Rassegna stampa 11 dicembre

 

Cagliari: detenuto s’impicca, muore dopo tre giorni in ospedale

 

L’Unione Sarda, 11 dicembre 2005

 

Era coperto con un lenzuolo e aveva un laccio da scarpe stretto attorno al collo: così, mercoledì scorso, gli agenti di Buoncammino hanno trovato Mario Melis, 40 anni, cagliaritano. L’uomo era privo di conoscenza. La corsa fino all’ospedale Santissima Trinità, il ricovero nel reparto di Rianimazione con una diagnosi che parlava di principio di strangolamento, poi quello che era parso un miglioramento: la terapia sembrava aver avuto buon esito. Il quarantenne, sieropositivo e affetto da epatite, era stato trasferito in una stanza del reparto Infettivi, sorvegliata ventiquattr’ore su ventiquattro dalla polizia penitenziaria. Qui, nei giorni scorsi, la situazione è precipitata: il paziente è morto ieri poco dopo le 13, dopo tre giorni di ricovero. Sarà un’autopsia a chiarire le cause del decesso.

A Buoncammino, Mario Melis era entrato tre mesi fa: ne sarebbe uscito fra un anno. Il 10 agosto scorso era stato bloccato dai carabinieri in via Flavio Gioia, con nove dosi di cocaina, due di eroina e quattro di metadone: accusato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, era stato arrestato. Poco dopo, la condanna: fine pena, aveva stabilito il giudice, dicembre 2006. Un termine che Mario Melis ha preferito non aspettare. "Era un detenuto molto tranquillo", racconta il direttore del carcere cagliaritano, Gianfranco Pala: "Mai dato problemi, mai manifestato segnali di malessere che potessero far sospettare intenzioni suicide. A causa delle sue precarie condizioni di salute, dovute a una lunga dipendenza dall’eroina e a infezioni da Hiv e Hcv, era tenuto sotto costante controllo". Mario Melis non era l’unico ospite di Buoncammino in ricovero al Santissima Trinità: nell’ospedale di via Is Mirrionis risultano ancora ricoverate due persone in regime di detenzione. Occupano due stanze guardate a vista dagli agenti penitenziari.

Suicidio? Morte dovuta alle infezioni in corso? Quando qualcuno muore in carcere, niente sembra essere scontato. A Buoncammino non ci si attendono grosse sorprese dagli esami necroscopici: quantomeno, però, si tratta di capire il ruolo che il principio di strangolamento può aver svolto in un quadro clinico già seriamente compromesso. Morti senza rispostaLe cronache giudiziarie, a proposito di morte in carcere, hanno consegnato alla storia alcuni casi ancora non chiari a dispetto di anni di indagini, ricerche, accertamenti. Il più celebre, riportato di recente agli onori delle cronache da due interrogazioni parlamentari ancora in attesa di risposta, è quello di Aldo Scardella: incarcerato vent’anni fa con l’accusa di aver partecipato a una rapina, il giovane cagliaritano venne trovato morto in cella con tracce di metadone nel sangue, senza che mai fosse stata accertata una sua tossicodipendenza. Ma sono morti misteriose anche quelle, più recenti, di Sergio Fadda, Claudio Camba e Claudio Murgia. Il primo, un giovane cagliaritano che scontava a Buoncammino una condanna per ricettazione, morì il 16 settembre 2001; il secondo, anch’egli in cella per ricettazione, morì la notte fra il 17 e il 18 ottobre dello stesso anno nel carcere di Iglesias; il terzo fu trovato senza vita tre giorni dopo a Buoncammino. Gli esperti nominati dal magistrato si trovarono nell’impossibilità di stabilire con certezza le cause dei decessi dovuti o a un sovra dosaggio di farmaci oppure a un cocktail di antidepressivi e medadone, alcol, fumo, oppure addirittura a gas propano aspirato dalle bombolette per i fornelli: qualche mese fa, in un’aula del palazzo di giustizia, hanno spiegato che la causa era la mancanza di reperti istologici per le analisi cliniche. Ed è mistero, ancora, sulla morte di Rinaldo Ermatosi, cagliaritano di 36 anni, morto due settimane fa nel carcere di Isili in circostanze ancora tutte da chiarire: il decesso, secondo le prime ipotesi dei medici legali, potrebbe essere dovuto a broncopolmonite o a overdose. Ma i familiari dell’uomo sostengono che non si drogasse e sollevano dubbi sui modi in cui l’amministrazione carceraria ha gestito le informazioni su quanto avvenuto. 

Salute in carcere: Corte dei Conti interviene su gravi ritardi riforma

 

Ansa, 11 dicembre 2005

 

L’attuazione della riforma della medicina penitenziaria, impostata dalla legge n. 419 del 1998 e definita dal decreto legislativo n° 230 del 1999, è ad oggi limitata alla sola parte relativa alla cura delle tossicodipendenze, che assorbe poco meno di 7 milioni di euro, trasferiti nel 2003 dal Ministero della Giustizia al Servizio sanitario nazionale. L’assistenza continua quindi ad essere erogata essenzialmente dal Ministero della giustizia mediante risorse finanziarie passate dai 139 milioni di euro del 2000 ai circa 129 milioni del 2004. La Corte dei Conti ha indagato sul ritardo nell’applicazione della riforma e oggi ha reso noti i risultati del suo lavoro. L’indagine "ha verificato tra l’altro la scarsa attenzione dedicata, da ambedue i Dicasteri, all’esecuzione della "fase sperimentale" (partita dal 2000), ritenuta invece essenziale dal decreto legislativo n. 230 del 1999, per trasferire con gradualità i compiti sanitari dalla Giustizia al Servizio sanitario nazionale. L’indagine ha anche appurato che nel medesimo periodo in cui presso il Ministero della salute erano in corso i lavori del "Comitato misto Salute-Giustizia" (insediato nell’aprile 2002 per monitorare i risultati della sperimentazione), è stata costituita ed ha iniziato l’attività (presso il Ministero della giustizia) una "Commissione mista Giustizia-Salute", con il compito di elaborare uno schema di disegno di legge diretto a ricondurre l’assistenza presso l’Amministrazione penitenziaria. Tale schema, completato dalla Commissione a fine 2003, abroga il decreto legislativo n° 230 del 1999, salvo che per la parte già operativa in materia di cura delle tossicodipendenze". 

Giustizia: sull’amnistia la Margherita apre all’appello di Pannella

 

Corriere della Sera, 11 dicembre 2005

 

Il giorno in cui la legge ex Cirielli inizia a far sentire i suoi effetti sulla popolazione carceraria, che ora potrebbe passare da 60 mila a 80 mila presenze nei prossimi 12 mesi, i detenuti di Rebibbia e di Regina Coeli chiedono a Benedetto XVI di spendersi per l’indulto come ha fatto il suo predecessore Giovanni Paolo II: "Un atto di clemenza negato, Madre di Misericordia aiutaci", c’era scritto sul cuscino di fiori collocato in piazza di Spagna sotto la statua dell’Immacolata. Sono passati 5 anni dalla vista di Giovanni Paolo II a Regina Coeli e 3 dallo storico discorso pronunciato a Montecitorio con il quale il Papa polacco chiese un atto di clemenza per i detenuti. Quel passo non c’è mai stato e se non fosse per Marco Pannella, che lunedì inizierà uno sciopero della fame per alzare il livello di attenzione sulla marcia di Natale a favore di amnistia e indulto, nessuno avrebbe osato parlare di clemenza in questo clima di campagna elettorale permanente. L’appello di Pannella (hanno già aderito Francesco Cossiga, Livia Turco e Cesare Salvi dei Ds, Giuliano Pisapia del Prc, il verde Alfonso Pecoraro Scanio, Gian Guido Folloni della Margherita, il leader dei penalisti Ettore Randazzo, Don Luigi Ciotti) ora smuove il vertice della Margherita, il partito guidato da Francesco Rutelli sempre prudente su questo tema. Eppure ieri il quotidiano della Margherita, "Europa", ha pubblicato un editoriale del direttore Stefano Menichini ("L’Amnistia, una cosa che si può fare") in cui si sollecitano "le adesioni alla marcia di Natale, che non intacca il tema sicurezza" e pone una domanda: "E la Chiesa?". Spiega "Europa", un giornale che sui temi etici non si è mai opposta all’"ingerenza" del Vaticano nella sfera temporale: "L’appello alla politica, così inerte dopo le ovazioni a Giovanni Paolo II in Parlamento, può essere esteso allo stesso mondo ecclesiastico: se di amnistia dopo Papa Wojtyla non parlò più alcun politico è vero che non ne parlarono molto neanche i porporati. E invece... una loro voce sarebbe utile".

La Costituzione prevede una una maggioranza dei due terzi a varare l’amnistia e l’indulto. Per questo i responsabili Giustizia dell’Unione non si fanno illusioni: "C’è la nostra disponibilità e possiamo fare una seria ricognizione delle volontà di tutti i partiti", dice Massimo Brutti (Ds). Giuliano Pisapia (Prc) aggiunge che "amnistia e indulto sono provvedimenti assolutamente necessari ma, vista la maggioranza richiesta, non possono essere inclusi nel programma dell’Unione". Giuseppe Fanfani (Margherita) ha presentato una proposta di legge per "l’indulto modulato": sconto massimo di un anno ma esce dal carcere solo chi ha un residuo di pena di sei mesi. 

Giustizia: nasce comitato per l’amnistia, con 3 senatori a vita

 

Apcom, 11 dicembre 2005

 

Si è costituito il Comitato promotore per la Marcia di Natale "Amnistia, giustizia e libertà". Ne dà notizia un comunicato dei Radicali. Don Antonio sarà presidente dell’organismo, del quale fanno parte anche tre Senatori a vita: Giulio Andreotti, Emilio Colombo e Giorgio Napoletano.

Altri membri del Comitato sono: il presidente dei senatori Ds Cesare Salvi; il senatore Lanfranco Turci; il presidente dello Sdi Enrico Boselli; Emma Bonino, parlamentare europea radicale; Benedetto della Vedova, presidente di Riformatori Liberali; Giuliano Pisapia, deputato Prc; don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele; Massimo Barra, Presidente Fondazione Villa Maraini; Paolo Beni, presidente nazionale Arci; Patrizio Gonnella, presidente nazionale Antigone; Stefano Anastasia, presidente Conferenza nazionale volontariato giustizia; Ciro Pesacane, portavoce nazionale Forum ambientalista; Riccardo Bonacina, direttore di "Vita"; Luigi Manconi, responsabile Area Diritti DS; Mario Marazziti, portavoce della Comunità di Sant’Egidio; Lucio Babolin, presidente Comunità Accoglienza; Sergio D’Elia, segretario di Nessuno tocchi Caino; Rita Bernardini, tesoriera di Radicali Italiani; Irene Testa, segretaria de "Il Detenuto Ignoto"; Sergio Segio, direttore di SocietàINformazione e Gruppo Abele; Riccardo Arena, conduttore di Radio carcere. 

Giustizia: i detenuti al Pontefice "Aiutaci per l’indulto"

 

L’Arena di Verona, 11 dicembre 2005

 

Un cuscino di fiori bianchi e gialli che componevano la parola "indulto", collocato ai piedi della statua dell’Immacolata in Piazza di Spagna: così i detenuti di Regina Coeli e Rebibbia hanno rivolto il loro appello a papa Benedetto XVI affinché si associ alla richiesta di indulto fatta da Giovanni Paolo II al Parlamento italiano nella sua storica visita a Montecitorio del 14 novembre 2002. Sulla composizione di fiori c’era un quadro realizzato dai detenuti e un nastro con la scritta: "Un atto di clemenza negato, Madre di Misericordia aiutaci".

Intanto ieri è entrata in vigore la legge 251 "ex Cirielli", approvata dal Parlamento il 29 novembre scorso, promulgata il 5 dicembre dal Presidente della Repubblica e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale di mercoledì. La legge prevede "modifiche al codice penale e alla legge 26 luglio 1975, n. 354, in materia di attenuanti generiche, di recidiva, di giudizio di comparazione delle circostanze di reato per i recidivi, di usura e di prescrizione". La legge è stata approvata dopo un iter durato quasi quattro anni, priva della norma cosiddetta "salva-Previti" che ne prevedeva l’applicazione anche ai processi in corso e che ha a lungo animato il dibattito politico e parlamentare.

I contenuti salienti del provvedimento riguardano la riduzione dei tempi di prescrizione per alcuni reati e l’allungamento per altri, più gravi; pene più severe per i reati di mafia e per i recidivi; l’ impossibilità per il magistrato, in taluni casi, di considerare le circostanze attenuanti generiche prevalenti su quelle aggravanti; e, infine, limitazioni o divieti - per tossicodipendenti, alcolisti e recidivi - della possibilità di beneficiare della sospensione condizionale della pena.

Duro è stato l’atto d’accusa che il primo presidente della Cassazione, Nicola Marvulli, ha lanciato all’"ex Cirielli". Parlando ad un dibattito sulla legge organizzato insieme dall’Unione delle Camere Penali e dall’Associazione Nazionale Magistrati, alla presenza di parlamentari della maggioranza e dell’opposizione, ha definito la norma "Un obbrobrio" che avrà "effetti devastanti", cancellando il 50 per cento dei processi e che perciò porterà alla "bancarotta".

E se i detenuti hanno chiesto ieri al Papa di tornare ad affrontare il tema dell’indulto, le carceri italiane rischiano un pericoloso sovraffollamento, proprio grazie all’"ex Cirielli". Una situazione che lo stesso ministro della Giustizia Castelli, favorevole all’"ex Cirielli", ha denunciato chiedendo più fondi al governo per le carceri e declinando le proprie responsabilità sul quello che potrebbe accadere. E sulla legge sulle recidive è intervenuto anche il vicepremier Fini, annunciandone cambiamenti per non entrare in contrasto dalle nuove disposizioni contro la droga, il cui disegno di legge è all’esame del Parlamento. E sui cui Fini ha invocato il voto di fiducia. 

Roma: viaggio a Rebibbia femminile, inferno in terra...

di Peppe Mariani, Consigliere regionale dei Verdi

 

Panorama, 11 dicembre 2005

 

È stato orrore puro quello che ho vissuto venerdì con Maria Antonietta Grosso, presidente della commissione Politiche sociali, nel corso della visita a Rebibbia femminile durante il giro delle strutture penitenziarie della regione. Il carcere femminile sta scoppiando: più di 400 detenute occupano uno spazio che potrebbe accoglierne 270; oltre la metà sono straniere: cinesi, africane, e parlano solo la propria lingua. Per queste donne pagare la colpa si traduce nell’assenza totale di rapporti sociali e affettivi, perché non ci sono traduttori.

Il personale penitenziario è sott’organico e lavora con estrema difficoltà, fa turni da massacro e non arriva comunque a garantire il minimo livello qualitativo, nonostante competenze soggettive di intervento a tutto tondo in ambito istituzionale, amministrativo, burocratico, sanitario.

Ho registrato l’assenza totale di ogni forma di sostegno; i mediatori culturali mancano da un anno; i volontari spesso non sono professionalizzati e creano aspettative inevitabilmente disattese con conseguenze drammatiche: dolore, rabbia, depressione, esplosioni di violenza.

 

La condizione sanitaria è devastante, nell’inferno Rebibbia femminile

 

Molte detenute sono tossicodipendenti o prostitute che convivono, a volte inconsapevoli, con la malattia; spesso il loro stato di salute si intercetta per la prima volta solo in carcere; le malattie da contagio in aumento esponenziale, il sovraffollamento, le condizioni di vita inumane, determinano uno stato di rischio elevatissimo.

Il livello di attenzione sanitaria dovrebbe essere un "codice rosso" e invece è spesso intralciato dalla stessa burocrazia: se si salta una lastra, perché manca una firma o non c’è personale per condurre la detenuta a farla, possono passare anche mesi prima che sia possibile ottenere di nuovo la prestazione sanitaria. Ho incontrato una donna con aids conclamato e il ventre gonfio per un carcinoma. L’incompatibilità con il regime penitenziario è più che evidente, ma manca un documento che lo dimostri e per il magistrato, ligio alla scienza del diritto, è "conditio sine qua non" per decidere della sua vita. Quindi lei rimane in carcere, esponendo sé stessa al dolore e le altre al rischio quotidiano del contagio; il suo diritto alla salute, alle cure è violato.

Ho incontrato una ragazza che non ha potuto fare il colloquio con il suo uomo, detenuto al "maschile", perché non c’era personale che potesse accompagnarla fino al parlatorio, a pochi metri di distanza; il suo diritto all’affettività è mutilato.

Le donne detenute non sono "grandi criminali". Sono emigranti, tossicodipendenti, o, comunque, colpevoli di piccoli reati; sono persone anziane, che lavorano a maglia e cercano di tenere la cella pulita, di costruirsi un angolo di vita normale in un ambiente degradato e fatiscente, di simulare come possono una vita decente che è loro negata.

Le donne detenute sono spesso l’anello più fragile di una catena di delinquenza familiare; pagano le azioni scellerate degli uomini della loro famiglia, la subordinazione imposta dalla crudeltà maschile, espiano la colpa dello stato di dipendenza nell’affetto parentale. Il disagio sociale si respira insieme all’odore delle malattie e della convivenza forzata in spazi insufficienti.

Ci sono i bambini nel carcere femminile: ce ne sono 16, ora. Il più piccolo ha 20 giorni, sua madre 19 anni. I bambini vivono in galera e quando, al compimento dei tre anni, vengono allontanati dalle madri, nessuno si occupa di loro, degli effetti psicologici della detenzione e del distacco; dopo la separazione è difficilissimo per la madre rivedere il proprio figlio, affidato di frequente a case famiglia o a parenti che per distanza, deprivazione economica, affettiva o sociale, non sono in grado di mantenere il rapporto con la detenuta.

Le detenute dello "speciale" non urlano, non gridano i propri bisogni, non convivono con malattie tremende; loro chiedono che vengano mantenute le promesse, come i corsi professionali o quello di alfabetizzazione informatica; domandano di non dover pagare le tasse universitarie, che comprendono tra l’altro, anche una quota di tassa regionale; vorrebbero riferimenti certi e non parole di impegno senza riscontro reale fatte da politici in passerella che, ogni tanto, le vanno a trovare.

Come Virgilio nel suo viaggio negli inferi, girone dopo girone, ho incontrato le colpevoli nel loro castigo; ma io non sono un poeta, e lo stupore è diventato partecipazione, la partecipazione tormento, il tormento indignazione.

 

Come si può essere arrivati a questi livelli punitivi di tribolazione e di sfiducia?

 

Come possono gli esperti del dolore e della prevenzione fare convegni senza avere la misura dell’ingiustizia e del rischio che si corre (che corriamo tutti noi, che crediamo di far parte di una società civile) di assistere impotenti ad esplosioni di rabbia e aggressività per reazione ai diritti negati? Come è possibile aver visto quest’inferno senza uscirne sconvolti e indignati, senza vergognarsi di non fare nulla? È ormai irrimandabile istituire un osservatorio regionale sulle carceri che abbia come protagonisti principali coloro che vivono il carcere quotidianamente, detenuti e operatori.

La Regione dovrà accertare con la struttura del Garante, depositaria anche di funzioni di budget e bilancio, tutto quello che viene fatto e non fatto; dovrà verificare le condizioni di vita delle detenute e dei detenuti e l’attuazione e la validità di corsi professionali finalizzati al reinserimento e al recupero di autostima e dignità.

Un’interrogazione al Consiglio regionale, la richiesta di un consiglio straordinario con la presenza del Garante e degli assessori sarà il mio primo, immediato, passo per scrivere la parola fine alla galera della vergogna, dell’isolamento, della malattia, della deprivazione. Nessun peccato è tanto grave da dover essere pagato con l’inferno in terra. 

Giustizia: nuovo attacco alla ex Cirielli: "è un obbrobrio…"

 

Il Tempo, 11 dicembre 2005

 

"La ex Cirielli è un obbrobrio che rischia di portare alla bancarotta della giustizia in Italia". Questo perché, una volta entrata a regime la norma che riguarda la prescrizione, "il 50% delle pendenze in Cassazione va in fumo". Sono dure le parole di Nicola Marvulli, primo presidente della Cassazione, che da Roma durante un convegno organizzato dall’Unione delle Camere penali, ha denunciato assieme a magistrati e avvocati gli effetti negativi che le nuove norme su prescrizione e recidiva produrranno. Un confronto durante il quale Marvulli ha anticipato anche che "la Cassazione potrà prendere iniziative sui limiti di applicazione delle norme" della ex Cirielli, in particolare "se l’esclusione dell’applicabilità ai procedimenti pendenti in Cassazione sia compatibile con l’articolo 3 della Costituzione", quello che stabilisce l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Secondo il presidente della Suprema Corte "questa legge aveva un padre e uno scopo: ora il padre è un ex, lo scopo è stato abbandonato. Se mi chiedete se questa legge sia utile, vi rispondo che come cittadino non l’ho capito, come magistrato ho capito che non serve alla giustizia". La legge, sostiene Marvulli, è stata "stravolta nel contenuto".

Ma nel mirino del primo presidente della Cassazione ci sono anche le norme sui recidivi, ricordando che "normalmente i recidivi sono la "bassa forza della delinquenza" e raramente mi è capitato di incontrare un boss con un lungo certificato penale. Ma ora - ha lamentato - si è tolta al giudice la possibilità di graduare la pena: insomma abbiamo fatto un salto nel buio". L’attacco all’ex Cirielli non si ferma. "Non credo che a breve questo obbrobrio sarà cancellato dal legislatore. Me lo auguro, ma ho deboli speranze". "Certo - ha aggiunto il primo presidente della Cassazione - il lavoro dei magistrati diventerà più semplice", perché saremo "notai nell’applicazione della pena. Ma credo che a questo la società si ribellerà", ha aggiunto.

Marvulli ha lamentato anche la mancanza di un confronto con gli addetti ai lavori sulla ex Cirielli. "Perché - ha chiesto ancora il primo presidente della Cassazione - non si ascolta la voce degli operatori del diritto prima di sedersi al tavolo della politica?". Marvulli ha auspicato quindi una "riflessione". Ma non solo sulla ex Cirielli: "anche sulla legittima difesa - ha avvertito - c’è un’aberrazione e poi c’è la proposta Pecorella (che prevede l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento) che stravolge il giudizio di Cassazione". Le parole di Marvulli, però, non sono destinate a cadere nel vuoto. Il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini, infatti, intervenendo alla Conferenza sulle droghe di Palermo, è stato categorico: "Avevamo colto anche noi e io personalmente ne ero cosciente che nell’ex Cirielli c’è una norma che punisce i recidivi e non menziona affatto che molti recidivi sono proprio ex tossicodipendenti, mentre nel ddl stralcio sulle droghe, a riprova che non è certamente una norma che porta in galera i tossicodipendenti, c’è la previsione di uscire dal carcere per seguire percorsi di recupero a richiesta. Modificheremo quindi l’ex Cirielli e la uniformeremo al testo della legge". Del resto, anche il ministro della Giustizia Roberto Castelli era stato chiaro nei giorni scorsi: con questo provvedimento, aveva detto in sintesi, il rischio è che le carceri scoppino e i soldi per far fronte a questa emergenza non ci sono. Quindi l’allarme lanciato proprio alla Conferenza di Palermo: un detenuto su quattro in Italia, aveva avvertito Castelli, è tossicodipendente. 

Sofri: storia di una disgrazia annunciata, di Andrea Marcenaro

 

Panorama, 11 dicembre 2005

 

Grazia sì, grazia no, grazia forse. Un dibattito estenuante divide da anni i politici dei due schieramenti: l’uomo condannato per l’omicidio Calabresi può tornare in libertà? Ora Ora con la grave malattia che ha colpito l’ex leader di Lotta continua, il balletto è ricominciato. Con qualche sorpresa.

Adriano Sofri resta in coma farmacologico. Calato, cioè, in quel piacevole mistero della scienza per cui ti stoppano l’anima il meno possibile, nella ragionevole speranza di restituirtela il prima possibile dentro un corpo risanato. Sindrome di Boerhaave, hanno diagnosticato Mauro Rossi e gli altri stimatissimi medici dell’ospedale Santa Chiara di Pisa nella notte tra il 25 e il 26 novembre. Aveva lacerato 5 centimetri di esofago al detenuto inondandogli buona parte del corpo di acidi, succhi gastrici, batteri e chissà quali altre diavolerie. Quanto l’abbia avvelenato nel momento in cui si scrive ancora non si sa.

Esseri umani di destra, di centro o di sinistra, tutti hanno sperato che il detenuto Sofri fosse rimasto avvelenato pochissimo, molto meglio se niente. E tutti hanno sperato che la sfangasse. Lo sperano tuttora. Condannato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, il giudice di sorveglianza gli ha intanto sospeso la pena. Ventidue gli anni di reclusione, più di otto quelli già scontati. "Un’ovvia misura di umanità" ha commentato in fretta e quasi unanime il milieu politico. Un attimo dopo essere stata informata che la sindrome Boerhaave aveva colpito Sofri, l’Italia politica è stata colpita, lei, dalla sindrome Sofri. Un’altra volta. L’ennesima.

Dargli la grazia? Non dargli la grazia? Un balletto non privo di trivialità si stava rinnovando fra il garbuglio di tubicini di un letto d’ospedale e nell’indifferenza più totale dei familiari in ansia. "Mi ero convinto da tempo della necessità di graziare Sofri" ha voluto dichiarare il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano sabato 26. Un rispettabilissimo percorso del pensiero reso vagamente incomprensibile dai tempi dell’esternazione: che cosa c’entra la salute del condannato con i motivi per cui concedere una grazia? Al balletto, questo va aggiunto subito, si è altrettanto rigorosamente sottratta una seconda famiglia con un cognome non qualsiasi: Calabresi.

Dovrebbero piantarla. È passato sufficiente tempo per poter decidere in un senso o nell’altro. O anche per lasciarla perdere, la grazia. Bastava scegliere. Invece no. La grazia sì, ma no. No, ma sì. Sì, ma dopo. Dopo, ma forse. Forse, ma non ora. C’è sempre stata un’elezione in agguato, per la classe politica: amministrative, politiche, europee, referendum, altre amministrative, altre politiche, altri referendum... Il popolo elettore avrebbe potuto non gradire. Cosicché la danza continua. Doverosa l’avvertenza per chi legge: chi scrive è da molto tempo amico di Sofri. E quello che segue è un noioso promemoria non privo forse di una qualche utilità.

Se una cosa è chiara è che Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani sono stati condannati definitivamente per omicidio. Se un’altra cosa è chiara è che i magistrati chiamati a sentenziare hanno espresso, sugli stessi fatti, giudizi opposti. Per 11 anni di seguito. Prima sentenza a Milano nel 1990: condanna. Appello nel 1991: condanna. 1992: il presidente della Corte di cassazione affida il ricorso alle Sezioni unite. La più solenne istanza della magistratura italiana smonta le condanne con una sentenza che fa tuttora testo nei manuali e rinvia il processo a una diversa sezione milanese della Corte d’assise di appello.

Nuovo processo nel 1993: assoluzione. Il giudice a latere Ferdinando Pincioni, contrario all’assoluzione e messo in minoranza, viene incaricato di stendere le motivazioni della sentenza. Le stende in maniera tecnicamente detta "suicida". Spiega cioè l’assoluzione esaltandone i motivi contrari. Nel 1994 la Cassazione non può che annullare. Non è sbagliata l’assoluzione, spiega, sono i motivi che la sorreggono a essere, appunto, "suicidi". Altro processo: novembre 1995, Milano condanna gli imputati a 22 anni. 22 gennaio 1997 la Quinta sezione della Cassazione conferma. Il 24 gennaio Sofri e Bompressi entrano nel carcere di Pisa.

Sofri era stato a lungo a Sarajevo e poi in Cecenia. Entrambi i posti si offrono di ospitarlo. Rifiuta l’offerta e si presenta in prigione. Il 29 gennaio Pietrostefani rientra volontariamente da Parigi per fare a sua volta ingresso in carcere. Nel dicembre 1997 viene presentata istanza per la revisione del processo. Marzo 1998, Milano dichiara inammissibile l’istanza. Ottobre 1998, la Cassazione annulla la sentenza di Milano e riapre il caso Sofri. Sull’ammissibilità deciderà Brescia. Marzo 1999, Brescia dice no alla revisione. In aprile, respinge la richiesta di revoca dell’inammissibilità.

Maggio 1999, la Quinta sezione della Cassazione cancella l’inammissibilità decisa a Brescia e ordina che la discussione sulla revisione del processo abbia luogo a Venezia. Agosto 1999, la Corte d’appello di Venezia accoglie la richiesta di revisione del processo e ordina la scarcerazione degli imputati. Gennaio 2000, la Quarta sezione della Corte d’appello rigetta l’istanza di revisione. Sofri torna in carcere. Ecco, non si può davvero dire che l’iter dei processi si sia concluso con una sentenza "oltre ogni ragionevole dubbio". 

Giustizia: un bilancio dei 30 anni della riforma penitenziaria

di Emilio Di Somma, vice capo del dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria

 

Le Due Città, 11 dicembre 2005

 

30 anni fa entrava in vigore la legge 354/75, che ha segnato la svolta del sistema penitenziario italiano. A questa riforma, che ha introdotto nuove Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, è dedicato l’editoriale scritto dal vice capo del Dap, Emilio Di Somma, e pubblicato sull’ultimo numero del periodico dell’Amministrazione Penitenziaria Le due città.

Per ventisette anni dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana la "vita penitenziaria" è stata governata dal Regolamento per gli istituti di prevenzione e di pena, approvato con R.D. del 18 giugno 1931. Un regolamento ispirato ad una filosofia di applicazione della pena che vedeva nelle privazioni e nelle sofferenze fisiche gli strumenti per "favorire l’educazione ed il riconoscimento dell’errore e per determinare nel reo, attraverso il ravvedimento, un miglioramento personale".

È di tutta evidenza, quindi, che l’affermazione costituzionale del principio di umanizzazione della pena faticò molto ad attecchire in un contesto normativo in cui ancora avevano un valore preminente i principi di segregazione, separazione dalla società libera, violenza quantomeno nel senso di disposizioni che "violavano" le più elementari regole del rispetto della dignità della persona, centralizzazione burocratica dell’amministrazione penitenziaria. Si spiega allora perché il cammino verso l’approvazione della legge 26 luglio 1975, n. 354 sia stato lungo, sofferto e contrastato e perché soltanto agli inizi degli anni ‘70 cominciano a farsi strada disegni di legge che muovono nella direzione di un vero cambiamento di rotta.

Con la riforma del 1975 muta radicalmente la filosofia dell’esecuzione della pena e si afferma un’impostazione che ricalca quella delle "Regole minime per il trattamento dei detenuti" approvate nel gennaio del 1973 dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e revisionate nel febbraio del 1987, con il titolo di "Regole penitenziarie europee". L’operazione ideologica che viene compiuta consiste essenzialmente nel porre al centro di tutto l’impianto normativo l’uomo detenuto e non più, come accadeva nel Regolamento del 1931, la dimensione organizzativa dell’amministrazione penitenziaria.

Vengono, quindi, posti in rilievo i valori dell’umanità e della dignità della persona, quelli dell’assoluta imparzialità e della parità delle condizioni di vita, nasce il principio della individualizzazione del trattamento che deve rispondere ai bisogni della personalità di ciascun soggetto, trattamento che costituisce un vero e proprio diritto per il detenuto, come aspetto del più generale diritto alla rieducazione cui corrisponde un obbligo di fare per l’amministrazione penitenziaria. E potrei proseguire elencando le scelte di civiltà contenute in questa bella legge che hanno dato concretezza ai principi costituzionali e che hanno elevato di molto la qualità e la dignità del difficile lavoro di tutto il personale impegnato nella realizzazione di questo affascinante progetto e di questa avvincente scommessa.

La mia personale esperienza professionale coincide pienamente con i trent’anni di vita della riforma penitenziaria e come fresca e attuale è la legge freschi e vitali sono l’impegno e l’entusiasmo che tutto il personale pone nella complessa impresa di concretizzazione dei principi in essa contenuti.

Di questa legge si potrà dire che è fallita quando, realizzata in ogni sua parte, risulterà aver dato esiti negativi. Ma la legge del ‘75 non è stata ad oggi compiutamente realizzata per difficoltà oggettive, vuoi per complessiva inadeguatezza vuoi per l’incidenza di fenomeni contingenti o endemici, sicuramente gravi, che hanno a volte indotto ad assecondare i timori di una opinione pubblica non correttamente informata.

L’oscillare dell’indeciso pendolo tra esigenze di sicurezza e esigenze di trattamento, le difficoltà - o la nostra incapacità - di trovare un possibile punto di equilibrio tra la giusta necessità di punire e la utile risocializzazione, tra la certezza della pena e la sua flessibilità in funzione della possibile evoluzione della personalità di chi ha infranto le regole del vivere civile, dimostrano che vi è una quantità enorme di lavoro ancora da svolgere. E però in questo gravoso impegno ci deve sostenere la profonda consapevolezza che ci muoviamo, lentamente, su di una base solida, civile e giusta, che dobbiamo lavorare con convinzione, con professionalità crescente e con passione, che il cammino è sicuramente ancora lungo ma che senza alcun dubbio vale la pena di percorrerlo tutto.

È evidente che tre decenni di esperienza, di errori e di successi, possono e debbono servire per migliorare ciò che c’è da migliorare, eliminare ciò che va eliminato, introdurre ciò che agevola il perseguimento degli obiettivi che devono rimanere quelli sanciti in Costituzione e richiamati nella legge. Ciò che sicuramente non si deve fare, perché sarebbe un vero delitto, è trasformare il carcere della speranza, in cui questo Paese ha creduto e crede, nel carcere dell’illusione! 

Droghe: quella legge non s’ha da fare, di Roberta Pizzante

 

Galileo, 11 dicembre 2005

 

È lotta aperta al consumo di droga in Italia. Al motto di "tolleranza zero" i leader della maggioranza di governo, capitanati dal ministro per i rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, si sono dati appuntamento dal 5 al 7 dicembre a Palermo per la IV Conferenza nazionale sulle tossicodipendenze. Obiettivo: discutere dei problemi connessi alla diffusione delle sostanze stupefacenti e psicotiche e rilanciare l’approvazione della proposta di legge Fini sulle droghe, ferma da giungo in Commissione Bilancio al Senato. Le forze dell’opposizione, gli operatori dei servizi pubblici, le società scientifiche e le associazioni legate ai cartelli "Diritti di strada" e "Non incarcerate il nostro crescere", però, hanno boicottato l’appuntamento e chiesto un ritiro immediato della proposta. Ma il governo non ne vuole sapere e preme per far diventare legge il ddl Fini entro la fine della legislatura, anche a costo di ricorrere al voto di fiducia.

È servita a poco, dunque, la riduzione del ddl dai 106 articoli iniziali a uno stralcio di 20. Secondo le associazioni, infatti, i punti critici restano tutti. Nessuna differenza tra droghe pesanti e leggere, equiparazione del consumo personale allo spaccio e adeguamento del servizio privato a quello pubblico. "Rispetto alle norme attuali viene reintrodotto il principio della dose minima giornaliera, si stabilisce cioè la quantità che ogni cittadino può detenere prima di incorrere in sanzioni penali", spiega Andrea de Angelis, presidente di Antiproibizionisti.it. "Con la reintroduzione della modica quantità, abrogata da un referendum popolare nel 1993, chiunque venisse colto con anche solo 3 grammi di marijuana incorrerebbe in sanzioni penali, come se si trattasse di uno spacciatore".

Al posto delle attuali 6 tabelle delle pene per detenzione, che distinguono gli stupefacenti in base alle diverse caratteristiche ed effetti, infatti, il ddl ne propone solo 2 che fanno riferimento non alla quantità della sostanza ma del principio attivo ed eliminano ogni distinzione tra droghe pesanti e leggere. Risultato: chi viene colto con 250 milligrammi di marijuana o hashish rischia da 6 a 20 anni di carcere come chi detiene 500 milligrammi di coca. "Le soglie fissate dalle tabelle bloccherebbero ogni tipo di sperimentazione, come quella avviata recentemente a Roma dal Policlinico Umberto I, e impedirebbero a migliaia di malati di potervi ricorrere", continua de Angelis. "Gravissime poi le conseguenze sul sistema penitenziario. Il 30 per cento dei detenuti nelle carceri italiane è tossicodipendente, circa 17.000 persone. Se il ddl passasse, porterebbe a un incremento di circa 20.000 unità".

Ma non finisce qui. La proposta Fini prevede anche un maggior accesso alle misure alternative al carcere per il tossicodipendente che ha commesso reati. Potrà esserci la sospensione per condanne fino a 6 anni (oggi il limite è 4) per consentire ai detenuti tossicodipendenti di passare dal carcere alla comunità. Ma come si farà convivere questa norma con la ex Cirielli, che invece impedisce la concessione degli arresti domiciliari o dell’affidamento in prova in comunità per i tossicodipendenti recidivi?

Infine c’è il problema dell’equiparazione del privato sociale alle strutture pubbliche come i Sert. Con il ddl, infatti, anche le comunità di recupero potranno certificare la tossicodipendenza e predisporre il piano terapeutico. "Ciò è abbastanza insolito dal punto di vista giuridico e chiama in causa la questione finanziamenti, che vanno sempre più verso i privati", spiega Franco Corleone, presidente di Forum Droghe, "Ci sono molte comunità che hanno bisogno di risorse, ma l’attacco rivolto ai Sert è un chiaro tentativo di condannare il ricorso al metadone e di favorire il business delle grandi comunità". Secondo Corleone, è necessario pensare a politiche alternative di riduzione del danno e di depenalizzazione del consumo. "I trattamenti devono mantenere i tossicodipendenti in società e non rinchiuderli in carcere o in comunità. La propaganda elettorale del governo non è un messaggio educativo per i giovani, verso i quali si deve fare informazione, prevenzione ed educazione, non repressione".

La strada scelta dall’Italia nella lotta alla droga, d’altronde, è diversa da quella del resto d’Europa. "Progetti seri di riduzione del danno come le narco salas spagnole e la somministrazione controllata di eroina a Zurigo hanno ridotto l’incidenza di morti per overdose e i reati connessi alla tossicodipendenza", conclude Andrea de Angelis. "E un anno fa lo stesso Parlamento europeo ha approvato la "relazione Catania" sulla strategia dell’Ue in materia di droghe, che critica il fallimento delle politiche attuali chiedendone la revisione sul modello delle strategie alternative applicate da alcuni Stati membri". 

Droghe: cosa cambia dopo la Conferenza di Palermo?

 

Vita, 11 dicembre 2005

 

La novità più rilevante è la disponibilità del governo a non inserire le tabelle nella legge stralcio e di modificare la ex Cirielli. Modifiche alla legge ex Cirielli, stralcio delle tabelle che fissano le quantità di droga oltre le quali si configura lo spaccio: Gianfranco Fini da Palermo ha annunciato che il governo intende recepire i suggerimenti giunti dalla Conferenza nazionale e modificare la proposta di legge in discussione in Parlamento, che però, sottolinea con forza, deve essere approvata entro la fine della legislatura, anche a costo di porre la fiducia.

La Conferenza, spiega Fini, "è stata utile" perché "coloro che si sono confrontati a Palermo hanno dato suggerimenti giusti" che infatti sono stati recepiti dal governo. Il riferimento è, soprattutto, alle critiche rivolte, nei loro interventi, da don Egidio Smacchia della Fict e da Andrea Muccioli di San Patrignano, oltre che dalla gran parte degli operatori, del servizio pubblico come di quello privato, che hanno partecipato alla tre giorni palermitana.

"Avevamo colto anche noi - dice Fini - personalmente ne ero cosciente, che nella ex Cirielli c’è una norma che punisce i recidivi e non menziona il fatto che molti recidivi sono ex tossicodipendenti". Invece "nello stralcio al ddl, a riprova che non è certamente una norma che porta in galera i tossicodipendenti, c’è la previsione di uscire dal carcere per seguire percorsi di recupero, e quindi modificheremo la ex Cirielli per uniformarla al testo della legge".

L’ipotesi, si apprende da fonti bene informate, è di fare la modifica attraverso un emendamento al ddl sulle tossicodipendenze, che abrogherebbe l’articolo 8 della ex Cirielli che fa riferimento all’art. 94/bis del dpr 309/90 (testo unico sulle tossicodipendenze). Il vice premier ha quindi confermato che chiederà la fiducia sul ddl stralcio "se sarà necessario per superare il prevedibile ostruzionismo di una parte dell’opposizione. Non ho dubbi - ha detto - sul fatto che la maggioranza concorda sul testo, quindi l’eventuale ricorso alla fiducia è solo per affrontare in modo aperto la discussione, anche alla luce del fatto che non manca molto alla fine della legislatura". Quanto alle tabelle che fissano la quantità di sostanza stupefacente al di sopra della quale si prefigura lo spaccio, Fini annuncia che "saranno predisposte successivamente". Più precisamente, come ha reso noto il ministro Carlo Giovanardi che ha la delega alle politiche antidroga - il governo farà un decreto ministeriale, successivo all’approvazione del ddl, proprio per stabilire le tabelle. "È giusto - dice dal canto suo Fini - che siano gli esperti, i tossicologi, a stabilire la quantità di droga che prefigura lo spaccio e non l’uso personale". Nel ddl, però, avverte, "rimangono le sanzioni amministrative per chi fa uso personale di droga e ci saranno misure penali nei confronti di chi spaccia" e "rimarrà il principio che non esistono droghe buone e cattive, droghe leggere e pesanti, ma saranno elencate tutte le sostanze stupefacenti". "A noi - spiega ancora - non interessa in questo momento stabilire la quantità, interessa stabilire il principio che si volta pagina, e che non accadrà mai più quello che è accaduto sin qui in conseguenza di uno dei più sciagurati referendum che siano mai stati voluti e, ahimè, ratificati dal popolo italiano. Capisco - continua - che gli eredi di quella cultura politica ci dicano "fermatevi", ma credo che operatori, famiglie, cittadini comprendano la ragione per cui abbiamo deciso di andare avanti. E di proseguire nel confronto con tutti, tranne che con chi è in malafede". "Non vogliamo - ha ribadito - punire col carcere chi fuma uno spinello", ma "la droga va combattuta senza se e senza ma". E sulla necessità di "intervenire con durezza contro i trafficanti di morte, contro gli spacciatori, contro chi vuole rubare il futuro ai nostri giovani" ha insistito anche Giovanardi, che ha parlato di "successo" della Conferenza nazionale, alla quale, ha reso noto, hanno partecipato 1.180 operatori del pubblico e del privato, rappresentanti di 116 enti privati accreditati e 208 enti pubblici.

Il ministro ha anche teso una mano a chi ha deciso di non partecipare in polemica con il governo: "Chiediamo il concorso di tutti - ha detto il ministro - anche di chi ha organizzato le contromanifestazioni di questi giorni, affinché insieme a noi portino avanti questo percorso". Percorso nel quale il governo intende chiedere la collaborazione proprio di tutti: Fini ha rivolto un appello agli "opinion leader giovanili", affinché "facciano sentire la loro voce, facciano capire che drogarsi non è un diritto". "Tutti coloro, cantanti, sportivi, che possono indurre un giovane a non fumare la sua prima canna, a non farsi la sua prima pasticca, a non inalare la sua prima striscia, a non farsi il suo primo buco, davvero la facciano, perché è un problema di coscienza".

 

 

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