Rassegna stampa 4 febbraio

 

Giustizia: ma davvero i detenuti godono di molti "privilegi"?

 

www.osservatoriosullalegalita.org, 4 febbraio 2007

 

Il 2 febbraio scorso La Padania ha reso noto che il senatore leghista Divina ha presentato una interrogazione al ministro della Giustizia Mastella in cui chiede conferma delle "agevolazioni e servizi di cui godono tutti i detenuti" nelle carceri italiane.

Le agevolazioni in elenco consistono in servizi igienici con acqua calda, docce, barbiere e parrucchiere, lavanderia, tre pasti regolari al giorno, assistenza sanitaria completa, asili nido per i bambini delle detenute, corsi di formazione professionale con sussidio orario, corsi di istruzione secondaria superiore con sussidio giornaliero, assegni familiari per le persone a carico, assistenza materiale alle famiglie, attività ricreative e sportive, uso del pc. Il senatore conclude ironizzando che ad un pensionato con reddito medio converrebbe quasi andare in galera.

È strano intanto che il senatore leghista non abbia posto le sue domande al collega leghista Roberto Castelli - guardasigilli in carica dal 2001 all’aprile 2006 - chiedendogli anche come mai in tale periodo non avesse modificato il regolamento in vigore dal 2000. Certo in questo modo non avrebbe potuto sollevare il "caso"...

Peraltro, i servizi igienici con acqua calda, i tre pasti al giorno, la lavanderia e molti altri servizi elencati dal senatore interrogante non possono essere definiti privilegi, ma usi normali in una nazione civile.

Da notare che da un lato il detenuto - essendo ristretto e in genere privo di un lavoro - non potrebbe procurarsi altrimenti questi servizi essenziali, dall’altro anche le esigenze sociosanitarie di un ambiente ad alta densità abitativa richiedono molti di questi servizi (e anche le attività ricreative e sportive) per garantire che non scoppino epidemie o che le persone non si esasperino, con costi (nel primo caso) o conseguenze (nel secondo) molto più pesanti che quelli relativi ai ‘privilegi’ elencati.

Anche l’istruzione impartita - oltre che sul detenuto - ricade positivamente sulla società. Dare la possibilità a queste persone di rifarsi una vita mediante una maggiore qualificazione rientra nel precetto costituzionale che la pena deve rieducare (art. 27 Cost.), ma ha anche l’effetto di ridurre le recidive e quindi il crimine. Non a caso, alcuni progetti educativi o lavorativi dei condannati - minori e non - erano stati presentati con orgoglio dallo stesso ministero Castelli.

Quanto poi agli asili nido per i bimbi delle detenute, si sta parlando dei diritti dei bambini (art. 31 Costituzione) - che non hanno alcuna colpa - non delle loro madri. Si vorrebbe tenerli tutto il giorno in cella, o si vorrebbe separarli dalla madre in tenera età?

Peraltro sarebbe auspicabile, ma non è certo, che quanto indicato sia realizzato in tutti i penitenziari del nostro Paese. Forse il senatore non ha letto la relazione del Consiglio d’Europa sui diritti umani in Italia (dicembre 2005) nella parte riferita alle carceri.

Prima di stendere la sua relazione, il Commissario europeo Gil-Robles aveva visitato il carcere maschile e femminile della Giudecca (Venezia), il carcere di Rebibbia Nuovo Complesso (Roma), i carceri per minori di Nisida e di "Casal del Marmo" (Roma), un centro di accoglienza per minorenni in stato di fermo, ed altre strutture. Aveva quindi osservato di prima mano lo stato delle carceri e le condizioni dei detenuti, e quindi la sua relazione risulta un’indiretta risposta all’interrogazione posta oggi dal parlamentare leghista.

Il relatore europeo scriveva che il degrado delle carceri italiane "è più rapido della loro ristrutturazione, e che sono sottoposte alla pressione del continuo aumento del numero di detenuti. Sono fonte di preoccupazione anche le condizioni e i criteri di detenzione negli ospedali psichiatrici giudiziari". Si sottolinea che "le carceri italiane sono sovraffollate" e "la gravità del sovraffollamento delle carceri viene aumentata dalla vetustà delle infrastrutture o talvolta dalla loro inadeguatezza, rispetto alle esigenze moderne", e che oltre il 35% dei detenuti sono in attesa di giudizio definitivo" (cioè presunti innocenti, art. 27 Costituzione, ndr).

Il personale carcerario attuale è in numero insufficiente, mentre, sottolinea la relazione, "garantire un’adeguata proporzione tra guardie carcerarie e prigionieri è essenziale sia per la buona amministrazione del carcere, che per la sicurezza e il benessere dei custodi e dei detenuti"... "Tra gennaio e maggio 2005, sono deceduti 43 detenuti, 26 dei quali per suicidio". La relazione rileva che alcuni fatti sono rimasti impuniti o che la giustizia non si è ancora pronunciata, sebbene si siano verificati negli anni ‘90. La relazione suggerisce di prendere in considerazione l’istituzione della figura del Mediatore nazionale, a cui i detenuti possano rivolgere le loro lagnanze.

Peraltro, "si dovrebbe avviare una politica mirante a un migliore stanziamento dei fondi, accompagnata da un aumento dei posti di lavoro offerti da imprese esterne, in vista di offrire ai detenuti migliori possibilità di reinserimento". In particolare, è "indispensabile che le autorità italiane prevedano di stanziare fondi sufficienti per i 17 istituti penali per minorenni esistenti in Italia, per consentire a ciascuno di essi di accogliere i minori in condizioni di vita decenti, in modo che la loro detenzione non rappresenti soltanto una punizione, bensì anche un mezzo per favorire la loro riabilitazione".

Vista infine l’ironia del senatore sui detenuti che vivrebbero meglio dei pensionati a medio reddito, sarebbe anche giusto ricordare che vari notabili seduti su scranni più o meno vicini a quelli del senatore hanno potuto evitare del tutto il carcere grazie a leggi ad hoc approvate nella passata legislatura, in cui anche la Lega era al governo.

Immagino quanti detenuti vorrebbero essere al posto di quei parlamentari "graziati", tanto più che altri provvedimenti in senso opposto approvati nella precedente legislatura riguardo ai piccoli criminali recidivi hanno creato - come sottolineato più volte anche dall’Unione Camere Penali - una giustizia a due velocità, debole con i forti e forte con i deboli.

Giustizia: Manconi, detenute con bimbi scontino la pena fuori

 

Ansa, 4 febbraio 2007

 

Sono 44 i bambini sotto i tre anni che vivono nelle carceri italiane insieme alle loro madri detenute. Lo ha precisato il sottosegretario alla Giustizia Manconi in un incontro nel carcere di S. Vittore su "Figli con genitori in carcere". "Tra le priorità, ha detto, quella che le madri con figli sotto i 10 anni scontino la loro pena fuori dal carcere, obiettivo che non può avere tempi brevi ma che nel frattempo può essere superato dalle case-famiglia".

Giustizia: a Milano prima casa-alloggio per detenute con bimbi

 

Il Giornale, 4 febbraio 2007

 

A chi lavora in carcere è bastato guardare gli occhi dei bambini costretti a vivere dietro le sbarre. Così, senza perdere tempo, Milano non ha aspettato la legge. E ora, all’avanguardia di un modello che dall’Europa sarà importato in tutta Italia può presentare il suo progetto: una casa accoglienza per tutte le mamme condannate al carcere con i loro bambini. La legge infatti consente alle madri arrestate di tenere con sé il proprio figlio fino all’età di tre anni. A Milano, nel carcere di San Vittore ci sono 5 bambini detenuti, due maschi e tre femmine. In tutta Italia sono 44. Bambini sfortunati che crescono in un ambiente non adatto alle loro esigenze e per i quali è pronto un disegno di legge che prevede l’istituzione di case accoglienza. Sull’esempio di quanto avviene già in molti Paesi dell’Europa e di Milano.

La casa per mamme e bimbi è in viale Piceno, in un palazzo di proprietà della Provincia e "se non ci saranno intoppi burocratici diventerà operativa a fine mese" ha assicurato ieri Luigi Pagano, provveditore regionale alle carceri. Dieci stanze, pareti colorate, una grande cucina. Qui verranno ospitati 9 bambini con le loro mamme (5 di Milano, 4 di Como). Qui i piccoli potranno andare all’asilo nido, fare una passeggiata al parco e vedere la propria mamma ai fornelli. Come in una casa normale. L’occasione per presentare la nuova struttura è stato un convegno organizzato a San Vittore dall’associazione Bambini senza sbarre a cui ha partecipato anche il sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi e Valerio Onida, docente universitario, ex presidente della Corte costituzionale che tra i mille impegni della sua vita ha deciso di regalare un giorno alla settimana ai detenuti di Bollate facendo il volontario. Il professore infatti si reca nel penitenziario diretto da Lucia Castellano per aiutare i carcerati a compilare istanze e ricorsi.

"Tra le priorità ci deve essere quella che le madri con figli sotto i dieci anni scontino la loro pena fuori dal carcere - ha detto il sottosegretario Manconi -. Un obiettivo che non può certo avere tempi brevi ma che nel frattempo può essere superato da istituzioni come quella della casa-famiglia che proprio a Milano è stata attuata". E a proposito di bambini con un genitore dietro le sbarre: un terzo viene ingannato sulle ragioni della detenzione del papà o della mamma, un terzo non sa che il familiare è in carcere, mentre solo uno su tre viene informato correttamente.

"Proprio partendo dal problema delle mamme detenute, occorre capire una volta per tutte che bisogna abituarsi a fare a meno del carcere ogni volta che si può" ha aggiunto Pagano. La maggior parte delle donne che tengono in carcere i loro figli sono extracomunitarie o rom senza un’abitazione disponibile. Proprio la mancanza di alloggio impedisce loro di poter usufruire delle misure alternative come gli arresti domiciliari.

Fossano: mancano fondi, il carcere rimane senza medico

 

La Stampa, 4 febbraio 2007

 

Il carcere "Santa Caterina" è senza un medico per diverse ore al giorno. La Finanziaria 2007 ha tagliato i fondi dell’assistenza sanitaria e non è chiaro quale ente debba provvedere al servizio. Prima della riforma, l’infermiere e il direttore sanitario "coprivano" tutto il giorno e alle 20 entrava in servizio la guardia medica, che si fermava la notte. Servizi garantiti dal ministero dell’Interno, ma che ora sono stati tagliati.

"Dall’amministrazione penitenziaria ci hanno detto che per il servizio sanitario interno dobbiamo fare riferimento all’Asl - spiega il comandante della Polizia Penitenziaria, Pasquale Maglione -. Resta un problema: è scoperta la fascia oraria dalle 20 in poi e se un detenuto sta male noi non possiamo somministrare terapie, dobbiamo chiamare il 118 o portarlo in Pronto soccorso, anche se si tratta di un problema di poco conto".

Al momento al Santa Caterina, a causa dei lavori di ristrutturazione, ci sono soltanto 10 detenuti. Ma, secondo il comandante Maglione, la situazione non cambierà neppure quando la ristrutturazione sarà completata e ne arriveranno altri. L’Asl ha ricevuto la richiesta del direttore del S. Caterina, Edoardo Torchio, di provvedere alle visite nella casa di reclusione.

Il coordinatore dell’assistenza medica continuativa, Gianfranco Saglione, ha inviato un’istanza di chiarimento all’assessorato regionale alla Sanità per sapere se il servizio nel carcere è dovuto. L’Asl ha chiesto ai medici della guardia medica di "soddisfare" le richieste della casa di reclusione.

L’ordine di servizio ha provocato la protesta di alcuni medici che lo ritengono "non previsto dal contratto" e non sono d’accordo a "prestare lavoro supplementare senza integrazioni di stipendio". Saglione: "Attendiamo una risposta della Regione. Non sappiamo se ci sia stato un accordo tra il ministero dell’Interno, da cui dipendono le carceri, e quello della Sanità. Nel frattempo non possiamo lasciare scoperta l’assistenza medica".

Imperia: 20enne algerino si impicca, salvato in extremis

 

La Stampa, 4 febbraio 2007

 

Su di sé ha mille cicatrici, tutte causate con atti di autolesionismo. Un detenuto algerino di 20 anni, M.A., questa volta però ha rischiato di lasciarci la vita. È stato salvato in extremis l’altra sera dagli agenti penitenziari in servizio al carcere di Imperia dopo che aveva tentato di impiccarsi con un pezzo di lenzuolo. È stato scorto in tempo, soccorso e portato immediatamente in ospedale.

Il 118 è stato attivato dallo stesso personale del penitenziario, che ha mostrato grande tempismo e capacità di operare le scelte migliori in quel momento. Adesso il detenuto, che già una settimana prima s’era ferito con una lametta, è in buone condizioni e ieri mattina è stato dimesso e fatto rientrare in cella. Naturalmente la sorveglianza nei suoi confronti è stata intensificata nonostante la carenza cronica di agenti, acuita dalle festività natalizie (ma il Provveditorato ligure, anche per evitare che si ripetano episodi come quello di Ferragosto, quando tre detenuti approfittarono della guardia allentata per evadere, ha preteso che non venissero lasciati sguarniti i turni).

Il caso di M.A. è stato seguito dal medico del penitenziario Khalid Rawash, giordano. Durante le fasi più concitate del soccorso, il medico della casa circondariale, che non era in servizio, è stato contattato telefonicamente e all’apparecchio ha dato disposizioni e consigli per cercare di far affrontare l’emergenza nel miglior dei modi. L’algerino è in prigione per questioni di droga. Il suo corpo è in pratica un’unica cicatrice essendosi in passato tagliuzzato con il coltello più volte per attirare l’attenzione o comunque per cercare di ottenere condizioni migliori. L’indulto se da una parte ha sgravato le prigioni, dall’altra ha contribuito al fatto che in carcere restassero i soggetti più irrequieti e con maggiori problemi caratteriali. Attualmente i detenuti del carcere di Imperia sono una sessantina, la maggior parte sono di origine extracomunitaria e anche questo acuisce probabilmente il loro senso di isolamento (hanno chiesto senza costrutto la presenza di un imam).

In carcere, gli atti di autolesionismo - il tagliarsi, innanzitutto - hanno assunto una funzione principalmente dimostrativa, ma questo non ne limita in alcun modo la drammaticità. Il farsi male e il tentativo di togliersi la vita costituiscono, spesso, la sola forma di auto-rappresentazione e l’unica voce (pur se stenta e rotta) rimasta a chi, per definizione e per condizione, è senza possibilità di avere parola. E, infatti, al detenuto viene imposta, quale pena aggiuntiva, l’interdizione a comunicare col resto della società. Rimasto "muto", il detenuto si adatta, pertanto, a parlare attraverso il proprio corpo: il corpo offeso e costretto è, in molte circostanze, il solo mezzo di comunicazione con l’esterno.

Sassari: accusati del pestaggio del 2000, assolti 20 agenti

 

L’Unione Sarda, 4 febbraio 2007

 

Per venti delle persone coinvolte nell’indagine per i pestaggi nel penitenziario sassarese e arrivata la sentenza definitiva di assoluzione dopo la dichiarazione d’inammissibilità dell’appello della Procura di Sassari.

Vennero prelevati dalle loro abitazioni e costretti a spogliarsi della divisa davanti ai familiari. Accusati di aver abusato del loro potere, picchiando e umiliando numerosi detenuti del carcere di San Sebastiano. Oggi per venti delle persone coinvolte nell’indagine per i pestaggi nel penitenziario sassarese è arrivata la sentenza definitiva di assoluzione, dopo la dichiarazione d’inammissibilità dell’appello della Procura di Sassari.

Si tratta di agenti e altre figure, anche funzionali, della polizia penitenziaria, che operarono all’interno e all’esterno del carcere sassarese nell’ambito di una missione disposta dopo alcuni episodi avvenuti a San Sebastiano. L’avvocato Mario Perticarà, legale degli agenti (Paolo Abis, Antonio Maria Andria, Giovanni Ara, Sergio Aresu, Serafino Caboni, Mario Bichiri, Pier Vincenzo Scioni, Pietro Sanna, Giovanni Pinna, Tommaso Pais, Diego Floris, Bruno Pois, Francesco Mura, Antonio Ortu, Giovanni Pinna,

Antonio Cannas, Salvatore Chirra, Sergio Castellacelo, Mario Derudas, Giuseppe Spanu e Gian Pietro Vargiu), sta ora preparando le azioni legali per le richieste di risarcimento danni provocate da ingiusta detenzione. Gli agenti trascorsero infatti diversi giorni sottoposti a misure cautelari, ma per loro i problemi furono anche altri e in qualche caso le conseguenze di quelle terribile giornate vengono pagate anche oggi.

Ma non ci sono buone notizie per i protagonisti, oggi scagionati, di quella terribile nottata. In un caso, infatti, è stata già accolta e soprattutto liquidata una richiesta di una persona arrestata, uno dei primi agenti ad essere assolto. Lo Stato ha pagato 1.500 euro per le accuse rivelatesi poi infondate e la conseguente carcerazione preventiva.

Tra le storie più emblematiche c’è quella di Antonio Cannas, 41 anni, di Castelsardo, denunciato e arrestato, e poi scagionato perché lui quel giorno non entrò neanche nel carcere di San Sebastiano, era stato infatti inviato in missione come autista di un automezzo dell’amministrazione penitenziaria. "Abbiamo sempre .avuto fiducia nei giudici - dice Cannas, attualmente dirigente del Sappe, sindacato della polizia penitenziaria - ora dobbiamo pensare ai nostri colleghi che ancora non hanno definito le loro posizione. Posso soltanto dire che ancora oggi ci sono degli agenti che lottano contro le conseguenze del trauma di quelle giornate tremende".

In effetti qualcuno ha preferito chiudere con la sua esperienza nella polizia penitenziaria, anche per stati d’ansia depressivi, riconosciuti da specialisti. Un’altra storia particolare è quella dell’allora comandante del carcere di Tempio, Giovanni Dettoli, il sottufficiale subito dopo i 95 arresti, con un’intervista a L’Unione Sarda difese pubblicamente i 4 uomini inviati da lui a Sassari, Paolo Abis, Antonio Cannas, Pietro Sanna e Sergio Aresu, oggi tutti assolti. "Accolgo con gioia questa notizia - dice Dettoli - dopo gli arresti presi posizione pubblicamente, perché sentivo la responsabilità di avere scelto quattro persone tra le migliori a disposizione e averle inviate per una missione che per loro si trasformò in un dramma. Ma nessuno potrà cancellare le sofferenze di questi uomini e delle loro famiglie".

Immigrazione: 2006 anno peggiore per morti sulle frontiere

 

Melting Pot, 4 febbraio 2007

 

Sono state 45 le vittime dell’immigrazione clandestina a Gennaio. 3 morti alle Canarie, in Spagna, e 7 in un naufragio in Grecia, mentre in Algeria annegano 33 persone sulle nuove rotte per la Sardegna. Allarme deportazioni collettive in Libia e in Marocco, dove una donna in cinta stuprata dalla polizia perde il bambino dopo le deportazioni collettive di Natale. Intanto a Bruxelles viene scoperto nascosto nel vano carrello di un aereo il corpo congelato di un gambiano. Dal 1988 sono morte sulle rotte per l’Unione europea almeno 7.180 persone, tra cui 2.141 dispersi. Il 2006 l’anno peggiore: 1.582 vittime contro le 822 del 2005 e le 564 del 2004.

Eid-ul-Adha - Sangue, capretto e fuochi d’artificio. Il trentuno dicembre 2006 il mondo musulmano festeggia il Sacrificio di Abramo (eid-ul-adha) e in tutto il mondo si sparano i botti per la fine dell’anno. Quale occasione migliore per bruciare la frontiera, avranno pensato ad Annaba, 500 km a est da Algeri. Nel giro di poche ore almeno 60 harraga - quelli che bruciano, come si chiamano in arabo i clandestini - partono su un paio di barche rubate a Sidi Salem lungo le nuove rotte per l’eldorado europeo, direzione Sardegna. Per arrivare sull’isola bastano una notte e 180km di mare.

Il giorno dopo sbarcano a Teulada. Stessa rotta per i 60 algerini soccorsi in acque cagliaritane due settimane dopo, il 16 gennaio, e che fanno dell’isola un nuovo punto di transito per chi viaggia senza passaporto. Il primo sbarco in Sardegna è datato 30 agosto 2006. Una barca con 17 passeggeri era approdata tra i turisti sulla spiaggia di Santa Margherita di Pula, a Cagliari. Si pensava ad un errore del timoniere. Ma da allora sono arrivati in Sardegna almeno 189 giovani algerini. Gli eventi potrebbero essere collegati all’aumento dei pattugliamenti lungo le coste occidentali di Oran, noto punto di imbarco per la Spagna, dove solo nel 2006 sono annegati in 42, oltre a 27 dispersi. Anche di Sardegna però si muore. Ad Annaba le autorità hanno ripescato i corpi di 33 ragazzi annegati, sulla rotta per Cagliari.

Buoni frutti. Secondo il Ministro degli interni Giuliano Amato la cooperazione con la Libia "sta dando buoni frutti". Il 18 gennaio sono arrestati a Tripoli 190 candidati all’emigrazione clandestina verso la Sicilia: 99 egiziani, 43 marocchini, 10 sudanesi, 27 eritrei, 4 etiopi, 3 bangladeshi e 2 tunisini. Per loro inizia adesso l’inferno. Human Rights Watch e Afvic hanno denunciato a più riprese nel corso del 2006 gli abusi commessi dalla polizia libica nei centri di detenzione per i migranti, tre dei quali sono finanziati dall’Italia.

Arresti arbitrari e senza processo, maltrattamenti, lavori forzati, torture e esecuzioni. Nelle prime due settimane di gennaio 878 arresti e 1.536 deportazioni. Da metà settembre le deportazioni sono state addirittura 8.336. Rispediti in aereo nei Paesi di origine, molti richiedenti asilo rischiano la vita, specialmente in Sudan e Eritrea. Per altri, in Niger, Sudan, Chad e Egitto, l’espulsione significa semplicemente essere abbandonati in ciabatte nel deserto, lungo una linea disegnata su una mappa.

La caccia alle streghe. Rabat ha ripulito il cortile spagnolo. Tra il 23 e il 29 dicembre 2006 almeno 450 stranieri arrestati durante retate notturne a Rabat (260) e Nador (60) e detenuti nel centre d’arrestation di Laayoun (200) sono espulsi e abbandonati nel deserto alla frontiera con l’Algeria, non lontano da Oujda. Tra loro 10 donne, di cui 3 in cinta, e 11 bambini, di cui uno disabile. I primi giorni di gennaio circa 400 persone riescono a tornare a piedi a Oujda. Raccontano di essere stati divisi per gruppi di poche decine e di essere stati minacciati dagli spari in aria delle forze marocchine a marciare verso l’Algeria, ricevendo poi lo stesso trattamento ma in direzione opposta dai soldati algerini.

Stretto tra i due fuochi, un gruppo racconta di essere stato assalito nella notte da alcuni militari algerini, che avrebbero stuprato tre delle donne. Molti migranti hanno ferite sulla testa e sotto i piedi, causate dalle manganellate ricevute durante le operazioni di espulsioni. Tutti gli espulsi sono Africani neri. Tra i deportati compaiono anche 10 rifugiati riconosciuti dall’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati) e 60 richiedenti asilo, oltre che alcuni studenti e turisti in regola con il passaporto.

Abbiamo bisogno di elicotteri. Navi, aerei e elicotteri. Li chiede il vice presidente della Commissione europea Franco Frattini per "evitare nuovi flussi di immigrati". Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, il 15 dicembre 2006 ha concluso Hera II, l’operazione di pattugliamento aeronavale congiunto in Mauritania e Senegal avviata l’11 agosto 2006. Bilancio: 57 cayucos intercettati e 3.887 passeggeri respinti verso la Costa africana, a fronte di 14.572 giovani sbarcati a bordo di 246 piroghe alle Canarie nello stesso periodo. Una missione costosa (3,5 milioni di euro) e non esente da rischi.

Le barche fermate sono obbligate a invertire la rotta. Almeno 2 delle piroghe respinte hanno visto morire di stenti metà dei passeggeri prima di riguadagnare la costa africana. Il bilancio provvisorio è di 32 morti, 50 dispersi, e decine di piroghe che per evitare i pattugliamenti aeronavali navigano fino a 300 km dalla costa africana, affidandosi a un motore 40 cavalli, un gps, e un grigri. Morire non fa più paura.

Droghe: proibizionismo a sinistra, film già visto (purtroppo)

 

Notiziario Aduc, 4 febbraio 2007

 

Comunicato stampa di Forum Droghe dopo il voto in Commissione al Senato contro la decisione del Ministro Turco di modificare le tabelle.

Ci sembra di assistere a un brutto film che speravamo di non dover vedere più: la vita dei consumatori di droghe di nuovo ostaggio della peggio strumentalità politica. Di nuovo, dopo cinque anni di centrodestra, in cui ideologia autoritaria e caccia al facile consenso l’hanno fatta da padrone, oggi di nuovo e ancora i rapporti dentro la maggioranza di governo giocano sui corpi e sui diritti soprattutto dei consumatori più giovani.

Questo ci appare il senso della smentita, grazie ai voti governativi, in sede di Commissione sanità del Senato del decreto con cui la ministra Turco ha messo mano ad uno degli aspetti più odiosi della legge Fini Giovanardi - le tabelle che servono a trasformare per legge un giovane consumatore in uno spacciatore da incarcerare. Una strumentalità vergognosa che cozza contro il programma di governo, da tutti sottoscritto, che prevede senza mezzi termini l’abrogazione della Fini Giovanardi, e che sembra dimenticare, quando attacca la ministra per aver proceduto per decreto, che proprio per decreto e con un golpe contro il parlamento la Fini Giovanardi è stata varata, un giorno dopo le elezioni!

Il decreto Turco non è che una piccola modifica a una legge che il governo si è impegnato ad abrogare in toto: cosa dobbiamo aspettarci quando si aprirà il dibattito parlamentare su questo punto del programma? Il vasto movimento che in questi anni si è battuto contro la svolta repressiva sulle droghe, contro la cultura che pensa che per prevenire e educare sia necessario il codice penale, chiede oggi con forza al governo, a Prodi, al ministro Ferrero di farsi urgentemente carico della propria coerenza, di mettere all’ordine del giorno una legge ragionevole che ci riporti in Europa e che risparmi il carcere a migliaia di consumatori. Chiediamo con forza a questa maggioranza di non essere complice degli esiti drammatici di una legge che ha in passato combattuto.

Droghe: più di 2 milioni di italiani hanno usato cocaina

 

Il Manifesto, 4 febbraio 2007

 

Stiamo ai fatti. Sono, anzi sarebbero, 2.130.000 gli italiani che hanno sniffato cocaina almeno una volta nella vita, quasi 700.000 l’avrebbero assaggiata nel corso dell’ultimo anno e oltre 286.000 l’avrebbero consumata nel solo mese di dicembre. Questi i dati Eurispes, che nemmeno sfiorano la realtà. Nel 2006, inoltre, secondo quanto detto dal Viminale, in Italia sono stati sequestrati 4.373 chili di polvere bianca (un aumento del 5,74% rispetto all’anno precedente). Ma da tempo l’Onu stima che le polizie di tutto il mondo riescono a sequestrare appena il 5% della cocaina disponibile su piazza, una percentuale molto bassa che spinge Guido Blumir, presidente del Comitato scientifico libertà e droga, a sostenere che "in Italia i consumatori sniffano una tonnellata ogni tre quattro giorni".

Tutt’altro che stupito anche Roberto Fanelli, dell’Istituto Mario Negri di Milano, che nel 2005 ha condotto uno studio secondo cui ogni giorno nel Po vengono scaricati 4 chili di cocaina. "Rispetto a due anni fa - spiega - la situazione è peggiorata. I dati sono allarmanti. Solo la città di Milano scarica nelle fogne un chilo di cocaina al giorno, che diventa un chilo e mezzo nel week-end. Il che significa che si consumano almeno 10 mila dosi ogni 24 ore".

Eppure il ministro degli Interni Giuliano Amato, candido come Biancaneve, adesso scopre che "c’è una spaventosa domanda di cocaina". Non lo fa però come ci si aspetterebbe da un ministro degli Interni. Le sue riflessioni, più che un incitamento alla repressione poliziesca (nel 2006 sono state arrestate 25.527 persone, 1.500 più dell’anno prima) sembrano un invito all’esame di coscienza collettivo. "Se la nostra collettività esprime una domanda così grande è bene che ci si rifletta - dice Amato - e l’azione di contrasto si intrecci con il terreno dell’azione privata". Ma da qui alla messa in discussione dell’impianto liberticida della pessima legge sulle droghe Fini-Giovanardi il passo è tutt’altro che breve. "Lanciare l’allarme come ha fatto Amato è strumentale - commenta Franco Corleone, presidente di Forum droghe - perché il fallimento della Fini-Giovanardi dimostra che il governo avrebbe già dovuto abrogarla".

Se la destra approfitta della scoperta dell’acqua calda e delle parole di Amato per difendere la sua legge, tocca come al solito al ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, muovere il primo passo verso il "superamento" dei danni prodotti dal governo Berlusconi. "Come la Bossi-Fini non ha ridotto ma anzi ha contribuito a far crescere il fenomeno della clandestinità tra gli immigrati, anche la Fini-Giovanardi non ha in alcun modo ridimensionato la diffusione di una sostanza come la cocaina. I numeri indicano tutto il fallimento delle politiche proibizioniste attuate dalle destre e la necessità che si intervenga con decisione sulla prevenzione, distinguendo nettamente tra spaccio e consumo anche per consentire alle forze dell’ordine di svolgere un efficace contrasto al narco traffico". Per questo Ferrero, mercoledì prossimo, presenterà alla Commissione sanità del Senato "le linee con cui superare la Fini-Giovanardi". Visti i precedenti in materia di droghe, è quanto basta per sballare i già fragili equilibri dell’Unione.

Droghe: l’Europa con un proprio modello antiproibizionista

 

Il Manifesto, 4 febbraio 2007

 

Se il ministro dell’interno Giuliano Amato avesse partecipato alla giornata di approfondimento sull’uso della cocaina organizzato da cinque cooperative romane del privato sociale (Parsec, Folias, Magliana 80, Il cammino e La tenda) e sponsorizzato dalla regione Lazio, avrebbe trasformato il suo "stupore morale" in consapevolezza.

Raddoppiato il consumo della bianca tra il 2001 e il 2005 e giunti a quota 700 mila gli italiani che ne fanno un uso regolare: sono i dati, sicuramente noti al titolare del Viminale, forniti dal Cnr per la relazione al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze dell’anno 2005. Ma di questi solo in 25 mila si rivolgono ogni anno ai Ser.T. perché il vero problema oggi è il policonsumo e il profilo medio dell’assuntore è completamente cambiato negli ultimi cinque anni. Finita "l’epoca della cocaina alla Califano", per dirla con Claudio Cippitelli del Coordinamento nazionale nuove droghe.

Un fenomeno diventato talmente massiccio (e che ha subìto un’impennata con la legge Fini-Giovanardi) da aver reso inefficaci i vecchi modelli di servizio, le comunità e i Sert, ormai incompatibili con stili di vita "normali". Per questo in Lombardia sta per decollare un progetto di riadattamento delle strutture ambulatoriali ai nuovi profili di consumatori problematici di cocaina, come racconta Riccardo De Facci (Cnca).

Provenienti da tutta Italia, in tantissimi hanno affollato il workshop attratti anche da un ospite d’eccezione: il sociologo e giornalista tedesco Günter Amendt, autore da più di 30 anni di saggi sulle sostanze stupefacenti. Nel suo ultimo libro "No drugs no future" pubblicato in Italia nel 2004 dalla Feltrinelli col sottotitolo "Le droghe nell’età dell’ansia sociale", si sofferma in particolare sulle nuove droghe, sulla "farmacolocizzazione della vita quotidiana che è il vero problema del futuro".

 

Più della cocaina e dell’eroina?

Sì, perché non sono considerate droghe e vengono catalogate piuttosto sotto la categoria "benessere". Sono i superalcolici addolciti per attrarre il pubblico giovanile e femminile, come gli alcol-pops o la Red-Bull che in Francia è stata vietata; bevande energizzanti contenenti sostanze anfetaminiche che invadono il mercato e aprono la strada a nuove tossicodipendenze; filoni di produzione esplicitamente chiamati "brian food", come quello battuto dalla Nestlé in Svizzera con il suo yogurt che agisce direttamente sull’attività cerebrale.

 

E in questi casi suggerisce il proibizionismo?

No, non funziona. Quando la Red-Bull è stata proibita in Germania, in Austria si era creato un contrabbando e la bevanda veniva prodotta in versione hard. Ma in questo caso l’offerta si può controllare e per fortuna non ci sono ancora guerre intorno a questi marchi come ce ne sono per l’oppio. Io sono per la legalizzazione della cannabis ma sono assolutamente contrario a prodotti che la contengano perché ingannano il consumatore.

Per contrastare la produzione di cocaina lei sostiene la politica di Evo Morales in Colombia che punta a legalizzare la pianta della coca, ma nel suo intervento al workshop ha negato l’utilità della proposta fatta in sede europea dalla Croce Rossa italiana di acquistare una fetta dell’oppio afghano per produrre farmaci antidolorifici ad uso di zone, come l’Africa, dove sono inaccessibili. Perché?

Perché il proibizionismo esiste in altri paesi come il Laos o la Cambogia che riassumerebbero il loro vecchio ruolo e sostituirebbero la fetta di mercato sottratta ai signori della droga afghani. Il vero problema è la proibizione.

 

Nel 2008 va in scadenza il cosiddetto Piano Arlacchi, lo schema proibizionista assunto dall’Onu con l’intento di "liberare in dieci anni il mondo dalla droga". Un fallimento completo. Cosa suggerisce ora?

L’Europa si deve sganciare dalla politica sulle droghe degli Stati uniti e deve sviluppare un proprio modello che si fondi sulla fine del proibizionismo. Se gli Usa non saranno d’accordo, vuol dire che le sostanze illegali invaderanno solo il mercato statunitense.

 

Cosa pensa invece della Fini-Giovanardi?

Solo che è una legge profondamente idiota, che fa fare all’Italia un passo indietro di 30 anni.

Droghe: aumentano sequestri di sostanze e segnalazioni

 

Il Manifesto, 4 febbraio 2007

 

Il Ministero dell’Interno ha reso noti i dati relativi ai sequestri di sostanze stupefacenti nel corso del 2006. In ambito nazionale si registra un aumento del 4,78%. Si è passati dai 31.624,614 chilogrammi del 2005 ai 33.135,097 del 2006. Come annunciato anche dal ministro Amato, sono cresciuti del 5,74% i sequestri di cocaina: 4.373 i chili del 2005 rispetto ai 4.624 dell’anno appena passato. Inoltre, aumentati del 119,19% i sequestri di marijuana (5.445,906 chilogrammi rispetto ai 2484 dell’anno precedente), mentre sono in flessione quelli di hashish e piantine (-32,605). Diminuiti anche i sequestri di eroina (1325,684 chili, -3,5%) e delle droghe sintetiche (-59,54%). Tra queste merita una segnalazione il calo brusco dell’Lsd (-83,79%). Il Viminale segnala in particolare il dato di Napoli, dove i sequestri di cocaina hanno fatto segnare un aumento del 208%.

Operazioni antidroga e segnalazioni. Sono state 20.580 le operazioni antidroga nel 2006, a fronte delle 19.845 dell’anno precedente (+3,70%). Crescono anche le persone segnalate all’autorità giudiziaria (+3,89%): Sono 32.807, di cui: 9544 stranieri (che crescono del 5,76% rispetto al 2005) e 1038 minori (in flessione del 13,72%). Aumentano gli arresti (+6,13%).

Olanda: Agenzia del Farmaco approva eroina terapeutica

 

Notiziario Aduc, 4 febbraio 2007

 

L’Agenzia olandese del Farmaco ha approvato l’uso di eroina come un medicinale per trattare le persone che hanno alle spalle una lunga storia di dipendenza dalla sostanza e ripetuti fallimenti nella cura metadonica. La decisione implica, inoltre, l’estensione degli esperimenti di distribuzione controllata della sostanza. Il Governo olandese, insieme alla Svizzera, è stato pioniere nel saggiare la possibilità di trattare gli eroinomani con la droga stessa allo scopo di combattere delinquenza e marginalità sociale.

Anche in Spagna, l’ospedale Virgen de la Nieves di Granada ha effettuato una sperimentazione di distribuzione controllata di eroina, le cui conclusioni positive sono comparse su Journal of Abuse Treatment nel novembre 2006. I buoni risultati di quell’esperienza hanno indotto i responsabili a chiedere sia un’estensione della distribuzione controllata, sia la possibilità che alcuni degli eroinomani partecipi dell’esperimento possano continuare ad assumere la sostanza per inalazione o per via orale e non tramite iniezione.

 

Precedente Home Su Successiva