la gente dovrebbe diventare più adulta".
All’osservazione che il cittadino, ovviamente, non può avere la stessa
percezione delle emergenze che ha la Questura, la risposta è che tale
percezione risulta diametralmente opposta, in quanto il cittadino si sdegna per
fenomeni capillari che dal punto di vista criminale sono marginali per la
polizia, anche se essi effettivamente sono lesivi del senso comune di sicurezza.
Ciò che non è visibile, e quindi non incide direttamente sulla sfera del
privato di ognuno, non ha per l’opinione pubblica la minima importanza: Il
cittadino non si preoccupa affatto se in questa città nascono come funghi delle
finanziarie, se i passaggi di mano della proprietà di esercizi commerciali di
un certo livello sono frequentissimi se c’è un flusso di denaro che arriva e
riparte: il cittadino non lo vede! Noi dobbiamo mediare, alla fine. Dobbiamo
trovare un sistema che renda più vivibile la città, ma trovare anche lo
strumento che incida su quei fenomeni che sono meno visibili, che creano meno
disagi alla gente, ma che sono più pericolosi perché nel tempo porterebbero ad
un degrado del tessuto sociale molto più forte, per esempio, dei nomadi che
fanno un furto in casa, fenomeni che vedono come attori non extracomunitari. ma
italiani. (<42">42) Richiesto
se, secondo lui, il nuovo Codice di procedura penale fosse esaustivo e
garantista per tutti, il Commissario ha dato una risposta che appare degna di
essere annotata: "Rispondo con una frase lapidaria: le istituzioni sono
rappresentate da uomini, e in quanto tali possono essere perfettibili".
È
ovvio che devono sussistere gravi indizi di colpevolezza perché qualcuno possa
essere sottoposto alle misure cautelari. L’art. 274 C.p.p. indica i casi in
cui vengono disposte tali misure: quando esiste pericolo di fuga, di
inquinamento delle prove o quando vi sia presunzione di recidiva. Mentre
l’inquinamento delle prove ha rilevanza strettamente processuale, il giudizio
attinente gli altri due casi considera gli elementi di natura individuale,
soggettiva, che investono la personalità, cioè il quadro complessivo che va
dallo stile di vita, alle condizioni economiche sociali e giuridiche del
soggetto in giudizio. Va
da sé che l’immigrato extracomunitario si presenta all’udienza di convalida
in posizione svantaggiata rispetto ad un autoctono. Troviamo, da una parte
l’extracomunitario, spesso privo di documenti, o comunque del permesso di
soggiorno, e altrettanto spesso senza fissa dimora; dall’altra il giudice
della convalida che, sia pur volendo eliminare qualunque componente di carattere
pregiudiziale (la cui sussistenza però non può escludersi a priori), dovrà
comunque considerare di aver dinanzi un soggetto che non è in grado di offrire
alcuna garanzia circa la possibilità di fuga o di commettere altri reati. Il
giudizio emesso dovrà necessariamente basarsi su scarsissimi elementi
oggettivi: innanzitutto l’esistenza o meno di precedenti penali, poi la gravità
del crimine che viene imputato al fermato. Il
Codice di procedura penale è il riferimento cui il giudice italiano attinge: in
esso viene anzitutto enunciato il principio di adeguatezza in materia di misure
cautelari. (<43">43) In forza di tale principio il giudice,
nell’individuare quali misure vadano disposte, può applicarne di meno gravi. Ai
sensi dell’art. 291 co. l bis C.p.p.: "Nel corso delle indagini
preliminari il giudice può disporre misure meno gravi solo se il P.m. non ha
espressamente richiesto di provvedere esclusivamente alle misure indicate".
Egli tuttavia è obbligato a tener conto "della specifica idoneità di
ciascuna misura", rapportandola "alla natura e al grado delle esigenze
cautelari da soddisfare nel caso concreto’’, (<44">44) con
l’ovvia conseguenza che dovrà essere scelta la misura meno gravosa per
l’imputato tra quelle idonee a rispondere alle suddette esigenze. Al
principio di adeguatezza si raccorda il principio di proporzionalità, stando al
quale ogni misura ‘deve essere proporzionata all’entità del fatto e alla
sanzione che si ritiene possa essere irrogata’. (<45">45) Come dire
che il giudice, nel determinare la misura più idonea da adottarsi nel singolo
caso, dovrà tener conto non solo dell’attitudine della misura a soddisfare le
esigenze cautelari, ma anche della sua congruità rispetto alla gravità del
reato addebitato all’imputato, e quindi al peso della pena che, in concreto,
possa essergli irrogata. Una particolare specificazione del principio di
adeguatezza è quella sancita dal comma 3 dell’art. 275: la custodia cautelare
in carcere "può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti
inadeguata". Insomma, la custodia carceraria è riconosciuta come la più
gravosa tra tutte le misure cautelari: una sorta di extrema ratio da utilizzare
quando le misure cautelari non possono venire soddisfatte da nessuna diversa
forma di limitazione della libertà meno vessatoria. Il
garantismo del nostro C.p.p. è stato ulteriormente rinforzato dal comma 2 bis
inserito nell’art. 275 con Legge 8 agosto 1995 n. 332, secondo il quale la
misura della custodia cautelare non può essere disposta se il giudice ritiene
che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della
pena. La genericità dell’art. 275 venne avvertita dalla Cassazione penale
che, nel novembre 1996, sentì il bisogno di precisare quanto segue: Il
limite posto dall’art. 275 comma 2 bis C.p.p. all’adozione della custodia
cautelare quando sia prevedibile, in caso di condanna, la concessione del
beneficio della sospensione condizionale, vale esclusivamente per la custodia
cautelare in carcere o in luogo di cura, e non per gli arresti domiciliari che
costituiscono una misura coercitiva non qualificabile come custodia cautelare.
(<46">46) È
evidente come questo risulti estremamente vantaggioso per l’imputato autoctono
che, nella maggior parte dei casi, dispone di un domicilio e può, in un tempo
relativamente breve e senza il minimo sforzo, produrre il certificato del
casellario giudiziale, documento che nessun giudice si sognerà mai di mettere
in discussione. L’imputato extracomunitario, per contro, ha spesso come unico
certificato della propria identità solo se stesso; il casellario giudiziale di
riferimento è quello italiano giacché è impensabile rivolgersi ai paesi
d’origine, la cui definizione è peraltro molto aleatoria: resta quindi
l’accertamento dattiloscopico che, all’atto del fermo, dovrebbe essere
richiesto al Centro elaborazione dati (presso il Ministero di grazia e
giustizia) di Roma. I tempi d’invio delle informazioni, sono in Italia molto
dilatati, sicché la G.i.p. del Tribunale di Firenze Dania Mori, in
un’intervista concessaci al riguardo, (<47">47) confermava che nel
100% dei casi tali informazioni, che dovrebbero pervenire a Firenze nell’arco
massimo di novantasei ore, non arrivano mai prima del processo (con un ritardo
medio, quindi, di circa due mesi), e pertanto l’arrestato le attende quasi
sempre in carcerazione preventiva. Questo a meno che egli non disponga di un
domicilio accertato e che la sua richiesta di arresti domiciliari sia accolta. Supponendo
la lievità del fatto contestato e l’inesistenza di precedenti penali, la
possibilità di riottenere immediatamente la libertà da parte
dell’extracomunitario nell’udienza di convalida è veramente minima.
Addirittura si dà il caso in cui, durante un episodio di duplice arresto di un
italiano e di un palestinese, per la detenzione di un fucile alterato il primo,
per il furto di un giubbotto il secondo, pur essendo gli imputati amici e
conniventi, l’autoctono subisce una detenzione cautelare ridotta rispetto
all’extracomunitario il quale viene anch’egli rilasciato al termine di una
espiazione ridotta, ma comunque tale da risultare inferiore a quella presofferta
presso il carcere fiorentino di Sollicciano. (<48">48) Ad
aggravare la situazione di uno straniero vi è il fatto che molto spesso questi
non è in grado di richiedere l’applicazione di misure meno afflittive del
carcere, come l’arresto domiciliare. Ciò perché il soggetto, o non dispone
di un domicilio valido, o divide il suo alloggio con altri clandestini i quali,
proprio perché privi di permesso di soggiorno, non potrebbero esporsi al
rischio di continui controlli da parte delle forze di polizia.
(<49">49) Tra
le motivazioni di carattere non strettamente tecnico-legale, ma legate comunque
al contesto socio-culturale che influiscono sulla condizione giuridica
dell’extracomunitario, bisogna considerare la difficoltà che questi soggetti
trovano nel reperire una dimora stabile: spesso, a prescindere dal fatto che
risultino incensurati o meno, essi sono fatti oggetto di speculazioni da parte
di affittuari che non esitano a praticare affitti molto onerosi per locali
spesso anche igienicamente inadeguati. (<50">50) Bisogna però dire
che si incontrano da parte delle istituzioni notevoli difficoltà alla
concessione degli arresti domiciliari anche agli autoctoni. Illuminante
è a questo riguardo la nota del Ministero di grazia e giustizia.
(<51">51) Oggetto di tale nota è l’eseguibilità della concessione
degli arresti domiciliari: sfogliandola si legge che "viene segnalata da più
parti la difficoltà emergente ove si debba eseguire l’accompagnamento agli
arresti domiciliari di persona sottoposta in precedenza alla misura di custodia
cautelare in carcere". Si scopre così che: "la scorta incaricata
della traduzione del soggetto nel luogo indicato dall’ordinanza di
applicazione degli arresti domiciliari sovente ritrova: a.
le porte chiuse e il
domicilio inaccessibile; b.
familiari, congiunti o
conviventi della persona ristretta che rifiutano di accoglierla; c.
luogo inidoneo ad
allocarvi una persona (magazzino, casale, ecc.)."; segue
una accorata considerazione: "...in tali casi, come è evidente, la misura
è ineseguibile." Per
evitare il dilemma del luogo dove collocare il soggetto il quale, com’è
ovvio, non può essere rispedito in carcere, il Ministero di grazia e giustizia,
nella persona del suo direttore generale, sottolinea "...l’assoluta
imprescindibilità di accertare l’esistenza del domicilio e la disponibilità
dell’accoglienza: a.
in concreto; b.
prima
dell’emanazione del provvedimento; c.
con mezzo di sicura
affidabilità." Questa
disamina non è qui riportata per spirito polemico, ma perché offre la misura
di quanto sia complessa l’attuazione del provvedimento degli arresti
domiciliari per tutti, in generale, e quindi particolarmente per un
extracomunitario. L’applicazione
di tale misura nei suoi confronti può diventare così quasi automatica
nell’ottica del giudice quando le caratteristiche dell’arrestato e il
contesto in cui egli si trova a vivere corrispondono a un certo ‘tipo’ che
il magistrato ha in mente, o quando l’indagine preventiva raccomandata dalla
nota ministeriale appura che nessuna delle clausole sopracitate è soddisfatta.
(<52">52) Indubbiamente si riscontrano tipologie applicative
standard, da parte del P.m., del Giudice della convalida e del G.i.p.,
determinate sia dall’effettiva sussistenza di gravi difficoltà ad accertare
l’identità del fermato extracomunitario, sia dal fatto che questi spesso non
ha documenti e tantomeno permesso di soggiorno, sia ancora dal fatto che esso
non ha fissa dimora: la ripetitività di tali occorrenze ha innescato talvolta
nella prassi una sorta di iter standardizzato che penalizza l’elemento
socialmente più debole, vale a dire l’immigrato extracomunitario. Molti
elementi di riscontro suffragano l’esistenza di un tale iter di giudizio. Una
conferma ce l’offre l’intervista rilasciataci da Monica Poggi, in cui ella
dichiara che: ...se
un avvocato non chiede questo (arresti domiciliari o obbligo di firma) nessun
P.m. si sognerebbe di indagare se ci sono elementi in favore dell’imputato che
è in prigione, a meno che egli, appunto, non contatti un legale. Un italiano,
in circostanze analoghe, è automaticamente affidato ai servizi sociali. Lo
straniero va dritto filato a Sollicciano! (<53">53) Anche
Eva Celotti, Consigliere della la sez. penale della Corte d’appello di
Firenze, è d’accordo sui meccanismi perversi (altrimenti definibili come una
sorta di mancanza di interesse delle istituzioni) che affliggono le vicende
giudiziarie degli immigrati. A tale proposito ella fa notare che i magrebini
presenti in Italia, a forza di dedicarsi al commercio di stupefacenti, sono
diventati drogati anch’essi in buon numero e a titolo esemplificativo
confronta il caso di un italiano e di un magrebino, tossicomani. Il primo, se
condannato, può essere mandato agli arresti domiciliari perché possa (su sua
richiesta) frequentare il programma di recupero del S.e.r.t.; il secondo,
ammesso che abbia un domicilio, che abbia il permesso di soggiorno e che non sia
recidivo, non può neanche richiedere l’assistenza del S.e.r.t. in quanto
questa è garantita solo agli italiani a spese del comune di residenza. Per
questo, non avendo diritto agli arresti domiciliari per seguire tale programma
di recupero, il più delle volte se ne resta in carcere. (<54">54) Indagando
fra le sentenze emesse dall’ufficio G.i.p. del Tribunale di Firenze, saltano
agli occhi innumerevoli discrepanze di trattamento. Restando nell’ambito dello
spaccio di droga, un italiano viene trovato in possesso di quasi tre grammi di
eroina (una quantità stimata bastante per circa un mese di uso personale) e di
un coltello considerato arma: il G.i.p. lo condanna ad una pena complessiva poco
superiore ai quattro anni e a venticinque milioni di multa. Egli fa ricorso in
appello e viene assolto dall’imputazione per droga perché il fatto non
costituisce reato, e per l’imputazione di porto abusivo di arma gli vengono
comminati due mesi di arresto con la condizionale oltre a lire duecentomila di
ammenda. È pertanto libero. (<55">55) Nello stesso anno un tunisino
di venticinque anni viene trovato in possesso di 0,110 grammi di eroina non
salificata. Non risulta che sia recidivo, ma patteggia una pena di sei mesi di
reclusione e di tre milioni di multa; non ha potuto ricorrere in appello per la
complicazione dell’iter e le spese inerenti. Ha quindi scontato cinque mesi di
carcere, pur avendo un regolare domicilio a Bolzano e deve anche pagare le spese
del suo mantenimento durante la custodia cautelare. (<56">56) Ancora:
a un serbo di trentacinque anni colpevole di aver sottratto quindici telefoni
cellulari da un negozio e di aver reagito con violenza all’arresto, nonché di
aver tentato di fuggire su di un’autovettura rubata al proprietario,
danneggiandola, non vengono concessi gli arresti domiciliari, pur avendone fatto
richiesta la convivente, incinta di lui, bisognosa di cure per minaccia di
aborto, disposta ad ospitarlo e a mantenerlo avendo un lavoro regolare.
(<57">57) Quasi contemporaneamente viene arrestato un foggiano della
stessa età per detenzione di droga al fine di spaccio, il quale vanta un
certificato del casellario giudiziale di sei facciate, che attesta un’attività
delinquenziale iniziata nel 1984 e proseguita fra lesioni personali, detenzione
di stupefacenti, ricettazione reiterata, evasione, furto, guida senza patente,
oltraggio a pubblico ufficiale reiterato, detenzione illecita di armi, possesso
ingiustificato di valori. Il Tribunale penale di Firenze, IVa sezione, lo
rimette in libertà spedendolo al S.e.r.t. perché lo recuperi.
(<58">58) In
seguito, la Poggi ci mostra l’ordinanza del Tribunale di Firenze che riguarda
una vicenda anch’essa emblematica avente per oggetto due imputati
extracomunitari. Vengono arrestati due cittadini marocchini per il furto di un
cellulare appartenente ad un italiano e per il successivo tentativo di
estorsione ai danni di quest’ultimo di lire centomila a fronte della
restituzione dell’apparecchio. Lo scambio deve avvenire in un bar dove i due
vengono sorpresi e arrestati dalla polizia. Entrambi gli arrestati hanno i
documenti in regola, ma per uno dei due salta fuori un certificato penale
gravato da varie condanne. L’interessato nega disperatamente di avere
precedenti e fa notare di essere nato in una cittadina dell’entroterra
marocchino, mentre l’omonimo (secondo lui) titolare del certificato penale
risulta nato a Casablanca (che è notoriamente situata sulla costa). Il giudice
emana un provvedimento in cui si presume ci sia stato uno scambio di persona, ma
nonostante ciò applica all’uomo gli arresti domiciliali, mentre lascia libero
l’altro fermato. Ciò comporta per il condannato un rischio palese di
licenziamento e questo, su istanza del G.i.p., provoca la revoca della misura
cautelare degli arresti domiciliali con conversione in obbligo di firma quattro
volte la settimana ed obbligo della presenza in casa dalle ventidue alle sei e
trenta. Fa notare la Poggi che il giudice ha operato una disparità di
trattamento fra i due imputati, osservando che egli avrebbe dovuto o tenere il
primo marocchino agli arresti domiciliari in attesa di ottenere l’effettivo
certificato penale o rimettere in libertà il soggetto, alla stregua del
complice rilasciato. Se
in questo campo il nostro C.p.p. appare estremamente garantista, un tale
garantismo trova limite nella discrezionalità con la quale il magistrato
interpreta la norma. Ciò, sostiene la Poggi, più che a malafede e a volontà
precostituite, (<59">59) va segnalato come un’abitudine
dell’organismo giudicante ad adagiarsi sul mero ripetersi di contingenze
analoghe, ripetitività consolidata da una tipologia di sentenze molto simili e
crescenti per numero in rapporto all’incremento dell’immigrazione. Resta
quindi auspicabile un’applicazione delle norme riferita a criteri non
astrattamente scientifici di verità, ma più umanamente accordata alle
caratteristiche del contesto socio-culturale di provenienza e, soprattutto, di
permanenza in Italia dell’immigrato extracomunitario. Come osserva giustamente
Quassoli: Le
regole codificate nei codici legali non possono spiegare il comportamento di
coloro che operano nei tribunali. Esse sono invocate dopo la sentenza da
pubblici ministeri, giudici e avvocati come mezzi teorici che giustificano la
decisione presa (...). Le categorie sociali come schemi di classificazione sono
una parte costitutiva della realtà che esse descrivono e spiegano; tuttavia
esse non dovrebbero essere considerate separatamente dal contesto sociale che
contribuiscono a costruire. (<60">60)
Alla
tematica dei rimedi contro i provvedimenti applicativi delle misure cautelari
sono riconducibili i vari istituti inerenti la sfera delle impugnazioni. Al
riguardo la disciplina delineata dal Nuovo codice di procedura penale prende
logicamente le mosse dalla direttiva sancita nella legge delega circa la
‘riesaminabilità’, anche nel merito, del provvedimento che decide sulla
misura di coercizione dinanzi al tribunale in Camera di consiglio
(<61">61) e attorno ad essa costruisce un sistema organico,
imperniato sui mezzi del riesame, dell’appello e del ricorso per cassazione.
Tali mezzi di impugnazione obbediscono ovviamente al principio della garanzia di
un controllo ‘a posteriori’ in ordine ai presupposti del provvedimento
impugnato; per tutti questi mezzi vale comunque il principio generale fissato
dall’art. 588 co. 2 C.p.p. per cui le impugnazioni contro i provvedimenti in
materia di libertà personale "non hanno in alcun caso effetto
sospensivo". Lo
strumento del riesame nel merito è configurato dall’art. 309 C.p.p. come
utilizzabile esclusivamente avverso le ordinanze disponenti la misura
coercitiva, salvo che si tratti di ordinanze emesse dietro appello proposto dal
P.m. ai sensi del successivo art. 310. La titolarità del diritto al riesame è
attribuita solo all’imputato accanto al quale risulta menzionato anche il
difensore. La richiesta di riesame può essere proposta entro dieci giorni dalla
esecuzione o notificazione del provvedimento. La
competenza a decidere sulla richiesta di riesame spetta al tribunale del
capoluogo della provincia in cui ha sede l’ufficio del giudice che abbia
emesso l’ordinanza impugnata e, per speditezza processuale, deve essere
proposta direttamente alla cancelleria di quel tribunale. Questo deve emettere
la sua decisione nel termine di dieci giorni dalla ricezione degli atti
trasmessigli. (<62">62) Se la risposta non arriva entro quel termine
la misura coercitiva deve ritenersi immediatamente decaduta. Per
quanto concerne l’esercizio dei poteri decisionali da parte del tribunale
investito della richiesta di riesame, l’art. 309 co. 9 definisce con maggior
chiarezza rispetto al passato la tipologia dei provvedimenti adottabili dal
tribunale stesso: declaratoria di inammissibilità della richiesta,
annullamento, riforma o conferma dell’ordinanza sottoposta a riesame ed
eventuale revoca, non citata ma legittimamente prevedibile. Nel corso
dell’udienza potranno essere addotti dalle parti ulteriori elementi, e poiché
la legge attribuisce esplicitamente al tribunale il potere di provvedere anche
nel merito senza particolari vincoli sul piano della cognizione e della
decisione, ne consegue che l’ordinanza impugnata potrà venire riformata in
senso favorevole all’imputato anche per motivi diversi da quelli enunciati
nella richiesta. Al
contrario, la medesima ordinanza potrà venire confermata (ma mai riformata in
peius) anche sulla base di ragioni diverse da quelle indicate nella motivazione,
sulla scorta dunque di elementi già risultanti dagli atti trasmessi al
tribunale o addotti dalle parti in udienza e dai quali si possa desumere la
sostanziale giustizia della misura coercitiva applicata con il provvedimento
oggetto di riesame. Nel caso sfavorevole non è ammesso richiedere un nuovo
riesame ma, se siano nel frattempo intervenuti fattori nuovi o nuovi elementi
che confortino la speranza di un addolcimento della misura cautelare, si può
ricorrere con istanza al giudice di pertinenza (solitamente al G.i.p.). Se
questi non accetta di commutare la detenzione negli arresti domiciliari o
obbligo di firma, si può impugnare il suo provvedimento con l’appello al
Tribunale del riesame che dovrà decidere entro venti giorni dalla ricezione
degli atti. Quindi,
la richiesta di riesame si può presentare una sola volta, appena applicata la
misura coercitiva, mentre il ricorso in appello al Tribunale del riesame può
essere ripetuto durante ogni fase processuale, dopo essersi rivolti con esito
sfavorevole al giudice dal quale si dipende (al G.i.p. se si è nella fase delle
indagini preliminari, al tribunale, se si è nella fase dibattimentale). A
parte la ben nota farraginosità dell’iter giudiziario, ovviamente ingigantita
per uno straniero, si può constatare che su trenta campioni da noi presi in
esame presso il Tribunale della libertà di Firenze (indagine svolta avvalendoci
della cortese collaborazione del giudice Sergio Affronte, che ha selezionato per
noi alcuni casi, a suo avviso indicativi della procedura adottata e dello
standard dei ricorsi), solo uno era andato a buon fine. Occorre inoltre notare
che, riferendosi ad extracomunitari magrebini, lo standard dei reati per i quali
viene richiesto il riesame, è di detenzione e spaccio di stupefacenti, a cui
possono essere connessi resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. L’incidenza
di richieste di riesame da parte di extracomunitari è notevole rispetto al
totale poiché, per i motivi già esposti, il G.i.p. tende a non concedere a
questi ultimi la più mite misura degli arresti domiciliari. L’osservazione
che lo stesso Affronte ha espresso si richiama alla situazione già evidenziata
nel paragrafo precedente: egli sostiene cioè che l’automatismo stesso della
procedura, enfatizzato nel caso di extracomunitari da eventuali considerazioni
pregiudiziali o, in mancanza di esse, sempre da una ripetitività ossessiva
comporta "...un fondo di irrazionalità in ogni motivazione...". Tale
irrazionalità, nelle intenzioni del giudice, influenza un atteggiamento
giudicante che oscura la effettiva condizione psicologica, sociale ed economica
dell’imputato. Anzi, quest’ultima gioca un ruolo fondamentale come
aggravante, giacché in alcune ordinanze, persino la detenzione di poche decine
di migliaia di lire più del normale viene considerata come reato aggiuntivo e
dimostrazione di incallita propensione alla criminalità. (<63">63)
Questa tendenza delle istituzioni a criminalizzare gli immigrati senza lavoro ma
con danaro in tasca è confermata dal caso dell’ivoriano A.H., studente in
ingegneria ‘adottato’ e quindi mantenuto dalla famiglia della sua insegnante
di italiano del liceo fiorentino in cui questi ha conseguito la maturità
scientifica. Fermato dopo mezzanotte per un normale controllo, pur esibendo i
documenti in regola e il tesserino universitario, ha dovuto svegliare nel cuore
della notte la sua ‘madre adottiva’ perché spiegasse ai carabinieri che le
centomila lire di cui disponeva erano la sua ‘paghetta’ e non il provento di
loschi guadagni. (<64">64) Conclude
tristemente Affronte. "Più un extracomunitario commette il reato per
sopravvivere, più rimarrà dentro...’’. (<65">65) È
interessante analizzare due delle tre ordinanze del Tribunale della libertà di
Firenze in nostro possesso, in cui l’impugnazione dell’imputato straniero è
stata accolta. Un
magrebino, arrestato per la detenzione di tre grammi e mezzo di cocaina già
tagliata che, all’atto del fermo ha esibito false generalità, successivamente
identificato con certezza e risultato incensurato, chiede il riesame del
provvedimento che lo concerne adducendo anche la sua necessità di continuare a
frequentare un corso di pizzaiolo, determinante per il suo futuro, e di
continuare a lavorare (al nero) in un ristorante (attività entrambe svolte nel
comune di Firenze). Esibisce inoltre l’attestazione di avere domicilio nel
comune di Tavarnuzze. Il presidente e i due giudici del tribunale accolgono
l’impugnazione riconoscendo valide tutte le motivazioni addotte per essa, ma
senza accondiscendere in toto alle richieste dell’imputato gli prescrivono
l’obbligo di dimora nel comune di Tavarnuzze, impedendo in pratica al soggetto
di svolgere quelle attività che sia al presente che in futuro lo metterebbero
al riparo dalla recidiva di quel reato. (<66">66) La "taccia
d’irrazionalità" di cui parlava Affronte è, in questo caso, tangibile e
reale. Analoga l’ordinanza del Tribunale della libertà di Firenze nel caso di
impugnazione di un marocchino contro il provvedimento di custodia cautelare in
carcere emesso contro di lui e contro un connazionale per rissa. La sentenza
(<67">67) e la conseguente impugnazione, (<68">68) ci sono
state concesse dalla Poggi che ha difeso entrambi. Ella adombra il sospetto che,
all’atto dell’arresto, i poliziotti abbiano introdotto nel verbale una
fantomatica terza persona di cui però non si è trovata traccia; può così
scattare l’accusa di rissa perché, se avessero litigato solamente i due
imputati (brandendo bastoni, a quanto pare), nessuna denuncia sarebbe potuta
scattare, a meno che questa non fosse provenuta da uno dei due. Per la cronaca,
i due erano ubriachi. Verranno processati per direttissima e condannati ciascuno
a sei mesi di custodia cautelare in carcere nonostante protestino la non
esistenza della terza persona. Tramite
il loro avvocato essi fanno poi ricorso al Tribunale del riesame, esibendo copia
del contratto di locazione di un monolocale a Firenze e dimostrando la
disponibilità di tale abitazione; inoltre la Poggi ricorda nell’istanza che
essi svolgono l’attività di lavavetri nel capoluogo toscano. Nonostante ciò
il giudice relatore insiste nel sostenere che i due imputati sono senza fissa
dimora e così il Tribunale, pur riformando l’ordinanza della Pretura
fiorentina, la sostituisce con una disposizione che rende quanto meno perplessi:
la rimessione in libertà con divieto di dimora nel comune di Firenze. n che
significa la perdita del diritto ad abitare nella dimora di cui erano
conduttori. Sempre
la Poggi ci fornisce un fascicolo che riguarda il ricorso non accolto di un
giovane marocchino incensurato, provvisto di regolare residenza e di
un’abitazione in Firenze, detenuto in custodia cautelare. Da notare che
nell’ordinanza di applicazione della misura cautelare egli viene definito
‘sedicente’, mentre era già stato acclarato dal verbale di arresto che egli
aveva con sé i documenti di identificazione ed era regolarizzato fin dal
lontano 1993. Nessun alias a suo carico, come riconosciuto anche dal G.i.p. Il
suo difensore si appella al Tribunale della libertà che in varie fasi,
raccogliendo le dichiarazioni testimoniali dei presenti per lavoro o
volontariato in Piazza Santo Spirito, a Firenze, tutte concordi nell’indicare
il giovane in questione strettamente legato a un noto spacciatore della zona e
nel sostenere di averlo visto un giorno (si badi bene, un giorno solo) contare
del denaro accanto al predetto spacciatore, rigetta l’istanza di riesame
confermando l’ordinanza del G.i.p. (<69">69) A nulla vale quindi il
fatto che l’imputato sia incensurato e che il difensore dichiari ai giudici
del riesame che questi lavora in nero come manovale. Fatto, quest’ultimo,
seppure aleatorio, non però incredibile, data la diffusione di tale costume
nella società italiana. Sergio
Affronte ci ha fornito ancora la sentenza del Tribunale della libertà di
Firenze nei confronti di due lucchesi, uno incensurato, l’altro con precedenti
penali, trovati in possesso di gr. ventitré di cocaina confezionata in
involucri di nylon, di gr. 5 di hashish e di dieci pasticche di ecstasy del tipo
‘superman’. L’ingente somma trovata in possesso dei due (circa sedici
milioni) e gli appostamenti della P.g. non lasciano dubbi sul fatto che essi
commercino in droga abitualmente. Condannati dal Tribunale di Lucca vedono
entrambi accettato il ricorso dal Tribunale della libertà, che concede loro la
misura più attenuata degli arresti domiciliari con questo dispositivo:
"...vi è considerazione della non assoluta gravità del fatto, della
incensuratezza di uno dei due, o comunque della non rilevanza dei precedenti
penali dell’altro, e della agevole controllabilità dei detenuti da parte
della P.g. delegata, in centro abitativo di modeste dimensioni...". Essi
vengono ristretti, uno presso la propria abitazione, l’altro presso la
sorella, non avendo egli abitazione propria. (<70">70) I
pareri riportati e questa breve analisi comparativa paiono indicare la necessità
di un’umanizzazione dell’approccio repressivo nei confronti
dell’extracomunitario, approccio che avviene spesso, ribadiamo, con metodo
rigidamente meccanico.
Il processo ordinario e i procedimenti abbreviati
Le
indagini preliminari (che possono durare da sei mesi a due anni) preludono alla
fase processuale qualora il P.m., non presenti richiesta di archiviazione.
Questi esercita l’azione penale o formulando l’imputazione secondo le forme
tassativamente previste dai procedimenti speciali o mediante richiesta di rinvio
a giudizio da presentarsi in vista dell’udienza preliminare. Questa,
disciplinata dall’art. 416 C.p.p., costituisce la ‘fase filtro’ del
processo, in quanto segna il passaggio dalla fase preprocessuale a quella
propriamente processuale. Nel corso dell’udienza preliminare il G.i.p., come
può ritenere che sussistano gli estremi per rinviare a giudizio il soggetto,
così può pronunciare una sentenza di non luogo a procedere, indicandone la
causa nel dispositivo. (<71">71) Qualora egli emetta il decreto di
rinvio a giudizio, fissa la data dell’udienza davanti al tribunale e i termini
per la comunicazione alle parti, le quali, nell’arco dei tempi di
comparizione, (<72">72) hanno la facoltà di avvalersi di testimoni,
periti e consulenti tecnici. È
inoltre prevista la possibilità di proscioglimento dell’imputato ex art. 469
C.p.p. prima di giungere all’udienza preliminare, qualora il giudice ne
ravvisi l’inutilità. Il
momento centrale del processo, secondo le linee programmatiche del Nuovo codice,
consiste nel giudizio di primo grado e, più precisamente, nel dibattimento. I
principi posti a fondamento del dibattimento sono: a.
il principio della
parità delle parti, sancito attraverso la prevista partecipazione dell’accusa
e della difesa su basi di parità in ogni stato e grado del procedimento; b.
il principio della
oralità-immediatezza: deve cioè decidere colui che ascolta e che escute le
prove; c.
il principio della
concentrazione, intesa come tendenziale unità di tempo nella quale va celebrato
il giudizio, destinato a svolgersi in una sola udienza o in udienze contigue, in
modo che la decisione risulti il più possibile vicina alla rappresentazione dei
fatti da ricostruire; d.
il principio della
separazione delle funzioni del giudice da quelle dell’organo dell’accusa e
dell’investigazione: solo così può essere assicurata l’equidistanza dalle
parti. Il
presidente, prima di dare inizio al dibattimento, deve controllare la regolare
costituzione delle parti (<73">73) e deve rinnovare la citazione
(<74">74) quando è provato o appare probabile che l’imputato non
ne abbia avuta effettiva conoscenza. Vi è la possibilità per l’imputato di
non presentarsi al processo (contumacia). (<75">75) Successivamente
alle operazioni preliminari avviene l’apertura del dibattimento: il P.m.
espone concisamente i fatti oggetto dell’imputazione e indica le prove di cui
chiede l’ammissione. (<76">76) In un secondo momento anche i
difensori della parte civile e dell’imputato indicano i fatti che intendono
provare e chiedono l’ammissione delle prove. Il presidente informa
l’imputato che può rendere dichiarazioni spontanee in ogni fase del
dibattimento. Ha così inizio l’istruzione dibattimentale, durante la quale il
P.m. e il difensore esaminano e controesaminano i testimoni;
(<77">77) nel dibattimento si acquisiscono le prove prodotte dal P.m.
nel corso delle indagini preliminari e raccolte nel verbale delle dichiarazioni.
La prova si forma, nel corso del dibattimento, dall’esame dei testimoni e
dell’imputato. Terminata l’acquisizione delle prove, il giudice, ove ciò
risultasse assolutamente necessario, può disporre anche d’ufficio
l’acquisizione di nuovi mezzi probatori. (<78">78) Il collegio si
ritira poi in camera di consiglio, per deliberare. In seguito si redige il
dispositivo contenente le motivazioni della sentenza. Questa
è la procedura del rito ordinario, ma sono previsti anche procedimenti
speciali: il giudizio abbreviato; l’applicazione della pena su richiesta delle
parti; il giudizio direttissimo; il giudizio immediato e il procedimento per
decreto, che si risolvono in altrettanti tipi di processo. Il
giudizio abbreviato (<79">79) è configurato come una decisione
pronunciata allo stato degli atti nell’udienza preliminare, quando vi sia
richiesta da parte dell’imputato e consenso del P.m.: si tratta di una
decisione che, nel caso di condanna, comporta la riduzione di un terzo della
pena ritenuta applicabile dal giudice e una limitata appellabilità della
sentenza. L’incentivo di questo rito è offerto dalla notevole riduzione di
pena che il giudice deve concedere in caso di condanna: in particolare è
diminuita di un terzo la pena determinata in concreto (anche quella risultante
per effetto del concorso di reati o del reato continuato), come risulta
dall’art. 442 co. 2, primo periodo, mentre a seguito di interventi della Corte
costituzionale è stato escluso che possa farsi luogo a giudizio abbreviato nei
processi concernenti delitti punibili con la pena dell’ergastolo. Occorre
aggiungere che il P.m., quando dissenta dalla richiesta dell’imputato, deve
spiegare le ragioni del suo dissenso, onde consentire al giudice di valutarle
liberamente in sede di decisione, al termine del giudizio ordinario e - ove ciò
risultasse opportuno - di disattenderle, con il conseguente riconoscimento
all’imputato, nell’ipotesi di condanna, della riduzione di pena collegata
alla (di lui) richiesta di svolgimento secondo il rito abbreviato. Un
accenno richiedono, infine, i limiti stabiliti dall’art. 443 C.p.p.
all’appellabilità delle sentenze pronunciate a seguito di giudizio
abbreviato: il P.m. non può proporre appello contro le sentenze di
proscioglimento quando l’appello tende ad ottenere una diversa formula,
(<80">80) né contro quelle con cui siano applicate sanzioni
sostitutive, (<81">81) né contro quelle di condanna, salvo si tratti
di sentenza che modifichi il titolo del reato; (<82">82) mentre
l’imputato non può proporre appello nei primi due casi, (<83">83)
né contro le sentenze di condanna alla sola pena pecuniaria.
(<84">84) Una
diversa forma di accelerazione dei tempi del processo è rappresentata
dall’applicazione della pena su richiesta delle parti: (<85">85)
quanto ai presupposti dell’istituto, sotto il profilo della natura della
sanzione suscettibile di ‘richiesta delle parti’, l’art. 444 co. I fa
esplicito riferimento, accanto alle sanzioni sostitutive della pena detentiva,
anche alla pena pecuniaria. Tra le disposizioni di natura premiale la più
importante è quella che prevede la riduzione fino ad un terzo della pena da
irrogarsi in concreto, cioè dopo la comparazione delle circostanze. Essa
restringe le cause di impedimento dell’estinzione del reato ai soli casi di
recidiva, addirittura ammettendo la possibilità di una successiva concessione
della sospensione condizionale. Il
giudizio direttissimo (<86">86) (più applicato in pretura che in
tribunale), adempie a compiti di economia processuale, abolendo alcune fasi
precedenti il dibattimento: le indagini e l’udienza preliminare. Presupposti
di questa procedura sono: l’arresto e il fermo in flagranza. Solo l’imputato
libero è citato a comparire, mentre quello in custodia o agli arresti
domiciliari è rappresentato all’udienza, dove gli è contestata
l’imputazione. Il
quarto tipo di procedimento preso in esame consiste nel giudizio immediato:
(<87">87) esso viene richiesto dall’imputato (<88">88)
quale espressione del suo diritto di rinunciare all’udienza preliminare e di
chiedere, in sostituzione, la subitanea celebrazione del giudizio di merito. Il
primo presupposto del giudizio immediato, a differenza di quello direttissimo,
è determinato dal fatto che qui la prognosi cade solo sull’idoneità degli
elementi raccolti, cosicché il giudice esercita, per così dire, una funzione
di controllo circa l’idoneità delle tesi accusatorie a sostenere l’accusa e
il giudizio. Il
quinto tipo di procedimento è quello per decreto, (<89">89)
disciplinato dall’art. 459 C.p.p.: nei procedimenti per reati perseguibili
d’ufficio il P.m., quando ritenga che debba essere applicata solo una pena
pecuniaria (anche in sostituzione di una detentiva) può presentare al G.i.p.
richiesta motivata di emissione di decreto penale di condanna, indicando la
misura della pena; egli può chiedere una pena diminuita sino alla metà
rispetto al minimo edittale. Tale procedimento non è ammesso quando esista la
necessità di applicare una misura di sicurezza personale. Inoltre, esso non è
applicabile nel caso in cui l’imputato cui è notificato l’atto risulti
irreperibile: in tale circostanza il giudice revoca il decreto penale di
condanna e restituisce gli atti al P.m. Va da sé che quest’ultima condizione
rende il procedimento difficilmente applicabile agli extracomunitari, data
appunto la difficile reperibilità di questi soggetti, mentre risulterebbe di
indubbio vantaggio proprio per essi. Questa
descritta è la prassi regolamentata dal Nuovo codice di procedura penale,
entrato in vigore il 24 ottobre 1989, che ha stabilito un nuovo modello
processuale tendente a porre accusa e difesa su un piano di parità rispetto ad
un giudice terzo, chiamato ad intervenire nelle varie fasi processuali.
Tuttavia, come afferma Massimo Pastore: "la pretesa parità tra accusa e
difesa è ancora tutta da realizzare e in tale situazione sono soprattutto i
soggetti più deboli economicamente e socialmente a pagare i prezzi più
alti." (<90">90) Un processo penale, qual è attualmente quello
italiano, che segue il modello accusatorio, è particolarmente oneroso in
termini di tempo e di costi per i soggetti economicamente più deboli. Da ciò
la diffusa tendenza ad accettare i cosiddetti ‘riti deflattivi’, e, in modo
particolare, il patteggiamento e il giudizio abbreviato: soluzioni che
consentono una più veloce conclusione del processo, che resta tuttavia per
molti aspetti anche la più sfavorevole per l’imputato rispetto a quella che
potrebbe scaturire dall’ordinario rito dibattimentale. Analizziamo
con maggior precisione le conseguenze di questo nuovo sistema processuale
prendendo le mosse dal diritto alla difesa, diritto che il legislatore ha
ulteriormente garantito introducendo il patrocinio a spese dello Stato per i non
abbienti (L. 30/7/90 n. 217). Bisogna notare che, a differenza della difesa
d’ufficio (sempre garantita in ogni atto processuale e retribuita direttamente
dall’assistito), si accede al patrocinio a spese dello Stato solo se
l’istanza relativa è accolta dal giudice, purché sussistano le condizioni di
indigenza (art. 3 L. 217/90) e purché la domanda sia corredata dai documenti
previsti dall’art. 5 della stessa legge. È
quindi chiaro che solo il patrocinio a spese dello Stato (il quale anticipa, in
un certo senso, le spese all’imputato indigente) garantisce una difesa
adeguata, mentre in caso contrario, ricorrendo alla semplice difesa d’ufficio,
l’avvocato, demotivato per mancanza di incentivi economici, fornirà
un’assistenza minima e tenderà a chiudere il caso nel modo più veloce
possibile, evitando l’onere del dibattimento. Nell’attuale sistema: I
cittadini extracomunitari coinvolti in procedimenti penali non hanno di regola
la possibilità di accedere al beneficio del patrocinio a spese dello Stato. I
diritti di difesa degli stranieri risultano così fortemente limitati, e questo
non può che aggravare la posizione già oggettivamente debole che questi
soggetti assumono nei confronti del procedimento penale. (<91">91) Questa
affermazione trova prova incontestabile se analizziamo un paio di articoli della
legge già citata. L’articolo 1, comma 6, recita che: "il trattamento
previsto in favore dei cittadini italiani risulta assicurato anche agli
stranieri ed agli apolidi residenti nello stato". Questa disposizione si
presta a interpretazioni molteplici, ma soprattutto ad interpretazioni
restrittive, giacché si può intendere la residenza come iscrizione nelle liste
anagrafiche e non come presenza di fatto sul territorio italiano: in base alla
prima interpretazione sono esclusi dal patrocinio a spese dello Stato tutti
coloro che non risultano in regola con le norme sul permesso di soggiorno, vale
a dire la maggioranza degli extracomunitari coinvolti in procedimenti penali.
L’articolo 5 della stessa legge, indicando i documenti da allegare
all’istanza per il patrocinio gratuito, chiede all’istante straniero
un’autocertificazione riguardante i redditi prodotti all’estero, avallata da
un’attestazione dell’autorità consolare competente. La maggior parte dei
consoli stranieri rifiuta però di rilasciare tale attestazione per
l’oggettiva impossibilità di controllare ‘in loco’ la veridicità di
quanto affermato dall’istante. (<92">92) Ciò determina una
situazione di abbandono dei detenuti stranieri in attesa di giudizio, principale
causa degli atti di autolesionismo che vengono compiuti sovente per attirare
l’attenzione ed ottenere così un colloquio con il P.m. e l’avvocato.
(<93">93) II
fattore linguistico assume poi un’importanza non secondaria: per ciò
l’assistenza dell’interprete è garantita gratuitamente all’imputato
straniero che non comprende la lingua italiana. (<94">94) Per quanto
concerne l’assistenza dell’interprete non pare esistano particolari
difficoltà, anche se da una piccola inchiesta in tre tribunali italiani
(Milano, Torino e Firenze), emerge la difficoltà di reperire interpreti per
alcune lingue, come la turca e la pakistana, o come la cinese, in quanto
complicata da una molteplicità di dialetti. Si intuisce come la necessità di
ricorrere ad un interprete possa dar luogo a delle distorsioni nello svolgimento
del processo giacché, stanti le già accennate difficoltà per l’assistenza
legale, può accadere che l’interprete nominato dal giudice finisca per
diventare l’unico protagonista dello svolgimento processuale, il solo in grado
cioè di mediare tra giudice, difesa ed imputato. Un simile ruolo richiede un
alto livello di professionalità, ma spesso implica anche un notevole disagio
psicologico di cui è l’interprete a farsi carico: infatti, essendo egli
stesso straniero, questi è in grado di cogliere le difficoltà e il disagio
dell’imputato che gli appare spesso violentato e schiacciato dal sistema
giudiziario. Il
fatto di parlare un dialetto, per esempio nordafricano, e di dover affrontare un
processo che può decidere della propria vita colloquiando con l’interprete in
francese, in una lingua cioè che è quella ufficiale del suo paese d’origine,
ma che egli conosce solo molto approssimativamente, pone in grande svantaggio
l’imputato. (<95">95) L’interprete assume di fatto un ruolo che
va ben al di là dal proprio: egli finisce cioè per assumere le vesti di
consigliere dell’imputato, di cui influenza le scelte in modo determinante.
Tutto questo non gioca a favore dello straniero anche perché l’interprete ha
interesse a non entrare in contrasto con il giudice, da cui dipendono i suoi
futuri incarichi, e quindi la possibilità di svolgere la professione. Inoltre,
talvolta sono proprio i giudici, i P.m., gli avvocati che per pigrizia e comodità
acconsentono tacitamente a una dilatazione impropria della funzione
dell’interprete delegando ad esso funzioni loro proprie. (<96">96)
Anche le differenze culturali costituiscono una grave difficoltà nel rapporto
tra l’imputato e i vari attori processuali. A questo proposito una G.i.p. del
Tribunale di Firenze fa osservare: io
ogni tanto ho integralisti islamici che arrivano in aula e sono sconvolti dal
fatto di avere me, donna, come giudice, la segretaria donna, il P.m. donna e
l’avvocato donna; a quel punto sono morti e non rispondono più a niente e a
nessuno e non si affidano al difensore donna. Un giudice donna, poi, poveretti,
rappresenta un sovvertimento totale di valori. Queste sono cose che vanno
capite. Ancora: il disvalore del furto nella cultura nomade è diverso dal
disvalore del furto in altre culture... e così via. (<97">97) Queste
testimonianze evidenziano l’oggettiva situazione di disagio dell’imputato
extracomunitario, ma è anche interessante esaminare il punto di vista dei
rappresentanti delle istituzioni che consegnano l’imputato al processo, cioè
dei poliziotti. Alcuni di essi osservano che, a fianco di un’azione di polizia
indirizzata solo alla repressione e mancante totalmente di misure di
prevenzione, vi è il potere individuale sovrano del magistrato, mai controllato
nella sostanza discrezionale e arbitraria della sua azione, soggetto solo a
controlli formali o genericamente volti ad appurare l’imparzialità del suo
ruolo. Quando si tratta di piccola delinquenza la maggioranza dei magistrati vi
presta poca attenzione: i processi diventano una sorta di ‘catena di
montaggio’ di cui si cerca di sbarazzarsi al più presto; sono i grandi
processi che mettono in luce un magistrato e lo portano alla ribalta dei media.
La piccola devianza non offre tale gratificazione e perciò si ha
l’impressione che processi così secondari siano fatti con lo stampino, tutti
uno uguale all’altro. (<98">98) Secondo
Roberto Monteverde, del Tribunale di Firenze, la scelta del rito ordinario per
il proprio processo da parte di un imputato extracomunitario (scelta
naturalmente subordinata al consenso da parte del P.m.) dipende dai rapporti che
intercorrono tra lui e l’avvocato difensore, ma soprattutto dalla personalità
dell’avvocato stesso: si può parlare indicativamente di una percentuale del
40% dei processi in cui si fa ricorso al patteggiamento o al giudizio
abbreviato, in particolare quando vi è flagranza di reato e l’avvocato è più
propenso all’interesse dell’imputato che al proprio. Infatti, un giudizio di
primo grado è più lungo e anche più pericoloso quando tutte le prove siano a
sfavore del reo; il che non toglie, talvolta, quando vi è la possibilità di
confutare concretamente tali prove, che esso possa risultare più vantaggioso
rispetto ad un rito alternativo. Anche
qui si può vedere come la sorte dell’imputato dipenda in larga parte dalla
capacità del suo avvocato di mediare la situazione e, in definitiva, dalla
maggiore o minore buona fede dello stesso. (<99">99) A questo
proposito vi e accordo tra magistrati e avvocati del foro fiorentino: si
sottolinea che "avvocati intelligenti consigliano i riti alternativi,
avvocati che speculano non li consigliano perché più tutto si allunga e più
questi ci guadagnano...". (<100">100) Ancora
più interessante, per i risvolti psicologici che implica, è l’osservazione
di un magistrato circa la scelta di adire al patteggiamento non all’udienza
preliminare, ma a quella dibattimentale di primo grado perché il difensore
spera che, essendo il dibattimento più lungo e più faticoso, il giudice di
primo grado, affaticato, addolcisca la pena rispetto a quello delle indagini
preliminari. Il che però non avviene quasi mai, osserva spiritosamente il
magistrato, perché il ‘giochino’ è così scoperto e usuale che ormai non
ha più presa. (<101">101) Se teniamo dunque conto dei ...molteplici
fattori negativi che caratterizzano la posizione dell’immigrato alle prese con
un procedimento penale è possibile anche comprendere quanto forte possa essere
la pressione del sistema nel suo complesso verso l’accettazione di
‘scorciatoie processuali’ che hanno di mira soprattutto la riacquisizione
della libertà in termini brevi e che presuppongono però come contropartita la
rinuncia al pieno esercizio delle proprie facoltà difensoriali.
(<102">102) Si
deve sottolineare che dopo un arresto, o un fermo, l’immigrato in carcere ha
previsioni tutte negative: egli deve infatti prevedere un periodo di lunga
custodia cautelare, una difesa raramente ‘di fiducia’, un esito estremamente
incerto e la quasi impossibilità di ottenere la ‘condizionale’;
dall’altra parte, direttamente all’udienza di convalida, gli si presenta
invece la possibilità di accettare l’applicazione della pena su richiesta
delle parti, cioè il cosiddetto ‘patteggiamento’ (art. 444 C.p.p.). Tale
possibilità gli è prospettata dal P.m.; l’avvocato e l’interprete
generalmente lo consigliano in tal senso e la proposta gli rende possibile il
ritorno immediato in libertà, cosa che più di ogni altra interessa al
detenuto. In
definitiva, quindi, il rito deflattivo conviene a tutti: all’imputato per i
motivi detti; al giudice, che può disporre subito l’archiviazione del
procedimento; all’avvocato che, come difensore d’ufficio ha tutto
l’interesse di liberarsi in fretta dall’incarico. Questo a prima vista. In
prospettiva, però, la scelta può rivelarsi svantaggiosa per l’imputato, per
una serie di motivi che l’avvocato Leone elenca: in primo luogo con il
patteggiamento l’imputato accetta una pena che spesso pensa di non meritare,
ritenendosi egli innocente o giudicando di aver commesso un reato meno grave. Il
patteggiamento, quindi, tende a sovradimensionare la gravità dei reati. In
secondo luogo la sentenza di patteggiamento, di regola, è definitiva e
inappellabile (ricorribile solo in Cassazione), e perciò passa in giudicato
abbastanza velocemente: questo suo carattere di irrevocabilità può avere
conseguenze definitive per le sorti dello straniero. Il patteggiamento tende
quindi a dilatare il numero dei reati passati in giudicato e quindi il numero
dei condannati. In terzo luogo il patteggiamento con sospensione condizionale
della pena (nei rari casi in cui essa è concessa ad uno straniero) implica il
rischio della revoca della condizionale nel caso di una successiva condanna, e
in tal caso si deve scontare per intero anche la pena precedentemente sospesa. La
scarsa conoscenza delle ‘regole del gioco’ espone gli immigrati - con
l’illusione di un escamotage - al rischio di condanne successive estremamente
pesanti, e quindi ad un aggravio della pena. (<103">103) Anche
secondo l’avvocato Pastore: lo
straniero che accetta il patteggiamento si trova così, spesso, per evitare il
carcere preventivo, a dover scontare una ‘doppia pena’ che può anche
giungere a distanza di anni e che viene di regola comminata, perché così
prescrive la legge, senza alcun riguardo per quelle condizioni soggettive che
invece, in un giudizio penale, il giudice dovrebbe infine prendere in
considerazione quando si tratta di decidere sulle conseguenze della condanna e
sugli effetti della pena. (<104">104) Illuminante,
a tale proposito, una sentenza del Tribunale di Firenze con cui due italiani
recidivi specifici infraquinquennali vengono prosciolti. Essi, "in concorso
fra di loro, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso,
profittando di persona tale da ostacolare la privata difesa (extracomunitaria
sordomuta), per procurarsi un ingiusto profitto...", (<105">105)
colpivano la malcapitata con calci al basso ventre, strattonandola e sputandole
addosso, impossessandosi con violenza di una banconota da lire cinquantamila
contenuta all’interno di una borsa e strappando con violenza dal collo della
vittima una catenina d’oro: la sordomuta, B.R.H., riportava lesioni guaribili
in tre giorni. Il Tribunale, dichiarava di non doversi procedere nei confronti
di questi due imputati giacché l’azione penale non doveva essere iniziata per
difetto di querela della parte lesa. La parte lesa, sordomuta, ignorava
evidentemente di dover sporgere querela per ottenere giustizia. Vediamo,
di seguito, un episodio di violenza esercitata da parte di un extracomunitario
contro autoctoni: come si legge dalla sentenza, un marocchino,
"all’interno dell’ospedale di Santa Maria Nuova a Firenze, usava
violenza per opporsi all’agente di polizia V.A. in servizio presso il posto
fisso di detto nosocomio durante l’accertamento d’identità del prevenuto,
invitandolo a trasferirsi dal reparto in cui si trovava al momento in quello ove
era ricoverato. Il marocchino colpiva ripetutamente l’agente con calci e
pugni, sbattendogli la testa per terra e procurandogli ferite giudicate
guaribili in venticinque giorni; successivamente usava violenza nei confronti di
altri sei agenti intervenuti per trasferirlo nei locali del Pronto soccorso,
colpendoli alle gambe, e infine minacciando il medico D.C.A. e altri sanitari
presenti al Pronto soccorso." (<106">106) Il dibattimento
avviene in assenza dell’imputato, contumace, e per un certo lasso di tempo
anche in assenza, non notata dal giudice, del difensore d’ufficio.
Testimoniano quindi solo l’agente infortunato, i due ispettori di polizia
della volante accorsa al suo richiamo e il medico del Pronto soccorso dove
l’imputato era stato condotto, in stato di agitazione, con una vasta ferita
alla testa. Nella
testimonianza resa dall’agente V., si dice che il marocchino, ricoverato per
una delicata operazione ai testicoli, aveva lasciato il reparto di chirurgia
maschile e si era recato in quello femminile per trovare una ragazza, con la
quale si era appartato in un angolo. Non risulta ben chiaro per quali motivi le
degenti fossero infastidite dalla sua presenza, se perché fosse uomo, o perché
straniero o per altro; esse comunque denunciavano il fatto ad un’infermiera
che provvedeva a chiamare l’agente. Questi interveniva e, come si legge dalla
sua deposizione, invitava l’estraneo a lasciare il reparto, cosa che, pare,
egli avesse intenzione di fare. Subito dopo però qualcosa andava storto perché
egli accennava - come riferiva l’agente - a lamentele circa il razzismo di cui
era vittima. L’agente ‘amichevolmente’ gli prendeva il braccio
trascinandolo. Il marocchino si divincolava e, testualmente: ...a
quel punto la mia presa è stata un attimino più forte e lui si è proprio
rivoltato contro di me. Poi c’e stata la ragazza che mi diceva: - lascialo
stare che è stato operato ai testicoli...-; allora ho cercato di non creargli
danno... Ho cercato di immobilizzarlo... Lo tenevo così per il collo cercando
di tenerlo più fermo possibile... Lui è riuscito a divincolarsi e mi ha dato
probabilmente un colpo forte con il gomito al mento... Credo di essere cascato
in terra e lì lui mi ha preso a calci in faccia. (<107">107) Un
ispettore, accorso, trovava lo straniero sanguinante e vestito di soli slip in
una saletta del Pronto soccorso. L’ispettore fa per ammanettarlo, ma il
marocchino si ribella e rinasce così una colluttazione tale da bloccare
temporaneamente il Pronto soccorso. Il marocchino, ormai fuori di sé, batteva
la testa contro tutti i muri, tanto che dovevano mettere dei materassi per
impedire che egli si ammazzasse. Il medico del Pronto soccorso definiva il
paziente lucido ma in stato di agitazione. Il P.m. chiedeva una pena di un anno
e otto mesi di reclusione. Il giudice condannerà l’imputato ad una pena di
due anni e sei mesi oltre al pagamento delle spese processuali e al mantenimento
durante il periodo di custodia cautelare. I
casi di violenza come quelli succitati non sono tanto frequenti nella casistica
documentata presso il Tribunale di Firenze, non tanto almeno quanto quelli che
riguardano la detenzione di sostanze stupefacenti. A questo proposito vale la
pena citare il caso di un’italiana e del suo convivente straniero,
intercettati telefonicamente e risultati trafficare in droga con un
corrispettivo in gioielli. "Nei confronti dei due, imputati in concorso,
visto che l’attività di spaccio si è svolta in maniera continuata e appare
costituire la loro principale fonte di reddito, non si può pervenire
all’applicazione del comma 5 art. 73 D.P.R. 309/90", recita la sentenza.
(<108">108) Le pene, comminate però dal G.i.p. (ex art. 444),
risultano inspiegabilmente diverse perché lo straniero, pur venendo
riconosciuto in condizioni disagiate nonché tossicodipendente, e pur vedendosi
diminuita la pena di un terzo, viene condannato a quattro anni e quattro mesi di
reclusione e a ventotto milioni di multa. La posizione dell’imputato è
risultata aggravata dal sospetto che egli fosse sedicente in quanto risultava
che in altra occasione avesse dichiarato un’identità e una nazionalità
diverse. All’italiana vengono invece comminati quattro anni di reclusione e
una multa di ventisei milioni, cioè il minimo edittale "per avere
immediatamente reso dichiarazioni utili alla ricostruzione dei fatti". Il
patrocinatore dei due, Gustavo Leone, nell’atto dell’impugnativa afferma
che: "detta quantificazione non appare conforme a giustizia...",
adducendone i seguenti motivi: i due imputati, entrambi tossicodipendenti e
conviventi, hanno le stesse responsabilità e quindi dovrebbero essere puniti in
eguale misura; inoltre lo straniero non è sedicente in quanto all’atto
dell’arresto ha esibito documenti in regola ed essendo anch’egli
tossicodipendente gestisce questo traffico solo per avere disponibilità di
droga per uso personale. Inoltre ha anch’egli collaborato con la giustizia
chiamando in correità un connazionale. Ed è questa, fa notare l’avvocato,
cosa ben rara, che un magrebino chiami in correità un altro magrebino. Leone
conclude con queste parole: "Ciò che si intende sottolineare è la
sostanziale ingiustizia a fronte delle diverse pene inflitte alla B. e al S.: le
due posizioni sono processualmente identiche e meritavano, quanto meno, un
identico provvedimento sanzionatorio. Monica
Poggi sostiene che nel caso di un extracomunitario fermato per detenzione di
alcune bustine di droga, se egli è accompagnato da un amico che potrebbe essere
anche del tutto estraneo al fatto, si configura il concorso di reato per
detenzione di stupefacenti e l’amico rischia la stessa sorte del detentore di
droga. (<109">109) Una
sentenza del G.i.p. di Firenze conferma queste osservazioni. Due extracomunitari
sono fermati con l’accusa di avere illecitamente acquistato, detenuto e ceduto
ad un italiano una dose di eroina (gr. 0,024 di sostanza pura). Per uno di essi
il difensore opta per il patteggiamento, per l’altro sceglie il giudizio
abbreviato chiedendone l’assoluzione e invocando per il suo assistito la
semplice connivenza rispetto all’attività delittuosa svolta dall’altro. Per
il giudice la situazione invece è chiara: entrambi i cittadini nordafricani
hanno accompagnato l’italiano nel luogo ove è avvenuta la cessione di eroina:
ciò denuncia quindi la volontà dell’imputato di concorrere all’attività
delittuosa che veniva posta in essere. Per sostenere tale giudizio egli cita una
sentenza della Corte di cassazione, che recita: ...la
compartecipazione criminosa può realizzarsi anche con la semplice presenza alla
consumazione del reato da parte del correo, quando ricorrano le condizioni che
detta presenza non sia meramente casuale, ma riveli l’adesione all’azione e
che essa abbia dato al complice un maggior senso di sicurezza alla sua condotta.
(<110">110) In
base a queste ultime considerazioni, che evidenziano anche a una prima lettura
il margine di discrezionalità che una tale sentenza comporta, il secondo
nordafricano viene condannato a cinque mesi e dieci giorni di reclusione e a
duemilioniseicentosessantaseimila lire di ammenda e alla condanna fa seguito (ex
alt. 86 DPR 309/90), l’espulsione del condannato dal territorio dello Stato.
(<111">111) Francesco
Pappalardo, Sostituto procuratore della repubblica del Tribunale di Firenze è
d’accordo con la Poggi (<112">112) nell’osservare che la
situazione per i detentori di droga si è ulteriormente complicata dopo il
referendum del 1989, in base al quale è stato abolito il concetto giuridico di
dose media giornaliera consentita per uso personale; da quel momento risulta
abbastanza complesso per i giudicanti interpretare il criterio qualitativo e
quantitativo di cui all’art. 73 co. 5, già citato. Ciò affida alla
discrezionalità e alla sensibilità dei magistrati la determinazione del
quantitativo discriminante per valutare la gravità o meno del reato.
Pappalardo, per esempio, ammette che di fronte ad un magrebino fermato con una
sola dose di sostanza stupefacente, egli presume senza eccezioni che un’altra
o altre dosi siano nascoste; inoltre egli valorizza in maniera rilevante
eventuali precedenti penali. Il P.m. indica anche una dose precisa che egli può
‘tollerare’ per concedere il beneficio del 5º comma, nel caso si tratti di
un incensurato: dieci. massimo quindici dosi di sostanza stupefacente. Venti
dosi è la soglia accettata dal Sostituto procuratore della repubblica del
Tribunale di Firenze, Luciana Singlitico, (<113">113) che tuttavia
sottolinea come la valutazione da fare rivesta un carattere non meramente
quantitativo, ma investa considerazioni e fattori di tipo strettamente
personale. Questi
sono autorevoli pareri di magistrati ‘sulla breccia’, ma una sentenza del
tribunale cui appartengono, quello di Firenze, emessa a seguito di giudizio
abbreviato contro un italiano detentore di ventitré involucri di cellophane
termosaldati contenenti droga, recidivo, fa rientrare il suo caso nel 5º comma
dell’art. 73, già citato: in
ragione della modestia dei mezzi impiegati e della destinazione dell’attività
al sopperimento dell’esigenza di droga dell’arrestato. D’altronde, la
pacifica ammissione del fatto, con riferimento anche ad episodi precedenti
altrimenti ignoti, rende proporzionale alla condotta censurata la concessione
dell’attenuante... (<114">114) L’italiano
è stato condannato ad una pena di un anno e quattro mesi di reclusione e ad una
multa di quattro milioni. Pappalardo assicura, sempre nell’intervista
concessa, che il suo metro di giudizio è assolutamente imparziale e che egli
non opera distinzioni di sorta - a parità di condizioni - fra autoctoni ed
extracomunitari; egli si sente di estendere queste affermazioni a tutti i suoi
colleghi. Tra
le innumerevoli sentenze attinte dal tribunale fiorentino, si può comunque
leggere il caso di un’italiana, recidiva semplice, che cedeva in concorso con
un altro italiano due involucri contenenti gr. 0,185 di eroina complessivi (dose
per un solo giorno), ricavandone settantamila lire. È stata condannata ad otto
mesi di reclusione e ad una multa di quattro milioni. (<115">115)
Comparativamente si può indicare un’altra sentenza, emessa nei confronti di
un marocchino detentore a fini di spaccio di gr. 0,018 di eroina, che cedeva ad
un italiano per lire cinquantamila. Il marocchino, pur essendo del tutto
incensurato, in seguito al patteggiamento e all’applicazione del 5º comma
art. 73, viene condannato ad una pena analoga: otto mesi di reclusione e
duemilioniquattrocentomila lire di multa. (<116">116) Ancora, due
italiani, recidivi reiterati specifici, arrestati per aver ceduto a terzi una
delle due dosi di eroina che detenevano e spacciavano per la somma di lire
cinquantamila, sono stati condannati con giudizio abbreviato a cinque mesi e
dieci giorni di reclusione e a una multa di duemilioniduecentoquarantamila lire.
Ad essi vengono applicate le attenuanti generiche perché la donna è ‘ragazza
madre’ ed entrambi risultano disoccupati. (<117">117) Ad un
tunisino, anch’egli recidivo reiterato specifico, che ha ceduto una monodose
da gr. 0,22 di eroina ad un italiano, viene comminata una pena di otto mesi di
reclusione e quattro milioni di multa. Conclude
l’excursus attraverso il mondo dei processi e delle sentenze fiorentine
un’osservazione della Mori. La G.i.p. puntualizza (<118">118) che
quasi mai si verifica per gli extracomunitari la conversione della pena
detentiva in pena pecuniaria. Prendendo come riferimento una sentenza emessa nei
confronti di un italiano incensurato per detenzione di hashish che gli commina,
concessa l’attenuante del 5º comma art. 73, la pena base per il reato di sei
mesi di reclusione e due milioni di ammenda, ridotta poi per le attenuanti
generiche a due mesi e venti giorni ed un milione di multa, si nota che, in base
all’art. 54 L. 689/91, tale pena è stata convertita in una pecuniaria di lire
sei milioni, che divengono sette milioni sommati ai precedenti.
(<119">119) La giudice commenta: "per un extracomunitario
sarebbe impossibile una cosa del genere, anche perché non ha soldi. Lui si
sconta i suoi due mesi e venti giorni di galera e basta."
(<120">120)
La sospensione condizionale della pena
La
sospensione condizionale costituisce sostanzialmente una deroga al principio
della inderogabilità della pena. Essa assume la forma di ‘perdono’ da parte
dell’autorità giudiziaria, rispondente, nella sua originaria ratio, a
un’esigenza di prevenzione speciale: sottrarre cioè al carcere il soggetto
condannato ad una pena di breve durata, quando per esso si possano ritenere
efficaci deterrenti la condanna e la minaccia pendente della sua futura
esecuzione. L’istituto è disciplinato dagli artt. 163-168 C.p. Le condizioni
indicate per la concessione della sospensione sono: a.
la condanna ad una
pena detentiva non superiore a due anni, oppure a una pena pecuniaria non
eccedente per la sua entità una pena detentiva di due anni; b.
che alla pena inflitta
non debba essere aggiunta misura di sicurezza personale; c.
che al colpevole non
sia già stata concessa la sospensione per altro reato, giacché, recita
l’art. 164 C.p., essa non può essere concessa più di una volta, con la
precisazione che nell’infliggere una nuova condanna il giudice può disporre
la sospensione qualora la nuova pena, cumulata con la precedente, non superi i
limiti indicati. Quanto
agli effetti, il beneficio della condizionale comporta la sospensione della pena
principale per il termine di cinque anni se la condanna è per delitto, di due
anni se essa è per contravvenzione. Non commettendo il condannato entro i
termini stabiliti delitto o contravvenzione della stessa indole e adempiendo
agli obblighi imposti, il reato è estinto: non ha luogo cioè l’esecuzione
della pena mentre restano in vita gli altri effetti penali e le obbligazioni
civili. La
sospensione condizionale è revocata in tre casi: a.
se nei termini
suddetti il condannato compie un nuovo delitto o una contravvenzione della
stessa indole per cui venga inflitta una pena detentiva; b.
se il condannato non
adempie gli obblighi imposti; c.
se il condannato
riporta altra condanna per delitto anteriormente commesso o una pena che,
cumulata con quella precedentemente sospesa, superi i limiti indicati
dall’art. 163 C.p. Tuttavia, sia pure non eccedendo tali limiti, il giudice può
revocare la sospensione in base all’indole e alla gravità del reato. Si
è più volte fatto cenno, anche attraverso le parole di magistrati, avvocati e
funzionari di polizia intervistati, alla discrezionalità che la legge consente.
Tale discrezionalità, specie in relazione alla sospensione condizionale della
pena, va attentamente valutata. Recita il titolo IV, capo 1, art. 132 co. 1
C.p.: "Nei limiti fissati dalla legge il giudice applica la pena
discrezionalmente; egli deve indicare i motivi che giustificano l’uso di tale
potere discrezionale.". Interessa qui valutare quali siano i criteri che
ispirano il giudice nell’esercizio del potere discrezionale che la legge gli
assegna: egli deve considerare ‘natura’, ‘specie’, ‘mezzi’,
‘oggetto’, ‘tempo’, ‘luogo’ e ogni altra modalità dell’azione;
gravità del danno e del pericolo inflitto alla persona offesa; intensità del
dolo o grado della colpa; motivazioni a delinquere e carattere del reo;
precedenti penali e giudiziari; condotta di vita antecedente, contemporanea e
susseguente al reato; condizioni di vita individuale, familiare e sociale del
reo (art. 133 C.p.). Come conferma un Consigliere di Corte d’appello: la
decisione del giudice riguardante la sospensione condizionale varia a seconda
che l’extracomunitario abbia o meno documenti; abbia o non abbia relazioni
sociali, familiari, e via dicendo: insomma, se è un immigrato regolare ne
risulta, a parità di condizioni, un trattamento assolutamente equiparato ad un
italiano. (<121">121) È
noto tuttavia che sul totale degli immigrati in Italia i regolari, con un lavoro
documentabile, con un domicilio stabile, con legami radicati nella società
italiana, sono un numero esiguo è certamente poco motivato a delinquere. Il
problema della delinquenza e il rapporto con la giustizia riguarda quindi quasi
prevalentemente quegli immigrati terzomondisti per i quali l’applicazione
della condizionale (artt. 132 e 133 C.p.) costituisce un problema giacché
mancano per essi quei requisiti sui quali il giudice baserebbe una decisione
favorevole nel merito. Dice un giudice: In
linea di massima non diamo la sospensione condizionale della pena perché, per
concederla, la norma Ci vincola ad un giudizio prognostico favorevole sulla
condotta di vita futura dell’imputato, ma molto spesso si tratta di imputati
sedicenti, tant’è che abbiamo dei processi di cumulo di pene sotto nomi
diversi... Sulla base di questo non diamo la sospensione condizionale. Altro è
il caso di uno che risiede e ti dice l’indirizzo, che lavora, parla la lingua,
ha un passaporto genuino: in questo caso si può. Anche in assenza di precedenti
penali non la concediamo ugualmente, perché riteniamo che il certificato penale
non significhi niente in assenza delle esatte generalità ...
(<122">122) Questa
incertezza nei confronti dell’identità e del modus vivendi dell’imputato
viene confermata anche da Eva Celotti che afferma non potersi applicare la
condizionale a persone sui cui precedenti vi è incertezza. La discrezionalità
di cui si parlava produce una difformità di comportamenti che variano da
tribunale a tribunale Ho
notato, confrontandomi nel discutere le sentenze, che vi è qualche resistenza,
qualche atteggiamento diversificato nell’applicare la sospensione
condizionale, che vi sono remore maggiormente da parte di alcuni colleghi che
dicono: sì, è incensurato, ma dopotutto non lo sappiamo bene, e quindi non la
concediamo... (<123">123) Le
parole della Celotti vengono confermate dal caso di un marocchino, formalmente
incensurato, imputato di avere illecitamente detenuto a fine di spaccio e ceduto
a un italiano per ottantamila lire due microdosi di eroina. Il G.i.p. del
Tribunale di Firenze gli riconosce il cosiddetto ‘quinto comma’ (dell’art.
73 DPR 309/90), gli concede le attenuanti generiche "per la formale
incensuratezza e per l’oggettiva difficoltà di inserimento sociale dei
cittadini stranieri", ma non applica la sospensione condizionale perché
"le condizioni personali dell’imputato, cittadino straniero, sedicente e
senza fissa dimora, non consentono di formulare una prognosi positiva circa la
possibilità che il predetto si astenga dal commettere nuovi reati ed in
particolare reati della stessa specie di quello per cui si procede". Il
marocchino è pertanto condannato a pagare tre milioni di multa e a scontare sei
mesi di carcere. (<124">124) Un altro G.i.p. del Tribunale di Firenze
condanna due italiani, un uomo e una donna, entrambi recidivi specifici
infraquinquennali, imputati di aver detenuto e venduto una dose di eroina, a
cinque mesi e dieci giorni più due milioni di multa; applica la condizionale
alla donna, che ha un solo precedente, e manda libero l’uomo a causa della
carcerazione presofferta. (<125">125) Ancora: un altro G.i.p. rifiuta
il beneficio della sospensione condizionale e quindi lascia in carcere per sei
mesi un marocchino di circa trent’anni (infliggendogli anche una multa di tre
milioni di lire) fornito di passaporto e di regolare visto. Lo stesso direttore
del Carcere di Sollicciano aiuta il giovane compilandogli la richiesta di revoca
della misura cautelare, in cui egli afferma testualmente: "...Sembra che
nulla sia stato fatto per accertare una diversa situazione istruttoria che possa
essere favorevole all’imputato. Il G.i.p. appare orientarsi solo ed
esclusivamente al verbale degli agenti operanti l’arresto". Il
marocchino, domiciliato a Padova presso un cugino col quale lavorava come
venditore ambulante, stando a quanto dichiara tramite il soccorrevole direttore,
era corso a Firenze a cercare un altro cugino, fratello di quello padovano, per
avvertirlo del ricovero in ospedale del congiunto ed era stato sorpreso ed
arrestato mentre, seduto in un giardino, si trovava di fianco alla panchina
sulla quale stava un piccolo spacciatore. Il verbale d’arresto recita invece
ch’egli era stato colto nel centro di Firenze insieme ad un complice e che
quest’ultimo cedeva a terzi tre dosi di eroina. Risultava inoltre pericoloso
in quanto clandestino, senza fissa dimora e senza un lavoro stabile. Il
dispositivo della sentenza sostiene che: "le qualità soggettive
dell’imputato non consentono una favorevole prognosi di non ulteriore
delinquenza ed ostano alla concessione del beneficio della sospensione
condizionale". (<126">126) Come
si è detto, le sentenze riguardanti i reati per droga da parte di
extracomunitari sono predominanti nei registri del Tribunale di Firenze, ma una
volta tanto ci si imbatte in qualche cosa di diverso, anche se le conclusioni
finiscono per essere le stesse. Diverso è anche il G.i.p. che ha emesso la
sentenza riguardante quattro colombiani, tre donne e un uomo, che dalle indagini
appaiono essere venuti in Italia con la precisa intenzione di delinquere e la
cui posizione si trova appunto aggravata dal fatto di costituire
un’associazione atta allo scopo. 1 quattro presi in esame hanno operato a
Firenze una serie di furti ai danni di un ottico, di un gioielliere, di un
fotografo e di un profumiere. La refurtiva è stata trovata in un appartamento
del centro che si pensa fosse stato preso in affitto proprio per adibirlo allo
scopo. Uno dei quattro risulta incensurato, sicché il suo avvocato avanza
richiesta di sospensione condizionale della pena, comminata in otto mesi di
reclusione. Il G.i.p. dispone però che essa non può essere concessa ...non
essendo operabile - nonostante l’incensuratezza - una prognosi di non
reiterazione del reato, posto che dalla mancanza di un’occupazione lecita in
Italia e dall’abilità nel commettere furti con destrezza, già di per sé
sintomatica di una non occasionalità di tale condotta, può semmai operarsi una
prognosi opposta. (<127">127) Si
può da ciò evincere che ...agli
extracomunitari irregolari, quindi, non viene quasi mai concessa la sospensione
condizionale della pena perché difetta l’elemento della identità certa, in
secondo luogo perché, trattandosi di persone entrate clandestinamente, durante
il periodo di soggiorno nel nostro territorio non dispongono evidentemente di
alcun tipo di provento economico tale da consentire loro di vivere lecitamente,
per cui l’attività criminosa alla quale solitamente si dedicano, finalizzata
al vantaggio patrimoniale, fa ritenere che abbiano scelto proprio quella attività
anche perché a ciò costretti dalla situazione di clandestinità in cui
versano: non è quindi possibile formulare un giudizio prognostico favorevole.
(<128">128) Si
profila dunque una divisione in due gruppi: "... quelli che hanno il
permesso di residenza e quindi i documenti in regola vengono trattati né più né
meno come gli italiani". (<129">129) Infatti il G.i.p. concede
la condizionale a un marocchino colto nell’atto di vendere un’esigua quantità
di droga, in quanto incensurato, senza alias, con un’attività lavorativa
(venditore ambulante), fornito di stabile dimora personale e in carico al
S.e.r.t. di Sollicciano poiché tossicodipendente. (<130">130)
Ancora: un altro G.i.p. concede la condizionale a un marocchino, piccolo
spacciatore di hashish, considerata la sua giovane età, il disagio dovuto
all’immigrazione clandestina, il possesso del permesso di soggiorno e di una
residenza stabile e considerata inoltre la tenuità del fatto.
(<131">131) Analoga sentenza si ha per due italiani, anch’essi
trovati a spacciare una piccola quantità di hashish, recidivi specifici
infraquinquennali entrambi. La sentenza ha esito favorevole perché "i
soggetti hanno dimostrato resipiscenza disintossicandosi e dandosi a stabile
attività lavorativa. (<132">132) Infine, ancora un altro G.i.p.
concede la condizionale a un tunisino incensurato trovato a vendere una
microdose di eroina, giacché, come si legge nella sentenza, "devesi tener
conto del disagio sociale in conseguenza del suo stato di straniero, della sua
regolare presenza sul territorio italiano a mezzo di regolari documenti
d’identità, per i quali motivi è consentito formulare una prognosi fausta.
(<133">133) Il
Sostituto procuratore generale della Corte d’appello di Firenze, Tindari
Baglione, ribadisce che gli
extracomunitari non sempre ottengono la sospensione condizionale della pena pur
essendo incensurati. C’è un motivo. Basta considerare la legge; essa dice che
occorre avere una ragionevole certezza che si asterranno dal commettere
ulteriori reati, ma i reati sono collegati a una serie di esigenze anche umane,
anche comprensibili. Per esempio, chi ha fame è più probabile che vada a
rubare di chi ha la pancia piena, ma anche se ruba un pezzo di pane è sempre un
furto... Chiedendo
al Sostituto procuratore cosa accada quando l’extracomunitario, in ipotesi,
abbia un lavoro, egli risponde: Bisogna
intendersi, le rispondo come la penso io ma il mio pensiero non è quello dei
giudici: per me non è un discorso né di colore della pelle, né di
prevenzione. Io abito in piazza M., sotto casa mia ci sono moltissimi venditori
ambulanti abusivi. Io possiedo un podere dove occorreva si raccogliessero le
olive e offrivo centomila lire al giorno per questo lavoro. I signori mi hanno
risposto di no. Quindi, gli extracomunitari che sono disposti a lavorare
regolarmente sono pochissimi. Lei sa che gli arabi, i levantini, sono
commercianti; trafficanti, non sono lavoratori di braccia: è molto più comodo
stendere un tappeto in via Calzaiuoli e quando si è arrivati a centomila lire
si leva il tappeto e si vanno a fare i propri comodi. Diverso è lavorare in
un’impresa stradale; pensi che una volta le strade le facevano i forzati,
lavoravano dieci ore al giorno facendo i lavori più faticosi. Qui non si fanno
né commenti né moralismi, lei cercava dati statistici. Questi sono dati
statistici. Bisogna anche dire che spesso queste persone hanno un grado
culturale più elevato di quanto ci aspettiamo, ma per la verità in prima
battuta il nostro paese non ha bisogno di ingegneri, ma di spazzini, di muratori
e facchini ... Comunque, ritornando alla sospensione io le posso dire che la
norma recita una determinata formula: bisogna essere incensurati, massimo due
condanne, avere un assetto di vita radicato nel sistema in cui vivi, offrire
ragionevole presunzione che per il futuro ti asterrai dal commettere ulteriori
reati. Si ricordi che il processo, o meglio, che la decisione, cioè la
sentenza, è anche esercizio di potere discrezionale da parte del giudice. Avrà
sentito parlare di libero convincimento in riferimento alla formazione della
prova per cui un giudice singolo, rispetto al suo vicino di stanza o di Corte
d’appello, apprezza gli indizi con criteri diversi, ripeto discrezionali e
quindi si hanno motivazioni di segno diverso, più repressivo, meno repressivo.
Questo non glielo posso escludere. (<134">134) L’esperienza
dell’applicazione di una norma estremamente variegata esposta dal Sostituto
procuratore si mostra confermata da una emblematica sentenza con cui il G.i.p.
di Firenze rifiuta il beneficio della condizionale a un giovane marocchino reo
di aver ceduto a un italiano una microdose di eroina. Il giovane, senza fissa
dimora e senza lavoro, analfabeta, probabilmente affetto da scabbia (pertanto
non gli viene fatta firmare neppure la dichiarazione), risultava però
incensurato all’Autorità di pubblica sicurezza: gli vengono applicate le
circostanze attenuanti generiche "in ragione delle condizioni
socioeconomiche", ma resta in galera a scontare sei mesi di reclusione.
(<135">135) Non
è invece in carcere all’atto della notifica della sentenza e non ci resterà
l’italiano A.M., fermato in flagranza per lo spaccio di quasi quattro grammi
di polvere contenente eroina. A fronte di una condanna a dieci mesi di
reclusione, gli viene concessa la sospensione condizionale della pena con la
seguente motivazione: "All’imputato può essere concesso il beneficio
[...] in quanto è incensurato, per cui la prognosi sul futuro comportamento è
favorevole e la misura della pena inflitta lo consente...".
(<136">136) Lo stesso soggetto compare nuovamente davanti al G.i.p.,
nove mesi dopo, sempre per spaccio. Sono state messe in atto intercettazioni
telefoniche ed è risultato che egli gestiva un piccolo commercio criminoso in
concorso con altre quattro persone, già da un paio d’anni. Questo lascia
legittimamente pensare che il precedente fermo avesse attinenza appunto con tale
commercio, ma il nuovo fascicolo non ne fa menzione, forse perché la nuova pena
comminata, pur sommandosi alla precedente, non supera il limite massimo di due
anni. All’uomo, così come ad altri tre soggetti, viene concessa la
sospensione condizionale della pena con la seguente motivazione:
"L’incensuratezza e lo scarso peso criminale dei reati loro ascritti
impongono una prognosi favorevole sul loro comportamento".
(<137">137) Può
sorgere il dubbio che questo G.i.p., diverso da quello che si era
precedentemente pronunciato, non sia stato neppure informato sui fatti
antecedenti a riguardo dell’imputato che non può certo qualificarsi come
incensurato. Pare dunque verosimile affermare che la frequenza con cui la
sospensione condizionale viene rifiutata dai vari G.i.p. attinge il proprio
fondamento nella obbiettiva difficoltà che questi incontrano ad accertare la
effettiva identità dell’imputato il quale, assumendo di volta in volta
generalità diverse, non avrà per conseguenza a suo carico un fascicolo così
esauriente da garantire al giudice che i fatti a lui ascritti siano quelli
effettivamente risultanti. Ed è la stessa incertezza che subiscono quei
soggetti che esibiscono invece documenti veritieri, e che incorrono nella
definizione di ‘sedicente’, termine che ricorre nella quasi totalità delle
sentenze aventi per oggetto un imputato extracomunitario. Occorrerebbe un
accertamento dattiloscopico non casuale o sporadico, come risulta essere, ma
abituale, sicché diverrebbe immediatamente individuabile il curriculum
delinquenziale del fermato. L’argomento è trattato dal Consigliere della
Corte d’appello di Firenze, Guido D’Amelio, il quale ribadisce la difficoltà
derivante dall’identificazione di imputati extracomunitari: Noi
abbiamo delle rubriche d’imputazione in cui è scritto, per esempio,
Mohamed..., nato a..., e poi alias, alias... Questo ci induce a ritenere che
costui, una volta ottenuto questo beneficio, magari delinqua di nuovo e non si
faccia riconoscere. Il fatto che egli abbia dato generalità diverse dalla
propria è un elemento che noi teniamo in scarsissima considerazione. In una
situazione di questo genere, anche se la pena rientra nella possibilità
astratta del beneficio della condizionale, questa non viene concessa perché
diciamo che l’imputato ha dato false generalità perché intende commettere
altri reati. Egli
afferma poi di ritenere quest’atteggiamento estensibile a tutte le Corti
d’appello italiane. "Alla Corte di Firenze - prosegue pervengono
fascicoli dove non ci sono accertamenti dattiloscopici, magari la polizia ha
arrestato il tizio alle tre di notte e non si è messa a rilevare le impronte
digitali". (<138">138) Più critico, forse perché espresso
dalla parte opposta, risulta il parere della Poggi: quest’ultima condivide la
necessità degli accertamenti dattiloscopici che permetterebbero di concedere il
beneficio della condizionale agli extracomunitari come anche agli italiani, ma
indica inoltre le possibili cause dei mancati accertamenti: "... li fanno
quando presumono o sanno che viene fuori molta roba; allora interessa avere i
dattiloscopici ... Difficilmente ne ho trovati quando uno era pulito".
(<139">139) All’obiezione
che potendo con la Legge n. 40/98 trattenere una persona imputata di non aver
esibito i documenti in stato di fermo per un minimo di quarantotto ore
occorrerebbe effettuare sempre un accertamento dattiloscopico, la Poggi
risponde: Nei
miei ultimi cinque arresti i dattiloscopici non ci sono mai: ho solo un
certificato penale, e non è la stessa cosa. La sedicenza, in assenza di
dattiloscopici, giustifica sempre la non concessione della condizionale da parte
di un giudice il quale pensa che magari l’imputato ha altri nomi e altri
precedenti. Se ci fossero i dattiloscopici al Centro elaborazione dati di Roma e
non risultasse niente, al di la del nome, avremmo almeno la certezza che quel
soggetto non ha mai commesso un reato in Italia. In tal caso si potrebbe anche
pensarlo sedicente, ma gli si potrebbe comunque concedere la sospensione
condizionale. (<140">140) Quanto
detto trova riscontro in una sentenza in cui il G.i.p. del Tribunale di Firenze
concede il beneficio ad un marocchino detenuto per piccolo spaccio, motivando la
sua decisione con l’incensuratezza dell’arrestato e con la mancanza di
precedenti dattiloscopici. Viene inoltre tenuta per buona la sua dichiarazione
di trovarsi solo temporaneamente in Italia perché stabilmente residente in
Francia. (<141">141) Appare essenziale stralciare questo passo da
un’intervista concessa da un pretore di Milano: "Allo
straniero non certamente identificato l’unica misura che spetta di diritto è
il carcere. Come dire, basterebbe un day hospital e invece devo metterlo in
contenzione, capisce?" D:
"E altre cose, per esempio la sospensione condizionale della pena?" R:
"Nel caso di mancata identificazione certa, per esempio, un altro caso
vigente che io non trovo giusto è che non essendoci identificazione certa non
si può dire che questo signore non commetterà altri reati, io dico che non si
può neanche dire il contrario". (<142">142)
L’appello
è disciplinato dal titolo II, libro IX, artt. 593-605 C.p.p. L’imputato può
appellare tutte le decisioni di condanna e di proscioglimento, escluse quelle
pronunciate perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto,
quelle di non luogo a procedere, le sentenze di condanna relative a
contravvenzioni per le quali è stata applicata la sola pena dell’ammenda e
quelle di proscioglimento o di non luogo a procedere relative a contravvenzioni
punite con la sola ammenda o pena alternativa (art. 593 co.3 C.p.p.). Il
P.m. può impugnare tutte le sentenze di condanna o di proscioglimento
eccettuate le ipotesi contemplate dal 3º comma dell’art. 593 sopra citato.
Qualora si tratti di sentenze del G.i.p., del tribunale e della Corte d’assise
sono altresì legittimati ad impugnare il Procuratore generale presso la Corte
d’appello e il Procuratore della repubblica presso il tribunale; il
Procuratore generale presso la Corte d’appello e il Procuratore della
repubblica presso la pretura, qualora si tratti di sentenze del G.i.p. presso la
pretura o di sentenze del pretore. Se l’impugnazione riguarda le sentenze del
tribunale, quelle del pretore o del G.i.p. presso la pretura e quelle del G.i.p.
per reati di spettanza del tribunale, la competenza a giudicare è attribuita
alla Corte d’appello; la competenza spetta invece alla Corte d’assise
d’appello se il giudizio di secondo grado coinvolge le sentenze della Corte
d’assise e quelle del G.i.p. per i reati di cui all’art. 5 C.p.p. (che
elenca tutta la serie di gravissimi reati contemplati sotto la competenza della
Corte d’assise). I
procedimenti speciali godono di una particolare disciplina che prevede il
giudizio abbreviato e il patteggiamento. Per
quanto concerne il primo rito, l’imputato ed il P.m. non possono appellare né
contro le sentenze di proscioglimento (nel caso l’appello tenda ad ottenere
una formula diversa), né contro sentenze di sanzioni sostitutive. L’imputato
non può appellare sentenze di condanna alla sola pena pecuniaria. Il P.m. non
può appellare sentenze di condanna a meno che non sia modificato il titolo del
reato. Quanto alla sentenza emessa a seguito di patteggiamento, essa è
inappellabile se pronunciata sulla base di un accordo espresso dalle parti; è
invece appellabile dal P.m. qualora il giudice abbia deliberato ritenendo
ingiustificato il dissenso dell’organo di accusa. Per
il giudizio d’appello si dà la possibilità di due distinti riti. Il primo è
rappresentato dall’udienza dibattimentale. Questa si realizza allorché
l’appello ha per oggetto la specie o la misura della pena (anche con
riferimento al giudizio di comparazione fra le circostanze), oppure
l’applicabilità delle circostanze attenuanti generiche, delle sanzioni
sostitutive, della sospensione condizionale della pena e della non menzione
della condanna nel certificato del casellario giudiziale. Il secondo rito è
rappresentato dall’udienza camerale ed ha luogo anche quando le parti ne fanno
richiesta nelle forme previste per la rinuncia all’impugnazione, dichiarando
di concordare in tutto o in parte sull’accoglimento dei motivi d’appello
(con rinuncia agli altri eventuali motivi). Dove ciò determini delle
conseguenze sulla sanzione, le parti interessate (P.m., imputato e persona
civilmente obbligata per la pena pecuniaria) indicano al giudice la pena sulla
quale concordano. Questa
forma di patteggiamento sui motivi d’appello e sulla pena, peraltro, non
vincola il giudice, il quale, se ritiene di non poter accogliere - allo stato
degli atti - la richiesta delle parti, deve disporne la citazione per il
dibattimento. Nel corso del dibattimento le stesse parti possono riproporre la
richiesta e la rinuncia, avendo queste nel frattempo perso di efficacia. Qualora
il procedimento di secondo grado non si svolga in Camera di consiglio, il
giudizio d’appello si celebra in pubblica udienza. L’iter
processuale, in parte destinato ad operare anche relativamente al procedimento
in Camera di consiglio, può essere così ricostruito: nella fase
dibattimentale, superato il momento relativo all’accertamento
dell’ammissibilità del gravame, (<143">143) si procederà a citare
l’imputato appellante e, se vi è appello del P.m. ovvero trovi
estrinsecazione l’effetto estensivo oppure l’appello sia proposto per i soli
interessi civili, si citerà anche l’imputato non appellante. Per la fase
dibattimentale, invece, i momenti più significativi sono sempre segnati dalla
relazione della causa ad opera del presidente o del consigliere da lui delegato
ed eventualmente dalla riproposizione (ex art. 599 co. 5 C.p.p.) della concorde
richiesta di accoglimento (in tutto o in parte) dei motivi d’appello in ordine
alla specie o alla misura della pena, con riproposta rinuncia agli altri
eventuali motivi. L’art.
597 co. 1 recita che "l’appello attribuisce al giudice di secondo grado
la cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione ai quali
si riferiscono i motivi proposti". Quindi, la domanda dei soggetti
appellanti opera sotto un duplice profilo: da un lato giustifica la proposizione
del gravame senza vincolare il giudice con il suo contenuto, dall’altra
delimita l’area di controllo e di giudizio da parte del giudice
dell’impugnazione. (<144">144) Quanto
ai poteri di decisione del giudice d’appello, bisogna distinguere: se
l’appello è proposto dal P.m., il giudice, nei limiti della competenza di
quello di primo grado, potrà attribuire al fatto una diversa definizione
giuridica, anche aggravandola, modificare la specie o aumentare la quantità
della pena, revocare i benefici e applicare, quando occorre, le misure di
sicurezza e ogni altro provvedimento imposto e consentito dalla legge. Potrà
quindi prosciogliere per una causa diversa da quella enunciata nella sentenza
appellata o, al contrario, nel caso di conferma di una sentenza di condanna o
proscioglimento, potrà applicare, modificare o escludere le misure di sicurezza
e le pene accessorie. Va
da sé che l’appello del P.m. accentua in senso peggiorativo la condizione
dell’imputato, il che non toglie che il giudice di secondo grado possa
emettere provvedimenti più favorevoli per la difesa. Se l’appello è proposto
dal solo imputato, il giudice d’appello, pur potendo sempre esprimere una più
grave definizione giuridica, nel rispetto della competenza di quello di primo
grado, risulta vincolato dal divieto della reformatio in peius; ciò a meno che
non siano modificati il grado di colpa, le motivazioni e la valutazione delle
prove. A questo proposito occorre ricordare che nel giudizio d’appello,
seppure in via residuale, è prevista la possibilità di acquisire nuovi
elementi probatori qualora questo si renda necessario per completare l’attività
intrapresa o per rinnovare gli atti già assunti nel caso in cui il giudice
ritenga di non essere in grado di decidere allo stato degli atti.
(<145">145) A chiusura dell’istruttoria dibattimentale la Corte
d’appello emette una sentenza che può essere di annullamento, di conferma o
di revoca di quella di primo grado. Il
ricorso in appello è prerogativa che appartiene ad una ristretta categoria di
extracomunitari: quelli cioè che dispongono dei mezzi che consentono loro di
avvalersi di un avvocato di fiducia il quale, se ne ravvisa l’opportunità,
propone l’appello. Nella stragrande maggioranza dei casi, tuttavia, gli
imputati extracomunitari sono assistiti da un difensore d’ufficio che non ha
alcun interesse a prolungare una prestazione professionale per lui gravosa e non
remunerativa. Accade così che, di contro al superaffollamento dell’ufficio
del G.i.p. e del tribunale, la Corte d’appello vede scemare i ricorsi degli
stranieri. Questo si ripercuote in un vantaggio per quegli stessi ricorsi, in
quanto, non rappresentando più nella loro mole una sorta di routine
standardizzata, ottengono un’analisi più distaccata e particolareggiata da
parte di giudici che oltretutto, per assumere quel ruolo, devono essere più
anziani di carriera e risultano quindi più esperti sotto il profilo
professionale. Questo il parere di Monica Poggi, (<146">146) la quale
precisa che all’esame di una vasta campionatura di sentenze d’appello
risulta altrettanto variegata una campionatura di giudizi, molti dei quali volti
a commutare la sentenza di primo grado. Avevamo
già visto nel primo paragrafo, trattando l’arresto e la convalida, alcune
sentenze indicative al riguardo: una con la quale addirittura si rampogna il
P.m. di prime cure per la sua inerzia; (<147">147) un’altra in cui
si proscioglie l’imputato criticando implicitamente il dibattito di primo
grado per non aver chiarito a fondo le circostanze del fermo;
(<148">148) una terza infine con la quale la Corte contesta le
deduzioni di tre agenti di P.g. avallate dal Tribunale di primo grado e manda
assolti due imputati su tre. (<149">149) Effettivamente,
da una ricerca condotta all’archivio della Corte d’appello di Firenze, su un
campione di circa quattrocento sentenze risalta l’incidenza, per esempio,
delle commutazioni in melius, seppure nell’estrema varietà che questo
concetto implica. È interessante quindi sottolineare il divario che intercorre
fra la condanna dei giudici del Tribunale di prima istanza e quello d’appello. Un
tunisino di venticinque anni è stato condannato dal Tribunale di Firenze per
aver detenuto a fini di spaccio una quantità definita ‘imprecisata’ di
hashish e di eroina, ceduta in tre dosi ad un italiano: gli è stata comminata
la pena di un anno, sei mesi di reclusione e dodici milioni di multa. La Corte
d’appello sottolinea l’incompletezza delle indagini (non è stato consultato
il consulente tossicologico per l’esame di una parte del corpo del reato) e il
fatto che il tunisino non doveva essere spacciatore incallito perché non
possedeva "particolare callidità e abilità" essendosi fatto notare
immediatamente dai carabinieri. Il giovane risulta formalmente incensurato e i
giudici tengono anche conto della sua giovane età; intimano pertanto
l’immediata liberazione dell’imputato e riformano parzialmente la prima
sentenza riducendola di quattro mesi e di due milioni. (<150">150) Un
albanese, anch’egli giovanissimo, contumace, viene condannato dal Tribunale di
Firenze a nove mesi di reclusione e al pagamento delle spese processuali per
resistenza, oltraggio e lesioni a pubblico ufficiale. Il dispositivo della
sentenza sembra accettare la tesi degli agenti, cioè che l’imputato, anche
lui ferito, si fosse leso sbattendo contro le sbarre della cella, ma vi compare
anche l’affermazione che il giovane possedeva un regolare permesso di
soggiorno ed era stato pronto ad esibire i documenti. La sentenza d’appello
tiene conto di questi ultimi fattori, denuncia la pena precedente come
eccessiva, accetta il sospetto che gli agenti operanti il fermo abbiano
ravvisato una condotta dell’imputato quantomeno illogica, dato che alla
richiesta di documenti egli avrebbe colpito immediatamente un agente. Sottolinea
che anche l’imputato ha riportato numerose lesioni al viso ed è stato
accompagnato all’ospedale, ma rifiuta ovviamente di dedurre che i pubblici
ufficiali abbiano mentito, anche se considera eccessiva la pena comminata
precedentemente e la riduce di tre mesi eliminando il pagamento delle spese
processuali e di custodia. (<151">151) Troviamo,
nuovamente, un tunisino condannato e incarcerato a Sollicciano per detenzione e
spaccio di numerose dosi di eroina. La condanna è di due anni, otto mesi di
reclusione e otto milioni di multa, oltre al ritiro della patente di guida per
tre anni e al rifiuto di sostituzione della custodia cautelare in carcere.
L’appello presentato dal difensore di fiducia "si duole dell’eccessività
della pena irrogata" evidenziando la giovanissima età dell’imputato, la
sua incensuratezza, il suo corretto comportamento processuale. La Corte
d’appello accoglie le obiezioni e riforma la precedente sentenza riducendo la
pena di quattro mesi e dimezzando la multa. (<152">152) Ancora:
un algerino viene condannato a sei anni di reclusione e a quarantacinque milioni
di multa per detenzione e spaccio di droga e per essere stato sorpreso con circa
dieci grammi di eroina tagliata. Durante il giudizio di primo grado il giovane
non aveva potuto avvalersi di un avvocato di fiducia; era inoltre risultato
tossicodipendente, anche se il gran numero di ovuli contenenti l’eroina che
gli era stata trovata addosso non permetteva di ipotizzare l’uso personale. La
Corte d’appello sottolinea l’incensuratezza dell’imputato, anche se le
circostanze del fermo e la quantità di droga ritrovata non permettono di
riconoscere la lieve entità del fatto. La precedente sentenza viene così
riformata con la riduzione di sei mesi di reclusione e di due milioni di multa.
(<153">153) In
un altro caso la Corte d’appello di Firenze conferma in pieno la condanna
comminata dal Tribunale nei confronti di due tunisini implicati sempre in
traffico di droga, con l’aggravante di aver commesso il fatto in concorso con
un’altra persona giudicata separatamente. La condanna era di cinque anni, sei
mesi di reclusione e quaranta milioni di multa ciascuno. La Corte, con un
dispositivo lungo e particolareggiato, conferma tale condanna accettando in toto
le motivazioni addotte dal primo giudice. (<154">154) In
altri casi la solerzia dei giudici d’appello sfocia in un aggravamento della
pena, com’è accaduto per un tunisino colto con quasi due grammi di eroina
pura (corrispondente all’utilizzo di circa diciassette giorni) e accusato
anche di spaccio. La condanna a un anno e mezzo di reclusione e a quattro
milioni di multa e la revoca della condizionale, oltre al rigetto dell’istanza
di sostituzione della custodia cautelare in carcere appaiono eccessive
all’imputato e perciò egli appella tale sentenza. La Corte d’appello
sottolinea la recidività dell’imputato, l’abitualità allo spaccio e quindi
la sua pericolosità sociale e riforma la primitiva sentenza aggravando la pena
a cinque anni e mezzo, aggiungendo alla multa trenta milioni e prevedendo anche
l’espulsione a pena espiata. (<155">155) Un
cittadino maltese, processato per detenzione a fini di spaccio (in concorso con
altri giudicati separatamente) di una quantità imprecisata di cocaina ed eroina
in un lasso temporale di cinque mesi, viene condannato a due anni e mezzo di
reclusione e a dodici milioni di multa oltre al pagamento delle spese
processuali e di custodia. L’imputato, recita il dispositivo, "è un
professionista dello spaccio che ha già subito una condanna a sei anni e
utilizza una serie incredibile di nomi falsi". La Corte d’appello osserva
che "il giudice di primo grado ha valutato e risolto la questione
utilizzando dati di fatto ed argomenti logici condivisibili", e rigetta gli
argomenti della difesa sostenendo che in seguito a puntuali e prolungati
appostamenti e ad intercettazioni telefoniche risultava incontestabile che
l’imputato gestisse un traffico di stupefacenti, anche se non era mai stato
trovato in possesso di droga e non era stato mai rilevato visivamente un
contatto con l’italiano il cui cellulare l’aveva incastrato. Pertanto la
prima condanna viene riformata, aggravando la pena di ben sei anni e la multa di
quarantotto milioni, e interdicendo l’imputato dai pubblici uffici.
(<156">156) Appare
comunque sempre chiaro che, anche qui una parte delle decisioni è riconducibile
all’ambito discrezionale, il che comporta la penalizzazione
dell’extracomunitario rispetto ad un omologo reo autoctono, se non altro per
il plausibile motivo che il primo, non avendo generalmente né un lavoro sicuro,
né una facile reperibilità, è tendenzialmente destinato a recidivare per
sopravvivere, prescindendo da altre considerazioni. Conferma questa impressione
l’intervista a Guido D’Amelio della Corte d’appello di Firenze: D:
Spesso nelle sentenze pronunciate nei confronti di imputati per reati connessi
agli stupefacenti compare la formula ‘riferita all’uso personale’, mentre
per immigrati extracomunitari ciò avviene molto raramente. Per quale motivo? R:
Credo si tratti di una valutazione attinente il fatto che la maggior parte non
ha attività lavorativa e quindi è impossibilitata a comprarsi droga per
consumarla in proprio: scatta così la supposizione che la droga è stata
comprata grazie allo spaccio. È una valutazione che viene abbastanza naturale
quando si trovano persone senza lavoro e prive di ogni tipo di riferimento con
quantitativi rilevanti di sostanze stupefacenti e non sanno dire come le hanno
acquistate. Conta poi anche la quantità, perché se un extracomunitario
disoccupato risulta tossicodipendente e viene trovato con una piccola quantità
di droga, è credibile che questa sia destinata al consumo personale; se
viceversa ne ha un grosso quantitativo, magari già suddiviso in piccole dosi,
allora è improbabile che sia tutta per lui. Anche la bilancina di per sé non
è elemento determinante perché anch’essa può servire per uso personale, se
poi avviene una perquisizione, tocca all’accusa dimostrare che bilancina e
droga erano destinate allo spaccio. D:
Per quanto riguarda il libero convincimento del giudice in ordine alla
formazione della prova qual è la prassi adottata? R:
Il libero convincimento del giudice è un principio che va a salvaguardare lo
stesso imputato, nel senso che non ci possono essere presunzioni o dati dai
quali far derivare automaticamente la colpevolezza Certo, il libero
convincimento presenta anche degli inconvenienti, nel senso che delle volte si
vedono sentenze ribaltate, giudizi che non sono coincidenti perché ci sono dei
punti di vista diversi, però bisogna vedere quali sono gli inconvenienti minori
e se non sia il maggior inconveniente quello di ancorare il giudizio del
magistrato a elementi tassativi, senza lasciare quindi la libertà dl
valutazione che è invece necessaria. Sicuramente il libero convincimento è
fondamentale a garanzia della libertà e dell’accertamento della verità. Le
presunzioni, di per sé, sono sempre limitative nel senso che non danno alcuna
garanzia di rappresentare quello che è il fatto vero. D:
Quindi lei nega che vi sia una mentalità precostituita da parte dei giudici? R:
Da parte dei giudici in generale no. Certamente però i giudici Tizio, Caio e
Sempronio possono avere una mentalità ristretta o più sospettosa. È un dato
di fatto da cui non si può prescindere. Poi, magari, c’è quello che può
eccedere nell’altro senso. D:
Ci sono comunque nelle sentenze d’appello capovolgimenti totali rispetto a
quelle del G.i.p. Come mai? R:
Non è assolutamente detto che la sentenza di secondo grado o la sentenza di
cassazione siano più giuste di quelle di primo grado. C’è da presumere
magari che giudici di maggiore esperienza abbiano visto meglio; comunque, quello
che va individuato è l’elemento che fa propendere per una soluzione o per
l’altra, cioè il ragionamento che si fa sia a livello di accertamento del
fatto, sia a livello dell’interpretazione della norma. Quindi, in generale si
dice male: solo di caso in caso si può vagliare quella che è stata la
conclusione, proprio ripercorrendo l’iter del ragionamento. D:
Però la discrezionalità c’è. R:
Certo che c’è: Vi possono essere vari tipi di errori; per esempio fare un
ragionamento che non tiene, oppure vi può essere l’elemento emotivo. C’è
una persona più sospettosa o quella che, viceversa, tiene un atteggiamento
opposto. I giudici sono persone come tutte le altre: l’errore umano esiste in
tutte le attività e quindi forse a maggior ragione e con maggior frequenza può
esistere nelle sentenze, dove gioca a tutto campo. D:
Al processo d’appello arrivano più italiani o più extracomunitari? R:
Il dato di fatto, badi bene, non il mio giudizio ma il dato di fatto, è che
moltissimi reati nell’ambito della microcriminalità sono commessi da
extracomunitari. Per esempio, il microspaccio di eroina è detenuto da essi. Io
credo però che fra tutti gli extracomunitari che hanno commesso un reato ci
siano percentualmente meno impugnazioni di quante ve ne sono per gli italiani,
perché i primi non hanno la possibilità di essere assistiti, in quanto non
dispongono dei soldi per pagare il difensore. La difesa d’ufficio, si sa, è
un discorso puramente teorico, quindi per loro la prosecuzione del giudizio è
un evento estremamente limitato. Inoltre per loro non vi sono neppure tanti
elementi per far ricorso in appello: partono da una situazione più sfavorevole,
per esempio la flagranza dello spaccio. Se la pena è stata irrogata in modo
equo l’appello non ha senso, in quanto la situazione è stata accertata. È
però vero che vi possono essere casi in cui non aver soldi per rivolgersi a un
legale può costituire una sorta di discriminazione. (<157">157) Uno
sguardo ad alcune sentenze della Corte d’appello fiorentina conferma il quadro
disegnato dal giudice D’Amelio: le conclusioni a cui la Corte perviene
risultano essere estremamente disomogenee e variegate. A
due appellanti, un marocchino e un’italiana, imputati di detenzione di droga a
fini di spaccio (circa quarantasette grammi di eroina tagliata), il Tribunale di
prima istanza aveva comminato una pena di sei anni di reclusione e trentacinque
milioni di multa all’uomo, di cinque anni, quattro mesi e trentaquattro
milioni di multa alla donna, unitamente all’interdizione per entrambi dai
pubblici uffici; l’uomo inoltre, scontata la pena, doveva essere espulso. La
Colte d’appello rianalizza minuziosamente le circostanze del fermo dei due,
colti dalla P.g. in una camera d’albergo in compagnia di un terzo uomo. Nella
camera vengono rinvenuti numerosi ovuli di droga posati a terra sopra un
giornale e l’atteggiamento dei presenti era quello di chi ne stava
confezionando altri. Il presidente e i due giudici della Corte passano al vaglio
in particolar modo la posizione dell’italiana, ventisette anni,
tossicodipendente, che già in prima istanza aveva dichiarato di essere estranea
all’attività di spaccio, ma di trovarsi in quel luogo per ottenere la sua
quantità giornaliera di droga in cambio di prestazioni sessuali. L’agente
l’aveva trovata vicino alla finestra con in mano una bottiglietta di profumo,
perciò non impegnata nel confezionamento degli ovuli, ma dalla sua vicinanza a
questi ultimi aveva dedotto che anch’essa risultasse addetta all’operazione. La
Corte d’appello, vagliando anche i minimi particolari del fatto, sottolinea
nel dispositivo della sentenza che la camera era talmente piccola da imporre
all’imputata la stretta vicinanza agli ovuli, e che inoltre l’agente parlava
guidato da una sua personale deduzione, non debitamente comprovata. Così, posti
in discussione elementi che il tribunale aveva ammesso acriticamente per validi,
i giudici d’appello assolvono l’italiana per non aver commesso il fatto e
confermano la precedente condanna al marocchino. (<158">158) Una
situazione analoga troviamo in una sentenza su appello di un altro marocchino e
di un’altra italiana. L’uomo in questione ha a suo carico un curriculum di
ben sei alias, la donna è una recidiva reiterata infraquinquennale. Il reato è
sempre detenzione a fine di spaccio, in questo caso di quarantacinque grammi di
eroina tagliata. Il rito è abbreviato e ne scaturisce per l’uomo la condanna
a cinque anni, quattro mesi di reclusione e a trentaquattro milioni di multa con
espulsione a pena espiata; alla donna vengono comminati due anni e sei mesi di
reclusione, oltre a diciotto milioni di multa. I due, che si dichiarano
fidanzati, sono stati sorpresi in un albergo fiorentino con dieci involucri di
droga, di cui l’uomo si riforniva settimanalmente a Milano. La donna respinge
ogni addebito ammettendo il suo rapporto affettivo, ma tenendolo distinto dalla
corresponsabilità nell’imputazione, dichiarando inoltre la non convivenza con
il fidanzato. Ella ignorava l’esistenza della droga che era ‘saltata
fuori’ dal letto dove era nascosta e su cui ella giaceva. All’atto
dell’irruzione degli agenti la donna si era talmente spaventata da cadere
addirittura a terra. Il G.i.p. aveva giudicato non plausibile una convivenza a
singhiozzo dei due imputati e, constatata la condizione di disoccupazione di
entrambi, li aveva considerati in concorso per spaccio, anche perché l’uomo
era reo confesso. L’appello contesta queste deduzioni, del resto opinabili,
aggiungendo che non esistono prove di una connivenza economica dei due e che,
del resto, l’attività non aveva carattere professionale e risultava quindi
scarsamente redditizia; inoltre il giovane era tossicodipendente, soffriva di un
profondo disagio sociale e non rappresentava un serio pericolo per la società.
Essendo tossicodipendente anche la donna, è presumibile che si prestasse ad
occasionali rapporti sessuali per ottenere la droga occorrente. La Corte
d’appello accetta le osservazioni del difensore e assolve la donna,
confermando invece la condanna per il compagno. (<159">159) Quando
si analizzano reati per droga non sempre ci si imbatte in nordafricani. Cinque
italiani, tutti al di sotto dei trent’anni, vengono fermati per concorso
nell’acquisto, detenzione, offerta, vendita e cessione di pasticche di ecstasy
e LSD. Il quantitativo è notevole, e la ‘società’ opera su larga scala,
coprendo quasi tutta l’Emilia e la Toscana. I membri dell’organizzazione
vengono condannati a pene varianti dai due ai sette anni e mezzo di reclusione,
a seconda dei rispettivi ruoli e delle responsabilità assunte e a multe
varianti dai quattro ai sessanta milioni di lire. In questo caso la P.g. aveva
provveduto ad intercettazioni telefoniche ed era così riuscita ad appurare la
gerarchia degli imputati coinvolti in un traffico di pasticche dell’ordine dei
diecimila pezzi a tornata. Soltanto uno fra questi, essendo stato preso con
duecentosettanta pillole, poteva essere ritenuto elemento di secondo piano o
addirittura acquirente per uso personale. In virtù di questa considerazione,
infatti, la Corte lo assolve, riducendo inoltre le altre condanne e applicando
ad uno degli imputati il beneficio della sospensione condizionale della pena di
anni cinque. (<160">160) Un
italiano di mezza età, anch’egli spacciatore, recidivo reiterato specifico,
viene condannato a due anni, otto mesi di reclusione e a dieci milioni di multa
per la detenzione di sette grammi di eroina tagliata. Durante la perquisizione
domiciliare viene inoltre rinvenuta una bilancina di precisione e un discreto
quantitativo di denaro. Il fermato era tossicodipendente e dichiarava che la
droga, effettivamente esauribile in undici, quindici giorni, serviva per uso
personale. Il G.i.p. non si lascia convincere, insospettito dalla presenza della
bilancia e dalla somma di denaro trovato in casa dell’uomo (due milioni e
mezzo in contanti). La Corte d’appello svolge le sue deduzioni, sostenendo che
tale somma non era poi così ingente da far pensare a un abituale commercio di
droga e che la presenza della bilancia poteva essere giustificata dal fatto che
la madre, convivente con l’imputato soffriva di diabete ed aveva pertanto
bisogno di tale strumento per dosare la sua terapia. Riforma quindi la
precedente sentenza assolvendo l’uomo dall’imputazione a lui ascritta perché,
a seguito del referendum popolare del 18/04/93 il fatto non è più previsto
dalla legge come reato. (<161">161) Non
si può contestare l’evidenza che il reato più frequentemente commesso da
extracomunitari riguarda lo spaccio di droga, ma colpisce, ad un’analisi
approfondita presso gli archivi del tribunale e della Corte d’appello,
l’esiguità del numero delle contestazioni circa lo sfruttamento della
prostituzione. Quest’assenza colpisce maggiormente in quanto qualunque
cittadino italiano assiste giornalmente a spettacoli che contrastano con questa
mancanza di denunce. Si è perciò reputato doveroso girare il quesito a
D’Amelio, considerando anche che - come si è già detto - il Codice penale
italiano contempla all’articolo 600 il reato di riduzione in schiavitù. D:
Per quanto attiene il reato di sfruttamento della prostituzione, che riguarda
particolarmente gli Albanesi, è giusto riferirsi all’art. 600? R:
È difficile dimostrarlo, però si verifica questo sfruttamento della
prostituzione, spesso in forme bestiali, ma è un reato difficile da accertare
perché le ragazze sono disorientate, condotte con la forza e con l’inganno
dall’Albania. La riduzione in schiavitù è ormai un ipotesi non più
applicabile. Quando condanniamo lo facciamo per sequestro di persona, violenza
privata, sfruttamento aggravato della prostituzione con la violenza, estorsione
che normalmente si accompagna anche allo sfruttamento della prostituzione. Sono
pene molto pesanti che però evidentemente non sono sufficienti ad intimorire.
Il discorso dovrebbe essere quello di una maggiore attenzione per questi reati
da parte dello stato e quindi della polizia perché lo sfruttamento l’abbiamo
sotto gli occhi. A Firenze, su cento prostitute, novantanove sono sotto
qualcuno: la difficoltà è vedere chi le assoggetta. La posta in gioco è molto
importante, varrebbe quindi la pena di impegnare al massimo le forze
dell’ordine in questa indagine, anche se il problema, dilatato all’infinito
come nelle grandi città, diventa molto difficile. (<162">162) Una
volta tanto troviamo una sentenza pronunciata contro due russi, per
favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione nei confronti di due
compatriote, con minaccia di ritorsioni fisiche e ricatto psicologico
consistente nel comunicare ai familiari l’umiliante lavoro svolto in Italia
dalle connazionali. In prima istanza i due vengono condannati alla pena di tre
anni di reclusione e a due milioni di multa ciascuno, oltre all’interdizione
dai pubblici uffici per tale periodo. Le stesse ragazze li avevano accusati per
tale reato, ma la Corte d’appello, tenuto conto della loro incensuratezza e
delle "non facili condizioni di vita in cui si trovano, in un paese
straniero, privi di una stabile e seria attività lavorativa", tenuto
inoltre conto del fatto che non ci sono state violenze fisiche, che le ragazze
erano abbastanza libere e che una di esse volontariamente manteneva rapporti
sessuali per proprio tornaconto con quello dei due che riteneva il capo, riforma
la sentenza di primo grado dimezzando la pena e la multa. (<163">163) Note
al capitolo 2
(1)
Intervista a C.I., cit., p. 16. (2)
Cfr. allegati in appendice. (3)
Intervista a T.C., agente in servizio alla Questura di Firenze, del 15/3/99. (4)
Ibid. (5)
S.n. 46/95 Reg. Sent.
C. app. Fi. (6)
Intervista a C.I., cit., p. 16. (7)
Intervista a Giuseppe Soresina, Presidente aggiunto della sezione per le
indagini preliminari del Tribunale di Firenze, del 3/2/99. (8)
Ibid. (9)
Episodio tratto da La Repubblica e Il Corriere della Sera, del 18/12/98. (10)
Intervista a Roberto Monteverde, Giudice della 1a sez. penale del Tribunale di
Firenze, del 27/10/98. (11)
Quando per i mezzi, per le modalità o le circostanze dell’azione, ovvero per
le qualità e quantità delle sostanze. i fatti previsti dal presente articolo
sono di lieve entità. si applicano le pene della reclusione da uno a sei anni e
della multa da lire cinque milioni a lire cinquanta milioni se si tratta di
sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alle tabelle I e III previste
dall’art. 14, ovvero la pena della reclusione da sei mesi a quattro anni e
della multa da lire due milioni a lire venti milioni se si tratta di sostanze di
cui alle tabelle II e IV. (12)
Intervista a L.V., Commissario della Squadra mobile Sezione narcotici della
Questura di Firenze, del 8/3/99. (13)
Intervista all’avvocatessa Monica Poggi del foro di Firenze, del 22/2/99. (14)
Intervista a M.T., del 22/2/99. (15)
Interviste a C.I. e L V., Commissari di polizia. in servizio presso la Squadra
mobile di Firenze, del 4/3/99 e del 8/3/99. E da un’intervista ad un agente di
polizia, T.C., del 15/3/99 e all’Ispettore L.D., del 24/2/99. (16)
S.n. 193/95 Reg. sent. Trib. Fi. (17)
S.n. 657/98 Reg. sent. Trib.
Fi. (18)
Verbale n. 2334, Regione Carabinieri Toscana, Comando provinciale nucleo
operativo. (19)
S.n. 1982/97 Reg. sent. C. app. Fi. (20)
S.n. 78/96 Reg. sent. C.
app. Fi. (21)
Intervista a C.I., cit.. p. 16. (22)
Barbarino e Quassoli, Ricerca sulla comunicazione tra immigrati e attori
istituzionali. Fondazione Cariplo ISMU, Comune di Milano 1997, p. 27. (23)
F. Quassoli. op. cit., p. 14. (24)
Dall’archivio dell’avvocato Filastò, lettera del 2/2/94. (25)
Intervista ad Antone Blaiki, consulente tecnico del Tribunale di Firenze, del
5/2/99. (26)
Intervista a C.I., cit., p. 16. (27)
S.n. 2~0/98 Reg. Sent.
Trib. To., in Quaderno 1nformatico riservato ai soci ASGI e Magistratura
democratica, anno 1995, p. 120. (28)
Intervista a C.I., cit., p. 16. (29)
Sintesi dall’intervista a D.B., ivoriano, rilasciata l’11/3/93. (30)
Intervista ad Eva Celotti, Consigliere presso la Sez. penale della Corte
d’appello di Firenze, del 2/2/99. (31)
Intervista a Francesco Pappalardo, Sostituto procuratore della repubblica del
Tribunale di Firenze, del 24/2/99. (32)
Comma 3: "Lo straniero che, a richiesta degli ufficiali e degli agenti di
Pubblica sicurezza, non esibisce senza giustificato motivo il passaporto o altro
documento di identificazione, ovvero il permesso o la carta di soggiorno è
punito con l’arresto fino a sei mesi e l’ammenda fino a lire
ottocentomila". (33)
S.n. 710/96 Reg. Sent. G.i.p Fi. (34)
Art. 390 co. 1; 3, C.p.p. (35)
Dichiarazione di un Sostituto procuratore della repubblica gentilmente
concessami dal Prof. A. Dal Lago, del 14/5/98. (36)
Intervista a Luciana Singlitico, Sostituto procuratore della repubblica del
Tribunale di Firenze, del 25/2/99. (37)
Verbale del Nucleo operativo C.c. di Firenze del 29/9/94, Registro archivio del
2/7/96. (38)
Verbale di fermo, Squadra mobile sezione narcotici N. Buoncostume della Questura
di Firenze, del 11/11/95. (39)
M. Pastore, Produzione normativa e costruzione sociale della devianza e della
criminalità, in Quaderni, Fondazione Cariplo-I.S.M.U., Milano 1995, p. 52. (40)
Curzio Maltese in Contromano, ne: "il Venerdì" di Repubblica, del
5/3/99, p. 25. (41)
Ibid. (42)
Intervista a C.I., cit., p. 16. (43)
Art. 275 co. 1 e 2 C.p.p. (44)
Art. 275 co. 1 C.p.p. (45)
Art. 275 co. 2 C.p.p. (46)
Cass. pen., sez. V, 21 nov. 1996. n. 4639 (28 ott. 1996). (47)
Intervista a Dania Mori, Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di
Firenze, del 8/2/99. (48)
S.n. 572/96 Reg. sent. G.i.p.
Fi. (49)
Dichiarazioni contenute in un’intervista fatta a Mon Dou B., senegalese con
permesso di soggiorno, coabitante con tre amici irregolari a Limite sull’Arno,
il 19/2/99. (50)
Dichiarazioni ottenute da Daniel F., peruviano, regolarmente immigrato con
moglie e figli, il 7/1/99. (51)
Nota n. 545677 indirizzata a tutti i presidenti di Corte d’appello, ai
procuratori generali della repubblica presso di esse e al Procuratore nazionale
antimafia, nota che dalla Corte d’appello di Firenze è stata trasmessa a
tutti i presidenti dei tribunali, ai dirigenti delle preture circondariali del
distretto, al Presidente del Tribunale per i minorenni e al Presidente del
Tribunale di sorveglianza di Firenze, nonché ai magistrati di sorveglianza di
Livorno, Pisa e Siena, del 11/3/98. (52)
Intervista all’Ispettore L.D., cit., p. 23. (53)
Intervista a Monica Poggi, cit., p. 53. (54)
Intervista cit., p. 64. (55)
S.n. 205/94 Reg. Sent. G.i.p Fi. (56)
S.n. 967/94 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (57)
S.n. 836/98 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (58)
S.n 109/98 Reg. Sent.
Trib Fi. (59)
Cfr. M Pastore, op. cit., p. 58. (60)
F. Quassoli, op. cit., p. 26. (61)
Art. 2, n. 59 L. n. 81 del 16/2/87. (62)
Art. 309, co. 8 e 9 C.p.p. (63)
Intervista a Sergio Affronte, Giudice presso il Tribunale distrettuale della
libertà di Firenze, del 12/2/99. (64)
Intervista alla prof.ssa Donatella Ainis, dell’11/2/99. (65)
Intervista cit., p. 84. (66)
Ord. n. 3196/98 Proc. Rep. Trib. Fi. (67)
S.n. 1836/98 Reg. Sent.,
Pretura circondariale di Firenze. (68)
Ord.n.11802/98 Proc. Rep. Pret. Fi. (69)
Ord. n. 3353/98 Proc. Rep. Trib. Fi. (70)
S.n. 2007/98 Reg. Sent. Trib. Fi. (71)
Art 425 C.p.p. (72)
Art. 467; 468 C.p.p. (73)
Art. 484 C.p.p. (74)
Art. 485 C.p.p. (75)
Art. 487 C.p.p. (76)
Art. 493 co.l C.p.p. (77)
Art. 498 C.p.p. (78)
Art. 507 co. l C.p.p. (79)
Artt. 438-443 C.p.p. (80)
Art. 413 co. L, lett. a C.p.p. (81)
Art. 443 co. l lett. b C.p.p. (82)
Art. 443 co. 3 C.p.p. (83)
Art. 443 co. l, lett. a, b C.p.p. (84)
Art. 443 co.2 C.p.p. (85)
Artt. 444-448 C.p.p. (86)
Artt. 449-452 C.p.p. (87)
Artt. 453-458 C.p.p. (88)
Art. 419 co. 5 C.p.p. (89)
Artt. 459-464 C.p.p. (90)
M. Pastore, op. cit., p. 47. (91)
M. Pastore, op. cit., p. 19. (92)
Intervista rilasciata da M.M., addetto all’ambasciata tunisina a Roma, del
26/2/99. (93)
Intervista ad Antonietta Fiorillo, Magistrato di sorveglianza di Firenze, del
30/1/99. (94)
Art. 143 C.p.p. (95)
Intervista ad Antone Blaiki, cit., p. 59. (96)
Cfr. M. Pastore, op. cit., p. 42, confermata dalle dichiarazioni dello stesso
Blaiki. (97)
Intervista a Dania Mori, cit., p. 73. (98)
Cfr. M. Pastore. op. cit., p. 56. (99)
Intervista a Roberto Monteverde, cit., p. 51. (100)
Intervista a Gaetano Tomaselli, Presidente della 2a Sez. penale del Tribunale di
Firenze, del 8/2/99. (101)
Intervista a Giuseppe Soresina, cit., p. 50. (102)
M. Pastore, op. cit., p. 55. (103)
Sintesi dell’intervista concessa dall’avvocato Gustavo Leone, del foro di
Firenze, del 17/2/99. (104)
M. Pastore, op. cit., p. 57. (105)
S.n. 260/94 Reg. Sent. Trib. Fi. (106)
S.n .735/98 Reg. Sent. Trib. Fi. (107)
Ibid. (108)
S.n. 128/94 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (109)
Intervista cit., p. 53. (110)
Cass. pen., Sez. VI, n. 5332, 11/4/90. (111)
S.n. 4064/94 Reg. Sent.
G.i.p. Fi. (112)
Intervista del 24/2/99; cfr. con la citata intervista all’avvocatessa p. 53. (113)
Intervista cit., p. 67. (114)
S.n. 21/97 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (115)
S.n. 191/98 Reg. Sent. Trib. Fi. (116)
S.n. 292/94 Reg. Sent. Trib. Fi. (117)
S.n. 192/94 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (118)
Intervista cit., p. 73. (119)
S.n. 1237/95 Reg. Sent.
G.i.p. (120)
Intervista cit., p. 73. (121)
Intervista ad Eva Celotti, cit., p. 64. (122)
Intervista a Gaetano Tomaselli. cit., p. 98. (123)
Intervista cit., p. 64. (124)
S.n. 142/97 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (125)
S.n. 285/95 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (126)
S.n. 637/95 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (127)
S.n. 1124/95 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (128)
Intervista a Luigi Bocciolini, Sostituto procuratore della repubblica del
Tribunale di Firenze, del 3/2/99. (129)
Ibid. (130)
S.n. 478/97 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (131)
S.n. 628/97 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (132)
S.n. 235/96 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (133)
S.n. 618/97 Reg. Sent. G.i.p Fi. (134)
Intervista a Tindari Baglione, Sostituto procuratore generale della Corte
d’appello di Firenze, del 3/3/99. (135)
S.n. 270/97 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (136)
S.n. 44/94 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (137)
S.n. 696/94 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (138)
Intervista cit., p. 14. (139)
Intervista cit., p. 53. (140)
Ibid. (141)
S.n. 650/97 Reg. Sent. G.i.p. Fi. (142)
Intervista concessaci da A. Dal Lago, Milano 9/6/97. (143)
Art. 591 C.p.p. (144)
Si tratta del cosiddetto principio del tantum devolutum quantum appellatum, con
conseguente inserimento dell’appello tra i mezzi parzialmente devolutivi. (145)
Legge delega art. 2, n. 94. (146)
Intervista cit., p. 53. (147)
S.n. 46/95 Reg. Sent. C. app. Fi. (148)
S.n. 657/98 Reg. Sent. C. app. Fi. (149)
S.n. 178/96 Reg. Sent. C. app. Fi. (150)
S.n. 2226/94 Reg. Sent. C. app. Fi. (151)
S.n.1506/98 Reg. Sent. C. app. Fi. (152)
S.n. 1884/97 Reg. Sent. C. app. Fi. (153)
S.n. 1544/95 Reg. Sent. C. app. Fi. (154)
S.n. 1677/94 Reg. Sent. C. app. Fi. (155)
S.n. 257/95 Reg. Sent. C. app. Fi. (156)
S.n. 1046/97 Reg. Sent.
C. app. Fi. (157)
Intervista a Guido d’Amelio, del 20/3/99. (158)
S.n. 1618/96 Reg. Sent. C. app. Fi. (159)
S.n. 1328/97 Reg. Sent. C. app. Fi. (160)
S.n. 1860/94 Reg. Sent. C. app. Fi. (161)
S.n. 1967/91 Reg. Sent.
C. app. Fi. (162)
Intervista cit., p. 131. (163) S.n. 2115/95 Reg. Sent. C. app. Fi.
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