Rassegna stampa 10 gennaio

 

Giustizia: Fini; sì a nuove regole, ma con un ampio confronto

 

Corriere della Sera, 10 gennaio 2009

 

Caro Direttore, ci sono fin troppe polemiche ma ben pochi dubbi sulla necessità di "riformare la giustizia". Qualche riflessione in materia, senza alcuna pretesa di organicità, può forse essere utile al dibattito.

1) È auspicabile che le modifiche normative scaturiscano da un ampio confronto parlamentare tra le forze politiche e tutti gli operatori del settore Soprattutto è necessario che queste modifiche derivino da lucide valutazioni delle patologie strutturali del sistema giudiziario e non siano frutto di situazioni contingenti. In altri termini, sarebbe sbagliato prendere le mosse dalle ultime controverse vicende giudiziarie e individuare in esse le ragioni della necessità di una riforma.

2) C’è una realtà non più tollerabile da cui occorre muovere. I cittadini tendono a rinunciare alla tutela legale dei propri diritti perché frenati dalle lungaggini e dalle disfunzioni che scoraggiano il ricorso alle vie giudiziarie; c’è un crescente sentimento di sfiducia nei confronti della giustizia che rischia di minare, specie per la giustizia civile, le fondamenta della nostra democrazia. La stella polare di una riforma "per il cittadino" dev’essere quella di restituire efficienza al sistema. In questo senso, lo stanziamento di risorse finanziarie adeguate assume un valore determinante quanto l’impegno dei magistrati.

3) In un sistema giudiziario efficiente, il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale garantisce l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, assicurando l’obiettività nell’instaurazione del processo e, di conseguenza, certezza su quel che è lecito fare e su quel che invece non lo è. Di fatto, tale principio risulta però svuotato della sua effettività: dal momento che per l’autorità giudiziaria non è più possibile perseguire tutti i reati, molto (troppo) dipende dalla discrezionalità dei Pm. Ciò mina agli occhi dei cittadini il principio della legge uguale per tutti. Accanto ad una valutazione sui reati che è utile depenalizzare, può quindi essere opportuno che sia il Parlamento, sentita la Procura generale della Cassazione a fissare i criteri per individuare i reati ai quali dare priorità di trattazione (proposta Mancino). C’è semmai da chiedersi se tale metodo deve diventare la regola (ipotesi cui non credo) o piuttosto trovare attuazione per un periodo limitato, durante il quale prendere le misure necessarie per restituire al sistema la sua efficienza.

4) La riforma dovrà interessare anche il Csm per assicurare che la composizione dell’organismo sia all’altezza delle importantissime funzioni che gli sono proprie. Vanno superate in modo definitivo quelle nefaste logiche correntizie che lo hanno finora penalizzato e screditato.

5) Se è vero - come è vero - che la separazione delle carriere dei magistrati è ipotizzata per garantire l’imprescindibile terzietà del giudice, è comunque evidente che ciò non può avvenire a discapito dell’autonomia e indipendenza del Pm. È necessario pertanto scindere i ruoli, ma senza che ciò comporti la subordinazione del magistrato requirente ad altro potere che non sia quello giudiziario. Fino a oggi il dibattito non ha toccato un tema rilevante: i criteri di selezione dei magistrati sono inadeguati alle loro funzioni. Perché non prevedere per l’aspirante magistrato un periodo di tirocinio sotto la guida di un magistrato esperto, come attualmente avviene per chi si prepara a superare l’esame da avvocato? Mi sembra ipotesi maggiormente in sintonia con la nostra tradizione rispetto alla elezione dei magistrati.

6) Infine sul tema intercettazioni. Sono e devono restare uno strumento indispensabile di ricerca della prova dei reati. Sarebbe insensato privare la magistratura della possibilità di avvalersene nel contrasto alle mafie, al terrorismo ma anche ai reati contro la Pubblica amministrazione. Escludere la corruzione getterebbe un discredito sulla politica devastante per la credibilità della democrazia parlamentare, a esclusivo vantaggio del populismo più demagogico e giustizialista. Non è però più tollerabile che le intercettazioni siano lo strumento per "fare giustizia" attraverso la gogna mediatica. Ciò che accade oggi è indegno di un Paese civile. Per porvi rimedio non è sufficiente trovare un punto di equilibrio tra esigenze investigative degli inquirenti e diritto di riservatezza del cittadino se poi i divieti di pubblicazione delle intercettazioni e i presupposti che le giustificano vengono ignorati. L’obiettivo prioritario dovrà dunque essere quello di rendere effettivi i divieti già esistenti, creando un sistema di sanzioni pecuniarie effettive a carico di quanti le violano e di misure disciplinare specifiche per i magistrati che abusano sistematicamente delle intercettazioni. Non è un bavaglio alla libertà di informazione o una limitazione del potere inquirente, ma una garanzia di rispetto della dignità della persona.

 

Gianfranco Fini, Presidente della Camera dei deputati

Giustizia: Veltroni (Pd); da Fini base per una riforma condivisa

 

Agi, 10 gennaio 2009

 

Il leader del Pd Walter Veltroni apre le porte al dialogo ed apprezza le parole del presidente della Camera, Gianfranco Fini che auspica un riforma della Giustizia da realizzare con un vasto consenso parlamentare. "Nella sua lettera al Corriere della Sera il presidente Fini - spiega Veltroni - esprime alcune considerazioni condivisibili sulla riforma della giustizia.

Se lo spirito della maggioranza sarà davvero quello espresso oggi da Fini credo si possano finalmente realizzare le condizioni per arrivare in Parlamento ad una riforma condivisa, che non sia oggetto di scontro e contrapposizione.

Le parole del presidente della Camera sono però molto diverse dall’atteggiamento tenuto fin qui dal presidente del Consiglio e dal governo e attendiamo di capire quale sia la reale posizione della destra in materia. Il Partito democratico, dal canto suo, ha sempre messo al centro della sua attenzione il diritto dei cittadini ad avere procedimenti giusti, certi e veloci e in questa direzione ha sempre mosso le sue organiche proposte, definite nella recente conferenza nazionale che è stata un’occasione feconda di confronto tra tutte le componenti del mondo della giustizia.

Ogni riforma in materia, specie se di rango costituzionale, deve comunque essere diretta a far funzionare davvero la giustizia e a rafforzare e non indebolire l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati dal potere politico irrobustendo al tempo stesso le garanzie e la tutela dei diritti dei cittadini".

Giustizia: Cesa (Udc); auspico convergenza con Pd su riforma

 

Agi, 10 gennaio 2009

 

Il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, auspica una convergenza con il Partito democratico per realizzare la riforma della Giustizia. "Sono quindici anni", ha detto conversando con i giornalisti a Bologna a margine dell’assemblea dei dirigenti del partito in Emilia Romagna, "che siamo in ritardo e che parliamo di riforme istituzionali e di riforma della Giustizia, ma c’è una crisi del sistema bipartitico.

Noi auspichiamo che ci sia una convergenza sul discorso della Giustizia anche con il Pd. Si possono trovare punti di convergenza". Secondo Cesa, "le riforme istituzionali vanno fatte, ma non come è stato fatto negli ultimi quindici anni con le piccole riformette a seconda della convenienza di una parte in quel momento". Ma, ha concluso, "bisogna affrontare il tema organicamente. Noi siamo disponibili, in Parlamento, a dare una mano".

Giustizia: Tinti; sì a riforma Csm, no a reati con "precedenza"

di Bruno Tinti (Procuratore aggiunto presso il Tribunale di Torino)

 

La Stampa, 10 gennaio 2009

 

L’Associazione Nazionale Magistrati fa male a criticare le opinioni del vicepresidente del Csm Nicola Mancino. Soprattutto fa male perché ne critica la parte ragionevole e fondata; e ne trascura invece una veramente pericolosa per la sopravvivenza del controllo di legalità: la scelta parlamentare dei reati da perseguire prioritariamente. Dice dunque Mancino che la composizione del Csm dev’essere modificata perché, con l’assetto attuale, si favorisce il correntismo, cioè (chiamiamolo con il suo nome) il clientelismo praticato dalle correnti da cui è composta l’Anm.

Che una simile osservazione non sia formulata da un politico qualsiasi, di quelli che parlano di riforma della giustizia senza avere la più pallida idea di quello che dicono, ma dal vicepresidente del Csm è già circostanza che dovrebbe far riflettere. Evidentemente Mancino sa quello che dice, perché lo constata tutti i giorni, nella consueta pratica delle vicende consiliari. D’altra parte le sue parole sono le stesse (anzi assai meno esplicite) di molti magistrati che denunciano da anni l’occupazione del Csm da parte dell’Anm (e dunque delle correnti) e la conseguente gestione clientelare della carriera dei magistrati. Le centinaia di missive comparse sulle mailing list dei magistrati negli ultimi anni che denunciano il correntismo e la crisi dell’autogoverno della magistratura sono la prova migliore che il problema esiste ed è grave.

Quanto sia grave lo provano le numerose sentenze del Tar che hanno annullato provvedimenti del Csm con motivazioni in cui si parla esplicitamente di violazione di legge e di decisioni non corrette. Per finire, è bene sapere che, sulle stesse mailing list, compaiono spesso missive provenienti dai vertici delle varie correnti, che denunciano abusi e violazioni. Insomma, ogni corrente, a turno, denuncia il clientelismo praticato dalle altre; con la risibile (ma in verità tragica) argomentazione che tutti gli altri sono inquinati da questa pratica, "ma noi no". Affermazione che si commenta da sola.

Alcuni magistrati, tra il dileggio dei "correntisti", hanno proposto di nominare i componenti del Csm mediante sorteggio: non si capisce infatti perché chi è idoneo a infliggere un ergastolo o affidare un minore alla madre piuttosto che al padre (o a fare una delle tante delicate e terribili cose che ogni giorno fa un magistrato) non dovrebbe avere le capacità per stabilire chi deve fare il Procuratore di Roncofritto o il presidente del Tribunale di Poggio Belsito. Questa soluzione mi pare preferibile a quella proposta da Mancino e in genere da molti politici che vogliono un Csm composto per un terzo da magistrati eletti dalla magistratura, per un terzo da personalità nominate dal Parlamento e per un terzo da altre personalità nominate dal Presidente della Repubblica; ciò perché il rischio del controllo politico di un Csm così composto mi pare rilevante. E tuttavia, al punto cui è giunto l’attuale Csm occupato dalle correnti, anche la soluzione Mancino può andare bene.

È invece da respingere la proposta di affidare a una maggioranza (anche se elevata) parlamentare l’identificazione dei reati da perseguire prioritariamente. Prima di tutto deve essere chiaro che i reati "non prioritari" non sarebbero perseguiti in un secondo momento; interverrebbe la prescrizione e quindi non sarebbero perseguiti affatto. Dunque la scelta parlamentare significherebbe in pratica una previsione d’impunità per alcuni delitti; il che, con l’aria che tira, vuol dire semplicemente che i reati tipici della classe dirigente non sarebbero puniti. Evidentemente Mancino è consapevole degli aspetti negativi della soluzione che propone, tanto che la presenta come una soluzione straordinaria motivata dall’emergenza; una volta tornati alla normalità, si riprenderebbe con l’obbligatorietà dell’azione penale. Si tratta della stessa logica che ha caratterizzato l’indulto: c’è un’emergenza carceri, non ci sono più posti, occorre sfollare, occorre un indulto. A due anni di distanza, siamo allo stesso punto, con carceri sovraffollate come prima. Bisogna smetterla di far finta di ignorare che il problema è strutturale. Il sistema processuale italiano non permette di smaltire tutti i processi che gli si chiede di fare; ogni anno ne smaltisce (per di più in gran parte con la prescrizione, dunque rinunciando ad una sentenza di giustizia) meno di quelli che incassa. Questo significa che l’"emergenza" è endemica: se non si modifica il sistema, non sarà mai possibile dare una risposta effettiva alla domanda di giustizia del Paese.

Allora il problema non è di priorità, quali processi fare prima e quali dopo; il problema è costruire un sistema processuale che permetta di farli tutti. Naturalmente tutti quelli che meritano una risposta penale. E allora, per prima cosa, occorre una depenalizzazione ragionevole: per intenderci, il falso in bilancio deve restare reato e l’omessa autorizzazione dell’autorità di pubblica sicurezza per tenere un pubblico trattenimento invece no. E poi occorre buttare alle ortiche il dissennato codice di procedura penale che ci sciroppiamo da 20 anni; e adottarne uno che renda possibile condannare i colpevoli (e assolvere gli innocenti) in un tempo ragionevole. Eh già, e se poi il sistema comincia a funzionare davvero, come facciamo ad assicurare l’impunità al pubblico malaffare?

Giustizia: Opg; lettera a presidente commissione sanità Senato

di Donatella Poretti (Senatrice Radicali - Pd)

 

Comunicato stampa, 10 gennaio 2009

 

Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Lettera al Presidente della Commissione Sanità al Senato: si avvii indagine conoscitiva. Oggi ho inviato al sen. Antonio Tomassini, presidente della Commissione Sanità al Senato, la seguente lettera: "Caro Presidente, scrivo in merito a quanto da me riscontrato in due visite, a distanza di pochi settimane l’una dall’altra, presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino, per i molteplici motivi di grave preoccupazione che questa struttura configura, per i problemi strutturali aggravati da un pesante sovraffollamento, e per il senso giuridico e il trattamento sanitario e "penale" in base al quale questo e gli altri Opg sul territorio nazionale operano.

Il degrado umano e lo stato di abbandono terapeutico in cui versano gli Opg in Italia da tempo, rappresenta qualcosa che non può essere oltremodo taciuto e accettato. Sono in totale circa 1.200 gli ospiti-detenuti (più tecnicamente "internati") dei 6 ospedali psichiatrici giudiziari. Nonostante il nome rassicurante di "ospedale" sono veri e propri manicomi criminali, dove l’aspetto della cura e della terapia passa in secondo piano rispetto a quello della detenzione e della sicurezza.

Un meccanismo perverso, che decreta come persone che devono essere curate -e che infatti non vengono neppure condannate, ma prosciolte, cui viene comminata una misura di sicurezza, o che vengono mandate in "cura" dalle carceri- vengono chiuse nelle celle, e sorvegliate dagli agenti penitenziari. Quindi, a seguito di un proscioglimento per incapacità di intendere e di volere, o per sopravvenuta incapacità durante la carcerazione, si può finire in questo vero e proprio girone dantesco che si configura come un "ergastolo bianco". Le proroghe di 2, 5 o 10 anni possono ripetersi, infatti, all’infinito, laddove una perizia psichiatrica ravveda gli estremi della pericolosità sociale. Perciò una persona mai condannata per alcun reato si può ritrovare a scontare di fatto un "fine pena mai".

Grazie alla riforma della medicina penitenziaria, ora di competenza delle Asl, gli Opg possono essere di esclusiva competenza sanitaria, regionalizzati e magari distribuiti in piccole strutture medicalizzate, con sorveglianza e sicurezza solo esterna, mentre accanto ai malati internati dovrebbero esserci medici, infermieri e attività di recupero.

A Montelupo Fiorentino, celle progettate per tre o cinque persone, ne ospitano sette o otto per volta. Durante la mia prima visita (22 dicembre) erano ospiti dell’Istituto 186 persone a fronte di una capienza prevista di circa 110. La Asl di Empoli certifica come, in situazione di sovraffollamento, non può essere garantito il livello minimo di assistenza sanitaria, ma il Dap continua ad inviare detenuti o internati. Gli agenti di polizia penitenziaria risultano essere appena 100, di cui 20 destinati al nucleo "traduzioni": nel complesso, conteggiati i distaccati, risultavano mancanti almeno 20 agenti, rispetto ad un organico comunque tarato su 110 internati. Per la parte sanitaria, affidata ora al SSN, è presente 24 ore su 24 solamente il servizio di guardia medica, perché manca lo psichiatra dalle 18 alle 9 e dalle 14 del sabato alle 9 del lunedì.

In base alla grave situazione riscontrata a Montelupo Fiorentino ho depositato una dettagliata interrogazione parlamentare al Ministro del Lavoro, Salute e Politiche sociali, per la quale attendo risposta. Ma più in generale, dato anche che la materia ora è di esclusiva competenza sanitaria, ritengo sia indispensabile che anche le commissioni Sanità dei due rami del Parlamento siano al più presto investite della conoscenza, dello studio e di una mobilitazione in termini di proposte legislative sulla situazione degli Opg.

È questo, dunque, il punto di questa mia lettera con la quale mi appello affinché la Commissione Sanità al Senato, da Te presieduta, possa al più presto considerare l’opportunità di divenire sede istituzionale per una approfondita indagine conoscitiva sullo stato giuridico e di gestione di queste strutture. Certa di trovare adeguata accoglienza a questa mia richiesta, porgo i miei saluti più cari".

Giustizia: Osapp; nessun segno da Ionta, commissariare Dap!

 

Ansa, 10 gennaio 2009

 

"Se continua cosi, più che un Commissario per le infrastrutture penitenziarie servirà probabilmente un Commissario per tutta l’amministrazione penitenziaria. Dall’insediamento di Ionta (il capo del Dap, ndr) ad oggi non abbiamo avuto alcun tipo di segnale". Così il segretario generale dell’organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria (Osapp) commenta l’ipotesi allo studio del governo di un commissario per l’edilizia penitenziaria che faccia fronte all’emergenza sovraffollamento.

"Peraltro, l’idea di costruire nuove carceri, leggere o meno che siano, senza pensare ad aumentare il numero degli agenti e del personale è da ritenersi fallimentare. Se non dovessero esserci quei segnali che da tempo chiediamo al ministro della Giustizia Alfano - conclude Beneduci - non escludiamo di organizzare come sindacato l’occupazione dei cantieri delle nuove carceri in costruzione".

Giustizia: quando Morucci e Andreotti si strinsero la mano…

di Susanna Marietti

 

www.linkontro.info, 10 gennaio 2009

 

Lo scorso venerdì 21 novembre, Valerio Morucci era in un privato salotto culturale di Roma. La cosa non fece notizia, in pochi la ricordano. Forse nessuno. Morucci era stato chiamato per discutere davanti agli altri invitati del libro di Luigi Manconi dal titolo Terroristi italiani. Le Br e la guerra totale, 1970-2008. A dialogare con lui, il senatore Giulio Andreotti, che volentieri aveva accettato l’invito.

"È possibile che abbiamo sbagliato qualcosa, soprattutto nell’analisi globale", diceva a un certo punto l’ex presidente del Consiglio, proprio colui che per un certo tempo era stato pensato come obiettivo da Morucci e dai suoi compagni al posto di Moro. L’analisi globale è qualcosa di difficile, mai riuscita e pochissimo tentata sulla lotta armata nel nostro paese. Eppure gioverebbe a tutti, a ciascuno come singolo e alla collettività nel suo complesso. Da persona intelligente quale è, Giulio Andreotti ne comprende il valore, e sa che l’analisi migliore si fa anche insieme a coloro che sono stati condannati per terrorismo. Che hanno trascorso lunghissimi anni in carcere, scontando per intero le loro condanne. Andreotti fa domande, Morucci ne fa altre, si rispondono, si danno ragioni e torti.

Al termine dell’incontro, si stringono la mano. Il più anziano si permette la confidenza di salutare con un "ciao". È successo a Roma, meno di due mesi fa. Oggi a Valerio Morucci viene impedito dal rettore dell’Università La Sapienza e dal sindaco di Roma di partecipare a un incontro analogo di fronte agli studenti. È una questione di garantismo e di civiltà giuridica. Ma prima di tutto è una questione di intelligenza. E Luigi Frati e Gianni Alemanno non sono certo Giulio Andreotti.

Lettere: Aziz, morto suicida nel silenzio del carcere di Spoleto

 

www.informacarcere.it, 10 gennaio 2009

 

Addio Aziz! Non sappiamo nulla di te! Sappiamo solo il tuo nome, che eri allocato al quarto piano nella sezione di media sicurezza, che sei extracomunitario, che sei giovanissimo e che sabato tre gennaio 2009 nel carcere di Spoleto ti sei tolto la vita impiccandoti. Un’altra vittima della violenza della giustizia!

Il carcere è vigliacco, forte con i deboli e debole con i forti e tu eri solo un extracomunitario, la vittima ideale. Una nuova vittima del terrorismo istituzionale e mediatico sul tema della sicurezza della nuova classe dirigente politica. E d’altronde non c’è più nessuna sinistra garantista che visiti i carceri e che si interessi di chi vive in carcere.

Non c’è più nessuno che s’interessi di noi! Da poco tempo abbiamo messo in atto uno spettacolo teatrale e un detenuto e una psicologa hanno recitato queste due battute premonitrici: - Cosa pensi di quei detenuti che invece si tolgono la vita? - Ammiro il coraggio che io non ho… l’uomo ha così paura di morire che si è inventato l’idea di Dio per sfuggire al destino della morte; me se fossi disperato vorrei avere quel coraggio.

Tu eri proprio disperato ma nessuno si è accorto di nulla. E la colpa è anche nostra, dei tuoi compagni che non hanno capito, che non ti sono stati vicini abbastanza, perdonaci! Ma il carcere, qualsiasi carcere anche quello modello di Spoleto, rimane pur sempre una mostruosa creatura di cemento armato.

Una creatura che assassina e che mangia la vita di chi c’è dentro. Una creatura che odia la felicità, la speranza e la vita. Tutti noi siamo appesi ad un filo. Un filo chiamato speranza. Di sicuro per te la speranza, se ma l’hai avuta, è finita ieri, per noi è ancora viva ma chissà per quanto. Probabilmente, domani nessuno si ricorderà di te, forse, se sei fortunato almeno da morto, qualche giornale locale scriverà poche righe sulla tua morte.

Per questo gli ergastolani in lotta per la vita, i detenuti dell’alta sicurezza e i detenuti dell’elevato indice di vigilanza ti augurano buon viaggio nell’aldilà con la speranza che Dio, qualsiasi Dio, ti dia quella giustizia sociale che non ti hanno dato su questa terra. Condoglianze alla tua famiglia. Con affetto, a nome dei detenuti del carcere di Spoleto.

 

Ivano Carmelo Rapisarda

Carmelo Musumeci

Lettere: gli "internati" che stanno ancora aspettando l’indulto

di Angelo Martinelli (Magistrato di Sorveglianza di Modena)

 

Ristretti Orizzonti, 10 gennaio 2009

 

A due anni dall’indulto (legge n. 241 del 2006, e ormai sopite le polemiche, è ancora in carcere un piccolo plotoncino di soggetti che, pur avendone diritto, non ha ancora beneficiato - per diverse ragioni, non esclusa la sfortuna - del provvedimento di clemenza: gli internati. Il termine evoca i prigionieri dei lager nazisti, ma non si tratta di loro; gli internati di casa nostra sono soggetti che, dopo avere terminato di espiare la pena detentiva (ma anche dopo essere semplicemente stati condannati ad una pena pecuniaria) vengono sottoposti ad una misura di sicurezza all’interno di un Istituto penitenziario: la casa di lavoro o la colonia agricola.

Vi vengono sottoposti perché il magistrato di sorveglianza li considera "socialmente pericolosi", cioè capaci di commettere in futuro altri reati. E in vincoli rimangono, senza limiti di tempo (la misura di sicurezza, al contrario della pena, ha solo periodi minimi, tanto che viene definita "ergastolo bianco") sino a che il giudice non si convinca che, una volta rimessi in libertà, non commetteranno più reati.

Gli internati sono stati da sempre esplicitamente esclusi dai provvedimenti clemenziali (amnistia e indulto) precedenti; questa volta, invece, il legislatore del 2006 li ha ignorati, facendo scattare l’ordinaria disciplina codicistica. La quale prevede, in estrema sintesi, che l’internato sottoposto a misura di sicurezza detentiva per un periodo minimo non superiore ad un anno (artt. 210, 217 e 109 del codice penale) debba essere liberato se la misura di sicurezza deriva da una condanna contenuta entro i tre anni di reclusione (cioè il periodo di restrizione oggetto del condono).

Il meccanismo di applicazione dell’indulto nei confronti degli internati è piuttosto farraginoso e, inoltre, richiede l’intervento di ben tre giudici diversi. Il giudice dell’esecuzione, che applica l’indulto sulla pena detentiva, ancorché già espiata (l’internato ha diritto all’applicazione dell’indulto sulla pena detentiva anche già espiata), e quindi trasmette gli atti al magistrato di sorveglianza; il magistrato di sorveglianza che, ricevuti gli atti dal giudice dell’esecuzione, provvede a revocare la misura di sicurezza detentiva (art. 672 del codice di procedura penale).

Interviene poi il Pubblico Ministero che deve dare esecuzione all’ordinanza del magistrato di sorveglianza. Un procedimento complicato, pressoché mai utilizzato, e riservato ad una categoria di reclusi sconosciuta: il risultato è che nelle nostre patrie galere stanno ancora diversi internati che aspettano la scarcerazione cui hanno diritto.

Milano: accordo tra Prap e Comune i detenuti spalano la neve

 

Ansa, 10 gennaio 2009

 

Trenta detenuti delle carceri milanesi saranno all’opera da oggi e nei prossimi giorni come spalatori per ripulire le vie di Milano. Questi trenta (dieci in azione già quest’oggi, altri venti da domani) andranno ad aggiungersi agli altrettanti detenuti che già da tempo lavorano con l’Amsa per ripulire vie e parchi cittadini. L’iniziativa è del Provveditorato Regionale alle carceri che, considerata la situazione critica che si è venuta a creare nel capoluogo lombardo per l’abbondante nevicata, ha preso contatti col Comune di Milano mettendo a disposizione i detenuti.

Reggio Calabria: mancate cure a un detenuto con carcinoma

 

www.strill.it, 10 gennaio 2009

 

L’Opera Nomadi replica alla nota della Casa Circondariale.

"La questione del detenuto rom può essere compresa solo riportando il fatto oggettivo secondo il quale il signor Bevilacqua ha dovuto ricorrere ad un medico esterno al carcere perché gli venisse diagnosticato il carcinoma laringeo che lo ha colpito.

Nel mese di dicembre 2008 il signor Bevilacqua, dopo che per diverso tempo ha sofferto di mal di gola con tosse persistente e non ha ottenuto la visita specialistica richiesta (questi sono fatti oggettivi riportati nel diario clinico del detenuto) , chiede attraverso i suoi familiari che un medico esterno lo possa visitare.

Il 19 dicembre 2008 il dott. Alberto Giunta (otorinolaringoiatra esterno al carcere) visita il signor Bevilacqua in carcere effettuando una laringoscopia con fibroscopio che gli permette di individuare una neoformazione che interessa la laringe. Il referto che il dott. Giunta lascia in copia lo stesso giorno all’ufficio matricola del carcere da atto di una "una neoformazione vegetante interessante l’emilaringe destro per la quale è assolutamente necessario eseguire un prelievo bioptico per esame istologico essendo l’ipotesi diagnostica più verosimile quella di carcinoma laringeo".

Solo sulla scorta di questo referto del medico esterno la struttura carceraria si è mossa per richiedere una seconda visita otorino presso gli Ospedali Riuniti e poi ha sostenuto la richiesta del differimento della pena per il detenuto.

È palese che grazie soprattutto all’intervento del medico esterno dott. Giunta il Tribunale di Sorveglianza ha potuto applicare il provvedimento del differimento della pena e oggi Armando può lottare contro il male che l’ha colpito per ottenere la giusta guarigione.

Altro fatto oggettivo è che i medici della struttura carceraria non hanno predisposto la visita otorino richiesta qualche mese prima del 19 dicembre 2008 (riscontro oggettivo su diario clinico) e non hanno effettuato la diagnosi giusta (riscontro oggettivo su diario clinico).

Emerge in modo oggettivo e non per nostra considerazione personale che l’assistenza sanitaria del carcere fino alla data del 19 dicembre 2008 non ha saputo garantire il diritto alla salute del detenuto, diritto sancito dalla legge.

La legge di riordino della sanità penitenziaria Decreto Lgs n. 230/1999 afferma che "I detenuti e gli internati hanno diritto, al pari dei cittadini in stato di libertà, alla erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione, efficaci ed appropriate, sulla base degli obiettivi generali e speciali di salute e dei livelli essenziali di assistenza individuati nel Piano sanitario nazionale, nei Piani sanitari regionali e in quelli locali".

Il tema del diritto alla salute nelle carceri è una delle problematiche più delicate che riguardano il sistema penitenziario tanto che moltissime sono le denunce degli organismi del terzo settore per casi di negazione di questo diritto fondamentale. A nostro parere la direttrice della casa circondariale di Reggio Calabria D.ssa Longo da professionista intelligente qual è dovrebbe prendere atto dei limiti esistenti nell’assistenza sanitaria del carcere e impegnarsi per trovare i rimedi adeguati.

Per quanto riguarda l’Opera Nomadi com’è suo costume ha riportato in questo comunicato come nei precedenti dei dati oggettivi e riscontrabili e non delle considerazioni personali. Il fine che ha spinto l’Opera Nomadi ad effettuare questa denuncia pubblicamente può risultare "oscuro" a qualcuno, ma in realtà è quello molto chiaro dell’esigibilità del diritto alla salute dei detenuti, diritto riconosciuto dalla legge e dalla costituzione Italiana".

 

Il presidente dell’Opera Nomadi

Antonino Giacomo Marino

Sanremo: chiedeva sesso ai detenuti, la Curia assolve parroco

di Paolo Isaia

 

Secolo XIX, 10 dicembre 2009

 

Don Stroppiana rimane al suo posto. La condanna a 3 anni e 10 mesi di reclusione per il reato di concussione a sfondo sessuale, confermata e resa definitiva dalla Corte di Cassazione il 7 gennaio, non comporterà alcuna conseguenza pratica per l’ex cappellano del carcere sanremese di Santa Tecla, tuttora parroco alla Marina e reggente alla parrocchia di San Bartolomeo.

Don Stroppiana era stato condannato in primo grado a 2 anni e 10 mesi, pena che in appello, dopo il ricorso dell’accusa, era stata aumentata ai 3 anni e 10 mesi confermati mercoledì scorso dalla Cassazione. Un inasprimento dovuto proprio al reato di concussione ai fini sessuali, che il parroco - sempre proclamatosi innocente - avrebbe esercitato nei confronti di alcuni detenuti, indotti a riservargli attenzioni "particolari" in cambio di favori e aiuti, come ad esempio portare messaggi ai familiari. Altre accuse, tra cui quella di favoreggiamento e cessione di droga, erano invece cadute.

Per quanto riguarda l’aspetto giudiziario, dei 3 anni e 10 mesi cui è stato condannato in via definitiva, don Stroppiana si è visto "cancellare" 3 anni dall’indulto; i 10 mesi rimasti sono stati in parte già scontati, in virtù degli arresti domiciliari cui era stato sottoposto nel 1996, poco più di 4 mesi in due diversi periodi. Al parroco, pertanto, rimangono da scontare meno di 6 mesi. L’avvocato difensore, il penalista genovese Stefano Savi, ha già annunciato che presenterà istanza per l’affidamento di don Stroppiana ai servizi sociali. Una richiesta che verrà quasi certamente accolta, considerando sia l’età del sacerdote - oggi ha 75 anni - che l’attività che svolge. Per concedere l’affidamento in prova, infatti, è necessario che il destinatario svolga un attività "socializzante". E raccogliere in chiesa ogni domenica decine di fedeli senz’altro lo è. Oltre ad essere seguito dai servizi sociali, il prete dovrà anche essere sottoposto a verifiche da parte delle forze dell’ordine, altro aspetto che non dovrebbe portare a problemi di alcun tipo, considerando anche che don Stroppiana, fin dall’epoca del processo, ha osservato una sorta di ritiro volontario, anche per problemi di salute.

Caso chiuso anche per la curia, che fin dall’inizio delle indagini, nella prima metà degli anni 90, ha sempre difeso il sacerdote. "Rispettiamo l’atto giudiziario - spiega il vicario generale della diocesi Ventimiglia-Sanremo, monsignor Umberto Toffani - ma don Stroppiana merita tutto il nostro affetto e la nostra vicinanza: per noi i sacerdoti, anche dovessero aver commesso degli sbagli, sono come un figlio per un padre o una madre, o come dei fratelli. Il nostro rapporto con i parroci non è di tipo burocratico, non sono dipendenti. Certo non possiamo e non intendiamo aggiungere alla pena cui è stato condannato, che espierà, un ulteriore pena da parte nostra. Infierire nei suoi confronti sarebbe una mancanza di carità. Non solo per la sua età: stiamo parlando di un sacerdote che per oltre 50 anni ha servito la Chiesa con tutto se stesso".

Verona: il Tar boccia ordinanza su multe a clienti di prostitute

di Marisa Fumagalli

 

Corriere della Sera, 10 gennaio 2009

 

Era pronto per il secondo attacco alla prostituzione molesta - un provvedimento contro le lucciole da condominio - quando il Tar del Veneto lo ha stoppato, bocciandogli la prima ordinanza, in vigore dall’agosto 2008, che prevede maximulte ai clienti colti in flagrante contrattazione per le vie della città.

Flavio Tosi, sindaco leghista di Verona, è furibondo ma ancora agguerrito. Come prima più di prima. "Sentenza aberrante. Non appena conosceremo le motivazioni della sospensiva - annuncia - ripresenteremo un’ordinanza sostanzialmente identica nei contenuti. Del resto, il provvedimento si era dimostrato efficace facendo sparire la prostituzione dalle strade veronesi".

Va da sé che, sul fronte opposto, le donne di vita esultano per la vittoria, n ricorso al Tar, infatti, era stato presentato dal Coordinamento delle prostitute organizzate, guidate dalle leader storiche Carla Corso e Pia Covre.

"Finalmente uno spiraglio di giustizia - dice Pia Covre -. La sospensiva dell’ordinanza significa che i giudici hanno ritenuto fondato il nostro ricorso e che quindi c’è qualcosa di sbagliato nell’operato del sindaco". Ma Tosi, paladino della tolleranza zero (i suoi interventi spaziano dalla lotta all’immigrazione clandestina alla battaglia per il decoro civico) come altri colleghi del Veneto e di altri comuni d’Italia, ribatte con un diverso ragionamento: "Il fatto che, a fine dicembre, la seconda sezione del Tar del Lazio si era espressa in modo opposto sull’ordinanza del sindaco Alemanno, praticamente identica alla nostra, dimostra che in Italia c’è un problema di amministrazione della giustizia, ancora più grave di quanto fosse già evidente". E aggiunge che ricorrerà al Consiglio di Stato perché qualcuno "ristabilisca un minimo di equità e di condotta uniforme da parte dei tribunali amministrativi".

Da quando la storica legge Merlin (banalmente conosciuta come la legge della "case chiuse") ha rivelato tutta la sua inadeguatezza a "contenere" un fenomeno in forte evoluzione, in Italia non si è ancora trovata la ricetta giusta. Sicché, i sindaci (non solo di centrodestra) di alcune città cercano di affrontare la questione facendo leva sull’ordine pubblico.

E Tosi, allora, incalza: "Evidentemente, secondo la terza sezione del Tar del Veneto, la possibilità di prostituirsi in pubblico è da anteporre al sacrosanto diritto a non avere meretrici sotto le proprie finestre a qualsiasi ora del giorno e della notte".

"Quale abissale distanza dai problemi concreti dei nostri cittadini" conclude. Resta il fatto che, presa la doccia fredda, il sindaco di Verona dovrà tenere ancora nel cassetto il suo secondo provvedimento, pronto per essere varato: in esso la multa di 500 euro non colpirebbe il cliente da strada; bensì le stesse lucciole da appartamento che disturbano la quiete dei condomini.

n Comitato per i diritti civili delle prostitute, che si oppone a Tosi ("il suo diktat pretendeva di identificare una donna come operatrice del sesso anche soltanto attraversò l’abbigliamento o le modalità comportamentali", fa notare Pia Covre), ora si preoccupa di indirizzare i clienti che in questi mesi sono stati fermati e multati: se hanno ricevuto la notifica del pagamento ma non hanno ancora versato soldi, possono far opposizione al giudice di Pace, "citando la sentenza del Tar datata 8 gennaio 2009".

Immigrazione: no a espulsioni facili, serve buona motivazione

 

Il Mattino, 10 gennaio 2009

 

La Cassazione ribadisce il suo "no" agli ordini di allontanamento dal territorio italiano emessi dal questore nei confronti di stranieri senza permesso di soggiorno e nei quali non si fa riferimento ai motivi specifici che rendono impossibile la permanenza dell’immigrato negli appositi centri. Con la sentenza 394 della prima sezione penale, la Suprema corte ha infatti bocciato il ricorso con il quale la procura della corte d’Appello di Venezia contestava l’assoluzione di uno straniero dell’Europa orientale pronunciata con la formula "perché il fatto non sussiste" per non aver ottemperato all’ordine di allontanamento che gli era stato intimato dal questore di Parma a causa della mancanza di documenti regolari.

Nel foglio di via era stato scritto succintamente che non era "possibile" trattenere I.S. presso il Cpt ma non erano stati indicati i motivi dell’espulsione. Secondo la procura di Verona, l’assoluzione andava quindi stracciata perché i motivi - ossia l’affollamento dei centri - non devono essere indicati analiticamente, specie se si infligge solo l’ordine di allontanamento e non sono previste disposizioni più pesanti come l’accompagnamento coatto o il trattenimento.

La Cassazione però non è d’accordo e nel respingere il ricorso della Procura ha ricordato che "al fine di assicurare il controllo di legalità" è necessario che il decreto di espulsione motivi bene le cause "non bastando che si limiti a riprodurre letteralmente la formula della legge senza alcuna indicazione, sia pure concisa, delle ragioni di tale impossibilità". Ancora la Suprema corte ribadisce che nell’allontanamento dello straniero bisogna tener conto anche della sua indigenza questo perché "la normale situazione di disagio in cui versa il migrante economico e lo straniero privo del permesso di soggiorno, non significa che l’ordine di allontanarsi con i propri mezzi entro 5 giorni sia per lui evenienza favorevole".

Contro la sentenza della Cassazione si scaglia Isabella Bertolini, deputata del Pdl: "Assolvendo un clandestino che non ha ottemperato all’obbligo imposto dal questore di allontanarsi dal territorio nazionale, con la motivazione che tale obbligo non era sufficientemente motivato, crea un altro grave precedente a discapito della legalità".

Immigrazione: tassare permessi soggiorno? il governo dice no

 

La Repubblica, 10 gennaio 2009

 

Il governo ha dato parere negativo sull’emendamento della Lega al decreto legge anticrisi che prevedeva una tassa di 50 euro per il rilascio del permesso di soggiorno agli extracomunitari. È quanto è stato annunciato nelle commissioni Bilancio e Finanze della Camera, alla ripresa dei lavori sul decreto legge anticrisi.

L’emendamento, a firma Claudio D’Amico, era stato accantonato in attesa di riformulazione prima che l’esecutivo esprimesse parere contrario durante la riunione mattutina delle commissioni Bilancio e Finanze della Camera impegnate a esaminare il decreto legge 185.

Come previsto non è andato ai voti neppure l’emendamento, sempre del Carroccio, che prevedeva una fideiussione di 10mila euro da parte delle società o da parte dei cittadini stranieri non comunitari intenzionati ad aprire una partita Iva. Anche su questo il governo era pronto a dare parere negativo, e dopo il no al primo emendamento la Lega ha deciso di ritirare anche questo relativo all’apertura di attività economiche.

Proprio oggi il quotidiano dei vescovi Avvenire ha criticato in una nota la proposta della Lega, prima sostenuta dal governo e poi sconfessata, di far pagare una tassa di 50 euro agli immigrati che chiedono la concessione o il rinnovo del permesso di soggiorno.

"Non basta pagare le imposte come viene richiesto a ogni cittadino - ha scritto Avvenire. "Alcuni sono tenuti a pagarle con una maggiorazione, come fossero cittadini speciali e destinati a restare tali". "Non è un controsenso - si chiede ancora il quotidiano della Cei nella nota firmata con la sigla redazione "av" - dichiarare la lotta contro la clandestinità e nel contempo penalizzare l’accesso al permesso di soggiorno che è il principale viatico per uscire da quell’area grigia?". "Se il provvedimento ricevesse l’approvazione del parlamento - conclude Avvenire - sarebbe un bello scherzo con gli spiccioli dell’integrazione".

Immigrazione: il "partito della paura", subcultura pre-sociale!

di Massimo Giannini

 

La Repubblica, 10 gennaio 2009

 

Nella sua teoria del "cittadino pre-sociale" Renè Girard ricorda che, ovunque regnino l’ostilità e il sospetto reciproco, gli individui ansiosi di ritrovare un habitat sicuro tendono a "scegliere un nemico comune" e "unire le forze in un atto di atrocità collettiva".

Una tassa da 50 euro per il rilascio o il rinnovo dei permessi di soggiorno agli extracomunitari e una fideiussione bancaria da 10mila euro per chiunque di essi richieda l’apertura di una partita Iva. Il doppio emendamento della Lega è il frutto politico di questa subcultura pre-sociale. È il parto ideologico di un "governo della paura", arcaico ed autarchico, e di un "partito degli uomini spaventati", xenofobo e populista.

La norma proposta dal Carroccio riflette un’idea di destra becera e antistorica. Interpreta negativamente il problema della modernità: la solitudine del cittadino globale. Individua cinicamente il "nemico comune": l’immigrato. E introduce arbitrariamente l’atto di "atrocità collettiva": la gabella punitiva per chi entra in Italia per lavorare, o chiede di continuare a farlo nel rispetto delle leggi della Repubblica.

Per l’intera giornata, quell’odiosa misura è risultata "fatta propria dal governo e dalla maggioranza". E se almeno a tarda sera è arrivata la goffa retromarcia di qualche sottosegretario e del relatore al decreto legge anti-crisi (al quale l’emendamento leghista è agganciato), questo non si deve certo all’intelligenza e al senso civico del presidente del Consiglio: Berlusconi infatti si è ben guardato dal correggere la malsana iniziativa delle camicie verdi. Si deve invece al coraggio e al buon senso del presidente della Camera: Gianfranco Fini non ha esitato ad intimare al Pdl il rifiuto di norme "oggettivamente discriminatorie nei confronti dei lavoratori stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale". E si deve all’autonomia e alla tenuta di An: Andrea Ronchi, a nome dei ministri del suo partito, ha definito quella norma "del tutto inaccettabile".

Non sappiamo se e in che misura questo ennesimo strappo nel centrodestra sia il sintomo di un virus inoculato nel corpo della coalizione attraverso il federalismo, poi scaricato alla giustizia, deflagrato sull’Alitalia e ora gradualmente esteso a tutti i nervi più sensibili per l’azione di governo e per il partito di Bossi. "La Lega perde la battaglia aerea, ora attaccherà via terra", titolava ieri Europa. È probabile che l’incursione dei lumbard sugli immigrati sia effettivamente la prima mossa di questa nuova offensiva.

Ma sappiamo che questo doppio emendamento non solo è sicuramente intollerabile sul piano politico (non ha nulla a che vedere con la doverosa azione di contrasto all’immigrazione clandestina). Non solo è probabilmente impugnabile sul piano costituzionale (crea una disparità di trattamento e una disuguaglianza nei diritti delle persone, imponendo a un extracomunitario che vuole aprire un’attività produttiva ciò che non chiede invece a un italiano). Ma è anche palesemente insostenibile sul piano economico.

Gli immigrati regolari sono ormai una risorsa preziosa e insostituibile. Oggi per il nostro sistema produttivo, domani persino per il nostro Welfare. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, rappresentano il 6,4% della forza lavoro del nostro Paese. Il 15% degli stranieri regolari presenti e occupati sul territorio nazionale ha un lavoro indipendente. Il 37,5% risiede qui da 6/10 anni. Secondo gli ultimi dati del Cnel e dell’Unioncamere, negli ultimi 5 anni le imprese individuali gestite e controllate da immigrati sono passate da circa 100 mila a 225.408, con tassi di crescita attorno al 10% annuo. Il 35% delle nuove imprese nate quest’anno ha come titolari cittadini extracomunitari. Sono piccoli imprenditori, per lo più individuali: l’85% ha meno di 50 anni e il 15% ne ha meno di 30. Ma si stanno gradualmente consolidando, dal punto di vista aziendale e dimensionale: oltre 2.500 delle nuove imprese ha più di 10 addetti. Le misure vessatorie immaginate dal Carroccio colpiscono indiscriminatamente questa componente ormai strutturale della nostra economia.

Fingendo di curare il male (l’immigrazione clandestina) in realtà ne alimentano la diffusione (spingendo verso il sommerso, e quindi verso la clandestinità, molti immigrati che hanno o cercano una collocazione nell’economia emersa). E la colpiscono senza alcuna valida ragione, se non l’ossequio a un mantra securitario declinato in termini puramente emotivi e irrazionali. Qui non c’entrano destra e sinistra. Qui non c’entra il "benaltrismo" dei benpensanti, che non vedono i rischi comunque connessi alle grandi migrazioni dal Sud povero al Nord ricco.

Queste norme sono la semplice trasposizione legale di una grave ignoranza politica e di una profonda intolleranza sociale. Sono la maschera giuridica del razzismo. Vanno contrastate da tutti i "corpi intermedi" della società. Non solo i sindacati, ma anche quegli organi di rappresentanza che troppo spesso "parlano d’altro", dalla Confindustria alla Confcommercio. Vanno osteggiate da tutte le forze politiche attente ai valori dell’equità, della solidarietà e del progresso. Vanno respinte, senza se e senza ma. Fini, meritoriamente, l’ha già fatto. Berlusconi, irresponsabilmente, continua a tacere.

Droghe: i "drogati al volante"…. o "l’informazione drogata"?

 

Fuoriluogo, 9 gennaio 2009

 

Un’analisi scientifica dei test per accertare la guida sotto l’effetto delle sostanze psicoattive di Pier Paolo Pani, Medicina delle Tossicodipendenze (Cagliari).

Sempre più frequentemente i mezzi di informazione riportano casi di incidenti dovuti all’uso di sostanze stupefacenti. Il problema è certamente rilevante: gli incidenti sulla strada costituiscono la prima causa di morte in età giovanile, morti evitabili agendo sui fattori di rischio. Fra questi l’uso di psicofarmaci, alcol e sostanze stupefacenti occupa un posto di rilievo, assieme ad altri, quali la velocità, l’affaticamento, il mancato rispetto di altre regole per la sicurezza (casco, cintura, etc.).

Le sostanze d’abuso alterano le funzioni necessarie per la corretta conduzione degli autoveicoli, agendo principalmente sul sistema nervoso. Esse, una volta introdotte nell’organismo (per via orale, intranasale, inalatoria, endovenosa), si diffondono nei vari organi e apparati, cervello incluso, attraverso la circolazione sanguigna. La durata degli effetti dipende dal tipo di sostanza. Considerando le più frequentemente utilizzate (alcol, cocaina, eroina e cannabis) si tratta di qualche ora (da una a otto). La durata d’azione dipende anche dalla dose: maggiore sarà la quantità di sostanza che arriva al cervello e più potenti e duraturi saranno gli effetti. Le sostanze vengono quindi eliminate, sempre per mezzo del sistema circolatorio, e parzialmente modificate, prevalentemente attraverso i reni con le urine e il fegato con le feci.

Eccetto che nel caso dell’alcol, la cui eliminazione è più rapida, la presenza delle sostanze o dei loro metaboliti (spesso inattivi) nell’organismo si rileva per lungo tempo dopo la cessazione degli effetti. Nelle urine, che vengono solitamente utilizzate per i controlli tossicologici, il metabolita della cocaina si trova per 2-4 giorni, quello dell’eroina per 3-5 giorni, i cannabinoidi fino a 4-6 settimane. Nei capelli, poi, è possibile rilevare la presenza di sostanze assunte nei mesi precedenti.

Urine e capelli non forniscono, tuttavia, indicazioni attendibili sulle capacità attentive, cognitive, sui tempi di reazione, etc. dell’individuo esposto agli effetti delle sostanze d’abuso. Per poter avere indicazioni valide sullo stato psicofisico della persona nell’arco di tempo nel quale le sostanze esplicano i loro effetti, il materiale biologico più utile è, infatti, il sangue. Ciò in quanto le concentrazioni ematiche delle sostanze d’abuso correlano molto meglio con quelle del cervello. Nel caso dell’alcol, che è la sostanza più studiata, sono state costruite addirittura delle curve che descrivono l’entità della compromissione psicofisica e dell’aumento del rischio di incidenti per l’aumento delle concentrazioni dell’alcol nel sangue. Queste curve ci dicono, ad esempio, che con l’aumento della concentrazione nel sangue da 0,2 g/l (corrispondente all’incirca ad un bicchiere di vino) a 0,8 g/l, il rischio di incidenti aumenta di 3-5 volte. Sulla base di questi ragionamenti sono state stabilite le soglie legali per l’adozione delle sanzioni penali per chi guida sotto l’effetto dell’alcol.

L’utilizzo delle concentrazioni dell’alcol nel sangue, per valutare l’idoneità alla guida, è entrato nella pratica comune per almeno due ragioni: la prima è la facilità dell’esame, in quanto la concentrazione del sangue può essere determinata attraverso l’analisi dell’aria espirata (con la prova del "palloncino"); la seconda è che, trattandosi di una sostanza legale ampiamente diffusa, era fondamentale poter discriminare fra un uso consentito ed uno dannoso per la guida.

Per quanto riguarda le altre sostanze, la plausibilità scientifica dell’utilizzo delle concentrazioni ematiche quale indicatore dell’idoneità alla guida, non si è, per ora, tradotta nella disponibilità di metodiche e tecnologie attendibili di facile uso e di indicazioni normative conseguenti. Frequentemente si continua, invece, a derivare la definizione di "drogato al volante" dalla presenza di metaboliti, spesso inattivi, rinvenuti nelle urine ad una distanza di tempo sconosciuta dalla esposizione/cessazione degli effetti della sostanza alla quale si tende, tuttavia, ad attribuire la responsabilità dell’incidente.

 

Pier Paolo Pani

Medicina delle Tossicodipendenze, Cagliari

Droghe: conferenza di Trieste non sia "riunione a porte chiuse"

 

www.fuoriluogo.it, 9 gennaio 2009

 

Appello lanciato da Forum droghe in vista della conferenza governativa in programma a marzo. Presentata una piattaforma di richieste. Tra i firmatari don Andrea Gallo e Patrizio Gonnella.

A metà marzo si svolgerà la V Conferenza Nazionale prevista dalla legge per valutare l’efficacia della politica e della normativa sulle droghe. Per l’occasione il Forum droghe lancia una piattaforma e un appello affinché la conferenza sia una reale occasione di partecipazione e confronto.

"L’ultima pseudo-conferenza organizzata a Palermo nel 2005 - si legge in una nota - si rivelò non solo un fallimento per la quasi totale assenza del mondo delle professioni, delle scienze e delle associazioni, ma uno scacco della partecipazione, del confronto e della valutazione scientifica. Organizzata senza alcun percorso partecipato e con l’evidente intenzione di non discutere bensì di celebrare l’inasprimento penale che si sarebbe concretizzato di lì a poco con l’approvazione di una nuova normativa per decreto-legge (l. 49/06), l’assise di Palermo fu poco più di una riunione tra pochi fedeli a porte chiuse".

"Il vasto movimento di opposizione alla svolta punitiva - prosegue la nota - decise per protesta di disertare Palermo e il cartello Non incarcerate il nostro crescere, insieme alle regioni, promosse all’Università La sapienza di Roma una contro-conferenza, in cui fu presentata una articolata piattaforma di riforma della politica delle droghe, con al primo posto la cancellazione della legge Fini-Giovanardi. Purtroppo il governo Prodi deluse le aspettative di cancellazione di quella normativa. Di fronte a questo appuntamento, come operatori, scienziati, cittadini, consumatori e associazioni, siamo preoccupati di assistere a una penosa ripetizione di un’esperienza auto celebrativa.

Soprattutto temiamo che si voglia utilizzare il palcoscenico della conferenza per piegare la scienza al servizio della politica: da un lato riducendo la complessità del fenomeno del consumo di droghe ai soli fattori biologici, dando visibilità unicamente alle neuroscienze; dall’altro enfatizzando taluni approcci e studi (utilizzabili in chiave di dissuasione terroristica) e accuratamente ignorando altri. Ne è un esempio la nuova campagna di prevenzione sulla droga-brucia-cervello, in linea col più vetusto (e contestato anche sul piano dell’efficacia del messaggio) scare-approach".

"Vogliamo che la conferenza sia una occasione per la partecipazione, il confronto fra operatori e utenti dei servizi, la valutazione scientifica a tutto campo, la verifica seria delle politiche pubbliche. Queste sono per noi le questioni che riteniamo fondamentali per rendere la conferenza un appuntamento degno di questo nome: scrivere l’agenda - scientifica, sociale e delle politiche pubbliche - della Conferenza attivando una partecipazione reale, plurale, dotata di parola, fornendo a questa partecipazione luoghi e percorsi.

È necessario operare subito poiché a tutt’oggi non risulta alcuna iniziativa per l’attivazione di un processo partecipativo reale, come avvenuto per altre conferenze in passato, in particolare quelle di Napoli e Genova. E ancora, avviare una seria valutazione delle politiche pubbliche, mettendo come primo punto all’ordine del giorno la valutazione della legge 49/2006 e in particolari i suoi effetti sulla carcerazione. Promuovere un ampio dibattito sulla rete dei servizi, che da tempo denuncia una crisi e perfino un collasso: con un occhio particolare alla riduzione del danno, ridimensionata anche dalle politiche locali di sicurezza e tolleranza zero; prevedere un confronto su tutte le esperienze internazionali di nuovi servizi e interventi che risultino oggetto di studi di valutazione con esito favorevole, senza pregiudiziali ideologiche; rispettare la multidimensionalità del fenomeno, il pluralismo degli approcci scientifici, la vivacità del dibattito scientifico stesso, garantendo - attraverso una propedeutica sollecitazione e partecipazione attiva - presa di parola da parte dei tanti sguardi che indagano, studiano, sperimentano.

Dare ascolto ai consumatori di sostanze come cittadini a pieno titolo titolari di diritti e voce sulle proprie vite, nel rispetto delle scelte di vita e delle diverse culture, assicurando loro presenza, rappresentanza e parola con pari dignità. E infine, dare un adeguato spazio alle regioni e alle città, per valorizzare le particolarità locali e l’approccio pragmatico degli interventi sul territorio.

In ogni caso ci impegniamo ad organizzare, dentro e fuori la Conferenza, momenti pubblici aperti per una discussione libera, sia scientifica che politica, a partire dalla valutazione delle politiche internazionali che saranno oggetto di verifica al meeting Onu di Vienna del marzo 2009.

Tra i firmatari: Stefano Anastasia, don Andrea Gallo, Patrizio Gonnella, Marina Impallomeni, Franco Marcomini, Alessandro Margara, Henri Margaron, Patrizia Meringolo, Alessandro Metz, Mariella Orsi, Valentino Patussi, Edoardo Polidori, Susanna Ronconi, Fabio Scaltritti, Maria Pia Scarciglia, Sergio Segio, Maria Stagnitta, Stefano Vecchio, Andrea Vendramin, don Armando Zappolini, Grazia Zuffa.

Stati Uniti: la svolta di Obama, mai più tortura sui prigionieri

 

La Repubblica, 10 gennaio 2009

 

L’America di Barack Obama terrà fede "ai suoi più alti valori e ideali" e lotterà contro il terrorismo senza ricorrere alla tortura, nel rispetto della Convenzione di Ginevra. Con poche parole pronunciate presentando i nuovi vertici della Cia e dell’apparato di intelligence, il successore di George W. Bush ha preso le distanze e sostanzialmente condannato la linea che il Paese ha seguito negli anni dopo l’11 settembre 2001.

A due giorni dal settimo anniversario dell’apertura della prigione di Guantanamo (i primi detenuti arrivarono nella base navale a Cuba l’11 gennaio 2002), Obama ha spiegato quale sarà la linea con cui intende affrontare "il mondo di sfide non convenzionali" che si è delineato in questi anni.

Al nuovo direttore della Cia, l’italoamericano Leon Panetta, al prossimo Direttore nazionale dell’intelligence, l’ammiraglio Dennis Blair e al capo dell’antiterrorismo alla Casa Bianca, John Brennan, Obama ha detto di aver dato "un mandato chiaro". La direttiva è che non ci saranno torture e gli Usa rispetteranno le direttive internazionali sui prigionieri di guerra, "non solo perché è ciò che siamo come Paese, ma anche perché alla fine questo ci renderà più sicuri e ci aiuterà a cambiare i cuori e le menti nella nostra lotta contro l’estremismo".

Un implicito e netto capo d’accusa contro il "Waterboarding", le prigioni segrete, le intercettazioni clandestine e altri metodi usati dall’amministrazione Bush nella lotta al terrorismo. Una linea, quella della leadership uscente, che in questi giorni viene difesa in interviste soprattutto dal vicepresidente Dick Cheney, secondo il quale non c’è niente di cui scusarsi nella lotta al terrorismo, perché l’America non ha mai torturato e le scelte che sono state fatte hanno impedito che i terroristi colpissero ancora dopo l’11 settembre.

Obama non è sceso nei dettagli di come intende combattere la sfida al terrorismo o di come farà a mantenere la promessa elettorale di chiudere Guantanamo e trasferire altrove i capi di al Qaeda che vi si trovano detenuti. Per ora il messaggio del nuovo presidente è che l’intera gestione dell’intelligence sarà diversa. La scelta di Panetta, ex capo dello staff di Bill Clinton, va in questo senso. Il funzionario non ha esperienza specifica di servizi segreti e alla Cia come a Capitol Hill in molti hanno criticato la scelta, ponendo le basi per rendere dura la vita di Panetta.

Stati Uniti: condanna a sceriffo, risparmiava su cibo di detenuti

 

Associated Press, 10 gennaio 2009

 

Lo sceriffo di Morgan County, Greg Bartlett: ha passato una notte in carcere con l’accusa di non dare abbastanza cibo ai detenuti della sua prigione.

Teneva a stecchetto i suoi detenuti e, con il beneplacito della legge locale, si intascava la differenza tra il budget a sua disposizione e quanto effettivamente speso per i pasti dei condannati. Il giochino ha consentito a Greg Bartlett, uno sceriffo di Morgan County, in Alabama, di mettere da parte un discreto gruzzoletto.

Ma a farne le spese sono stati i suoi prigionieri che, secondo diverse testimonianze, sono arrivati a perdere molti chili con questa dieta forzata e non richiesta. Un giudice federale, sollecitato da diverse segnalazioni, si è però reso conto di quanto stava succedendo e ha deciso di mettere fine all’andazzo disponendo l’incarcerazione dello stesso sceriffo nella sua stessa prigione. Un provvedimento della durata di una sola notte a cui far però corrispondere un cambiamento sostanziale della composizione del menù.

La legge dell’Alabama - La vicenda ha catturato l’interesse dei media statunitensi e il New York Times gli ha dato ampio spazio sia nella versione cartacea sia in quella online. Il quotidiano della grande mela ha usato l’ironia nel dare un titolo alla vicenda, con un parallelismo tra i detenuti sempre più magri e il portafogli dello sceriffo sempre più grasso. Al di là degli aspetti comici della questione, resta il fatto che la legge dell’Alabama continua a recepire i contenuti di una norma dell’inizio del secolo scorso che consente ai tutori della legge di gestire in proprio il budget penitenziario potendo anche trattenere per sè gli eventuali risparmi. Ma per il giudice U.W. Clemon che ha emesso la sentenza il problema è proprio questo: "Quella legge è un invito al commettere reati, lo sceriffo aveva un interesse diretto e pecuniario nel non nutrire i detenuti".

Pasti frugali - Lo stanziamento a disposizione dello sceriffo per i pasti dei prigionieri non era particolarmente elevato: un dollaro e 75 centesimi a prigioniero. Eppure mr. Bartlett riusciva a fare economia anche su quelli. Il come è presto detto, secondo quanto risultato dalle varie testimonianze: ai detenuti venivano serviti pasti più che frugali, tanto che al termine nessuno riusciva ad essere veramente sazio. E per qualcuno questo ha comportato perdite di peso arrivate fino a 15 kg.

Posizioni a confronto - Il provvedimento è stato accolto con scetticismo dall’associazione degli sceriffi dell’Alabama, il cui leader, Bobby Timmons, ha sottolineato che non si riuscirà mai ad ottenere pieno consenso dai detenuti sul cibo che viene servito loro, evidenziando che i detenuti "non sono persone finite in galera per avere cantato male nel coro alla domenica". Come dire: visto che non sono dei santi non facciano troppo gli schizzinosi sul menù del carcere. Ma Melanie Velez, avvocato che si occupa di diritti umani e che rappresenta i detenuti ha un’idea diversa: "Per le loro colpe non devono certo essere puntiti con una insufficiente alimentazione". Ma Timmons replica facendo notare che lo sceriffo finito nel mirino dei giudici "ha fatto tutto stando nelle leggi". "Ma lo sceriffo ha la responsabilità dell’alimentazione dei detenuti - ha ribattuto la Velez - e siamo rimasti sconcertati dall’apprendere che lo sceriffo è riuscito a mettere da parte ben 100 mila dollari".

Cambio di rotta - E l’incarcerazione dello sceriffo? Il giudice Clemon non è pentito: "Vista l’entità delle violazioni - ha detto in una dichiarazione riportata dal Nytimes - non ho trovato un modo più efficiente per fargli capire la serietà della questione se non mettere lui stesso in cella fino a quando non avesse manifestato la volontà di cambiare". Cosa che lo sceriffo Bartlett ha puntualmente fatto dopo una notte al fresco, presentando un piano che ha soddisfatto il giudice. Adesso, secondo gli impegni presi, tutti i fondi a disposizione saranno spesi per il cibo e nulla verrà tenuto da parte.

Stati Uniti: condannato a morte, si cava un occhio e lo ingoia

 

Ansa, 10 gennaio 2009

 

Un detenuto condannato a morte si è strappato in Texas l’occhio sinistro, l’unico funzionante, e lo ha poi inghiottito. I legali di Andre Thomas, 25 anni, affermano da tempo che il detenuto ha gravi problemi mentali. Thomas era stato condannato a morte nel 2004 per avere ucciso la moglie, il figlio di 4 anni e una figliastra di 13 mesi. Alle sue vittime l’uomo aveva strappato il cuore. Le guardie del carcere di Livingston (Texas) hanno trovato il detenuto riverso a terra, con la faccia piena di sangue e l’occhio mancante. Una Corte d’Appello texana aveva respinto in ottobre la richiesta degli avvocati di riconoscere la instabilità mentale del detenuto. Dopo il nuovo incidente Thomas è stato trasferito a un carcere per detenuti malati di mente. La data dell’esecuzione non è stata ancora fissata.

Iraq: gli Usa contrari a rilascio dei detenuti senza capi d’accusa

 

Ansa, 10 gennaio 2009

 

Le forze di occupazione americane in Iraq non vedrebbero di buon occhio se le autorità irachene liberassero tutti i detenuti iracheni che le forze di occupazione sono tenute, in base al nuovo accordo di cooperazione militare tra i due Paesi entrato in vigore il primo gennaio scorso, a consegnare a Baghdad.

Come riferito dalla Reuters, un portavoce militare Usa Neal Fisher ha rivelato che "Ci sono casi in cui i detenuti rientrano nella categoria dei personaggi di elevato profilo dal punto di vista dell’intelligence o ad alto rischio, i quali non hanno violato la legge irachena e sarebbero da rilasciare sulla base dell’accordo (iracheno-statunitense). Noi vorremmo che il governo iracheno mantenesse la custodia di questi estremisti radicali e perenni minacce". Sono quindicimila, secondo la Reuters, i prigionieri detenuti dalle forze di occupazione Usa in Iraq, in prevalenza senza alcun capo d’accusa.

 

 

 

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