La salute appesa a un filo

 

Atti della Giornata di Studi

“Carcere: La salute appesa a un filo”

Il disagio mentale in carcere e dopo la detenzione 

(Venerdì 20 maggio 2005 - Casa di reclusione di Padova)

 

Giuseppe Dell’Acqua

 

Non è facile prendere la parola, e rispondere sia alle domande che mi sono fatto venendo qui, che alle domande che da questo tavolo anche con gli interventi puntuali che mi hanno preceduto vengono fuori. Bisognerebbe trovare un filo, mi rendo conto che come giustamente diceva Segio, io sono uno psichiatra e specificatamente mi si chiede di intervenire su questo. Cercherò di farlo, intanto riprendendo molto delle cose dette prime, in particolare da Franco Corleone. Mi veniva in mente di citare una scrittrice morta non troppo tempo fa, che si chiama Susan Sontag. Quando era già ammalata ha scritto che tutti noi che nasciamo abbiamo una doppia cittadinanza, viviamo in un doppio regno, abbiamo un doppio passaporto, il passaporto per il regno dei sani, e il passaporto per il regno dei malati. Tutti noi naturalmente vorremo usare sempre il passaporto buono, migliore. Tuttavia ci capita nell’arco della vita di utilizzare quest’altro passaporto, che è un passaporto diverso, di serie B che immediatamente ci indebolisce come cittadini.

Dunque a partire da qui significa, intanto affermare che ammalarsi rappresenta già un rischio rispetto ai nostri diritti, all’esigibilità dei diritti come si diceva prima. Vivere una condizione di disagio psichico e disturbo mentale, fra i cittadini liberi rappresenta appunto utilizzare un passaporto forse ancora meno buono di quello già non buono, e rischiare molto di più di vedere calpestati i propri diritti. Allora viene naturale l’affrontamento della questione, lo avete detto che è inutile dire che il carcere fa male, che il manicomio fa male, diremmo cose scontate. Il problema è appunto vedere in che termini, attraverso quale immagini utopiche, per certi versi, e ne ho sentite alcune, e quali concrete operazioni pratiche di tipo legislativo, di tipo regolamentare ma anche di tipo disciplinare possiamo affrontare anche questa questione. Mi vengono in mente anche perché Segio le ha citate, ci sono alcune frasi, immagini che abbiamo utilizzato negli anni scorsi che sono attuali oggi, se non addirittura futuriste.

Qualcuno tra gli psichiatri ed i legislatori, tra i giornalisti ed i politici, di fronte ad uno slogan come “la libertà è terapeutica” scritta sui muri dei manicomi di Trieste, dice che è enfatico, retorico. Il Cardinale Martini a Milano, in uno degli ultimi convegni, aveva detto che la cittadinanza è terapeutica, e credo che gli stessi psichiatrici, gli stessi politici direbbero che è enfatico, retorico. Qualche decennio fa abbiamo detto che affrontare queste questioni non poteva prescindere dal desiderio forte, dall’intenzione forte di liberarci tutti dalla necessità del carcere. Io cercherò di sviluppare un piccolo ragionamento, un piccolo contributo a partire da queste tre affermazioni che non mi appaiono né retoriche né enfatiche, ma che possono rappresentare a mio modo di vedere la necessaria scelta di campo, che dobbiamo fare nel momento in cui dobbiamo affrontare queste questioni. È evidente che queste questioni anche in termini legislativi, di regole, di interventi come dire disciplinari, medico–psichiatrici, per esempio si affrontano in un modo o nell’altro a seconda della scelta che si fa. Questa scelta non è assolutamente indifferente, è necessario saperlo. Voglio dire che per esempio la questione della psichiatria in carcere è una scelta da fare o non fare, cioè lo avete detto, esiste, lo ha detto Sergio Segio, esiste una psichiatria che ritorna, una psichiatria che ripropone attraverso quegli studi, attraverso le neuroscienze che diventano psichiatria ma molto impropriamente, in maniera molto stupida e ripropongono una definizione della malattia, ripropongono una definizione del rischio della malattia mentale, ripropongono una definizione della pericolosità, una oggettivazione di questa materia.

Non sono io a dirvelo, sono assolutamente scandalose le affermazioni che si sentono in tutte le televisioni, alle radio, dove sembra quasi che gli psichiatri abbiano questa capacità che neanche Tinnel 200 anni fa riteneva di poter avere e di poter prevedere che quella persona avendo fatto una certa cosa ne farà ancora delle altre. Creando appunto questa logica della malattia mentale e del rischio e della malattia mentale della pericolosità e della malattia mentale della necessità, come dire della contenzione, della reclusione e ci sono autorevoli esponenti di queste modalità di pensare, quali sono i risultati in questo campo che sono venuti fuori negli ultimi 2-3 anni rispetto a questa visione di psichiatria che trova evidentemente nel carcere la sua migliore affermazione. Perché dico evidentemente nel carcere? Perché lo psichiatra del carcere ha un committente, che è il carcere, e risponde a quel committente e non alla domanda del detenuto. Vediamo un attimo quello che voglio intendere. Bene, i risultati quali sono stati? Per esempio di proposte che sono venute: Gerace, Calabria, istituto speciale per i detenuti che hanno problemi. Cioè mettiamo lo psichiatra in carcere, vediamo quelli che hanno problemi e poi li mettiamo a Gerace. Non abbiamo fatto una operazione di salute mentale, abbiamo fatto semplicemente un’operazione di alleggerimento del carcere, di ulteriore stigmatizzazione, di carriera istituzionale per quella persona.

Ussana, Cagliari, comunità terapeutica per i detenuti o per gli internati degli O.P.G. sardi in un continente, chiamata comunità terapeutica. Peccato che non ho portato qui il progetto: un esagono centrale, nei tre lati alternativamente tre bracci, con 20 posti letto per braccio. Siccome dovevano essere 40 posti letto ma ne volevano fare 60 ci sono 20 uffici. Ma 20 uffici si possono trasformare tranquillamente in 20 posti letto. Ussana è un progetto della Regione Sardegna, precedentemente a quell’Amministrazione penitenziaria sostenuta dall’azienda sanitaria di Cagliari sostenuta su queste culture di tipo psichiatrico. Credo che sia stato evidente a tutti per fortuna, spero sia stata sventata questa ipotesi, anzi questa concreta scelta: manicomio giudiziario per minori a Castiglione delle Stiviere. Anche lì incontenibili, incorreggibili, diagnosi schizofrenica… Allora, io credo che il rimedio a tutti questi problemi, al fatto che il 15% dei detenuti soffrano una situazione di un quasi conclamato disturbo mentale è evidente che ci sia, sicuramente più della popolazione che vive libera. Una condizione di disagio, evidente assolutamente a tutti dal numero di suicidi che fanno vedere in maniera molto semplice che il carcere rappresenta una delle situazioni e degli eventi più rischiosi per la vita delle persone.

Allora, io credo che a partire da qui, proprio se la scelta non è quella di andare a individuare la malattia e di conseguenza andare a individuare i percorsi che possano definirla, oggettivarla e separarla. Abbiamo visto gli esempi che sono stati proposti: l’esempio permanente è quello dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Chi disturba in carcere ha una maggior facilità di ingresso nell’O.P.G. Allora se la strada che noi non vogliamo percorrere è questa, ovvero se dobbiamo prenderci carico, come è giusto che sia, ritorno a Susan Sontag e al passaporto: è un diritto delle persone detenute e dei cittadini vedere soddisfatto, esigibile il loro diritto alla salute e alla cura, e questo deve essere evidente in una condizione di assoluta equità. Su questo non ci può essere dubbio, non ci dovrebbe essere dubbio, ma di fatto questo non accade. Se però questo è il mandato, se è questo che vogliamo fare, io credo che le strade che possiamo percorrere sono già segnate, sono evidenti e dobbiamo semplicemente operare nell’incentivare delle situazioni legislative. Modificare alcuni percorsi che già ci sono e soprattutto sviluppare delle strategie organizzative che possano dare delle risposte.

A cosa mi riferisco? Ad esempio io credo che, da un punto di vista delle indicazioni sulla questione della salute mentale in ambito penitenziario, abbiamo scritto e abbiamo visto scritto delle cose molto importanti. Credo che se ci si vada a rileggere quel documento che è appunto il “Progetto obiettivo per la tutela della salute in carcere”, a seguito della legge 230, si trovano delle cose assolutamente straordinarie. Ma che cos’è straordinario? È la banale affermazione che il cittadino detenuto deve essere curato e deve esigere il suo diritto alla cura e alla salute come qualsiasi cittadino di quel territorio, il che vuol dire che le aziende sanitarie devono poter sviluppare strategie di intervento in carcere su tutti i fronti della prevenzione, della salute mentale, della tossicodipendenza, delle medicine specialistiche e così via, così come nel territorio dove il carcere si trova situato. Credo che questa persistenza di questi due regni separati di malattia, di quelli che stanno in carcere e di quelli che stanno fuori, uno a carico del Ministero di Giustizia, l’altro a carico del Sistema sanitario regionale, sia un qualche cosa che credo che dobbiamo assolutamente cercare di battere proprio per garantire questo.

Se parliamo della salute mentale poi, nel documento al quale mi riferisco, vedo qui appunto che con il direttore del carcere, dove io vivo e lavoro, a Trieste, abbiamo immediatamente dato corpo alla convenzione che conseguiva alla legge, proprio dando forza a quello che era il lavoro cominciato già nel 1978, a ridosso proprio della legge 180 a Trieste, dove sembrava assolutamente logico che le persone in carcere potessero essere visitate, viste, sentite, ascoltate dagli operatori del Servizio di salute mentale, non dallo psichiatra o dagli operatori. Se in quel territorio esiste una équipe che lavora per quei cittadini, quella stessa équipe, ridotta di numero evidentemente, non tutte e 30 persone, deve poter essere di vantaggio a quella persona che si trova in carcere.

Credo che su questo noi  abbiamo lavorato e abbiamo un’esperienza ormai lunga e che, a partire da questa esperienza, possiamo dire le cose che io sto dicendo, possiamo dire che è possibile veramente in una straordinaria quantità di situazioni, evitare l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario. È possibile sempre evitare l’invio all’O.P.G. da parte del carcere, perché la persona sta male e perché le opportunità sono assolutamente tante: cioè se una persona sta male, lo si segue in carcere; se sta tanto male, può stare nel Centro di salute mentale, aperto 24 ore. Se per esempio può accedere agli arresti domiciliari o se anche non può, può invece essere seguito nei servizi, diagnosi e cura o nelle stesso centro di salute mentale, aperto 24 ore, con eventualmente le modalità di sicurezza che l’autorità giudiziaria vorrà mettere in campo.

Siamo arrivati addirittura in una situazione alla sospensione della pena perché una persona potesse essere adeguatamente curata nel servizio di salute mentale, per poi, mi pare proprio nel carcere di Venezia, continuare la sua detenzione fino alla fine. Cioè voglio dire, è possibile in ogni caso che il cittadino detenuto affetto da disturbo mentale possa accedere semplicemente  a quelle cure che sono previste per tutti i cittadini. Io credo che è su questo che dobbiamo lavorare, qualsiasi altra soluzione appunto, servizi speciali in carceri, costruzioni di reparti speciali per persone con disturbi mentali e psichiatriche, mi fanno impressione. Proprio no, ci vogliono i servizi di salute mentale per tutte le persone, naturalmente, e come mai questo non accade? Beh, io in questi anni comincio ad avere i capelli bianchi e vedo anche tante resistenze che non hanno tanto a che vedere con le leggi o con la inapplicabilità delle leggi, ma che per esempio vengono dalla stessa psichiatria, che vengono da alcune ali. Dalla magistratura, da parte di alcuni giudici di sorveglianza, e noi su questo dobbiamo aprire un dibattito, dobbiamo discutere. Quando noi abbiamo proposto e continuiamo a proporre che il servizio di salute mentale in carcere sia un servizio pubblico, sia il dipartimento di salute mentale, ci siamo trovati con una ostilità palese da parte di quelli che fanno gli psichiatri nel carcere. Noi gli daremo da lavorare a questi psichiatri, mica no? Credo, non debbano per niente essere licenziati; possono lavorare nei servizi salute mentale, ci sono aziende sanitarie che hanno dedicato lo psichiatra forense al carcere, che sono delle cose assolutamente anomale, assurde, fuori logica, ma avete capito quello che voglio dire?

Io credo che sia assolutamente necessario formulare in maniera più forte, più intenzionale, questi percorsi. È evidente che in questa continuità, in questa possibilità di mantenere una presa in carico con quel cittadino che noi possiamo anche pensare a una progettualità. La cura della persona, che è un problema in carcere, non può essere messo sotto silenzio, perchè è questo che diventa l’intervento. Si usano psicofarmaci, ma chi li dà gli psicofarmaci? Li danno gli psichiatri, presumo e credo che almeno che non ci siano poi delle circolazioni, come dire clandestine, sotterranee, come anche accade, ma di regola li danno gli psichiatri. Ma perché? Evidentemente l’intervento dello psichiatra e della psichiatria in carcere, in questo caso, è un intervento sul sintomo, e un intervento su un oggetto non è un intervento su una storia, non c’è una narrazione dietro a questo intervento, non c’è un futuro che questo psichiatra mette in campo e quindi non c’è la possibilità di costruire quello che appunto noi chiamiamo “la possibilità di emancipare, di sviluppare, di costruire anche una prospettiva”. Il servizio di salute mentale deve tenere i contatti con l’esterno, con una madre, con una compagna, con una sorella, con un figlio, con gli amici. La possibilità di mantenere un contatto con una cooperativa sociale che forse offrirà una qualche possibilità, e tutto questo diventa la presa in carico, diventa la cura.

E qui concludo per parlare di libertà terapeutica e di cittadinanza, ma qui l’unica via d’uscita che io vedo è questa: è evidente che noi dobbiamo ridurre la popolazione in carcere, è evidente che, lì dove è possibile, in qualsiasi modo è possibile, che una persona faccia un giorno di meno di detenzione, dev’essere fatto, e naturalmente un servizio di salute mentale, così come io credo di averlo prefigurato, ed è quello che poi può effettivamente cominciare a farci pensare che possiamo liberarci dalla necessità di tenere in carcere quella persona, perché ripeto possiamo costruire una infinità di cose. Si possono adattare programmi in tanti modi, si trovano delle forme assolutamente stupende, straordinarie di collaborazione tra servizi e magistratura, laddove naturalmente si riesce a ragionare. Quindi la possibilità che noi dobbiamo sviluppare, attraverso questi interventi, è di costruire misure alternative alla detenzione, attraverso progetti che devono essere appunto progetti singolari, personalizzati, fatti per quella persona non necessariamente alternativa alla detenzione, alternativa all’O.P.G., per Gerace, per Ussana o per la comunità terapeutica di Castiglione delle Stiviere. È evidente che su questo c’è molto da lavorare. Esiste una psichiatria, e lo avete detto, che ripropone in maniera larvata, in maniera non roboante delle modalità di approccio che sono in quell’altra direzione, in quell’altra scelta di campo. Ecco noi dobbiamo lavorare perché, a partire da quei principi che abbiamo affermato, si possa riprendere questa discussione e si possa riprendere a guardare avanti, anche appunto in questa splendida utopia che comunque abbiamo avuto, che è possibile cioè liberarci della necessità del carcere.

 

 

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