S.O.S. Immigrati

 

I conflitti che nascono dai comportamenti non capiti

 

Quanto pesa, nei rapporti tra persone di lingua e cultura differenti, la comunicazione non verbale fatta di gesti, mimica facciale, modi diversi di esprimere l’idea di gerarchia

 

A cura della Redazione

 

Paolo Balboni è docente di teoria e tecniche della comunicazione di massa all’Università Ca’ Foscari di Venezia e autore, tra l’altro, del libro Parole comuni, culture diverse, un testo importante per imparare a "valutare cosa sia formale o amichevole, aggressivo o cortese, utile o superfluo in una comunicazione con persone di lingua e cultura differente dalla nostra".

Eppure, pur occupandosi da anni di mettere a confronto lingue e culture, un tavolo di discussione così "vario" e vivace come quello che ha trovato in carcere, nella nostra redazione, non gli è capitato tanto spesso di trovarlo: tunisini, marocchini, albanesi, serbi, un australiano, e poi ancora veneti, calabresi, pugliesi, una curiosa mescolanza dove spesso, nella foga del confronto, è successo che si sono formate le più strane "alleanze" e la distanza, a volte, è stata più forte tra italiani del nord e italiani del sud che, per esempio, tra italiani del sud e magrebini.

Il tema affrontato è di quelli scottanti in carcere: quanto pesa nei rapporti tra le persone la comunicazione non verbale, fatta dei gesti del corpo, della mimica facciale, delle distanze tra interlocutori, dell’idea di gerarchia. E quanto, se non capita, può essere causa di conflitti.

 

Paolo Balboni: L’idea alla base del mio lavoro è molto semplice: la gente crede che basti sapere una lingua per comunicare e non si rende conto che spesso, pur conoscendo bene una lingua, si commettono ugualmente fortissimi errori nella comunicazione. Ci sono errori che dipendono dal "software" che abbiamo nella mente, e che non mettiamo mai in discussione: per esempio il concetto di gerarchia, cioè chi è più potente e come si dimostra il fatto che uno è più potente. E questo è un tema difficilissimo da gestire, perché in ogni cultura il modo di rispettare chi ha più potere cambia. Non solo, tutti noi abbiamo l’idea che il potere derivi da alcune cose che uno ha nella sua vita, i soldi, la carriera, invece non è così dappertutto. Non so se qui ci siano dei cinesi per esempio, ma certo tra i cinesi il maggior rispetto va al più anziano, qualunque sia la sua funzione, il suo ruolo, in quanto più vecchio ha diritto di parlare per primo, di essere l’ultimo che tira le fila di un discorso e così via. Un altro grande problema è che nella comunicazione conta la lingua, ma anche l’espressione del viso, il modo in cui si muovono le mani, il modo in cui si sta vicini, il modo in cui ci si può toccare o non toccare. Poi ci sono delle cose che dette in una lingua sono normali, dette in un’altra lingua sono delle prese in giro, o sono violente.

Il fatto è che parlare è in qualche modo come fare una partita a scacchi: in questo momento sto muovendo io i pezzi, quindi sono io che ho in mano la situazione. Voi mi state facendo un cenno con la testa per dirmi che siete d’accordo, però in molte culture fare così con la testa vuol dire di no. In molte culture il tenere gli occhi bassi non significa che uno è addormentato o altro, ma semplicemente che sta mostrando che capisce. Tra le varie mosse che si possono fare poi, uno può interrompere chi sta parlando, e per noi italiani, ma anche per gli spagnoli, per le culture latine va benissimo, per tantissimi altri popoli invece è proprio un’offesa, vuol dire mancanza di rispetto, vuol dire che di quello che tu stai dicendo non me ne frega niente e via.

Anche in quello che si fa con i gesti, con le mani, possono esserci errori pazzeschi. La cosa brutta è quando uno non si sente rispettato, in questa situazione del carcere può succedere per esempio con l’agente, e quindi possono nascere delle tensioni che non si volevano... Allora, sarebbe interessante incominciare a dire: "Dov’è che noi abbiamo delle difficoltà sui gesti? Quali sono i gesti offensivi per il mondo del Maghreb, quali sono i gesti offensivi per il mondo balcanico, quali sono offensivi per l’Albania e così via... Cioè, incominciare proprio a fare degli elenchi, e in alcuni casi ci si ride sopra, in altri casi si incomincia a stare un po’ attenti, perché molto spesso noi siamo convinti che quando non sappiamo dire una cosa a voce, se la diciamo con i gesti diventa più semplice. Non è invece così, ma la cosa importante, per riuscire poi a capirsi, è fare un elenco confrontando i problemi, in modo che chi entra in un ambiente come il carcere, dove sono presenti persone di paesi diversi, riceva un’istruzione anche in questo senso, sappia che alcune cose verranno capite male, altre può capirle male lui. Ecco, credo che sia un po’ tutto qui...

 

Ristretti Orizzonti: Ci vorrebbe un manuale solo per questi problemi, servirebbe veramente una guida alla comunicazione.

 

Paolo Balboni: Una guida così non può farvela nessuno, dovete farvela da voi, passando in rassegna tutte le voci: quello che fai con gli occhi, quello che fai con l’espressione del viso... per esempio tu guardi direttamente negli occhi la persona o no? Allora, vediamo i diversi comportamenti di persone che vengono da Marocco, Algeria, Albania, Spagna. Qui prima qualcuno faceva la battuta che "Napoli è un’altra nazione", è vero comunque che tante volte ci sono dei problemi anche tra nord e sud. Giù a Napoli può essere tranquillissimo tra amici prendersi a braccetto e andare tra maschi a braccetto per strada, in Turchia due ragazzi si prendono per mano senza problemi, ma se tu vedi in centro a Padova due che si prendono per mano, vuol dire probabilmente che stanno esibendo il fatto di essere gay.

La questione è che su tanti altri problemi noi stiamo attenti, sui problemi religiosi siamo tutti quanti consapevoli, sul cibo si sa, per esempio, che alcuni non mangiano maiale, altri non mangiano altri cibi. Ma anche la gestualità è fondamentale, perché gli occhi portano al cervello l’83% per cento delle informazioni, la lingua solo l’11% per cento. Allora il discorso diventa questo: siccome gli occhi sono più importanti, bisogna stare attenti perché tutto quello che noi ci mettiamo addosso, il modo in cui noi ci mettiamo seduti, in cui ci vestiamo e così via contano moltissimo.

 

Ristretti Orizzonti: Nel suo libro però lei parla soprattutto del mondo degli scambi commerciali.

 

Paolo Balboni: Il fatto è che è da lì che è venuto fuori questo problema, dagli anni novanta in poi. Per esempio, i cinesi e i giapponesi devono sempre dimostrare rispetto, e per questo non dicono mai di no. Allora, quelli che andavano a commerciare in Cina o in Giappone si trovavano di fronte delle persone che gli facevano un sorriso. Un sorriso stando zitti per loro vuol dire no, ma un italiano un sorriso lo prende per sì e quindi la trattativa diventa ingestibile. E ancora: un cinese, che deve dimostrare rispetto soprattutto se chi parla è più anziano, si trovava con il tecnico italiano di oltre cinquant’anni, che gli spiegava come funziona la macchina per fare le scatole per le scarpe e gli chiedeva poi: "Hai capito?". Ma il cinese non può dire di no a una persona di una certa età, perché sarebbe come dirgli "Tu non sei stato in grado di spiegarmi..." e quindi ti dice di sì. Però nel momento in cui parte la produzione delle scatole per scarpe, lui non ha capito il funzionamento della macchina e non è in grado di lavorare correttamente, e così accadono macelli. Allora, succede che l’italiano pensa che i cinesi sono stupidi e li tratta da stupidi. Il cinese pensa: io ti ho voluto rispettare e perché tu invece mi tratti male? E a quel punto incominciano a litigare.

Un altro punto interessante è che cosa fare delle cose che escono dal corpo: lo sputo, le lacrime, la pipì, il sudore... Per esempio per gli orientali ubriacarsi e vomitare insieme è un segno di amicizia. Cioè, tu conosci persone nuove, vuoi dimostrare che sei un amico, bevi in fretta tre bicchieri di Saké e vomiti, anzi si vomita insieme. Ruttare, ruttare per buona parte dell’Europa del nord vuol dire che ho mangiato abbastanza, sto bene, sono soddisfatto, ma se io non rutto continuano a darmi da mangiare. Allora, l’unica soluzione è spiegarsi, e l’idea è proprio quella di evitare che da comportamenti non capiti nascano dei conflitti.

 

Francesco Morelli (Ristretti Orizzonti): Mi sembra di aver capito che il primo livello è la conoscenza, io devo sapere quali canoni usa un cinese, un finlandese, poi però queste conoscenze possono essere usate, come diceva lei, per evitare liti, ma anche come uno strumento di potere.

 

Graziano Scialpi (Ristretti Orizzonti): A me sembra abbastanza ovvio che queste problematiche siano saltate fuori nell’ambiente commerciale, così come do per scontato che dopo i primi problemi le aziende in occidente siano corse al riparo. Ma in Cina o in Giappone c’è stato un adeguamento del genere? Si sono messi a studiare anche i giapponesi o i cinesi come comportarsi con gli occidentali?

 

Paolo Balboni: No, i cinesi no e i giapponesi hanno fatto una cosa su cui io non sono d’accordo, si sono cancellati, cioè i giapponesi pur di commerciare con gli americani sono diventati più americani degli americani. Quindi, è un calar le braghe disperatamente, i cinesi hanno scoperto per esempio che lo sputare continuo a noi dà fastidio, e cosa hanno fatto? a Pechino in tutta la zona industriale e dintorni è vietato sputare.

Allora la cosa invece bella di questo discorso è: che cosa fare dopo che abbiamo imparato a conoscere questi linguaggi non verbali? Per il novanta per cento ci ridiamo sopra, io continuo a fare in un modo e tu continui a fare nel tuo modo. L’importante è che so che non mi stai offendendo, per il resto se io so che a uno gli dà fastidio che io sputi, va beh, evito di sputare, ci sono comunque delle cose che danno un fastidio forte. Allora, se io sono inserito in mezzo a degli italiani e a tutti gli italiani dà fastidio che io sputi, sputo in bagno. Ma la cosa importante non è diventare schiavi delle abitudini degli altri, è saperle e anche scherzarci sopra, accettare che il mondo tutto uguale fa noia.

C’è un’altra cosa più difficile invece, il fatto che bisogna sapere queste abitudini per non farsi delle idee sbagliate. Nelle scuole italiane tutti gli insegnanti dicono che i bambini cinesi sono distratti, abulici, cioè non mostrano nessuna emozione, non hanno voglia di fare niente, non prendono iniziative, non fanno mai una domanda, sono degli oggetti. Il fatto è che nella cultura cinese il piccolo è quello che di fronte agli adulti deve stare zitto, non deve mai mostrare sulla faccia quello che prova. Quindi, mentre se i nostri bambini stanno male, tu li vedi in faccia che incominciano ad essere tristi, il bambino cinese regge fin che può, quando non può ovviamente è distrutto...

Il bambino che viene dal mondo islamico invece è un bambino che per i primi anni di vita è un re, la mamma, la nonna, la zia, la sorella, sono tutti a sua disposizione, tende a mangiare quando ha voglia, far pipì quando ha voglia..., tu lo metti in una prima elementare italiana o anche nella scuola materna dove c’è l’ora per fare il sonnellino, l’ora per fare la pipì, e il bambino non capisce più niente. Quattro ore della sua vita le passa in un modo, il resto della sua giornata lo passa in un altro modo, e alla fine va in crisi.

Allora, tutti questi comportamenti diversi nelle scuole stanno provocando dei problemi non indifferenti, perché cosa succede? il bambino cinese sembra stupido e sta fermo, il bambino arabo è un rompiballe che si muove sempre e si alza quando vuole lui, i bambini sudamericani (e ce ne sono tanti che arrivano con il sistema delle adozioni internazionali) sono bambini estremamente allegri, per cui se sentono la musica si mettono a ballare. Però allora c’è subito l’insegnante intelligente che capisce, c’è l’insegnante stupida che invece dice "...quel bambino è indisciplinato..." e incomincia a trattarlo male, a tenerlo sotto controllo. Per questo sottolineo l’importanza di riderci sopra, perché se ci si ride sopra e se ne parla non succede più niente, se invece non se ne parla alla fine ci si trova a litigare e ad avere pregiudizi... Siccome le ragioni di differenza ci sono già e sono importanti, cerchiamo di non aggiungerne di stupide.

 

Ornella Favero (Ristretti Orizzonti): Riderci sopra in certi ambienti non è così facile, però. In carcere, per esempio, ma anche in altri ambienti, a parte che non c’è nessuna attenzione per questi comportamenti, un punto di vista molto diffuso è che la persona straniera che è qui deve adeguarsi, tu sei qui e devi fare come faccio io, ed è difficile anche smuovere questa mentalità.

 

Paolo Balboni: Ecco, allora è per questo che dico che bisogna lavorare su tutte e due le componenti del carcere, cioè chi è in divisa e chi è senza. Ma c’è da mettere dentro anche una cosa nuova, che gli americani stanno scoprendo adesso, perché anche loro prima erano come i carcerieri, dicevano: "Tu sei venuto qui e allora ti adegui...". Ci sono due parole che sembrano uguali, cultura e civiltà, e noi pensiamo che tutte le culture devono essere rispettate. In realtà in ogni cultura c’è qualche elemento che le persone ritengono di civiltà alta, cioè al quale uno non è disposto a rinunciare. Allora, quello che bisogna scoprire insieme, e che quindi anche gli agenti devono scoprire è quali sono le cose su cui non si è disposti a cedere, e allora lì si va ad una contrattazione forte.

 

Nicola Sansonna (Ristretti Orizzonti): Il fatto è che bisogna anche voler contrattare...

 

Paolo Balboni: Ma in alcuni campi deve diventare necessario contrattare, altrimenti alla fine le cose esplodono. Le cose si possono tener ferme soltanto fino ad un certo punto, ma poi le valanghe vengono anche se ci metti i paletti, per un po’ le tieni ma poi i paletti crollano. L’unico modo per mettere dei pali che garantiscano tutti è trovare ancora una volta, anche lì ragionandoci, quali sono le cose su cui non si ritiene giusto cedere. Esempio stupido, la religione, in realtà che cos’è che va difeso come valore di civiltà? è il diritto alla religione, cioè il rispetto della libertà religiosa. Allora, su questo non si deve discutere, una volta che abbiamo messo questo palo è ovvio che tante altre cose vengono da sé. Dopodiché se c’è un gruppo di persone che stanno facendo il Ramadan, diventa ovvio che gli altri non gli vanno a mangiare il panino sotto il naso alle quattro del pomeriggio, allora vuol dire che se tu sai che cos’è il Ramadan ti impegni a rispettare il diritto religioso e a quel punto se devi mangiare ti sposti, diventa un convivere in questo senso.

Sulla persona, che cos’è che è sacro per la cultura italiana o dovrebbe esserlo? È il fatto che il corpo umano è inviolabile, che io non ti posso torturare, non ti posso uccidere. Allora, incominciamo a definire che cosa vuol dire torturare, fino a che punto è violare la libertà delle persone mettendole dietro alle sbarre, ma fino a che punto invece diventa anche violare i corpi delle persone, allora a quel punto non puoi più andare oltre. Ma questo è un discorso molto bello, molto alto, su cui bisogna incominciare a ragionare, quali sono le cose su cui non si vuole... le cose per cui si è "disposti a morire".

 

Francesco Morelli (Ristretti Orizzonti): Tra questi elementi su cui non "transigiamo", la civiltà occidentale credo comprenda anche un concetto di parità, ad esempio tra i sessi. L’altro giorno si faceva l’esempio di un cittadino tunisino che è andato da un avvocato, ha portato con sé il bambino e ha lasciato fuori della porta la moglie. Nel momento in cui noi incontriamo un rappresentante di una cultura diversa che non accetta questo presupposto di parità, ad esempio tra i sessi, come dobbiamo comportarci, abbiamo un diritto dovere di dire "...no guarda...", oppure dobbiamo comunque accettare che lui consideri in maniera differente questo presupposto?

 

Paolo Balboni: Questa è l’anima di tutto: allora, nel momento in cui io ho degli immigrati, una delle domande che mi pongo riguarda il rapporto uomo-donna. Nella nostra Costituzione c’è scritto che non ci sono differenze di sesso, poi andiamo a vedere in Parlamento, e troviamo un numero esiguo di donne. Quindi vediamo che in realtà le cose non stanno come sono scritte. Allora la cosa più bella diventa che gli italiani incominciano a non poter più fare tante lezioni, perché nella realtà molte donne fanno ancora solo le casalinghe e, quando vanno fuori a lavorare, fanno le operaie o le impiegate più la casalinga. Quindi, una volta deciso che noi tendiamo alla parità ma siamo ancora imperfetti, se questo è uno dei valori grandi, tu straniero che vieni in Italia questo valore lo accetti, il che vuol dire istruzione per le figlie e non solo per i figli. E questo diventa un problema su cui discutere moltissimo, perché tantissime ragazzine straniere se ne stanno a casa finita la scuola media...

C’è stato un caso molto interessante, a Borgo Valsugana, dove c’erano due ragazzi, fratello e sorella, in Italia da tre anni, parlavano benissimo l’italiano, figli di una famiglia marocchina, integrati in Italia con lavoro e nessun problema. Il ragazzo, che era di due anni più piccolo, aveva cominciato a difendere la sorella quando i compagni la guardavano troppo, e allora lui prendeva a picchiare i compagni: era tarchiato e forte, perciò ne dava tante! Allora il Direttore ha parlato con il padre e il discorso che gli ha fatto era molto semplice: se deve restare in Italia, è utile che glielo spieghi, a suo figlio, che non può ogni volta andare a picchiare tutto il mondo perché guardano la sorella. Il padre a questo punto è stato zitto dieci secondi e poi ha detto al figlio: "Se qualcuno guarda tua sorella tu picchialo e alla fine dell’anno torniamo in Marocco". Cioè, lui ha preso la decisione di conservare un modo di comportarsi, ma di conseguenza ne ha presa anche un’altra: "Torno in Marocco, perché se resto qui non puoi passare la vita a picchiare tutti".

Chi se ne va dal suo paese si trova per forza in alcune cose a dover cedere. Stiamo però attenti. La cultura è un contagio. Non c’è soltanto uno che viene contagiato, ci sono anche gli altri, anche gli italiani in questo caso vengono contagiati da alcuni elementi culturali, basta andare fuori in giro e incominciamo già a vedere l’impatto che queste persone che sono arrivate hanno sul nostro mondo.

 

Con il professor Balboni l’incontro in redazione è finito con una proposta originale che ci piacerebbe portare avanti: realizzare con la sua "supervisione" una guida alla comunicazione non verbale nei luoghi di detenzione. Sarebbe un ottimo strumento per chi si occupa di mediazione linguistico - culturale.

 

Si chiamano Centri di Permanenza Temporanea

 

 

Qualcuno li chiama con grande fantasia Centri di Accoglienza, sarebbe realistico chiamarli più semplicemente Centri di Detenzione

 

Fulvio Vassallo Paleologo, docente di Diritto all’Università di Palermo e rappresentante dell’A.S.G.I. (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), descrive la già drammatica situazione dei Centri di Permanenza Temporanea in attesa di quelli che saranno gli effetti della nuova legge sull’immigrazione.

 

Entro nei Centri di Permanenza Temporanea dal 1998, da quando sono stati istituiti, e ho un osservatorio che riceve notizie sui Centri di un po’ tutta l’Italia. Ci occupiamo anche dei problemi che nascono nei cosiddetti Centri di Transito o di Respingimento alla frontiera, strutture non censite dal Ministero degli Interni come Centri di Permanenza veri e propri, ma nei quali si realizza una chiusura detentiva dell’immigrato irregolare, senza alcuna possibilità di uscita su domanda.

Quando un immigrato arriva privo di permesso di soggiorno, privo di visto, privo di documenti, non esiste per lui la possibilità di tornare indietro da solo, perché nessuno lo caricherà se non c’è un documento di viaggio da parte del Consolato e, in molti casi, non c’è la possibilità di farglielo avere. Molti vorrebbero tornare in patria senza essere scortati dalla polizia italiana e poi consegnati alla polizia del loro paese, ma questo è tecnicamente impossibile. Peraltro non avviene in nessun paese d’Europa.

Quindi la natura strettamente detentiva di quelli che, sui giornali, ancora molti chiamano "Centri di Accoglienza", dovrebbe essere sottolineata, anche per graduare poi le forme di tutela degli immigrati che vi vengono rinchiusi.

Vorrei anche fare luce su alcuni fatti sconosciuti, perché dei Centri di Permanenza si tende a parlare sempre meno: questa settimana, a Trapani, abbiamo avuto 140 immigrati ammassati in cinque stanze; prima hanno fatto lo sciopero della fame, poi hanno tentato di dar fuoco a lenzuola e coperte (i materassi non li avevano), infine c’è stato un tentativo di fuga, con cinque feriti.

Non so chi lo sappia, ma è vita quotidiana, nei Centri, e le associazioni da molto tempo denunciano questa situazione esplosiva. Numerose donne, che stavano per essere ammesse al permesso per protezione sociale, dopo mesi di contatti faticosi, fatti dalle unità di strada, sono state rastrellate e accompagnate in posti dove sono indifendibili. Si tratta di prostitute, o per meglio dire prostituite, rastrellate in Sicilia e accompagnate a Torino, o in Puglia, con possibilità minime di difesa: cinque giorni di tempo, termine per il ricorso e per provare l’inserimento, anche parziale, in un percorso di recupero sociale.

Ma i Centri sono utilizzati, in modo sempre più spregiudicato e sempre più spesso inutile, come luogo di transito di coloro che hanno scontato un periodo di detenzione. Dico "inutile" perché molto spesso gli immigrati che hanno scontato lunghe pene detentive non sono ancora identificati, né potranno esserlo nel periodo breve di 30 giorni (anche se diventeranno 60) al Centro di Permanenza Temporanea. Quindi, in realtà, questa diventa una sanzione ulteriore, che si aggiunge alla pena già scontata e rende particolarmente drammatica la condizione degli immigrati dentro questi Centri.

C’è anche un uso molto spregiudicato, già adesso, dell’espulsione come misura sostitutiva della pena, con il rischio che molto spesso siano rimpatriati immigrati pericolosi che, specialmente se appartengono ad organizzazioni criminali operanti nel settore della tratta e del movimento dei clandestini, non hanno nessunissima difficoltà a rientrare nel nostro paese. Praticamente, hanno la licenza di delinquere, con brevi periodi di permanenza in Albania, o in Turchia, o in altri paesi, nei quali sono rimpatriati e dai quali tornano tranquillamente in Italia.

Il principio di effettività della pena dovrebbe essere la garanzia principale per la sicurezza dei cittadini, molto più di queste espulsioni indiscriminate, che forse sfoltiscono la popolazione carceraria ma alimentano il racket, perché poi queste persone tornano nel "giro", dove non hanno nessuna difficoltà a ottenere passaporti e visti falsi. Perché va detto che ogni regime repressivo alimenta una diffusa tendenza alla falsificazione, oltre che alla clandestinizzazione, e questo rende molto difficile separare i casi da difendere da quelli assolutamente indifendibili. In tutta Italia sono in corso rastrellamenti mai visti prima, anche in aree che socialmente non destano allarme ma dove è presente una forte irregolarità, soprattutto a seguito della sostanziale chiusura dei flussi d’ingresso e per la crescente difficoltà del rinnovo del permesso di soggiorno.

Tantissimi stranieri in questi giorni stanno diventando irregolari, quindi passibili di internamento nei centri di permanenza temporanea, perché i requisiti per il rinnovo del permesso di soggiorno sono diventati molto rigorosi. Tutto questo sta rendendo di nuovo esplosiva la situazione dei Centri di Permanenza Temporanea, che noi chiamiamo Centri di detenzione amministrativa.

Queste strutture vennero istituite nell’estate del ‘98 con un intervento dell’allora Ministro degli Interni Napolitano, e partirono alla meno peggio, pochissimi mesi dopo l’approvazione della legge 40, in assenza di minime misure di sicurezza e di un regolamento di attuazione, che arrivò solo nell’estate del ‘99.

Ora è chiaro che, se il decreto Bossi - Fini prevede l’espulsione di 300.000 cittadini stranieri, e nei centri c’è una capienza, censita da una relazione tecnica, di 1.800 posti all’anno, è questa la reale capacità espulsiva. Solo se si individua una disciplina selettiva delle espulsioni e dei percorsi di sanatoria permanente, se si restringe l’allontanamento forzato ai casi più gravi, una politica delle espulsioni può essere effettiva e corrispondere ai criteri europei, la permanenza nei Centri potrebbe essere di 4 - 8 giorni e si sdrammatizzerebbe il problema.

Purtroppo, per tutti i cinque anni di governo del centrosinistra, compresa la fase di emergenza Kossovo, abbiamo riscontrato che tutte le volte che siamo stati chiamati a negoziare qualcosa, dopo mesi di lavoro e anche di interventi della giurisprudenza, purtroppo la norma restava sempre la stessa. Semmai in un momento si è assistito ad un allentamento delle pratiche, a un esercizio della discrezionalità amministrativa enorme, che è riservata alle forze di polizia, usata in un modo favorevole nei confronti degli stranieri.

Una delle cose buone previste dalla legge Turco – Napolitano erano gli articoli 18, 19 e 20. Il 18 per la protezione sociale per le donne prostituite, il 19 sostanzialmente ribadiva l’articolo 83 della convenzione di Ginevra circa il diritto di non refoulement e l’articolo 20 prevedeva un permesso di soggiorno temporaneo per profughi che fuggivano da zone di guerra.

Queste norme nel ‘99 allentarono la pressione sui C.P.T. ma, nel novembre ‘99, si chiuse l’ultima regolarizzazione, quella del dicembre ‘98, e il ministero degli Interni invitò le questure, con una circolare, a rastrellare e a rinchiudere nei C.P.T., per l’allontanamento, gli stranieri la cui domanda di sanatoria non era stata accolta. Si verificò la strage del Centro Vulpitta, frutto di disperazione e di una gestione delle strutture del tutto scriteriata. Al Vulpitta, quando scoppiò il rogo, erano trattenute mediamente 12 persone in celle di 5 metri per 6; c’erano state già tre rivolte in quel mese e nessuno aveva preso provvedimenti. Come sta accadendo oggi. Anche gli altri Centri sono pieni e le persone rimangono in 25 - 30 in una stanza, con soltanto delle coperte sulle quali sdraiarsi la notte. Questo per giorni e senza un provvedimento formale di espulsione o di respingimento. Sono casi di veri e propri sequestri di persona.

Noi lo abbiamo denunciato, purtroppo con scarsissimo esito, presso tutte le agenzie dall’ACNUR. Naturalmente quando sono state fatte le visite questi luoghi erano vuoti, perché quando sono pieni, come è successo in questa settimana, noi non possiamo entrare per "motivi di sicurezza".

Tra l’altro, siccome spesso queste persone non sono state neppure fotosegnalate, non può entrare neanche un avvocato. Perché prima delle foto e delle impronte digitali queste persone sono assolutamente segregate; soltanto dopo qualche giorno, in alcuni casi, c’è la possibilità di un contatto da parte di avvocati che hanno in qualche modo un mandato da parte dei parenti.

 

Che succede se si chiudono centoquaranta persone in quattro stanze?

 

Nel 2000 è arrivata la famosa Carta dei Diritti, che in qualche modo umanizza i Centri di Permanenza Temporanea, e le associazioni hanno accettato, in alcuni casi (noi non lo abbiamo fatto), di cogestire queste strutture. La Caritas ha accettato, anche se poi, capendo di cosa si trattava, come a Gorizia, è uscita, nel senso che non ha accettato che la propria struttura fosse di fatto adibita a Centro di Permanenza, recintata da un cordone di polizia. Mentre in altre situazioni, come a Trapani, cooperative vicine alla Caritas hanno di fatto svolto attività di polizia, occupandosi anche della sicurezza.

In questa situazione ci sono decine di operatori di polizia che vivono malissimo, perché sono messi nelle condizioni di doversi difendere con i manganelli. Se si mettono centoquaranta persone in quattro stanze, con porte di legno, senza alcuna protezione supplementare alle finestre, c’è una tale libertà di spinta, di comunicazione, che i tentativi di fuga sono assolutamente scontati. Quando i rapporti numerici sono di un certo tipo, quando le strutture cedono, perché una porta di legno con dieci persone che spingono viene giù come niente, è chiaro che poi si registrano feriti anche tra le forze dell’ordine e nelle zone limitrofe scatta la caccia all’uomo.

Tra l’altro la legge non fissa regole precise, come magari avviene in un carcere quando, con il regolamento penitenziario, determinate circostanze sono già previste e sono controllate da un magistrato. Chiaro che tutto questo ha portato con il tempo alla violazione di tantissimi diritti fondamentali di immigrati e richiedenti asilo. Sulla questione dei Centri di Permanenza, c’erano stati dei Questori, quelli di Brescia e di Firenze per esempio, che avevano preso delle posizioni anche politiche, nel senso che si erano detti sfavorevoli rispetto alla possibilità di apertura dei Centri. Questi questori sono stati trasferiti perché dovevano interpretare nel modo più restrittivo la normativa vigente.

Però, se dovessero entrare in vigore i meccanismi previsti della legge Bossi - Fini, noi avremmo un grosso aumento di soggetti potenzialmente espellibili ed un abbassamento della soglia di soggetti effettivamente espulsi. Se andiamo a vagliare la relazione tecnica allegata alla legge Bossi - Fini, vediamo che per quest’anno è prevista l’attivazione di due Centri di Permanenza in più, oltre alla ristrutturazione di Ponte Galeria, per portare da 1.400 a 1.800 i posti disponibili. Si prevede negli anni successivi la costruzione ex novo di altri 10 - 12 Centri di Permanenza Temporanea. Con costi altissimi: uno straniero trattenuto nei Centri di Permanenza Temporanea costa 120.000 al giorno, il costo medio di un accompagnamento forzato con scorta è di milioni. Oltre il costo delle strutture, dei servizi, si parla di cifre dell’ordine di 50–60 miliardi all’anno, per rendere praticabile una politica espulsiva rivolta a diecimila soggetti in più.

Abbiamo quindi questa violazione gravissima dei diritti fondamentali, il diritto d’asilo (art. 10), il diritto alla difesa (art. 24), il diritto alla salute (art. 32), abbiamo avuto episodi di malati di AIDS, moltissimi malati di H.I.V. destinatari di espulsione, compresi i transex di via Corelli. Quello che ha visto chi è stato dentro questa struttura è veramente un altro Stato, uno Stato che non è di diritto. Uno Stato che pratica un diritto per gli italiani, ne pratica un altro per gli stranieri regolari, ne pratica un altro ancora per gli stranieri privi di permesso di soggiorno.

La libertà personale degli stranieri irregolari è sottratta al controllo del magistrato perché, se una persona rimane 14 giorni nei C.T.P. senza interprete, avvocato, possibilità di comunicazione con l’esterno, questa è una prassi che si pone già oggi in contrasto con la Costituzione e con un certo numero di norme del Codice penale e del diritto amministrativo.

(…) Purtroppo c’è da dire che dopo l’11 settembre a livello europeo è in corso un processo involutivo che rischia di essere segnato più pesantemente da questo asse Blair - Aznar - Berlusconi, e che potrebbe avere pesanti ricadute anche in materia di direttive che sono in corso di elaborazione.

L’esigenza di proteggere i diritti fondamentali dei migranti e una certa libertà di circolazione, pur nel rispetto di criteri molto rigidi, stava in qualche modo filtrando, ma già a Nizza si è visto che c’è stato uno stop a questo processo. La Carta di Nizza sostanzialmente chiude sul diritto d’asilo, riconfermando le definizioni della convenzione di Ginevra sulla persecuzione individuale come unico criterio per la concessione dell’asilo. Ma anche dopo Nizza era in corso un dibattito. L’11 settembre rischia di orientare nel senso peggiore la normativa comunitaria e di dare ragione a posteriori al disegno di legge che, anche in materia di C.P.T., richiama una serie di normative comunitarie che in qualche modo avvallano l’istituzione di queste strutture, che funzionano anche per i richiedenti asilo in tanti paesi europei. Abbiamo visto i casi inglesi, con il trattenimento, anche per uno o più anni, di famiglie con bambini. A questo punto ancora non ci siamo arrivati, ma se continuiamo così ci arriveremo tra poco. Io credo che anche per noi, al di là del lavoro di difesa che facciamo, sia ora di rilanciare una battaglia a livello europeo innanzitutto per il diritto d’asilo, che oggi rischia di essere dimenticato.

 

(Intervento tratto dalla relazione al Convegno sui Centri di Permanenza Temporanea, organizzato dalla Associazione "Antigone" e dal Centro di Documentazione Due Palazzi a Padova, il 9 febbraio 2002). 

 

 

 

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