Rassegna stampa 3 agosto

 

Castelli: mille agenti arriveranno nei penitenziari del nord

 

Ansa, 3 agosto 2004

 

Nell’incontro di oggi a Milano con le rappresentanze sindacali della polizia penitenziaria, il ministro della Giustizia Roberto Castelli - secondo quanto sostiene la Fps-Cisl in una nota - ha "riconosciuto che in Lombardia il numero degli agenti nelle carceri è carente in rapporto al numero dei detenuti e ha assicurato un migliaio di nuove assunzioni per le regioni del nord".

"Abbiamo elencato al ministro tutti problemi che da mesi stiamo denunciando - ha detto Pietro Paris, segretario regionale della Fps-Cisl - ossia la carenza di personale penitenziario, amministrativo ed educativo, il personale distaccato fuori regione senza valido motivo, e i ritardi nel pagamento delle indennità". Il sindacato ha, inoltre, invitato il ministro a ridefinire le piante organiche, giudicate non adeguate: "Ne abbiamo sottolineato la necessità affinché il nuovo personale venga assegnato realmente agli istituti più carenti".

Salerno: lettera dal carcere "Non mi fanno vedere mio padre"

 

La Città di Salerno, 3 agosto 2004

 

"Voglio vedere mio padre". La richiesta del giovanissimo Andrea Principale, 22 anni, figlio di Matteo, 50 anni, giunge da dietro le sbarre del carcere di Fuorni. L’angrese, detenuto dal giugno del 2003, ha scritto una lettera dal carcere in cui è rinchiuso con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’estorsione. Il giovane Andrea ha così dato inizio allo sciopero della fame per ottenere una visita del padre Matteo. Quest’ultimo è detenuto a Benevento. "Non possono togliermi un mio diritto e l’affetto di un familiare" scrive Andrea Principale. La richiesta di vedere il padre è stata rigettata dagli inquirenti: Matteo Principale è detenuto a Benevento perché coinvolto nella stessa indagine. I Principale furono destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare richiesta dalla Dda. Secondo gli inquirenti Matteo Principale chiedeva le tangenti e Attilio prestava soldi "a strozzo".

Nuoro: tensione in carcere, agenti aggrediti da un detenuto

 

L’Unione Sarda, 3 agosto 2004

 

Prima un pugno in faccia a un agente attraverso le sbarre della finestrella, poi il secondo al collega che si ritrova con la frattura di un dito della mano. Succede nel carcere di Badu ‘e Carros dove due agenti sono stati aggrediti da un detenuto slavo. Entrambi hanno dovuto fare ricorso alle cure dei medici. I due agenti erano in servizio nel penitenziario nuorese nel pomeriggio di domenica. Le urla ripetute provenienti da una cella hanno attirato l’attenzione dell’agente di guardia che si è avvicinato per rendersi conto della situazione. Appena dalla grata della finestrella ha fissato lo sguardo all’interno della cella, un detenuto gli ha sferrato un pugno, dritto al volto. L’agente avrebbe riportato la frattura del setto nasale.

Visto il disordine, a quel punto altri agenti hanno raggiunto la cella dove il detenuto slavo dava in escandescenze. Hanno cercato di portarlo fuori per accompagnarlo in una cella d’isolamento in modo da lasciare tranquilli i compagni con cui condivideva la stanza. Ma la sua ira violenta è esplosa un’altra volta. Si è scagliato contro un altro agente colpendolo alla mano e procurandogli la frattura di un dito. Il detenuto è stato poi bloccato e la situazione è tornata alla normalità. Ma l’episodio, che ripropone con urgenza il problema della sicurezza nel penitenziario, suscita una crescente paura tra gli agenti di Badu ‘e Carros.

Si tratta, infatti, della seconda aggressione che viene registrata nell’arco di due mesi, a dimostrare che il clima nel penitenziario diventa sempre più pesante. I sindacati denunciano la preoccupazione tra gli operatori, costretti a lavorare in condizioni precarie. "Se ce ne fosse bisogno è l’ennesima dimostrazione del livello minimo di sicurezza che vige oggi a Badu ‘e Carros", scrivono in una nota Cisl, Uil, Sappe e Sinappe. Esprimono "piena solidarietà ai due poliziotti vittime del clima esistente nell’istituto nuorese".

E rilanciano le richieste sollecitate più di una volta, l’ultima in occasione della protesta della scorsa settimana davanti alla Prefettura. I sindacati "sollecitano i vertici dell’amministrazione penitenziaria perché vengano inviate a Nuoro le unità di personale necessarie a ripristinare la sicurezza nel carcere per chi opera e per chi vive". Il dipartimento centrale dell’amministrazione ha riconosciuto che nel carcere di Nuoro c’è una carenza di 12 agenti ai quali vanno aggiunti i 16 distaccati in altri istituti. In base a questi dati - sottolineano Cisl, Uil, Sappe e Sinappe - "manca almeno una trentina di unità che ripristinerebbe il numero minimo per garantire sicurezza e vivibilità a Badu ‘e Carros".

L’aggressione di domenica segue il pestaggio avvenuto due mesi fa a Badu ‘e Carros. A giugno un gruppo di carcerati ha denunciato il pestaggio di un ergastolano siciliano da parte di un agente. In realtà, vittima dell’aggressione era stato l’agente. L’episodio è stato al centro di un incontro con i sindacati che hanno espresso solidarietà alla vittima e chiesto un incontro urgente con i vertici dell’amministrazione penitenziaria per fare il punto sulla situazione all’interno del carcere. Quindi la mobilitazione culminata con il sit-in della scorsa settimana al quale hanno partecipato anche consiglieri comunali e provinciali. Su Badu ‘e Carros, entrambe le assemblee hanno votato un ordine del giorno che sollecita interventi urgenti per colmare i vuoti d’organico, dare stabilità alla direzione e garantire condizioni di sicurezza.

Pubblicato il libro "Voci da dentro. Storie di donne dal carcere"

 

Le Monde Diplomatique, 3 agosto 2004

 

Adriana Lorenzi (Edizioni Lavoro, 2004 - 8 euro)

 

Basato sull’esperienza di un gruppo di lavoro creato all’interno del carcere femminile di Bergamo, Voci da dentro. Storie di donne dal carcere di Adriana Lorenzi raccoglie la storia delle donne che hanno frequentato il laboratorio di scrittura organizzato dalla stessa autrice. La prima sezione del libro è dedicata a raccontare il percorso del laboratorio costruito all’interno del carcere. La storia di vita non è una biografia, scrive l’autrice raccontando l’esperienza fatta dietro sbarre e chiavistelli, "qui non è in gioco l’eccezionalità ma l’unicità dei soggetti, un’unicità che chiede di essere narrata ed esposta allo sguardo degli altri".

E aggiunge: "Nei suoi diari segreti Ludwig Wittgenstein afferma che chi non è disposto a scendere nella profondità di se stesso, perché ciò fa soffrire, non può risolvere i problemi della vita e deve allora rimanere in superficie senza la capacità e il coraggio di soffrire: ma in superficie i problemi rimangono irrisolti". Ne emerge un libro capace di essere toccante senza diventare "di denuncia", di rompere lo steccato tra ciò che è socialmente considerato normale e ciò che non lo è. Alla fine, di nessuna delle partecipanti conosceremo la "vera" storia. Di ognuna rimane una traccia, una lettera al marito o il ricordo della nascita del primo figlio. Perché Voci da dentro raccoglie i frammenti senza tirare le somme. "Posso dire - si legge verso la fine - che hanno vinto la sfida di provare a scrivere per riconoscersi e farsi riconoscere: non abituate a riflettere sul passato si sono cosi tanto impegnate che al momento della scrittura nella nostra stanza calava una pace di concentrazione e al termine i volti apparivano rossi per la fatica, sudati per lo sforzo e infine sudati per il risultato raggiunto.

"Io ho finito, basta non ce la faccio più" sentenziava ogni volta Mimosa alzandosi per fare un giro nel corridoio, fumare una sigaretta mentre il labbro smetteva di tremarle come quando era china sul foglio".

La violenza sulle donne in Europa, articolo di Ignacio Ramonet

 

Le Monde Diplomatique, 3 agosto 2004

 

Succede in Europa. Le violenze contro le donne, commesse da "partner intimi di sesso maschile", hanno dimensioni allucinanti. Tra le cause di morte delle donne di età compresa tra i 16 e i 44 anni, le brutalità commesse tra le mura domestiche sono in testa alle statistiche, prima degli incidenti stradali e del cancro...

A seconda dei paesi, la percentuale delle donne vittime di sevizie varia dal 25 al 50% circa. In Portogallo ad esempio, le donne che dichiarano di aver subìto violenze da parte del marito, amante o convivente sono il 52,8%. In Germania, ogni anno si denunciano quasi trecento casi di donne assassinate dai loro conviventi: tre vittime ogni quattro giorni.

Nel Regno unito il conto è di una ogni tre giorni; in Spagna una ogni quattro giorni, cioè quasi cento all’anno. In Francia, ogni mese sei donne - una ogni cinque giorni - muoiono per le violenze di un uomo tra le mura domestiche: un terzo accoltellate, un altro terzo uccise con armi da fuoco e le altre strangolate (20%) o pestate a morte (10%) (1). Complessivamente, nei quindici stati dell’Unione europea (prima dell’allargamento a 25) ogni anno quasi 600 donne (poco meno di 2 al giorno) hanno perso la vita in seguito ad atti di brutalità sessista in famiglia (2).

Il profilo degli aggressori spesso non corrisponde alle idee più diffuse sull’argomento. Per deformazione ideologica, molti attribuiscono le tendenze omicide a individui di scarsa istruzione, provenienti dai ceti più disagiati. Le cose però stanno diversamente. Lo dimostra, ad esempio, il dramma dell’attrice Marie Trintignant, uccisa il 6 agosto 2003 dal suo compagno, un celebre artista. A quanto si afferma in un rapporto del Consiglio d’Europa, "si direbbe persino che l’incidenza della violenza domestica aumenti in proporzione diretta al reddito e al livello d’istruzione". E si sottolinea che in Olanda "quasi metà degli autori di atti di violenza contro le donne hanno un titolo di studio di livello universitario" (3).

In Francia, secondo le statistiche, gli aggressori sono in maggioranza uomini che detengono un certo potere grazie alla loro funzione professionale. Tra questi si nota una proporzione molto elevata di dirigenti (67%), di professionisti in ambito sanitario (25%) e di ufficiali della polizia o dell’esercito (4).

Altro luogo comune: si pensa che nei paesi "maschilisti" del Sud dell’Europa le violenze sessiste siano più frequenti rispetto agli stati del Nord. Anche qui c’è da fare qualche distinzione. Di fatto, sembra che tra i paesi europei la Romania sia quello in cui la violenza domestica contro le donne è più grave, con 12,62 casi di omicidi di questo tipo all’anno per ogni milione di cittadine di sesso femminile.

Ma paradossalmente, in questa sinistra graduatoria, subito dopo la Romania figurano paesi in cui i diritti delle donne sono più ampiamente riconosciuti, come la Finlandia, dove ogni anno 8,65 donne per ogni milione di cittadine finlandesi sono assassinate nel chiuso delle mura domestiche. Nell’ordine seguono la Norvegia (6,58), il Lussemburgo (5,56), la Danimarca (5,42) e la Svezia (4,59). L’Italia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda sono invece agli ultimi posti.

In ogni caso, tra tutti i flagelli mondiali questo tipo di violenze è il più equamente ripartito: lo si trova in tutti i paesi, in tutti i continenti e presso tutti i gruppi sociali, economici, religiosi e culturali. Certo, può anche accadere che a loro volta le donne siano violente nei confronti degli uomini. Non c’era bisogno delle immagini delle torture inflitte dalle soldatesse ai detenuti del carcere di Abu Ghraib, in Iraq, per sapere che esistono purtroppo anche donne torturatrici (5). E si potrebbe aggiungere che neppure i rapporti omosessuali sono esenti da violenze. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, sono le donne ad essere vittime dei maschi.

Questa violenza - sulla quale da tempo le organizzazioni femministe cercano di attirare l’attenzione dei governanti (6) - ha raggiunto su scala planetaria un tale grado di gravità che deve oramai essere considerata come una delle maggiori violazioni dei diritti della persona umana; e rappresenta inoltre un importante problema di salute pubblica. Anche perché alle aggressioni fisiche, che certo sono le più sanguinose, si devono aggiungere quelle psicologiche: minacce, intimidazioni e brutalità sessuali; e sono molti i casi in cui questi diversi tipi di aggressioni si sommano. Il fatto che per lo più le vittime subiscano queste violenze in casa propria ha sempre costituito per le autorità un facile pretesto per lavarsene le mani, qualificandole come "problemi inerenti alla sfera privata". Ma un atteggiamento del genere equivale al rifiuto collettivo di soccorrere persone in pericolo. È una scandalosa ipocrisia. Ormai sappiamo tutti che il privato è politico, e che questo tipo di violenza è il riflesso di una storica disuguaglianza dei rapporti di potere tra uomini e donne, dovuti in particolare al patriarcato: un sistema fondato sull’idea di un’"inferiorità naturale" della donna e di una "supremazia biologica" dell’uomo. È da questo sistema che nasce la violenza. E per superarlo occorrono leggi appropriate. Alcuni obiettano che ci vorrà tempo. Allora, perché non incominciare subito, istituendo, come chiedono molte organizzazioni femministe, un tribunale internazionale permanente per le violenze inflitte alle donne?

 

(1) Rapporto Henrion, ministero della salute, Parigi, febbraio 2001.

Si legga anche Elisabeth Kulakowska, "Violenze sessiste fra le pareti domestiche", Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2002

(2) Si leggano i rapporti: "Mettre fin à la violence contre les femmes, un combat pour aujourd’hui", Amnesty International, Londra 2004; Les Violences contre les femmes en France. Une enquête nationale, La Documentation française, Parigi, giugno 2002; e Le rapport mondial sur la violence et la santé, in particolare il capitolo 4, "La violence exercée par des partenaires intimes". Organizzazione mondiale della sanità, Ginevra, 2002

(3) Olga Keltosova, Rapport à l’Assemblée parlementaire sur les violences domestiques, Consiglio d’Europa, Strasburgo, settembre 2002.

(4) Rapport Henrion, op. cit.

(5) Si legga Gisèle Halimi, "Tortionnaire, nom féminin", Libération, Parigi, 18 giugno 2004

(6) Si veda, ad esempio, il testo "La violences envers les femmes: là où l’autre monde doit agir", presentato dalla Marcia mondiale delle donne al Forum sociale mondiale di Porto Alegre nel gennaio 2002. Testo integrale sul sito: www.marchemondiale.org

Con nuova legge carcere e sanzioni per chi abbandona gli animali

 

Repubblica, 3 agosto 2004

 

Fino ad ora era solo una pratica odiosa e incivile sanzionata da ammende irrisorie. Ma da oggi chi abbandona gli animali rischia il carcere. Pubblicata ieri nella Gazzetta ufficiale, la legge, approvata dal Senato l’8 luglio, segna una svolta. Per chi abbandona gli animali, le nuove regole prevedono infatti l’arresto fino a un anno o un’ammenda da 1.000 a 10mila euro. E sono pene applicate anche per detenzione incompatibile con la natura degli animali e produttiva di grandi sofferenze. Il testo viene a mettere un punto fermo in una piaga che colpisce ogni anno 350.000 animali, mentre i randagi, in Italia, sono almeno 2 milioni, con punte in Emilia Romagna, Campania, Calabria Puglia, Sicilia e Lazio.

La legge fissa anche un altro fondamentale punto a favore degli animali: il maltrattamento diventa "delitto". Una novità che cancella la possibilità di estinguere il reato con una semplice ammenda e allunga la prescrizione a 5 anni (7 e mezzo se prorogata) a fronte degli attuali 2 (3 se prorogata).

Sul fronte dei numeri, per quanto riguarda i maltrattamenti in generale, in sei mesi, secondo l’ultimo rapporto dell’Enpa, sono stati 41.667 gli animali coinvolti in casi di maltrattamento di cui 2.267 cani e 249 gatti. Trentamila gli animali uccisi di cui 201 cani e 181 gatti.

Altro capitolo importante riguarda i combattimenti e competizioni tra animali. La legge stringe le maglie della prevenzione: reclusione da 1 a 3 anni e multa da 50mila a 160mila euro per chi promuove, organizza o li dirige. Aumento di un terzo della pena se presenti minorenni, persone armate o promozioni video.

Secondo la Lega Antivivisezione, che ha fortemente voluto la legge, sono 15.000 gli animali sfruttati ogni anno in Italia nei combattimenti clandestini, di cui 5.000 cani condannati a morte certa, con un business legato alle scommesse e al commercio dei campioni che frutta alla criminalità organizzata quasi 800 milioni di euro.

Gran Bretagna: morte assistita, rispetto per il volere del malato

 

Ansa, 3 agosto 2004

 

I medici non possono decidere da soli il limite tra la vita e la morte dei pazienti terminali e comunque ci deve essere la presunzione che un paziente vuole rimanere vivo. Si chiama Giudice Munby il magistrato che ha deciso di garantire ai pazienti il potere di decidere sul loro destino e ha tolto ai medici quello di indicare il limite in cui la cura diventa una violenza e la macchina che aiuta a respirare o ad alimentarsi una tortura inutile.

Dovrà essere un giudice a consentire che questo avvenga. Un sentenza innovativa che pone nuovi dubbi e nuovi problemi riassunti dal Times nel commento: la giustizia non è sempre il miglior giudice. Chi è "in estasi" per la decisione è Leslie Burke, 44 anni di Lancaster, colpito da una forma degenerativa al cervello, che non giudicava sufficientemente garantiste per il malato le direttive attuali.

Queste indicano che i medici, la cui organizzazione ha già annunciato ricorso contro la sentenza, non sono obbligati a portare avanti i trattamenti che ritengono inutili o un peso per i malati terminali in termini di "qualità della vita".

Burke invece voleva essere sicuro che nessun intervento esterno, una volta persa la coscienza, potesse interrompere il suo diritto di vivere fino alla fine, si trattasse di due giorni o due settimane in più. La sentenza sostituisce il concetto di "qualità" con quello di "intollerabilità".

Se il trattamento che prolunga la vita produce alcuni miglioramenti alla situazione generale, questo deve essere portato avanti fino a quando la situazione non diventi "intollerabile" dal punto di vista del malato.

E se esiste anche un minimo dubbio questo deve essere risolto garantendo la vita. A seguito della sentenza i medici dovranno attenersi alla decisione del malato se questi ha espresso la volontà in questo senso. Se non lo ha fatto e non è più in grado di farlo, i medici devono continuare a curarlo fino alla verifica che la situazione è diventata "intollerabile".

In casi di dubbi e di pareri diversi sarà la Corte a intervenire. Il Times, che dedica all’argomento un articolo in prima ed un lungo editoriale, sottolinea che la legge che governa la morte assistita è necessariamente opaca, dopo che le tecnologie hanno reso meno facile identificare la linea che divide la vita dalla morte.

Fino ad ora la gente è stata contenta di affidare le responsabilità ai medici. Ed anche se un dottore che aiuta un malato a uccidersi rischia anni di carcere sono migliaia ogni anno i malati che muoiono più facilmente dopo aver ricevuto dosi di sedativi o che non vengono sottoposti a tentativi di rivitalizzazione.

Qualche volta il paziente è consenziente, qualche volta, rileva il giornale per il quale il nuovo procedimento indicato dall’Alta corte potrebbe diventare un terreno minato. I giudici, infatti, "non hanno più conoscenze o autorità morale dei medici. Per le associazioni dei disabili la sentenza "è una grande vittoria perché molta gente temeva che le proprie volontà fossero poco rispettate. Da tempo i tribunali britannici si trovano a dover intervenire su una serie di episodi legati al diritto di vivere o al diritto di morire. Uno dei più noti risale a due anni fa quando una donna paralizzata dal collo in giù aveva visto riconosciuto dall’Alta Corte, con una sentenza che aveva fatto storia, il diritto di decidere il distacco delle apparecchiature che la tenevano in vita. La donna di 43 anni, ex dipendente dei servizi sociali, era ricoverata da un anno in ospedale in seguito alla rottura di un vaso sanguigno all’altezza del collo che l’aveva completamente paralizzata bloccandole anche la capacità di respirare autonomamente. Secondo i medici la donna aveva solo l’1% di probabilità di migliorare; aveva così deciso di chiedere l’autorizzazione a morire staccando le apparecchiature. I medici sostenevano invece che, se avessero avuto tempo, avrebbero potuto cercare di migliorare la qualità della vita della malata, il che avrebbe potuto portare ad un suo cambiamento di idea. Un altro caso clamoroso era stato quello di Dyane Pretty che aveva domandato alla magistratura britannica, vedendo respinta la sua richiesta, di autorizzare il marito ad aiutarla a morire. La Pretty, colpita da una sclerosi gravissima nel 1999, aveva chiesto in più sedi, compreso Strasburgo, di poter morire con dignità.

Il lavoro di poliziotto penitenziario, articolo di Roberto Martinelli*

 

Non è un tema semplice parlare del carcere perché la reclusione come esecuzione della pena comminata all’autore del reato e la conseguente questione penitenziaria in generale sono quasi sempre rimosse dall’opinione pubblica, che vive queste realtà con grandissimo distacco e vi si accosta solo quando fanno notizia nei momenti patologici come evasioni e aggressioni, tragici casi come i suicidi, o per la risonanza data da detenuti e inchieste eccellenti. Ancora più difficile è, per i non addetti ai lavori, parlare di chi lavora al suo interno, parlare delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria.

Ci definiscono secondini, guardie carcerarie o, quando va bene, agenti di custodia -definizioni che non ci appartengono perché retaggio di un passato superato - non sapendo che ci chiamiamo semplicemente poliziotti penitenziari. Pensano che siamo belve, killer, picchiatori. Siamo invece donne e uomini di un corpo di polizia dello stato, che nonostante gravi carenze di organico, deficienze di strutture e di mezzi, rappresentano lo Stato stesso nel difficile contesto delle galere. Siamo le persone che, statisticamente, in ogni istituto penitenziario d’Italia, ogni mese, sventano circa dieci tentativi di suicidi posti in essere da detenuti.

Ma, questo, nessuno lo dice. Nonostante la cronica carenza di organico e le mille difficoltà operative-strutturali, tra i detenuti, con compiti di sorveglianza e trattamento, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, c’è il personale di polizia penitenziaria. Il carcere, oggi, si configura quasi come una discarica sociale, un grande magazzino dove la società, senza eccessive remore, continua a riversare tossicodipendenti, malati di Aids, extracomunitari, malati di mente, pedofili, mafiosi e camorristi, prostitute, travestiti e transessuali.

Tutto ciò, insomma, che non si vuole vedere sotto casa e nelle strade.

In mezzo a loro, spesso isolato se non dimenticato, il più delle volte anche giovane, l’agente di polizia penitenziaria, che deve rappresentare la dignità e la legalità dello stato, la legge. La rappresenta da solo, con la sua divisa, con la sua coscienza professionale, con il suo coraggio, con il suo rischio. Rappresenta, dunque, la legge e la sicurezza della società. Rispetto ovviamente tutte le figure professionali che operano all’interno del carcere, ma sottolineo l’importanza del personale di polizia penitenziaria, perché è questo personale che garantisce tutta una serie di attività realizzate nei momenti in cui non vi sono altri operatori penitenziari.

Penso alla sera, quando può verificarsi un tentativo di suicidio (come si è verificato e si verifica, purtroppo, abbastanza frequentemente) o quando il detenuto riceve un mortificante telegramma dalla famiglia che incrina la sua serenità. In tali momenti, insieme a quel detenuto, non vi sono gli educatori o gli assistenti sociali, ma gli agenti di polizia penitenziaria, pur risultando sotto organico rispetto al sovraffollamento di detenuti nelle carceri italiane (quasi 57 mila, alla fine di luglio 2004: e questo dato mette una pietra tombale sui fallimenti di indultino e dei braccialetti elettronici di controllo).

Se il carcere è, in qualche misura, la frontiera ultima, la più esposta del sistema-giustizia, all’interno del sistema carcerario il personale di Polizia penitenziaria costituisce la barriera estrema. Siamo noi quelli che stanno in prima linea, che stanno nelle sezioni detentive, che stanno in contatto quotidiano con i detenuti 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, quelli cui viene affidato, dal nostro sistema giudiziario, un compito indubbiamente più complesso rispetto alle altre forze di polizia, senza naturalmente nulla togliere al lavoro importantissimo svolto dai colleghi e dalle colleghe appartenenti a queste altre forze dell’ordine.

È necessario metterlo in evidenza, perché la rivendicazione del ruolo, del significato, del prestigio e dell’importanza del corpo di polizia penitenziaria, di una sua professionalità crescente, di una sua dignità sempre più alta, deve partire dalla considerazione della specificità dei nostri compiti istituzionali. Allorché l’agente della polizia di stato, il carabiniere o il finanziere, che svolgono una funzione fondamentale per la difesa dello stato e delle sue istituzioni, nel corso della loro giornata lavorativa hanno un incontro con il nemico dello stato, con il criminale, si tratta di un incontro che è, per un verso, eventuale e peraltro, quando si verifica, limitato nel tempo. Si riduce al momento dell’arresto, della perquisizione, dell’interrogatorio.

Viceversa, il compito dell’agente di polizia penitenziaria, nel confronto anche e soprattutto fisico con chi rappresenta, in un modo o nell’altro, il nemico dello stato, colui che ne ha violato le leggi, si svolge giorno dopo giorno, anche a Natale, Capodanno, Pasqua e Ferragosto, di notte, minuto per minuto. Questa è già, di per sé, la ragione di una difficoltà, di una complessità, di una tensione, la ragione vuoi pure di un rischio che non ha confronto. Mentre all’agente della polizia di stato, al carabiniere o al finanziere, lo stato chiede -e si tratta di un incarico estremamente difficile, che ha a che fare principalmente con la sicurezza e la legalità- di catturare chi ha violato la legge e di rinchiuderlo in prigione, all’agente di polizia penitenziaria -ecco la difficoltà e la specificità- affida compiti che talvolta sembrano tra loro in contraddizione.

Egli deve, in quella frontiera esposta che è il carcere e, come dicevo, spesso isolato se non dimenticato, rappresentare la dignità e la legalità dello stato. È lì, ripeto, solo e spesso di giovane età, a simboleggiare la legge di fronte al nemico dello stato. Lo fa, ribadisco, da solo, con la sua divisa, con la sua coscienza professionale, con il suo coraggio, con il suo rischio. Il nostro agente impersona, dunque, la legge e la sicurezza della società, ma nello stesso tempo gli si chiede un’altra cosa: di far sì che il nemico diventi un amico. È un po’ la quadratura del cerchio. Non basta che egli rappresenti la sicurezza della società, deve esprimere anche la speranza, l’offerta di una possibilità di recedere dalla proprie scelte.

Con una mano lo stato rinchiude il detenuto e lo allontana dalla collettività, con l’altra lo invita a rientrarvi attraverso il recupero, la rieducazione, il reinserimento nella vita civile. Questo agente dunque, molte volte solo, incompreso, dimenticato, rappresenta la legge dello stato e la speranza della società, la punizione del delitto commesso, ma anche qualcosa di molto alto, che è l’essenza della civiltà e lo spirito della nostra Costituzione: vale a dire la fiducia nel fatto che colui che ha violato la legge non la violi più. Sarebbe una meschina vittoria se lo stato non dovesse fare altro che punire quanti continuamente violano la legge senza riuscire a riaffermare, presso costoro, i valori civili e la speranza umana.

Si tratta di un compito che presenta difficoltà senza pari, un compito arduo e insieme straordinariamente nobile. Un compito che ci pone di fronte all’imperativo di fondo: l’essenza della riforma del 1990, cioè la qualificazione professionale, l’innalzamento del livello di professionalità degli appartenenti al corpo di polizia penitenziaria che non hanno altre armi da contrapporre al nemico, al detenuto, se non la ricchezza delle proprie acquisizioni culturali e la complessità della formazione professionale.

Si chiede alle donne e agli uomini della polizia penitenziaria, a questi rappresentanti dello stato, di fronteggiare il mafioso, il sequestratore di persone, il narcotrafficante, nei cui confronti dobbiamo rappresentare l’inflessibilità, la durezza, l’implacabilità della giustizia che si riafferma sul delitto. Allo stesso tempo ci viene domandato di avere a che fare con il tossicodipendente, di capire i drammi umani complessi, problematici, di intere generazioni di giovani che l’emarginazione e la disperazione hanno spinto sulla strada della droga. E i sieropositivi, i malati di mente, i disagi sociali degli extracomunitari... Quanti problemi umani, anche drammatici, dobbiamo ogni giorno affrontare!

È un momento difficile per l’amministrazione penitenziaria, ma anche esaltante, perché vediamo finalmente, con l’entrata in servizio dei commissari e vice commissari della polizia penitenziaria, il necessario completamento di un percorso professionale che la legge di riforma aveva lasciato monco. Si celebra, insomma, l’avvio di un cammino sul quale la dignità, il livello professionale, il prestigio del corpo devono essere riconosciuti sempre più ampiamente e interamente.

Abbiamo avviato un cammino, ma altri passi vanno fatti su questa strada per arrivare ad avere ciò che tutti aspettiamo: un corpo di polizia penitenziaria del quale si riconosca pienamente, senza nessuna riserva sul piano giuridico, economico, sul piano della formazione, dell’addestramento e dell’aggiornamento professionale, senza nessuna riserva sul piano dell’apprezzamento da parte della società civile, in maniera ampia, completa e incondizionata, si riconosca dunque non soltanto l’appartenenza totale alla famiglia dei corpi di polizia del Paese, ma soprattutto il ruolo irrinunciabile e più esteso nella lotta contro la criminalità e per la difesa della legalità.

Ne sono stati fatti di passi in avanti, nel senso che con la riforma del 1990 il corpo di polizia penitenziaria ha cominciato ad uscire dal perimetro del carcere, ha cominciato ad uscire dal muro di cinta entro cui secoli di emarginazione ci avevano segregati e abbandonati, per assolvere con notevole professionalità e alto senso del dovere ai compiti di traduzione e piantonamento dei detenuti. Il nostro è stato un cammino spesso tragico, sempre impostato in difesa delle Istituzioni democratiche repubblicane ed al rispetto delle leggi dello stato, come dimostrano anni e anni di duro e spesso misconosciuto servizio e i tanti e tanti sacrifici di sangue.

Quanti ne sono morti di appartenenti alla polizia penitenziaria, quanti ne sono morti di quelli che allora venivano chiamati agenti di custodia e vigilatrici! Così come innumerevoli sono stati i morti tra i carabinieri, gli agenti della polizia di stato, i magistrati, i politici, i giornalisti, tutti accomunati nella stessa battaglia e nello stesso sacrificio in difesa della democrazia e delle istituzioni. Il corpo di polizia penitenziaria ha dimostrato, con questo, non soltanto di costituire un grande baluardo in difesa della società contro la criminalità, ma anche di avere in sé tutti i numeri, le capacità, le risorse, gli strumenti per impegnarsi ancora di più nella lotta contro la criminalità, per impegnarsi non soltanto dentro il carcere, ma anche fuori del carcere.

Rivendichiamo con forza, perché siamo convinti di essere sulla strada giusta, una presenza attiva e significativa in tutti gli organismi di lotta contro la criminalità che sono stati giustamente elaborati in questi anni, come la divisione investigativa antimafia; in definitiva, in tutti i momenti più importanti nei quali lo Stato è impegnato totalmente contro la criminalità. Diciamo, con forza e convinzione, che laddove, all’interno o fuori del carcere, lo stato, di cui noi siamo servitori, è impegnato nella lotta contro la criminalità, organizzata e non, lì noi vogliamo essere presenti per fare la nostra parte, per fare per intero il nostro dovere.

Vogliamo essere presenti al fianco della polizia di stato, al fianco dei carabinieri, al fianco della guardia di finanza, nell’ottica di un effettivo coordinamento tra le forze di polizia, al fianco dei magistrati e di quanti altri lottano per questi ideali di civiltà e di giustizia, contro chi li offende e li aggredisce mettendo così in discussione e in pericolo le basi stesse della nostra civile convivenza. L’idea, l’immagine lontana nei tempi, offensiva e inaccettabile, di un ragazzo che senza qualificazione professionale e con una chiave in mano passeggiava solo e triste in una sezione per aprire e chiudere una porta, è un’immagine che non ci appartiene più; semmai ci è appartenuta: è l’immagine di un passato che abbiamo superato.

Certo, ha avuto luogo senza dubbio una crescita della coscienza, non solo culturale, nel corpo di polizia penitenziaria, dovuta all’inevitabile ricambio generazionale e all’assunzione di nuovo e più qualificato personale. A questa elevazione culturale non ha però corrisposto un adeguato orientamento dell’attività formativa. Il Sappe - Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria, l’organizzazione maggiormente rappresentativa della categoria, si batte per un aumento degli organici, per una sottolineatura forte delle occasioni di formazione professionale nei molteplici campi che vedono gli agenti di polizia penitenziaria impegnati. Non ci sfugge che l’organico influisce sulla formazione professionale perché quanto minore è questo, tanto più difficile diviene perseguire momenti di formazione professionale senza incidere pesantemente sui servizi irrinunciabili degli istituti.

Momenti di formazione professionale che vanno dall’insegnamento dell’attività di polizia giudiziaria, che deve essere impartito agli allievi agenti giunti nelle scuole e costituire la docenza cardine del corso di formazione, all’aggiornamento normativo del nuovo regolamento penitenziario (DPR 30 giugno 2000, n. 230), da ogni innovazione legislativa in materia di procedura penale e diritto penitenziario all’attivazione concreta dei corsi di specializzazione del corpo, previsti dai contratti di lavoro, ma non ancora realizzati (elicotteristi, sommozzatori). Vogliamo essere impegnati costantemente in corsi di addestramento e aggiornamento professionale, a vantaggio esclusivo della sicurezza delle strutture penitenziarie.

Su questo piano è possibile un utile lavoro di riflessione, così come trovare insieme le soluzioni più adatte all’interesse del corpo, all’interesse dell’amministrazione, nell’ottica di uno sviluppo della riforma che rappresenti realmente un progresso per l’amministrazione. Noi, donne e uomini che indossiamo la divisa della polizia penitenziaria con professionalità, spirito di sacrificio e un senso del dovere -consentitemelo- davvero non comune, rappresentiamo, nonostante tali carenze, fieri di farlo, lo Stato e le sue leggi nel complesso universo delle carceri.

Come Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria - Sappe, interverremo in tutte le sedi per il rispetto dei diritti inviolabili degli appartenenti al corpo e per l’accrescimento professionale dei nostri compiti istituzionali, che non sono più solamente quelli -se mai lo sono stati, peraltro- di aprire e chiudere i cancelli o le celle, anche se qualcuno, per ignoranza o in malafede, non vuole capirlo...Riteniamo che sia un obbligo intervenire, nel rispetto del mandato dei nostri iscritti e dello statuto del sindacato, a garanzia e tutela dei diritti e dell’incolumità delle persone e dei lavoratori.

Questo perché il Sappe. è realmente convinto che il ruolo sociale che un sindacato tradizionalmente occupa, possa oggi essere svolto in maniera adeguata solo attraverso la riaffermazione di interessi particolari intorno a un progetto globale e funzionale, che coniughi una serie multiforme di attese e debite pretese, salvaguardando la dignità intrinseca nei ruoli e la necessità di una interdipendenza funzionale. Che sappia convogliare la sua settorialità all’interno del più vasto e complesso mondo della giustizia italiana. Che si faccia carico, insomma, della globalità degli aspetti e dei contesti in cui si è immersi per ricostituire, in qualche modo, una civiltà del vivere, partendo proprio da un ambiente -il carcere- che tale condizione ha drammaticamente smarrito.

 

*Roberto Martinelli

Segretario Generale Aggiunto

Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

 

 

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