Voci da lontano

 

Denaro è uguale a “bella vita”?

Ma è proprio bella la bella vita”?

È difficile convincere le persone che nella vita si può cercare la felicità anche riempiendo la casa di libri, arricchendo l’anima di storie, e usando la testa per accumulare buone idee e creare ragionamenti

 

di Elton Kalica

 

Chi commette un reato, lo fa per scelta o perché costretto da fattori esterni? È questa una delle domande più frequenti che ci rivolgono gli studenti, una domanda che ci ha costretti a ragionare su che cosa ci ha spinti a fare quello per cui siamo stati condannati. Come redazione, siamo abituati a discutere accanitamente su temi anche spinosi e certo non ci nascondiamo dietro quella visione un po’ eroica del ribelle che rifiuta le regole di una società in cui non si riconosce, ma siamo ben consapevoli del male che le nostre azioni hanno prodotto sugli altri.

La maggior parte di noi riconosce senza incertezze che all’origine dei propri illeciti c’è stato il “bisogno” di denaro. Tuttavia, dalle riunioni della nostra redazione emergono spesso posizioni diverse nell’analizzare il senso di questo termine, “bisogno” di denaro, che viene sempre abbinato all’equazione per la quale denaro è uguale a “bella vita”.

Qui dentro, di persone che sono state abbagliate per anni da quel mondo che è chiamato “bella vita”, ce ne sono tante. Ed è comprensibile che ora molti non vogliano ammettere di essere stati degli idioti, e invece di fare i conti sui tanti anni passati in galera, si aggrappano alle proprie scelte di vita per affermare almeno un principio di coerenza: l’ho fatto perché mi piaceva la bella vita. Tuttavia, io credo che a questa convinzione occorre riconoscere alcune attenuanti, anche perché, tanti anni fa, la “bella vita” piaceva pure a me.

C’è una grossa fetta della società che reputa “brutta vita” quella vita in cui ti devi alzare alle sei per andare a lavorare, quella vita in cui devi faticare per fare tre pasti al giorno, per comprare un paio di jeans, per portare a cena una ragazza, se ce l’hai. E invece chiamano “bella vita” quella in cui la mattina puoi dormire fino a tardi, puoi comprarti la macchina e tutti i vestiti che vuoi, ti puoi permettere di portare fuori tutte le donne che incontri e puoi avere i loro favori perché in fondo anche a loro piace fare la “bella vita”. È curioso ma anche nelle canzoni rap che mi capita di ascoltare su Mtv, gli afroamericani che cantano del loro successo nel mondo del crimine usano proprio la lingua italiana per dire “bella vita”. La vita senza fatiche è una cosa non solo accettata, ma addirittura ambita da molte, molte persone. E se è difficile spiegare ai ragazzi, che in fondo la bella vita l’hanno vista solo in televisione, che questi modelli sono quanto meno discutibili, è ancora più difficile spiegarlo a quegli adulti che quella vita l’hanno vissuta da vicino. È assurdo, perché quelli che si svegliano alle sei per andare a lavorare e che ci pensano dieci volte prima di comperare un paio di pantaloni sono la stragrande maggioranza delle persone, mentre quelli che si possono permettere la “bella vita” sono pochi, è assurdo ma sembra che siano in tanti ad avere bisogno di sognare di fare un giorno la “bella vita”, se no, come si spiega il successo che hanno sui giovani le storie di veline e di calciatori?

 

I volontari ci ricordano che, per sentirsi realizzati, non è necessario un grosso conto in banca

 

Capisco che tutti desiderino avere più soldi perché ormai ci dirigiamo sempre di più verso una società in cui senza soldi non si studia, non ci si cura, e si rischia di rimanere soli – se poi succede che si possano avere tanti soldi senza spezzarsi la schiena dalla mattina alla sera in fabbrica, credo che tutti ne sarebbero contenti – ma non si può restare indifferenti di fronte alla centralità che il denaro ha assunto nella società in cui viviamo, facendo sì che sia i detenuti, sia la gente fuori guardino la televisione senza capacità critica, e si convincano che basta avere il denaro e allora si compra quella bella macchina che negli spot pubblicitari è guidata dall’attore figo, e magari anche quella villa con la vista sul mare dove una modella mezza nuda salta di gioia per i biscotti senza grassi che pubblicizza.

Forse, stando in galera e potendo guardare il mondo solo attraverso il televisore, sono condizionato nella mia visione della realtà, tuttavia io vedo che si sta radicalizzando una divisione della società tutta mercantilistica: da un lato ci sono quelli che vogliono vendere delle cose, e dall’altro quelli che vorrebbero avere i soldi per comprarle. Allora, bisogna mettersi nell’ordine di idee che, in queste condizioni, è difficile convincere le persone che nella vita si può cercare la felicità anche riempiendo la casa di libri, arricchendo l’anima di storie, e usando la testa per accumulare buone idee e creare ragionamenti. Se poi le persone da educare sono dei detenuti che portano sulle spalle il fardello delle loro drammatiche esperienze, la missione diventa quasi impossibile. Quasi però. Ogni tanto i volontari ci riescono, a smuovere le acque delle nostre convinzioni, e ad esempio nella nostra redazione vedo che prima o poi anche i duri e puri, piano piano, ci arrivano, ad assumere un senso critico nei propri ragionamenti.

Di solito, i volontari vengono qui in carcere e svolgono la loro opera di carità senza cercare un confronto sui valori – d’altronde, chi porta al detenuto la biancheria o i francobolli non pretende in cambio una revisione critica del passato – ma ce ne sono anche che amano discutere con i detenuti su cose così complesse, e allora indossano quella pesante “armatura” fatta di cultura rafforzata dagli anni di lavoro nelle scuole o nelle università, e si confrontano con noi su tutto ciò che ci circonda, mettendoci davanti il loro mondo che li rende pieni di interessi e mai annoiati anche senza le belle macchine e le veline. È inevitabile allora riflettere sul fatto che esistono anche altri interessi nella vita, e che non tutti, per sentirsi realizzati, guardano il proprio conto in banca.

 

Gli stranieri alla ricerca della bella vita

 

Parlando della concezione che si ha della “bella vita” nell’immaginario collettivo, si finisce a parlare di noi immigrati, e di quel fenomeno così dibattuto che sono gli stranieri che delinquono, perché il meccanismo è sempre lo stesso. Tanti vengono in Italia con l’idea che devono lavorare, devono soffrire per costruirsi una vita normale in un paese che forse darà loro un po’ di sicurezza economica, ma poi ci sono inevitabilmente quelli che hanno sempre sperato di fare la “bella vita”, perché hanno visto in televisione che la “bella vita” esiste, che le persone “belle” esistono e non sono sporche di sudore ma sono pulite e profumate, con bei vestiti e belle ville piene di servitù. E allora quando vengono qui, sanno che forse dovranno lavorare, ma tengono fissa nella mente l’idea di fare esattamente quella vita da sempre sognata: ecco che, se poi nella rete famigliare che li aiuta a venire in Italia c’è qualche delinquente, la persona sognatrice (più che altro idiota) ci casca e fa la scelta sbagliata, sempre sperando di riuscire alla fine a fare la “bella vita”.

Io non so se questo spiega anche la mia scelta, perché devo dire che io sono stato una via di mezzo tra le due cose, nel senso che non sono partito per venire a lavorare ma nemmeno avevo un progetto criminoso, volevo iscrivermi all’università, e forse se avessi avuto in Italia dei parenti che mi avessero accolto diversamente, non avrei incontrato i miei amici delinquenti, o forse ne avrei trovato altri. Non lo so davvero, però di una cosa sono sicuro: vivere normalmente in una società sobria come era l’Albania della mia infanzia, per me è stato facile, così come è stato facile per i miei genitori lavorare, studiare, passare le nottate leggendo romanzi e fare progetti di vita semplici. Mentre si è rivelato molto più difficile vivere da persona normale in una società opulenta come quella che poi ho trovato in Italia; forse ero talmente abituato prima a vedermi uguale in mezzo agli altri che non sopportavo più l’idea che altri facessero sfoggio delle proprie ricchezze mentre io non avevo una lira; forse è stata questa la ragione per cui ho creduto che, in fondo, l’illegalità non era poi una cosa così terribile in questo Paese, dato che si trattava di fare una cosa così comune, e cioè accumulare soldi; certo che anche io, che forse nella società comunista dei miei genitori sarei diventato un quadro di partito, balbuziente ma simpatico, o un taciturno burocrate, in Italia invece sono finito per diventare un sequestratore.

 

Un mondo luminoso che abbaglia e imbroglia

 

Quando ero a casa mia, mentre molti albanesi non vedevano l’ora di liberarsi dall’autorità di uno stato tuttofare, a me piaceva marinare la scuola per rimanere a casa a guardare le telenovelas che venivano trasmesse dai vari canali televisivi italiani. Conoscevo a memoria quasi tutti i personaggi di serial come Dynasty, Dallas, Santa Barbara, Beautiful e amavo seguirli nelle loro intricate storie, anche se per la verità, più che ammirazione, quello che provavo era invidia. Ma era una invidia strana, perché si ripercuoteva sul mio rapporto con i miei famigliari, con gli insegnanti, e con tutto il mondo che mi circondava.

Ad esempio, ricordo che ad un certo punto evitavo di presentarmi nell’ambulatorio della scuola per fare i controlli di routine poiché nessuna delle dottoresse era bella e sensuale come quelle dei film, e io non volevo che una di quelle donne senza trucco e dagli abiti anonimi appoggiasse il suo fonendoscopio per ascoltare i suoni dei miei polmoni, o controllasse che i miei denti non avessero dei principi di carie. Insomma, da qualche parte del mondo c’era un Paese in cui tutti avevano una villa con la piscina, si cambiavano gli abiti e le macchine ogni giorno, e le uniche preoccupazioni con cui facevano i conti erano le loro complicate storie d’amore, mentre io quando indossavo i pantaloni blu, ero vestito uguale alla metà della classe, e quando indossavo quelli verdi, assomigliavo all’altra metà.

Ricordo che ho trascorso anni sognando di andare un giorno nel Paese delle meraviglie dove tutto abbondava, in quel Paese che avevo imparato a conoscere così bene attraverso la televisione, e non ho smesso di desiderarlo nemmeno quando, finito il liceo, sono venuto in Italia. In realtà ho visto che a girare per le strade di Milano non erano tutti come i bei personaggi dei film, ma comunque le belle case c’erano, le belle macchine pure e anche le persone ben vestite. Non c’erano più i miei genitori a fare i soliti moralismi, non c’erano più i miei compagni di scuola così uguali a me, i noiosi insegnanti e le modeste dottoresse, ma ero libero di perseguire i miei sogni di bella vita, e ho cercato di farlo senza pormi limiti, finché non sono finito in galera con una pesantissima condanna.

Quello che mi rattrista di più oggi non è tanto la mia situazione drammatica, quanto invece vedere quotidianamente per televisione che ci sono ancora telenovelas e spettacoli televisivi che mostrano un mondo luminoso che imbroglia non solo chi vive nei Paesi poveri e guarda incantato lo schermo, ma anche gli immigrati che lavorano in nero, nonché sottopagati, che poi diventano disposti a tutto, anche a commettere reati, pur di uscire dalla loro miseria, e che così popoleranno sempre di più e per più lungo tempo le galere di questo Paese.

È difficile in generale capire le storie degli uomini, e quelle degli immigrati in particolare secondo me sono le più complesse, perché sono persone che lasciano una vita per indossarne un’altra, e le due esistenze spesso sono troppo diverse. Il mito della bella vita continua a vivere nella mente di tanti giovani, italiani e stranieri, e questo modello così attraente ha come propulsore la necessità di denaro. Questo significa che anche i furti, le rapine e gli omicidi continueranno a far parte della nostra vita, e le leggi emergenziali non potranno fare nulla per impedirlo, e anzi forse renderanno i delinquenti ancora più pericolosi per la società.

Occorre invece che anche là fuori, nella vita “libera”, le persone comincino a interrogarsi sul senso della bella vita e sulla mania che si ha di voler accumulare sempre più denaro per realizzarsi – noi detenuti ci stiamo provando, ma da soli non possiamo farcela perché sono troppo forti i messaggi che il commercio mediatico impone – perché solo se si comincia a ragionare collettivamente su questi concetti si può sperare che siano meno le persone disposte a rubare, a rapinare o a uccidere solo per inseguire la “bella vita”.

 

 

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