Rassegna stampa 20 febbraio

 

Giustizia: chi predica la "sicurezza"... in realtà sobilla le paure

di Igor Man

 

La Stampa, 20 febbraio 2009

 

Un italiano su 4 non si sente sicuro quando esce di casa. Aumentano le rapine, dilaga il traffico di stupefacenti. Risulta dal Rapporto annuale sulla criminalità in Italia. È di 500 pagine e porta la data del 22 giugno 2007.

L’allora ministro dell’Interno, Giuliano Amato, definì "impressionanti" i dati sui reati contro le donne. Il 31% delle italiane ha subìto almeno una violenza. Di più: il 62,4% di tutte le violenze sulle donne è stato commesso dal partner (amante o marito) e la percentuale sale al 68,3% per le violenze sessuali e al 69,7% per gli stupri. Con tanti saluti alla famiglia "fiore all’occhiello della società italiana". Oggi non sono disponibili dati "aggiornati" sull’ordine pubblico.

Ma chi di dovere può anticipare che se uscisse, in questo dannato momento, il Rapporto (aggiornato) sulla criminalità, ci sarebbe da preoccuparsi. E questo perché il Rapporto dice che la famiglia è in crisi. Non da oggi. Paradossalmente a mano a mano che il benessere s’allargava cresceva la domanda non già di rapporti intimi gratificati dallo scambio di "affettuosità", cresceva la domanda di beni. Beni banali utili per figurare diversi, cioè "più ricchi" e quindi "più importanti". Oltre il 74,7% degli italiani confonde il consumismo col successo, vede negli status symbol l’imprimatur della promozione sociale.

Negli anni (felici?) dell’immediato dopoguerra, trionfava la modestia, il risparmio (anche feroce) era costume di vita, garanzia di sicurezza. I valori erano valori, la famiglia faceva blocco, ci si aiutava tra parenti e anche amici. Non esisteva l’attuale filosofia perversa che papa Ratzinger denunziò, quand’era cardinale, vale a dire il Relativismo.

Epperò, a dispetto delle apparenze, dati certi ancorché non ufficiali smentiscono il presunto crescendo della violenza: il delitto comune è in ribasso. Ma se la violenza reale in fatto è diminuita come si spiega che venga percepita in aumento, che un po’ tutti ci si senta immersi nel pericolo permanente: rapine, omicidi, stupri? La risposta l’affidiamo a un giornalista-umanista, Marco d’Eramo. Ci spiega che la percezione della violenza è aumentata anche con la diffusione di "fattacci" via radio e tv. È il prezzo che esige la democrazia nel rispetto della libertà d’espressione. Sulla spinta dei media, il fattaccio più remoto (un delitto in un borgo lucano ovvero la strage in un college americano) gonfia le agenzie di stampa, rapidamente veicolato nei giornali. Il delitto entra nelle case. Creando allarme, paura.

Qui il Vecchio Cronista vorrebbe fermarsi sulla demagogia di chi cerca, scientemente, di attizzare quella che d’Eramo definisce "l’ansia securitate". È importante rifarsi alla Storia. Che ci dice come l’arma di chi pratica e predica "sicurezza", consista nel sobillare le peggiori paure del (vulnerabile) uomo della strada.

Vortica nell’aria nostra una sorta di peronismo alla amatriciana, occorre dunque vivisezionare quanto ci dicono i soliti apprendisti stregoni che invocano "legge e ordine". E c’è un modo egregio di farlo: leggere, ascoltare, riflettere. Sceverare il grano dal loglio. Vedere se le parole corrispondano ai fatti, oppure cerchino di contrabbandare leggi all’apparenza benefiche ma in fatto repressive, lucide anticamere dello Stato autoritario.

Giustizia: nel "dl sicurezza" norme anti-stupri, stalking e ronde

 

La Stampa, 20 febbraio 2009

 

Stretta contro i violentatori e ronde volontarie dei cittadini. Stanziati 100 milioni per le forze dell’ordine.

Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge che contiene "Misure urgenti in materia di pubblica sicurezza e di contrasto alla violenza sessuale" stamattina durante il Consiglio dei ministri convocato a Palazzo Chigi. Il decreto legge, nato con l’emergenza stupri, prevede misure come il carcere certo (non più i domiciliari) per chi è accusato di violenze sessuali, il gratuito patrocinio per le vittime e misure per contrastare l’immigrazione clandestina.

 

I punti fondamentali del decreto

 

Il decreto, sostanzialmente, prevede la custodia cautelare in carcere obbligatoria per chi è accusato di stupro, il no ai benefici della Gozzini per i condannati, aggravanti contro gli autori di violenza sessuale di gruppo, nei confronti di minori (il limite d’età della vittima prima del quale scatta l’aggravante viene portato da 14 a 16 anni) e se a stuprare è un parente o un insegnante. Previsto anche l’ergastolo per coloro che si rendono responsabili di omicidio dopo la violenza sessuale, nonché il gratuito patrocinio per le vittime. Il provvedimento accoglie inoltre il reato di "stalking" contenuto nel ddl approvato alla Camera, che stabilisce il carcere da sei mesi a quattro anni.

Infine il decreto, come ha sottolineato il ministro dell’Interno Maroni, prevede "associazioni di cittadini che, sotto il coordinamento del sindaco e con certi requisiti previsti da un decreto che emanerà il ministero dell’Interno, coordinati e controllati dal prefetto e dal comitato provinciale per l’ordine e sicurezza" potranno "controllare il territorio per prevenire i reati e contrastare la criminalità con regole ben precise e ben definite". Il decreto legge approvato oggi stanzia "risorse per 100 milioni di euro al Viminale per allestire un sistema più efficace di presidio del territorio e procedere entro il 31 marzo all’assunzione di 2.500 unità di forze dell’ordine da mettere per questo piano straordinario di controllo del territorio". Maroni ha infine sottolineato che i volontari per la sicurezza non verranno pagati e che i 100 milioni in più, stanziati con il decreto legge, serviranno per potenziare le pattuglie delle forze dell’ordine.

A proposito dell’estensione da due a sei mesi del tempo di permanenza nei Centri di identificazione e espulsione (Cie), il ministro Maroni ha spiegato che "potremo garantire il rimpatrio di tutti coloro che sono nei Centri per immigrati, in particolari quelli provenienti dalla Tunisia che sono stati trattenuti in queste settimane a Lampedusa". Nell’isola, ha ricordato, "c’erano oltre 1.000 tunisini, ne sono già stati rimpatriati oltre 120. Ora saranno tutti rimpatriati grazie a questa norma".

 

Il Premier: "Il decreto legge è uno strumento fondamentale per governare"

 

Il decreto anti-stupri si è reso necessario in seguito al "clamore" suscitato dai recenti casi di violenza sessuale. Così il premier Silvio Berlusconi ha motivato la decisione del Consiglio dei ministri di utilizzare lo strumento della decretazione d’urgenza per varare norme contro gli stupri. "Il governo - ha detto in conferenza stampa a Palazzo Chigi al termine del Cdm - può usare la decretazione d’urgenza a seguito del clamore suscitato dai recenti episodi che tutti conoscete". I decreti legge ha continuato il Premier, sono uno strumento "essenziale" affinchè "un governo possa intervenire tempestivamente, legiferando con norme che immediatamente siano applicabili e quindi possano consentire dei risultati nelle situazioni che si manifestano e che richiedono provvedimenti tempestivi" ha concluso il Presidente del consiglio.

 

Carfagna: "Il decreto è una risposta immediata alla violenza sessuale"

 

Il decreto anti-stupri approvato oggi è "motivo di soddisfazione, perché da una risposta immediata e non tardiva ai fenomeni della violenza sessuale. Non agiamo su l’onda dell’emotività, ma emaniamo norme già approvate da un ramo Parlamento". Lo ha detto il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna in conferenza stampa a Palazzo Chigi. "Sullo stalking - ha rilevato Carfagna - sono previste sanzioni per gli episodi di molestie e minacce reiterate prima che possano degenerare in condotte più gravi: le pene vanno da sei mesi a 4 anni, con aggravanti se il reato è commesso da un ex partner o marito o ai danni di soggetti particolarmente deboli". Previsto, ha aggiunto, "che la vittima si possa rivolgere al questore che può "ammonire" il colpevole, nonché il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa".

 

Gasparri: "Il decreto rende giustizia alle vittime"

 

"Ancora una volta il governo ha saputo con immediatezza dare risposte alle esigenze di sicurezza dei cittadini. Il decreto rende giustizia alle tante vittime di chi ha brutalmente abusato di loro, le tutela impedendo finalmente scarcerazioni facili". Il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri plaude alla decisone del Consiglio dei ministri di varare un decreto dopo le ultime violenze sessuali sostenendo che "si dà così una risposta chiara anche a quanti, all’interno della magistratura, hanno minimizzato il comportamento di persone violente che vivono illegalmente nel nostro paese".

 

Alemanno: "Per la festa della donna presenteremo un’iniziativa importante"

 

Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ha espresso la sua soddisfazione per l’approvazione del decreto che contiene le norme contro gli stupri. "Annunceremo con il ministro Carfagna un’iniziativa importante per l’8 marzo -ha aggiunto- Il Comune di Roma e il ministro per le Pari Opportunità organizzeranno una grande manifestazione contro le violenze sessuali per sostenere questa norma e per fare in modo che ci sia una grande mobilitazione culturale contro questa piaga insopportabile, la violenza sessuale in tutte le sue dimensioni, da quella famigliare fino a quella che avviene alle periferie della città".

Giustizia: Fini; sbagliato associare immigrazione a criminalità

 

La Stampa, 20 febbraio 2009

 

Di fronte alla crisi "l’interesse dei lavoratori immigrati è comune a quello di tanti lavoratori italiani. Per gli uni e per gli altri appaiono decisive misure anti-crisi come l’estensione e il potenziamento degli ammortizzatori sociali insieme ai processi di formazione e inserimento al lavoro". Lo ha detto il presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervenuto alla presentazione del rapporto del Cnel sull’integrazione degli immigrati in Italia.

Fini ha riconosciuto "l’allarme sociale" sorto con i casi di criminalità che hanno per protagonisti immigrati. "I recenti, gravi episodi di violenza sessuale di cui sono rimaste vittime ragazze molto giovani - ha sottolineato il presidente della Camera - hanno suscitato una legittima ondata di indignazione che non va sottaciuta né sottovalutata.

Ma va affermato anche qui con lucidità e serenità che la garanzia della sicurezza e della legalità, soprattutto nei quartieri e nei territori più esposti a rischio, e condizione necessaria, come le condizioni sociali, politiche e amministrative, affinché i processi di integrazione possano svolgersi liberamente e senza ostacoli all’interno della società. Occorre ristabilire nei cittadini la percezione, scossa dai troppi casi in cui al delitto non è seguito il castigo, che l’Italia sa garantire il rispetto rigoroso delle regole della convivenza civile, regole che valgono per tutti, senza eccezioni".

 

"Non c’è alternativa all’integrazione"

 

In questo percorso Fini individua nella lotta alla clandestinità e al lavoro nero una strategia importante e determinante. Ciò che vanno garantiti a suo avviso è però la "politica dell’inclusività e un rapporto verso gli immigrati all’insegna della fiducia e quindi senza barriere preventive ed avversioni". Per Fini la nostra "è una società più vecchia rispetto a quella di qualche anno fa" e, dunque, "non c’è alternativa all’integrazione ed è sbagliato dire "integrazione o...". Non arrivare ad una piena integrazione sarebbe una sconfitta per tutti, per gli italiani non meno che per gli immigrati".

 

"L’Italia deve diventare una nazione multiculturale e multietnica"

 

È per questa ragione che l’Italia deve dimostrare la "capacità di ripensarsi come nazione in vista del futuro sempre più multiculturale e multietnico. Ritengo - ha aggiunto Fini - che dobbiamo superare la logica dell’emergenza e definire un progetto complessivo di società più aperta e più inclusiva. È mia opinione che una politica lungimirante in tema di integrazione, e volutamente non utilizzo il termine immigrazione, debba dimostrare la capacità di non limitarsi a rappresentare i sentimenti collettivi del momento per guardare ad altri e più decisivi orizzonti".

 

"Le istituzioni devono intervenire per impedire forme d’intolleranza"

 

"È mio auspicio che le istituzioni sappiano intervenire per impedire che il difficile momento economico favorisca forme di xenofobia, di intolleranza, di avversione nei confronti dell’altro delle quali cominciano ad arrivare segnali preoccupanti da altre parti d’Europa e che rischia di caratterizzare l’immediato futuro". Il presidente della Camera ha rilevato, quindi, che "in molte circostanze questo sentimento xenofobo caratterizza fasce della popolazione italiana nei confronti di chi viene a cercare lavoro" nel nostro Paese. "Di tutto abbiamo bisogno per superare la crisi fuorché di nuove tensioni sociali all’insegna della guerra tra poveri. Sarebbe il sintomo di un regresso civile che il disagio economico non deve in alcun modo giustificare".

Giustizia: il criminologo; delle ronde penso tutto male possibile

 

Redattore Sociale - Dire, 20 febbraio 2009

 

Il criminologo: "Complicano solo la vita alle autorità competenti, cioè alla Polizia. Sono invece d’accordo sulla presenza dei cittadini sul territorio come presidio, soprattutto in certe zone abbandonate a se stesse".

Il Consiglio dei ministri dà il via libera al decreto anti-stupri: 13 articoli che riguardano le già annunciate "ronde" cittadine e norme già in parte approvate alle Camere come quelle sullo stalking e il patrocinio gratuito delle vittima. Ricompare anche il prolungamento di permanenza nei Cie fino a sei mesi. Il dl prevede carcere obbligatorio per i violentatori di donne e bambini, pena massima fino all’ergastolo se la vittima è uccisa, l’abolizione d’ogni beneficio carcerario per gli autori dei reati e dunque il divieto degli arresti domiciliari per chi è accusato di violenza sessuale. Per quanto riguarda in particolare le ronde, uno dei provvedimenti che fa già discutere, come ha spiegato lo stesso ministro per la Difesa, Ignazio La Russa, i sindaci potranno avvalersi di associazioni di cittadini non armati, in coordinamento con i prefetti, che controlleranno anche gli elenchi di queste associazioni. Saranno prevalentemente associazioni di ex agenti di polizia, carabinieri, forze armate e altri corpi dello Stato.

Immediate le reazioni. Duccio Scatolero, criminologo docente presso l’Università di Torino non è d’accordo nel far circolare delle ronde di cittadini, ma ritiene invece che la presenza dei cittadini sul territorio sia molto importante, come presidio, soprattutto nelle zone con più difficoltà. "Delle ronde di cittadini penso tutto il male possibile - ha dichiarato - perché non servono a nulla e complicano solo la vita alle autorità competenti, cioè alla Polizia. I rischi sono altissimi, che queste forze intermedie rappresentino più una complicazione che una soluzione".

"Sono invece d’accordo sulla presenza dei cittadini sul territorio come presidio, soprattutto in certe zone abbandonate a se stesse. Il ruolo dei cittadini non è quello della segnalazione, ma dell’accompagnamento per esempio delle persone in difficoltà. Non ci può essere sicurezza senza la mobilitazione dei cittadini, ma non bisogna delegare loro delle funzioni che sono solo dello Stato, e allo Stato devono restare".

Giustizia: il capo della polizia; città militarizzate generano paura

 

Redattore Sociale - Dire, 20 febbraio 2009

 

"Le incertezze e le paure di oggi non sono riconducibili al concetto tradizionale di criminalità". Così il capo della Polizia, Antonio Manganelli, interviene da Modena sul tema della percezione comune della pubblica sicurezza. "Statisticamente, infatti, l’Italia non ha ragione di sentirsi insicura- prosegue Manganelli- il nostro paese ha la memoria corta".

Perché "se si guarda ai macro-periodi allora emerge che molto recentemente siamo stati l’Italia travolta dalla mafia, dal terrorismo e dai sequestri". Proprio riguardo ai sequestri il capo della Polizia ricorda come "negli anni Settanta ci fu addirittura un anno in cui ne avvennero 77". Riguardo all’attualità Manganelli prosegue sostenendo che "oggi si crea allarme per i lavavetri, ma dobbiamo fare attenzione a ricondurre l’insicurezza alla sola criminalità".

È vero d’altro canto che "alla percezione comune non si può rispondere con le statistiche" infatti "non si vince la paura con il richiamo burocratico". Inoltre "non possiamo militarizzare le città -sostiene Manganelli - perché militarizzare significa creare paura". Un paese blindato "genera insicurezza". La risposta da dare "è complessa e - precisa Manganelli - deve puntare al prosciugamento del degrado e dell’illegalità". In questa direzione "la ricetta è la sicurezza partecipata ovvero una sicurezza civica a favore della tranquillità sociale". Manganelli termina spiegando come la sicurezza partecipata "si attua mettendo in comune tutte quelle risorse istituzionali e non che possono dare un contributo". A titolo d’esempio il capo della Polizia porta "le associazioni antiracket e antiusura. Due fenomeni che si affrontano in virtù della collaborazione e del potersi difendere tra gli stessi cittadini".

Giustizia: processi lunghi e spese elevate a carico delle vittime

di Anais Ginori

 

La Repubblica, 20 febbraio 2009

 

"Il processo alla donna è una prassi costante. La vera imputata è la donna, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale". Sono passati trent’anni da quando Tina Lagostena Bassi parlò così in un’aula di tribunale, tredici anni da quando una legge - la n.66 del 15 febbraio 1996 - ha trasformato lo stupro da reato contro la morale pubblica a reato contro la persona, prevista una pena fino a dodici anni. Eppure poche, pochissime donne violentate si rivolgono all’avvocato. Solo il 4% presenta una denuncia. La metà, il 53%, non lo racconterà mai a nessuno.

Vince il silenzio. Per paura, per vergogna. I processi per stupro continuano a essere molto inferiori ai reati constatati dalla polizia. "Arrivano in lacrime. Poi si asciugano il viso, riflettono. "Lasciamo stare, non fa niente". E tutto finisce così". Maria Di Sciullo lavora da vent’anni nella squadra legale di Telefono Rosa. "La legge italiana prevede in pochi casi il procedimento d’ufficio: è la donna che deve sporgere querela. Sempre la vittima che deve assumersi i costi dell’accusa".

Secondo piano, scala B, palazzo umbertino del quartiere Prati. Nato nel 1988 come "esperimento", il primo centralino di ascolto per le vittime di violenze non ha mai smesso di funzionare. Milleottocento chiamate l’anno scorso, ogni tre giorni viene raccolta una denuncia di stupro. Di sovvenzioni pubbliche neanche a parlarne. L’ultima Finanziaria ha anzi tagliato 20 milioni previsti per i centri antiviolenza. "Il patrocinio gratuito delle vittime che promette il governo non cambierà nulla" precisa subito Di Sciullo. "Le donne violentate avranno lo stesso diritto riconosciuto agli sfrattati, e poi? Lo Stato non finanzia l’apposito fondo". L’avvocato di Telefono Rosa è una donna piccola, testa di ricci neri, qualche vistoso gioiello d’oro. Non sorride quasi mai. Da questo osservatorio la certezza della pena invocata dalla politica appare una battuta estemporanea. "Passano 65 mesi per ottenere una sentenza definitiva: cinque anni almeno per vedere uno stupratore condannato. La custodia cautelare obbligatoria è una buona misura. Purché i magistrati si impegnino a convocare le udienze entro la decorrenza dei termini. Spesso accade il contrario".

L’idea di sedersi un giorno indefinito davanti a un giudice che chiederà "Signorina, ci ricordi i fatti" spaventa sempre. L’urgenza è dimenticare. Un calvario giuridico senza garanzie: la possibilità di proscioglimento dell’imputato resta alta. "Sono fondamentali le prime ore per la raccolta delle prove. La vittima deve resistere all’impulso di lavarsi subito". Soltanto pochi ospedali prevedono automaticamente tampone vaginale, prelievo del liquido seminale, fotografia delle lesioni. Dieci anni fa, Telefono Rosa difese quattro ragazze violentate nel parco di Villa Borghese. "Riuscimmo ad incastrare l’aggressore soltanto grazie alla prontezza di una delle vittime, che aveva tenuto gli indumenti strappati e guidato i poliziotti. È capitato anche - ricorda l’avvocato - di vedere una donna arrivare con la mutandina insanguinata sigillata in una busta, ma era una turista americana".

La sensazione è che le vittime siano sempre sole. Che si sia fatta tanta strada senza allontanarsi molto. ""Era consenziente" continua a essere la difesa più classica dell’imputato" racconta Di Sciullo. Nei casi di violenze sessuali compiute da partner (6 su 10), pesa ancora la discrezionalità del giudice. "Non trattandosi di estranei bisogna interpretare l’effettiva volontà della donna". Nei corridoi di Telefono Rosa giocano bambini, aspettano le mamme. "Ci sono ancora molti ostacoli legali e culturali da superare" spiega la penalista. "Recentemente un magistrato ha sostenuto che infilare la mano in una scollatura è un "corteggiamento maldestro". È capitato a me. Ma questo è dovuto anche al fatto che in Italia non esiste ancora il reato di molestie sessuali: le pare possibile?". Corteggiamento. Maldestro. La strada da fare è ancora tanta.

Giustizia: crisi magistratura; più autocritica e riformare il Csm

di Nicola Marvulli (Magistrato)

 

www.radiocarcere.com, 20 febbraio 2009

 

È un dato incontestabile che l’amministrazione della giustizia, si sia consolidata nella sua più evidente inefficienza: nessuno fa più affidamento sulla tempestività delle decisioni e non sono pochi coloro che, non appagati dal loro contenuto, non riconoscono ad esse quella dignità e quell’autorevolezza che discendono dalla dimostrazione della loro conformità alla legge, correttamente interpretata, ed alle risultanze processuali legittimamente acquisite.

I cittadini, perduta ogni residua speranza e fiducia nella capacità dello Stato ad arginare tale disastrosa situazione, perlopiù sono propensi a credere che sia soltanto, ovvero in gran parte, colpa dei giudici se si sia pervenuti a tale risultato.

Ma sarei facilmente accusato di essere un compiacente e solidale difensore dei magistrati se non riconoscessi che anche l’attuale sistema presenti alcuni gravi inconvenienti.

Certo, ho dedicato cinquant’anni della mia vita all’amministrazione della giustizia e, quindi, quell’accusa la posso meritare e la posso subire, in umile silenzio, ma nella consapevolezza della mia assoluta fedeltà a quella istituzione.

Un giudice, aduso a tutelare il rispetto della legge, non può che esser amico della verità e la verità impone che si riconosca che colpe, errori, negligenze ed abusi da parte di alcuni magistrati hanno avuto modo di manifestarsi, con gravi ripercussioni sull’immagine della magistratura. A tutto ciò si aggiunga che è mancata un’adeguata risposta sanzionatoria e questa è stata così inadeguata da aver perso ogni carattere punitivo.

Il persistente e sempre più invadente condizionamento correntizio da parte del C.S.M. ha finito per caricare la difesa corporativa di un deludente atteggiamento di disinteresse verso diffusi fenomeni che hanno compromesso la dignità e l’autonomia della funzione giurisdizionale. Basti pensare a quei magistrati che preferiscono il palcoscenico dei salotti televisivi e l’ostentazione dei propri orientamenti politici al dignitoso e silenzioso esercizio delle rispettive funzioni, nel rispetto della legge e della sua corretta interpretazione.

Non è con i trasferimenti o con la temporaneità delle funzioni che si può ottenere un maggior rigore nell’assolvimento dei propri doveri. L’aver poi voluto accrescere alcuni adempimenti formali nell’erronea convinzione che ciò avrebbe assicurato una maggiore trasparenza nella distribuzione del lavoro, ha invece finito per espropriare i capi di ciascun ufficio della funzione di scegliere, volta per volta, le singole professionalità per ottenere apprezzabili risultati.

Inoltre, non di rado, si è dovuto constatare che al merito si è preferita la solidarietà correntizia ed il C.S.M. ha finito per apparire come un vero e proprio strumento operativo delle forze politiche in campo.

Tutto ciò ha fortemente contribuito a pregiudicare l’immagine della magistratura, ma anche la funzionalità degli uffici giudiziari, essendosi ormai diffusa l’amarezza e la delusione degli operatori.

Sono fortemente convinto che la magistratura non aspiri ad altro che ad una radicale revisione del sistema, volto a disancorare il C.S.M. dagli attuali condizionamenti, ad assicurare una maggiore funzionalità ed un maggior rispetto della propria autonomia, rispetto che però deve essere associato ad una più rigorosa osservanza dei propri doveri.

Solo a queste condizioni la giustizia, pur con i suoi ineludibili limiti, potrà essere amministrata con quella efficienza e quella dignità che tutti gli uomini onesti fortemente auspicano.

Lettere: i detenuti da varie carceri scrivono a Riccardo Arena

 

www.radiocarcere.com, 20 febbraio 2009

 

Le celle gelide del carcere di Opera. Caro Arena, qui nel II padiglione del carcere di Opera abbiamo un problema grave. Ovvero che non funzionano ancora i termosifoni nelle nostre celle. Celle che restano gelate. Il problema è grave soprattutto con il freddo di questi giorni. Vedi non è da oggi che viviamo così, ma sono 2 anni che stiamo senza termosifoni. Il che non ci sembra giusto.

La cosa strana è che i termosifoni delle sale colloqui funzionano, come per fare vedere all’esterno che qui tutto va bene. Come funzionano anche i termosifoni dei locali dove lavora la polizia penitenziaria. Come dire che gli unici a soffrire il freddo siamo noi detenuti, o meglio, come dire che chi dovrebbe occuparsi di noi detenuti in effetti se ne frega.

Otre a questo noi seguiamo con attenzione Radiocarcere sul Riformista e speriamo tanto che questa politica faccia una riforma seria del processo e del codice penale. Infatti, dall’interno delle nostre celle, noi capiamo bene i malfunzionamenti della Giustizia che ci segnali. Grazie per le verità che fate emergere, verità che altrimenti resterebbero insabbiate per sempre. Con stima.

 

L., dal carcere Opera di Milano

 

Ecco la nostra pena a Salerno. Cara Radiocarcere, sto nel carcere di Salerno. Un carcere che potrebbe contenere 260 detenuti e che invece oggi ne contiene circa 500. Devi sapere che da qualche tempo a noi detenuti condannati in via definitiva ci hanno messo in una sezione a parte. Così, dentro una cella di 25 mq, viviamo in 8 detenuti. In un angolo il cessetto, con una tazza e il lavandino. Qui manca anche l’acqua calda e noi la riscaldiamo da soli usando i fornelletti a gas, tanto per far risparmiare il carcere!

Passiamo le nostre giornate chiusi in cella, costretti a stare sdraiati sui nostri letti. È questa à la sola rieducazione che c’è nel carcere di Salerno! Per quanto riguarda il diritto alla salute, ti dico solo che se chiediamo una visita oculistica ci mandano dall’otorino e se chiediamo una pasticca per il mal di testa ci danno un antibiotico. Qui nel carcere di Salerno se uno di noi sta male di notte lo lasciano morire. Per loro noi non siamo persone, ma solo numeri. Non a caso circa due mesi fa qui è morto un ragazzo di 34 anni. Per più di mezz’ora non è stato soccorso ed è morto. E questo non è un caso isolato. Una cosa che non manca è la severità.

Se per caso chiami un agente per due volte, quello ti minaccia e se capita che chiami quello un po’ schizzato, beh allora arriva la squadretta e ti porta nella cella liscia. Lì per 15 giorni, sei lasciato nudo, senza materasso e senza poter parlare con nessuno. 15 giorni passati dentro una cella con le mura sporche di ogni genere di cosa, anche sporche di sangue. Questa, caro Riccardo, è la nostra pena nel carcere di Salerno. Ti mando i miei saluti e quelli di tutti i detenuti della III sezione definitivi del carcere di Salerno.

 

Gerardo, dal carcere Fuorni di Salerno

Pianosa: riaprire il supercarcere, ma la struttura casca a pezzi

di Riccardo Bianchi

 

www.ifgonline.it, 20 febbraio 2009

 

A Roma sembrano tutti a favore dell’idea, avanzata dalla fondazione Caponnetto e da alcuni pubblici ministeri di Palermo, di riportare nell’isola di Pianosa i detenuti in regime di super isolamento. Il ddl sulla sicurezza, che contiene la proposta, è pronto per essere votato e a breve il carcere dovrebbe riospitare i mafiosi duri e puri. Peccato che nell’isola niente sia come era un tempo, e quasi tutte le strutture stanno cadendo a pezzi.

Muri abbattuti, porticciolo rovinato, resti delle frane sulle strade. Chi più ne ha più ne metta. Anche lo stesso carcere non sta bene. Il recinto in molte parti è in condizioni pietose, l’ingresso principale è crollato e non è mai stato risistemato, per i turisti l’unico modo per entrare nella vecchia struttura è aggirarla lungo il mare, con tutti i rischi che ci sono.

A denunciare questa situazione è stato Fabrizio Prianti, un giornalista elbano che sul proprio blog www.camminando.org ha pubblicato un reportage fotografico prodotto a Pianosa dopo l’ondata di maltempo che ha colpito la costa toscana a fine dicembre. Nelle immagini si vedono chiaramente le pietre davanti al punto di attracco delle navi, le case storiche diroccate, il lungomare in metallo completamente arrugginito.

"Da quando la prigione è stata smantellata e il controllo dell’isola è passato al Parco dell’arcipelago toscano, non è stato fatto più niente - commenta Prianti - l’unico intervento di restauro è stato quello per la storica villa romana di Agrippa. Ma non c’è da vantarsi, visto che è stato usato il cemento industriale per ricostruirla, provocando dei danni forse irreversibili".

Per Prianti, che sull’isola ci ha lavorato per trent’anni come tecnico delle telecomunicazioni, il presente è molto peggio del passato. "Il degrado è al livello massimo. Sono dovuti addirittura intervenire per eliminare le zecche, che sono tantissime. Un tempo c’erano i bambini che correvano, la gente che lavorava nei campi, c’era vita. Oggi Pianosa è morta, non c’è niente".

In effetti ora vi vivono soltanto poche persone. Una manciata di carcerati, con piccole pene, vivono insieme a pochi secondini. Ogni tanto qualche guardia forestale controlla lo stato del verde, anche se c’è da domandarsi che rapporti riportino su queste passeggiate. Senza grandi lavori, accogliere i nuovi supermafiosi appare quasi impossibile.

Intanto l’accesso all’isola è stato vietato fino alla decisione definitiva del governo. La regione Toscana e alcuni parlamentari ambientalisti hanno chiesto di ripensarci, l’autorità del Parco dell’Arcipelago e la Legambiente si sono completamente schierati col no, per non rovinare il verde della zona.

Per Prianti, invece, il ritorno della prigione potrebbe essere un bene: "Potrebbe servire a far ripartire Pianosa". Ma il blogger avverte: "Prima che diventasse un carcere di massima sicurezza la gente ci andava e la viveva. Dopo non è stato più possibile. Torniamo al primo periodo, non al secondo".

Forlì: un agente picchiato nella sezione a "Custodia Attenuata"

 

Il Resto del Carlino, 20 febbraio 2009

 

Un detenuto ha aggredito una guardia e l’ha mandata in ospedale. L’uomo veniva detenuto nella sezione attenuata per mancanza di posti. "La situazione sta degenerando", allarma il sindacato di polizia penitenziaria. La sezione si chiama attenuata: è lì che è successo il fatto; un’aggressione: un agente picchiato da un detenuto e mandato in ospedale con lesioni al viso. La sezione attenuata è quella particella del carcere di Forlì dove stanno i novizi delle sbarre. I più tranquilli. I più giovani. E anche i tossicodipendenti. In realtà non è così. In quel braccio ci sono anche i detenuti normali. Perché? Per il solito germe che affligge da anni la Rocca: il sovraffollamento. Non si sa dove sistemare le persone.

Oltre la bastionata della Rocca il silenzio su cose, fatti e persone è perenne. E uniforme. Le fonti, accertate, parlano di una guardia aggredita e picchiata durante mansioni di routine. A malmenare l’agente, un uomo - di più sui suoi dati anagrafici non si sa -, è stato un detenuto che nella sezione attenuata non avrebbe dovuto abitarci. Ma se non c’è posto altrove lo si piazza lì.

Così - per futili motivi, recitano le compassate ma fondate fonti - il detenuto se l’è presa con l’agente. Che era solo. E se l’è vista brutta. Poi tutto è tornato alla normalità. "La situazione sta degenerando - sottolineano Daniela Avantaggiato, della Cgil, e Gennaro Zampella, del Cnpp, sindacato autonomo di polizia penitenziaria -. Le istituzioni devono al più presto intervenire per evitare il peggio e per salvaguardare sia gli agenti sia i detenuti".

Asti: uccise un gatto è stato condannato a tre mesi di carcere

 

Ansa, 20 febbraio 2009

 

Un uomo, residente nell’Astigiano, è stato condannato dal tribunale di Asti a tre mesi di reclusione per avere ucciso un gatto. La condanna si riferisce a un episodio del 2005, avvenuto presso il "Centro Carni" di Valmenera (Asti) dove l’indagato lavorava come cuoco. Per motivi ancora oscuri, l’uomo, accortosi della presenza di un gatto che vagava per il magazzino, invece di allontanarlo, lo colpì fino a causarne il decesso. Il caso fu segnalato all’Enpa dall’autista di una ditta di trasporti, che si trovò casualmente ad assistere alle scena; a seguito di tale denuncia, la Protezione Animali presentò un esposto in Procura costituendosi parte civile nel procedimento a carico dell’uomo.

Treviso: 4 detenuti dell’Ipm educano i cani alle buone maniere

 

La Tribuna di Treviso, 20 febbraio 2009

 

Si chiama "Altro che bastardi!" il progetto di educazione cinofila promosso dall’Unione italiana Sport per Tutti con l’istituto penale minorile di Treviso. Si tratta di un corso di 60 ore, durante il quale un istruttore cinofilo, dell’associazione "Powerdog Treviso" e un’operatrice della Uisp, insegnano a 4 ragazzi del carcere minorile di Santa Bona ad educare Pluto, Nadia, Rocco e Bea, quattro cani abbandonati ospiti del canile dell’Ulss 9.

Il corso è iniziato il 17 gennaio e si concluderà il 28 marzo, giorno in cui all’interno dell’istituto penale si svolgerà una giornata di incontro fra le associazioni che addestrano i cani per utilità sociale (guide per non vedenti e soccorso) e i giovani detenuti. "I risultati di questa sperimentazione sono stati stupefacenti", dice il direttore dell’Ipm, Alfonso Paggiarino. Due gli obiettivi del corso, secondo gli organizzatori. Il primo educare i cani alle regole di convivenza che dovranno osservare nelle famiglie che li adotteranno.

Il secondo aiutare i ragazzi a sviluppare qualità come la pazienza, la tolleranza, l’accettazione delle frustrazioni e l’autocontrollo. E non solo: i detenuti imparano a lavorare in gruppo, ad acquistare capacità organizzative e sperimentare valori come il rispetto, la lealtà, la solidarietà e l’accettazione dei propri limiti. È un’opportunità data ai ragazzi di prendersi cura di un altro essere vivente. "I cani vengono educati con metodi che prevedono il massimo rispetto della loro dignità e benessere - dicono gli istruttori.

Trento: Avvocati per la solidarietà; errore arrestare accattoni

 

Trentino, 20 febbraio 2009

 

Oltre 100 casi trattati nel 2008 nel capoluogo. Altri 36 a Rovereto. Questo il bilancio per il secondo anno di attività degli Avvocati per la solidarietà, che si fanno carico di sostenere in sede tanto civile quanto penale persone senza fissa dimora.

"Il 75% di loro sono stranieri, metà dei quali extracomunitari - ha relazionato l’avvocato Eleonora Stenico - per il restante 25% si tratta di cittadini italiani. Prevale nettamente il sesso maschile". Leggermente discordanti i dati forniti dalla sede di Rovereto. Come ha ricordato l’avvocato Valentina Carollo, nonostante i numeri più bassi, a Rovereto è già attivo anche un servizio all’interno delle carceri, seguito da Pietro Chiaro. Servizio che il difensore civico Donata Borgonovo Re sta da tempo cercando di introdurre anche a Trento.

"Delle 36 pratiche di cui ci siamo occupati - ha resocontato Carollo - 18 sono state rivolte al servizio di assistenza, le altre 18 alla Casa Circondariale. Uomini e donne si sono presentati in egual percentuale, così come nell’esatta metà dei casi si è trattato di persone italiane".

Tra le 2 città obiettivi comuni: aumentare il numero di legali "di modo da alleggerire il carico di chi già opera, e nell’auspicio che aumentino quanti a noi si rivolgono" ha chiarito Carollo. Varie le cause per cui ci si rivolge agli Avvocati per solidarietà: prevalgono quelle di diritto civile (22%), con separazioni, divorzi, attribuzione di patria potestà e problematiche di locazione o sfratti, e la risoluzione di problemi legati al diritto di soggiorno (17%). Le consulenze di diritto penale (un altro 22%) hanno riguardato prevalentemente reati di violenza.

"Violenza che può essere fatta, ma spesso anche subita - ha puntualizzato Angelo Poletti del Punto d’incontro - il 60% delle persone che riceviamo (per l’80% stranieri) vive in strada, non certo un luogo sicuro". Violenza che in senso metaforico può essere anche legata a quella che viene definita "una scorretta applicazione della legge, come nel caso dei 12 accattoni arrestati lo scorso giovedì durante il mercato.

Cosa della quale ci è stato chiesto di occuparci dall’associazione Officina sociale" si è introdotta l’avvocato Stenico. Poletti ha portato poi l’accento sulla crisi economica, che sta portando sempre più persone a richiedere un pasto gratuito. "Si presentano anche persone che non hanno un lavoro continuativo - ha raccontato - e che non riescono a rendersi indipendenti da noi poiché in continua situazione di precarietà".

Porto Azzurro: i detenuti a scuola di cinema… con le "stelle"

 

Il Tirreno, 20 febbraio 2009

 

Un corso di cinema per i detenuti, con docenti d’eccezione come il regista Paolo Virzì e l’attore Elio Germano. È stato organizzato nel carcere di Porto Azzurro dal Circolo Interculturale "Samarcanda" di Piombino e finanziato dal Cesvot. Il corso, intitolato "Cine27: l’esperienza in/diretta", ha preso il via il 24 gennaio e andrà avanti con cadenza settimanale per tutto il 2009.

Il nome del progetto è ispirato all’ l’articolo 27 della Costituzione: "le pene devono tendere alla rieducazione del condannato". All’interno del progetto saranno organizzati una serie di incontri con personaggi ed esperti di cinema rivolti ai detenuti del carcere di Porto Azzurro sull’isola d’Elba. Chi ha inventato il progetto vuole "raccontare" il film attraverso l’esperienza da parte degli addetti ai lavori che hanno lavorato nel film stesso. Il corso vuole essere un modo diverso di approcciare al cinema, senza troppa teoria, ma la descrizione delle tecniche attraverso la presentazione di un film e la sua lettura, più visiva e di significato, che di analisi teorica.

La finalità è una prima introduzione alla lettura del linguaggio cinematografico, creare curiosità e trovare chiavi di lettura semplici e legate anche alla interpretazione delle immagini. Al termine della serie di lezioni gli organizzatori intendono scegliere alcuni detenuti che possano partecipare come giurati alla selezione e alla premiazione di un concorso cinematografico da svolgersi in estate in una zona contigua alla struttura carceraria attrezzata ad accogliere anche residenti elbani e turisti. Tutta l’iniziativa e la partecipazione avviene con spirito volontaristico e tutti hanno aderito con passione e gratuitamente.

Queste le persone che hanno dato la loro disponibilità a partecipare all’iniziativa: Paolo Virzì (regista), Elio Germano (attore), Daniele Segre (regista), Pasquale Scimeca (regista), Luciano Tovoli (direttore della fotografia e regista), Ansano Giannarelli (regista), Teho Teardo (musicista), Paolo Bianchini (regista). Stefano Muti (regista), Fabio Canessa (critico cinematografico), Francesca Lenzi (critico cinematografico), Annalivia Arrighi (studentessa Università di Pisa). Il progetto è a cura del circolo Interculturale "Samarcanda" di Piombino e finanziato dal Cesvot (Centro servizi volontariato Toscana) in collaborazione con la direzione carceraria, il personale amministrativo e di sorveglianza.

Il progetto, oltre al cinema, si articolerà su una pluralità di iniziative indipendenti e separate nella loro attuazione (con gruppi di detenuti diversi), ma che si propongono e confluiscono verso lo stesso obiettivo: un arricchimento culturale su argomenti specifici ed una maggiore relazione tra la struttura penitenziaria e la società civile esterna. Oltre al cinema il progetto generale prevede corsi di diritto penitenziario, diritto previdenziale, previdenza assistenziale, credito e servizi bancari, preparazione al fine pena, foto-video.

Napoli: la "Compagnia della Fortezza" nelle terre di camorra

 

Il Tirreno, 20 febbraio 2009

 

La Compagnia della Fortezza nelle terre della camorra. Il Pinocchio di Armando Punzo, sarà a Napoli il 27 e 28 febbraio al teatro auditorium di Scampia, ospite del Progetto Punta Corsara - Fondazione Campania dei Festival. Si tratta della prima replica in teatro dopo il debutto nel Festival VolterraTeatro in occasione dei XX anni della Compagnia.

Presentato nel 2007 in una sua prima versione, Pinocchio - Lo spettacolo della Ragione (nel 2008 in nomination come Miglior Spettacolo dell’anno al premio Ubu) ha segnato un momento di passaggio e di trasformazione creativa nella storia della Compagnia della Fortezza. Armando Punzo, regista drammaturgo, è in scena come protagonista insieme ai suoi attori-detenuti del Carcere di Volterra.

E in scena si fa burattino, per raccontare tutto il suo sdegno e desiderio di non appartenenza al sistema. Una scatola di pareti nere e sabbia è il luogo in cui Pinocchio/Punzo orchestra il suo funerale, con l’aiuto del Gatto, della Volpe, di conigli-becchini, di buffoni e di altre figure, letterarie e immaginarie. Accanto ad esse si apre uno squarcio sulla vita reale ed appare così in scena una immagine di tranquilla vita borghese, una cucina abitata da personaggi comuni e familiari che leggono, giocano a carte, cucinano e ascoltano musica: sono gli allievi della "Squola di Teatro Popolare di Volterra, altro progetto di teatro che si confronta con la realtà, condotto negli ultimi anni da Punzo con un gruppo formato per la maggior parte da non professionisti per lo più anziani.

D’improvviso riecheggia prepotente una Napoli, forte, colorata, invadente a tratti folklorica, che il Pinocchio/Punzo vuole zittire e non ascoltare seppur rimanendone a tratti rapito, travolto. La Compagnia della Fortezza è la storia di una utopia realizzata che ha dimostrato in vent’anni di teatro in Carcere, che è possibile sovvertire totalmente un luogo che è negazione e privazione per sua natura, tanto da arrivare a pensare concretamente alla realizzazione nel suo interno di un Teatro Stabile. È l’esempio concreto di come l’arte possa comunicare davvero con le persone, cambiarne il profilo, trasformare la realtà, mettendosi in contatto con essa e rinnovando i luoghi comuni del teatro.

Immigrazione: Cnel; in Emilia Romagna migliore integrazione

 

Apcom, 20 febbraio 2009

 

È il Nord Ovest la macro area, e l’Emilia Romagna la regione dove gli immigrati sono più integrati, mentre in Sardegna e in genere al Sud ci sono le minori differenze di vita tra stranieri e autoctoni: è il quadro che emerge dal VI rapporto sull’integrazione degli immigrati in Italia, illustrato oggi a Roma dal Cnel, alla presenza del Presidente della Camera Gianfranco Fini. Il Cnel ha analizzato gli indicatori statistici del 2006 per ricavare il grado di integrazione degli immigrati sul territorio italiano, dividendo poi i risultati in due graduatorie: assoluta e comparativa, ovvero guardando solo alle condizioni degli immigrati nel primo caso, paragonandole alle condizioni di vita degli autoctoni nel secondo.

Ne è scaturita una "geografia rovesciata" tra le due graduatorie - assoluta e differenziale - sia dell’indice complessivo sia, in parte, degli indici parziali: più alta è l’integrazione in termini assoluti Al centro Nord, più alta è l’integrazione in termini differenziali al Sud. Ovvero il "poco" che il Meridione, in generale, è capace di assicurare agli immigrati può essere molto rispetto alle proprie possibilità strutturali, rispecchiate negli standard di vita riguardanti la popolazione autoctona); mentre il "più" offerto agli immigrati dalle regioni strutturalmente meglio attrezzate del Centro-Nord può essere comunque poco rispetto a ciò che esse sarebbero potenzialmente in grado di dare, se si considerano gli standard di vita medi della popolazione nativa locale; il che pone il problema delle pari opportunità.

In termini assoluti, quindi, per la prima volta l’Emilia Romagna si rivela essere la regione italiana a più alto potenziale di integrazione socio-occupazionale degli immigrati in Italia, scavalcando il Trentino Alto Adige, ora quinto, e il Veneto, ora settimo, che avevano primeggiato in questo indice complessivo rispettivamente nel 2003 e nel 2004. Il primato di questa regione è confermato anche dall’indice di attrattività, che, tanto nel 2005 quanto nel 2006, la vede in testa alle regioni italiane per capacità di attirare e trattenere al proprio interno quanta più popolazione immigrata presente a livello nazionale.

Se si passa sul piano delle province italiane, sul fronte integrazione, primeggia Trieste, ma al vertice della graduatoria stanno ben 5 delle 9 province emiliane: Reggio Emilia seconda, Piacenza settima, Parma ottava, Modena dodicesima, Forlì-Cesena quattordicesima.

A livello di grandi aree, il Nord Ovest si colloca al vertice, togliendo il primato detenuto con continuità dal Nord Est negli anni precedenti. Questo "sorpasso" dell’Italia nord-occidentale è da attribuirsi esclusivamente al ruolo giocato dalle due grandi regioni dell’area, il Piemonte e la Lombardia, collocate rispettivamente in terza e quarta posizione, a ridosso delle prime regioni di testa (Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia) e prima di Trentino Alto Adige (quinta) e Veneto (settima), spaccando così a metà il fronte delle regioni nord-orientali. Non bene invece la Valle d’Aosta, sedicesima, la Liguria diciottesima, e male Campania, diciannovesima, e Basilicata, 20esima.

E le regioni di testa posseggono un potenziale di integrazione socio-occupazionale praticamente doppio rispetto alla regione di coda. Lo stesso rapporto si osserva a livello di province, dove Vibo Valentia - ultima con 291 punti -) detiene un potenziale di integrazione più che dimezzato rispetto a quello di Trieste (prima con 617), mentre, tra le grandi aree, il Nord Ovest primeggia con un potenziale di integrazione quasi 3 volte superiore a quello del Sud Italia (630 punti contro 223).

Il primato dell’Emilia Romagna nell’indice finale "assoluto" è dovuto a un piazzamento costantemente elevato tanto nell’indice di inserimento occupazionale quanto in quello di inserimento sociale, giacché occupa la terza posizione (fascia massima) in entrambi i casi: nel primo, preceduta nell’ordine da Lombardia e Lazio, nel secondo rispettivamente da Marche e Abruzzo.

Immigrazione: il "trattenimento" nei Cie durerà fino a sei mesi

 

Avvenire, 20 febbraio 2009

 

Gli immigrati clandestini potranno essere trattenuti nei Centri di identificazione ed espulsione fino a sei mesi. È uno delle norme contenute nel dl anti-strupri, annunciata dal ministro dell’Interno Roberto Maroni nella conferenza stampa a Palazzo Chigi.

"Noi abbiamo anticipato nel decreto una norma già approvata dal Parlamento europeo per quanto riguarda l’asilo e i rimpatri - ha spiegato il titolare del Viminale - e cioè la possibilità di trattenere nei Centri di identificazione ed espulsione gli immigrati irregolari da due a sei mesi, per procedere alla loro identificazione".

Fini: "Odiosa l’associazione tra criminali e immigrati". Il crescente allarme sociale scaturito dai recenti fatti di cronaca e, in particolare, dalle violenze sessuali subite da alcune donne a Roma, Milano e Bologna, è "un fattore che potrebbe oggettivamente ostacolare i processi di integrazione e fornire un ulteriore alimento all’intolleranza".

A spiegarlo è il presidente della Camera, Gianfranco Fini, intervenendo alla presentazione del sesto Rapporto del Cnel sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia. "Un fattore che potrebbe ostacolare i processi di integrazione e fornire ulteriore alimento all’intolleranza è l’allarme sociale che cresce di pari passo e in modo direttamente proporzionale con i casi di criminalità che riempiono purtroppo le cronache. I recenti, gravi, episodi di violenza sessuale hanno suscitato una più che legittima ondata di indignazione nell’opinione pubblica che non va sottaciuta né tanto meno sottovalutata".

A fronte di tutto questo, Fini lancia un monito: "Mai come i questi casi dobbiamo mantenere la lucidità e la serenità per respingere l’odiosa associazione mentale tra criminalità e immigrazione che può diffondersi in diverse fasce della popolazione italiana e che, se combinata alla condizione sociale", minata dalla crisi in corso, "può generare un mix di carattere esplosivo".

Il rapporto del Cnel: Emilia Romagna al top per l’integrazione. Emilia Romagna per le regioni e Trieste per le province sono in testa nella classifica delle aree con maggiore integrazione socio-occupazionale degli immigrati. Lo ha rilevato il sesto rapporto del Cnel sull’integrazione degli immigrati in Italia, presentato oggi. Fra gli indici valutati nel rapporto, l’occupazione, la dispersione scolastica, la devianza, i ricongiungimenti familiari.

Per la prima volta, l’Emilia Romagna registra il primato, superando il Trentino Alto Adige (ora quinta) e il Veneto (ora settima) che avevano primeggiato in questo indice complessivo rispettivamente nel 2003 e nel 2004.

Al secondo posto e al terzo, rispettivamente, il Piemonte e la Lombardia. Il primato dell’Emilia Romagna riguarda anche la capacità di attirare e trattenere al proprio interno quanta più popolazione immigrata presente a livello nazionale. A livello provinciale, Trieste è seguita da Reggio Emilia, Piacenza e Parma. Mentre a livello di grandi aree, il Nord Ovest torna a collocarsi al vertice, togliendo il primato detenuto con continuità dal Nord Est negli anni precedenti.

Immigrazione: Milano; protesta e incendio nel Cie di Via Corelli

 

Corriere della Sera, 20 febbraio 2009

 

Dopo la protesta, l’incendio. Così il Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di via Corelli ha vissuto una giornata di tensione, forse conseguenza di quello che era accaduto in altri centri d’Italia. L’epilogo ieri sera verso le 20, quando un fumo acre ha riempito il corridoio che conduce al reparto dei transessuali (28 posti). Un incendio appiccato ai materassi messi uno sull’altro, assieme a lenzuola e coperte. Solo il pronto intervento della Croce Rossa, che gestisce la struttura ha evitato il peggio. Motivo? Secondo la polizia "sono stati i viados che lamentano scarsa pulizia e materassi vecchi". Ma, come dicono alcuni

extracomunitari del centro, "perché dei transessuali erano stati rilasciati e altri no". Qui, in via Corelli, gli ospiti sono un centinaio, divisi in quattro blocchi. Ieri mattina, verso le 11, è scattato l’allarme e tutti hanno temuto "l’effetto Lampedusa". Anche se non ci sono stati feriti e la questura ha minimizzato: "Nessun danno né scontri".

Gli uomini della Croce Rossa, però, hanno fatto un’altra considerazione: "Mercoledì la protesta a Lampedusa, giovedì è toccato al Cie di Roma. Ora Milano. Proprio mentre il governo sta per varare il decreto legge che porterà il soggiorno per l’identificazione da 60 giorni a sei mesi".

Immigrazione: un reportage dal Casilino 900, la "città dei rom"

di Gabriele Romagnoli

 

La Repubblica, 20 febbraio 2009

 

Viaggio dentro il Casilino 900 di Roma, il più grande campo nomadi d’Europa, nei giorni in cui l’Italia è scossa dalla paura dopo gli ultimi casi di stupro e dai raid punitivi contro i romeni. Ecco le storie di chi abita in queste baracche tra sogni e speranze, rabbia e illegalità: "Noi non violentiamo, al massimo rubiamo per dare da mangiare ai figli".

Ci sono i carabinieri alla porta, ghiaccio e fango per terra, fumi tossici nell’aria. I bambini giocano letteralmente con il fuoco, le donne imprecano, gli uomini (quelli rimasti) vagano. Le parole più pronunciate, esattamente come vengono pronunciate, sono "sgombero", "spulzione", "Rumonia" e "cittadino". Cittadini del limbo. Non più jugoslavi, mai italiani. Zingari che non vogliono più essere nomadi. Bloccati dalla storia personale e del continente in questo lembo di Roma che fa vergognare l’Europa, Casilino 900, il ghetto a cielo aperto di seicento rom. Confinante con l’esasperazione di chi li vuole cacciare perché rubano, con la rabbia di chi li vuole punire perché stuprano e se non sono loro ma quegli altri non fa differenza, con il cinismo di un’amministrazione comunale che sta cercando di prenderli per fame. E freddo. E buio. Coabitano da troppi anni con le proprie divisioni razziali, non meno razziste di quelle che li isolano. Con gli alibi per le proprie colpe. E con l’improbabile attesa di qualcosa che non solo la logica, perfino la fede esclude possa arrivare. Questa terra non sarà mai la loro terra. Però ci vivono sopra, assediati.

In una mattina di sole in cui il solo uomo al lavoro sembra essere uno spaccalegna rumeno entro ad ascoltare le loro voci. Le riporto così come le ho sentite, i dialoghi per quelli che sono realmente stati. La prima a venirmi incontro è una donna, madre di 4 figli che giocano alle sue spalle con ferri taglienti, scalzi mentre la temperatura balla intorno allo zero.

Dice: "Basta voi venire qui scrivere che noi ladri, mangia cani. Anche stamattina venuti carabinieri, alle sei. Buttato giù porta con piedata. Quando noi sappiamo, noi scappiamo nei cespugli. Portano via uomini, trattati come maiali. Portano a Ponte Galeria. Cosa vogliono? Non conoscono? Io venuta qui da Bosnia diciassette anni fa, per guerra, no madre, no padre, solo nonna. Trovato uomo qui, fatto figli. Adesso se malati non posso portare dottore. Paura. Paura di spulzione. Spulzione per tutti. Se prendono mio marito: spulzione. In Francia non è così. In Germania non è così".

 

Perché non siete andati là? Perché non ci andate adesso?

"Noi qui, figli nati qui".

 

Che cosa avete paura di perdere? Quella è una baracca di legno, il gabinetto è un cilindro di plastica in mezzo ai rifiuti, può andare peggio di così?

"Dove sono nata, neppure baracca, non avrei niente là".

 

Sì, ma in Francia, in Germania? Perché non montate sul furgone e andate là, dove avreste diritti e condizioni migliori?

"Non parliamo lingua, non conosciamo, noi qui".

 

Non siete zingari, non siete nomadi? Alza le spalle. Un uomo anziano, appoggiato a un bastone e al cofano di un camioncino bianco strepita la parola: "Auschwitz!". Mi avvicino. Dice: "Qui ci trattano come Auschwitz, e noi zingari già dato. Alemanno come Hitler".

 

Questo non è vero e lo sai.

"Io dico quel che penso. Sono qui da più di trent’anni, guarda mio camion, ci raccolgo ferro, è mio da diciassette anni, questa è patente, questo è timbro di quando pago in Montenegro, io vengo da Montenegro. E tutte le volte la polizia mi ferma e mi dice: l’hai rubato. Io non rubo".

 

Qualcun altro lo fa, qualcuno che abita qui, intendo.

"Sì. E allora? Qui nessuno uccide. Qui nessuno stupra. Non come rumoni, e loro in Europa, pure. Se qualcuno qui lo fa, noi lo diamo a polizia. O lo uccidiamo noi. Ma ruba? Ruba autoradio? Se tu hai otto figli e non ti lasciano fare lavoro e devi dare da mangiare tu che fai? Se tu rubi per questo, io ti condanno?".

 

E se tu sei quello che aveva l’autoradio?

"Bambini più importante. Dateci lavoro e nessuno ruba autoradio. Ma dice: lavoro non c’è per italiani. E dice: zingari non lavorare. Noi lavoriamo ferro, lavoriamo rame. Io ho famiglia: figli e figli di figli e parenti e figli di parenti. Totale: centocinquanta. Un nuovo bambino al mese. Nasce e non è cittadino di niente, non ha documenti di niente. Che può fare? Ma bisogna dargli da mangiare. Come lavorare? Dove?".

 

Vado dall’unico uomo che ha la risposta, uno che spacca la legna nello spiazzo davanti alle baracche meglio tenute del campo. Ha capelli e occhi chiari, è rumeno.

 

Finora mi hanno sempre parlato male di voi rumeni, detto che voi siete i veri criminali, che cosa ci fai qui?

"Io lavoro. Faccio quel che mi chiedono. Mi danno una birra, un panino e trentacinque euro al giorno. Che ora è?".

 

Le undici.

"Quando arrivano le cinque?".

 

Dove vai quando smetti?

"Casa. Vivo con un amico. Niente campo per me. Tu dici che danno colpa a rumeni. Io ti dico: sai di chi è la colpa se rumeni stuprano? Di Berlusconi".

 

Questa non verrebbe neppure a Sabina Guzzanti, se sai chi è.

"No, ti spiego. In Romania, se tu rubi gallina, carcere tre anni. Anche quattro. Qui se stupri, dopo un mese sei fuori. Legge sbagliata, fai legge dura, Berlusconi, e vedrai".

 

Quanto danno in Romania a uno stupratore?

"Sette anni".

 

Tre, anche quattro, a un rubagalline e sette a uno stupratore? Fai legge giusta, non solo dura. O no?

"Non so, io spacco legna, mangio panino, bevo birra, vado casa. No violenze, niente problemi".

 

Il ragazzo si è avvicinato con l’aria curiosa, ha diciassette anni e una tuta rossa. I suoi amici, dietro una berlina nera, urlavano: "Via da qui!", lui si avvicina uscendo dalla costruzione più accettabile: c’è un porticato, una specie di aiuola, la parabola del satellite.

"L’ha montata mio padre, lui è un tecnico. Vediamo tutto: Sky, il digitale terrestre, la tv in chiaro".

 

Siete la prima classe di questo scalcinato treno.

"Noi siamo diversi, non siamo come quelli là, i montenegrini. Noi siamo kossovari, e macedoni: diversi".

 

I bosniaci sono migliori dei rumeni, i montenegrini dei bosniaci, i kossovari e macedoni dei montenegrini. Volete essere uguali a quelli che vi discriminano e discriminate. Chiamate razzisti chi vi esclude e distinguete in nome della razza. È logico?

"È così. La gente è diversa".

 

Tu vieni trattato da diverso?

"Qualche volta, non sempre. C’ho la ragazza, fuori da qui. Lei è italiana. I genitori nun dicono niente per questo"

 

La porti qui?

"No, vado fuori io. Non c’è problema. Dicono che mettono controlli agli ingressi: blocco alle dieci. Io torno alle tre di notte, anche in macchina. Si passa dalli sfasci, vedi?".

 

Gli sfasci?

"Gli sfasciacarrozze. Ce n’è tutt’intorno al campo. La gente perbene gli porta le macchine da tagliare. Sai che cosa vuol dire, no? Denunciano furto, prendono assicurazione e lo sfascio le fa a pezzettini. Poi dicono: saranno stati gli zingari, qui è pieno, quei ladri. E assicurazioni dicono: era parcheggiata vicino a Casilino 900, rubata sicuro. E pagano".

 

Quanto pensi di restare qui?

"Meno di niente, per me. Appena posso me la do a gambe".

 

Perché non ora?

"Dovresti chiederlo a mio padre".

 

È quel che faccio. Il padre è il più articolato di tutti quanti. Ha una baracca decente, dove è entrato pure il sindaco Alemanno: salottino, due camere da letto, bagno con servizi in ceramica. Dice di averci investito 12mila euro.

 

Ne valeva la pena?

"Io non volevo venire qui. L’avessi saputo sarei rimasto a fare la guerra, piuttosto. Dovevo andare in Belgio, mi son fermato qui perché c’era mio fratello, lui mi ha chiesto di aiutarlo, sono rimasto. Sapevo fare un lavoro e mi sono messo a farlo: ristrutturavo. Con un amico abbiamo fatto società, ma è andata male".

 

Non trovavate clienti?

"Sì, ma non pagavano. C’è ancora chi mi deve tremila euro, chi settemila. Quello dei settemila lo vedo sempre, lui ha una Mercedes 5000 e io quattro figli, e mi deve settemila euro. Ma è italiano, sorride, dice: te li darò. Se io gli spacco con la mazza quelle scale di marmo che gli ho fatto lui mi denuncia e io vado in galera. Ho chiesto all’avvocato: niente posso fare".

 

E allora di che cosa vivi?

"Faccio lo stesso lavoro, ma in nero. In nero mi pagano. Dev’essere perché se denuncio poi ci vanno di mezzo pure loro che fanno contratti in nero".

 

Tuo figlio vorrebbe andarsene da qui. Tu no?

"Ho comprato terra in Kossovo, anno prossimo, se ho abbastanza soldi".

 

Quanti?

"Trentamila euro"

 

Un anziano col bastone mi ha detto che se gli danno cinquantamila euro al confine, lo passa.

"A me ne bastano meno, mi basta arrivare a trenta, ma lavorando, non li voglio gratis, allora torno a casa. Ammenochè".

 

Ammenochè?

"Io vado agli incontri col sindaco e l’assessore Sveva Belviso, vedi ho nel portafoglio anche il suo biglietto da visita, di Sveva Belviso. Loro hanno promesso che faranno campo come da regole europee. Io gli ho detto che per la mia comunità va bene anche fuori dal raccordo, va bene anche un condominio, ho centocinquanta kossovari e macedoni, garantisco io per tutti".

 

Per gli altri no?

"No, solo per i miei. Gli altri sono diversi. Se lo fanno, come hanno promesso, resto".

 

Finora quante promesse hanno mantenuto?

"Nessuna. Avevano promesso la luce, il posto alla nettezza urbana per trentasei di noi, gli ho anche dato i nomi, sono lì che aspettano, non so, forse mi stanno usando, ci stanno usando, forse non diventerò mai cittadino, forse vogliono solo che vada via, che andiamo tutti via". Sua moglie ha preparato il caffè. Io ho bevuto il mio. Il suo è rimasto intatto, freddo e amaro.

Immigrazione: se commetti un reato è più difficile l’espulsione

 

Il Mattino, 20 febbraio 2009

 

C’è un’Italia che gira al contrario, dove chi è onesto paga lo scotto e chi è furbo se la cava. E ancora una volta il perno di questo paradosso è ben piantato nei tribunali dello Stivale. Che confermano l’espulsione di molti stranieri onesti e trattengono in Italia tutti quelli che hanno commesso reati. Nessuno escluso, come dimostra la storia del "biondino" della Caffarella.

Non è un’immagine retorica. È la verità di Fabio Bucci, penalista e presidente della Camera degli Avvocati Immigrazionisti: trecentocinquanta toghe sparpagliate per tutti i tribunali d’Italia, con picchi di concentrazione a Roma e Parma. Non c’è nessuno, meglio di lui, che può raccontare i paradossi e le assurdità dei procedimenti contro gli stranieri.

E anche le piccole astuzie che gli avvocati utilizzano con perizia per vincere il processo, a prescindere dalla rettitudine del cliente e dal suo certificato penale. Nonostante il pelo sullo stomaco, però, anche Fabio Bucci non può fare a meno di raccontarlo, il dramma degli stranieri perbene: "Il problema è che noi avvocati quando ci troviamo talvolta di fronte a dei casi umani, cioè a stranieri che sono ampiamente meritevoli di ottenere il permesso di soggiorno, e come tecnici non abbiamo strumenti giuridici per aiutarli". Magari lo straniero lavora, guadagna, mantiene onestamente la famiglia. Ma non ha un contratto, il reddito non è dimostrabile, la legge è inflessibile. "Ed è difficile impugnare il decreto di espulsione in Tribunale".

Talvolta succede il miracolo, spiega Salvatore Mileto, avvocato che si occupa anche di procedimenti di questo tipo: "Un paio di volte mi è capitato che il Consiglio di Stato abbia ribaltato la decisione del Tar che confermava l’espulsione di stranieri che non potevano dimostrare redditi sufficienti al sostentamento. Ma sono casi rari". Diversa è la sorte di chi in tribunale ci finisce perché ha commesso reati. Spiega ancora Fabio Bucci: "Quando ci capita una persona con procedimenti penali in corso, che quindi si presume che abbia commesso un reato, e che come tale ha diritto a partecipare al suo processo, noi riusciamo a fare in modo che possa eludere il provvedimento di allontanamento".

Bucci è ancora più esplicito: "Noi usiamo il procedimento penale per fare si che la persona, anche se detenuta in un Centro di identificazione ed espulsione, oppure ha un provvedimento di espulsione in corso, ottenga la sospensione dell’ordine di allontanamento o addirittura, ritorni in libertà". Detto questo, la tentazione diventa scontata: oltrepassare la linea rossa della legalità, commettere un reato qualsiasi, anche di poco conto, per utilizzare la sapiente arte forense di annullare il provvedimento di allontanamento. Bucci è categorico: "Non mi risultano casi di stranieri che abbiano commesso reati in maniera strumentale, per evitare l’espulsione". Ma il trucchetto esiste, e tutti ne sono a conoscenza.

"I paradossi sono altri, casomai", chiosa il legale. Quali? "La legge che prevede l’allontanamento degli stranieri è lacunosa e di difficile interpretazione - spiega Bucci - perché ci sono reati che comunemente vengono considerati bagatellari, cioè di poco conto, che vi rientrano. E chi li commette può essere espulso. E altri che sono più gravi, che non sono ricompresi nella legge". Ad esempio? Il furto di un rimmel al supermercato è da espulsione; il falso no.

"E tutti sanno che l’uso dei documenti falsi proietta lo straniero in un’ottica di condotta criminale", commenta Bucci. Mica è finita. Perché l’inventore della Camera degli avvocati immigrazionisti ne può raccontare, di assurdità giudiziarie. Una su tutte: la speditezza di un processo, paradossalmente, favorisce l’imputato. Perché se un giudice, facciamo il caso, rinvia un processo di quattro giorni invece dei soliti sei mesi, ecco che per l’imputato si apre un portone di fuga. Perché invece di accompagnarlo al Centro di identificazione e di espulsione (che molto spesso dista centinaia di chilometri perché ce ne sono pochi), gli consegnano un biglietto "ai sensi dell’articolo 650 del codice penale" che gli dice di presentarsi in Questura per adempimenti.

Ed è come aprire la porta della cella di un detenuto e confidare nel suo spirito di collaborazione. Il paradosso è che se il giudice rinviasse quel processo di sei mesi, allora le guardie carcerarie se lo farebbero pure il viaggetto di duecento chilometri per portarlo a destinazione. Perché sarebbe di sola andata e ritorno; e sei mesi dopo ci penserebbe un’altra pattuglia a riportarlo indietro. Invece, con il rinvio a breve, le guardie sarebbero costrette ad accompagnare l’imputato, a tornare in caserma e il giorno dopo a ripartire per poi tornare ancora nel distretto del tribunale.

Viene da chiedersi: ma se il giudice può rinviare a breve l’udienza, magari di due giorni, perché non si risparmia il rinvio e chiude il processo in un giorno solo? Fabio Bucci risponde sornione: "Perché l’avvocato ha sempre diritto a chiedere almeno un rinvio per avere il tempo di studiare il processo, si chiamano "termini a difesa". E poi ci sono i cavilli: il timbro che manca sull’ordine di espulsione, la firma saltata, la piccola dimenticanza.

"Direi che sono queste le cause che principalmente provocano l’annullamento dei provvedimenti di allontanamento", dice Bucci. E spiega: "Alla fine di quel documento ci deve essere la firma del prefetto o di un suo delegato, ma molte volte succede che in ora tarda non ci sia nessuno. E allora succede che il giudice si ritrovi a dover convalidare un provvedimento che ha il timbro con scritto "copia conforme all’originale" con tanto di firma del funzionario che ne attesta la validità, ma senza la firma dell’autorità che lo ha emesso".

E poi, dipende anche dal tribunale: "A nord sono più severi che al sud - spiega Bucci - ad esempio, a Viterbo ci sono gli unici giudici che dispongono la custodia cautelare in caso di rinvio di udienza. Sono severi pure a Padova, Brescia e Bologna". A Bologna, in verità non sembra. "Guardi che la vicenda del biondino non fa testo - sorride Bucci - e poi che crede: anche se lo avessero espulso, avrebbe potuto chiedere di rientrare in Italia ogni volta che si celebrava un’udienza che lo riguardava. Gliel’ho detto, funziona così".

Droghe: Onu; l'Italia maggiore consumatore di cannabis in Ue

 

Notiziario Aduc, 20 febbraio 2009

 

L’Italia è il paese europeo in cui il consumo di cannabis è più elevato. Non tanto tra i giovani, come nel caso di Inghilterra e Francia, ma tra la popolazione in generale. E, come tutti gli altri paesi europei, anche da noi la cocaina è "un problema sempre più grave".

È quanto emerge dal rapporto annuale dell’Organismo internazionale di controllo degli stupefacenti delle Nazioni unite, presentato oggi. "Gli Stati membri devono prendere tutte le misure necessarie per evitare che la gente si avvicini alla droga", ha spiegato Raymond Yans, membro dell’organizzazione, nel corso di una conferenza stampa a Bruxelles, aggiungendo: "Il tasso di utilizzo della cannabis è molto alto in tutta l’Ue, primo consumatore al mondo, e in Italia. Servono campagne di prevenzione, come in Svezia, dove hanno capito 20 anni fa che le politiche di liberalizzazione raramente hanno gli effetti sperati".

La parola d’ordine, per l’Organismo, è quindi prevenzione. "Funzionano particolarmente bene le campagne sugli effetti devastanti delle droghe, compresa la cannabis, molto dannosa per i polmoni e foriera di problemi sociali", ha aggiunto Yans, secondo cui queste iniziative devono essere "rivolte ai giovani e ai gruppi sociali più deboli, come gli immigrati".

Il rapporto mette inoltre in evidenza come siano in aumento in Europa i fenomeni di dipendenza da farmaci, prima presenti quasi solo negli Stati Uniti. Inoltre, sta tornando il problema dell’eroina, che in Europa occidentale sembrava in fase calante dopo i drammatici anni ‘80 e ‘90 e che negli ultimi anni sembrava confinato ai paesi dell’est. "L’Ue - si legge nel rapporto - è la regione in cui il mercato illecito di resina di cannabis è più importante".

Le quantità sequestrate, dopo un calo nel 2006, sono aumentate di nuovo nel 2007 e la Spagna è stato il paese in cui le autorità hanno confiscato più droga. A fumare le canne in Europa, nel corso della vita, sono tra il 2% e il 37% della popolazione. Ma mentre bulgari, maltesi e romeni fumano pochissimo, danesi, francesi, italiani e inglesi fanno un uso molto generoso di droghe leggere. Ogni anno in Francia 1,2 milioni di persone fumano più di 10 volte al mese. Nel 2007, circa il 7% della popolazione europea ha usato cannabis. Solo che mentre in Bulgaria il tasso è stato dell’1%, in Italia è stato circa dell’11%.

Ma per quanto riguarda i giovani tra i 15 e i 16 anni, sono Gran Bretagna e Francia a doversi preoccupare di più, avendo percentuali vicine al 44%. "Non bisogna cedere su questo fronte, la lotta contro le droghe leggere deve continuare", ha sottolineato Yans, mettendo in evidenza "l’aumento della tolleranza della cannabis, la disponibilità di forme sempre più potenti e la confusione frequente tra l’uso medico e quello come droga". L’esperto, inoltre, ha criticato la politica olandese degli anni passati, dichiarando che intorno ai famosi coffee shops si è creato un indotto di spaccio di droghe pesanti e illegalità che danneggia soprattutto i paesi vicini, come il Belgio, e che costringe l’Olanda stessa a spendere molto in prevenzione.

"La legalizzazione può essere quanto si vuole oggetto di dibattito a livello internazionale, ma i dati e l’esperienza dicono che è meglio evitare", ha aggiunto. Oltre alla cannabis, gli europei fanno un uso sempre più frequente di cocaina, tanto che la percentuale è raddoppiata in 10 anni. Il 2,6% dei francesi tra i 15 e i 64 anni assume la polverina bianca, ma il consumo è più frequente (4,1%) tra i giovani adulti tra i 25 e i 34 anni. Tra il 2000 e il 2005 la presenza della cocaina in Europa è triplicata, tanto che ora i consumatori europei, secondo il rapporto, sarebbero 250.000. Infine l’eroina, prodotta con l’oppio dell’Afghanistan e con i prodotti chimici europei.

Usa: la decisione del Giudice Californiano sul sovraffollamento

di Riccardo Arena

 

www.radiocarcere.com, 20 febbraio 2009

 

California. Una giuria federale ha stabilito che lo Stato dovrà ridurre di un terzo il numero dei detenuti presenti nelle strutture carcerarie e, quindi, dovrà rimettere in libertà circa 55.000 prigionieri. È quanto si legge nell’articolo di Salomon Moore, pubblicato il 9 febbraio 2009 sul New York Times.

La decisione della Corte è nata a seguito di una causa intentata da alcuni detenuti, che lamentavano le pessime condizioni carcerarie presenti in California e soprattutto sostenevano che il sovraffollamento non consentisse un adeguato rispetto del diritto alla salute sia fisica che mentale.

I Giudici statunitensi si sono avvalsi di un esperto che ha redatto un’articolata relazione, dopo aver analizzato compiutamente la situazione carceraria. Una relazione che rappresenta uno status quo delle 33 carceri californiane, le quali potrebbero contenere 84 mila detenuti, ma che in effetti ne contengono circa il doppio, ovvero circa 158.000.

Nella sentenza, i giudici federali hanno evidenziato come questo grave tasso di sovraffollamento impedisca di fatto alla California di provvedere ad adeguate cure mediche per i detenuti. Carenze di cure mediche che determinerebbero la morte di almeno un detenuto ogni mese. Ma non solo. La Corte ha anche accertato come i detenuti subiscano una punizione crudele e inusuale, che è proibita dalla Costituzione.

Nel provvedimento del Giudice federale non manca un richiamo al dato economico. Secondo la Corte, la California, riducendo i detenuti, si potrà risparmiare oltre 900 milioni di dollari all’anno. Una cifra cospicua che potrà essere utilizzata dai Comuni e dalle Contee per programmi di recupero per ex detenuti e per sostenere le carceri locali. Un risparmio assai utile, in considerazione della crisi in cui versano da mesi le casse dello Stato.

La Corte, a supporto delle proprie argomentazioni, ha richiamato anche una riforma proposta dal Governatore della California, Arnold Schwarzeneger, finalizzata a ridurre la popolazione carceraria di circa 40.000 detenuti. Il Giudice federale, infine, ha stabilito che la liberazione dei detenuti in California dovrà procedere gradualmente. E ciò per non compromettere la sicurezza pubblica.

Una decisione questa di grande buon senso. Una decisione suggerita forse da quanto accaduto in Italia, dove grazie a quella legge sull’indulto sono usciti in massa circa 27 mila detenuti, con non poche conseguenze sulla nostra sicurezza.

Lo stato italiano conta 206 prigioni. Il numero di coloro che possono essere ospitati negli istituti di pena è di 43 mila detenuti, ma ad oggi se ne contano più di 59 mila persone.

Circa il 50 per cento di detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare. Persone costrette a vivere in sovrannumero in strutture, che in alcuni casi non possono essere definite istituti penitenziari. Edifici antichi che non nascono come carceri, ma che lo diventano. Anomali cambi di destinazione d’uso che hanno trasformato antichi conventi o fortezze, in luoghi di detenzione.

È il caso del carcere di Regina Coeli di Roma, nato come convento nel 1600. È il caso del carcere palermitano dell’Ucciardone, fortezza Borbonica del 1800. D’altra parte è stato lo stesso Ministro della Giustizia Alfano ad affermare che la metà delle nostre carceri dovrebbero essere chiuse perché vetuste. Tra queste il 20% è stato realizzato tra il 1200 e il 1500. Mentre il restante 30% risale all’800.

Ogni mese la popolazione detenuta cresce di circa 1.000 unità. Due anni e, come in California, il numero dei detenuti ammonterà al doppio di quello che le nostre strutture possono accogliere. L’amministrazione, al di là di proclami, non sembra essere in grado di affrontare il problema e la magistratura non sembra essere al pari di quella statunitense.

 

 

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