Newsletter n° 5 di Antigone

 

Newsletter numero 5 dell'Associazione "Antigone"

a cura di Nunzia Bossa e Patrizio Gonnella

 

Sul mandato d'arresto europeo, editoriale di Mauro Palma

Osservatorio Parlamentare, a cura di Francesca D'Elia

Novità dal Difensore Civico Penitenziario

Il primo Rapporto sulle condizioni di detenzione in Catalogna, di Susanna Marietti

Brevi, a cura di Nunzia Bossa

Sul mandato d'arresto europeo, di Mauro Palma

 

Non tira un buon vento sull'Unione Europea. L'imminente allargamento avverrà, ormai appare certo, senza che gli stati membri abbiano adottato uno schema comune di idealità, principi e norme operative che ne costituisca l'ossatura teorica, oltre che la possibilità pratica di agire in modo coeso. La situazione resta delimitata da pilastri e paletti definiti dagli attuali trattati, senza che l'Unione abbia una identità giuridica che le permetta, per esempio, di essere parte della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Lo sono tutti i suoi membri individualmente, ma non la loro Unione e qualora, come alcuni auspicano, si allargasse in futuro fino a comprendere qualche stato non europeo, questo non sarebbe automaticamente vincolato al rispetto di quei diritti che tale Convenzione tutela. è solo un esempio, per dire che se è vero che il burocratico e voluminoso testo, impropriamente proposto come Costituzione europea, lascia pochi rimpianti, è altrettanto vero che il vuoto che rimane dopo il recente scontro e il sostanziale abbandono del percorso fin qui fatto non può essere salutato positivamente neppure dai suoi critici più feroci.

Perché resta in piedi soltanto l'Europa della cooperazione economica e monetaria, mentre di quella politica e sociale non se ne vede alcuna praticabile fisionomia. La stessa Carta di Nizza, che veniva inserita come capitolo nel voluminoso testo, resta soltanto una solenne dichiarazione senza effettiva connotazione normativa e fondativa di un soggetto comune. In questo contesto si inserisce la vicenda dell'attuazione negli ordinamenti nazionali del mandato d'arresto europeo. Uno spazio politico europeo non è dato solo da comuni istituzioni, ma dalla condivisione di principi di libertà, di giustizia, di cooperazione sociale oltre che economica. La cooperazione giudiziaria è parte essenziale della costruzione di una identità politica europea. Ma, proprio il valore attribuito a tale cooperazione richiede che si veda l'azione del "rendere giustizia" come garanzia dei diritti di tutti e non la si restringa alla mera funzione repressiva. Partire dal mandato d'arresto è, quindi, un po' partire dal punto terminale: E tale perplessità era già stata formulata da alcuni quando il provvedimento aveva subito una accelerazione in sede europea.

Perché, infatti, proprio di accelerazione si è trattato: il provvedimento ha avuto una spinta in avanti sulla scia della tragedia dell'11 settembre 2001 e si è mosso in parallelo con quello volto a estendere gli strumenti di lotta al terrorismo. Ora, quando è in gioco la libertà personale, anche se all'interno di un provvedimento necessario, le attenzioni e le garanzie non sono mai troppe. Anche perché i normali strumenti di estradizione tra gli stati membri dell'Unione, esistono, sono ben funzionanti e sono stati semplificati in anni recenti. Laddove l'estradizione non si è avuta sarebbe bene interrogarsi sul perché piuttosto cercare il modo per vanificare l'ostacolo incontrato. Il nuovo sistema dovrà essere - così si legge nelle sue premesse - rapido e semplice. E considerazioni di rapidità e semplicità sembrano aver dettato il testo che la Commissione giustizia della Camera ha esaminato a fine novembre: di fatto un mero recepimento - così recita anche il titolo - della decisione europea approvata a Laeken lo scorso anno. All'opposto, cautela, ma anche sostanziale diffidenza verso i propri partner europei, emerge dal testo che la Commissione ha poi approvato e inviato alla discussione in aula.

Anche il titolo è cambiato: non più un mero recepimento, ma norme necessarie per conformare il diritto interno alla decisione europea. Naturalmente, essendo il primo un testo proposto dai democratici di sinistra e il secondo il frutto della penna del presidente della Commissione, lo scontro è stato declinato in linguaggio nostrano. Dirsi, quindi, a favore di molti punti di cautela che sono stati introdotti rischia di apparire fiancheggiatore di chi si suppone voglia concedere qualcosa agli umori provinciali della Lega o tutelare qualcuno ben noto da incursioni di magistrati europei. Eppure per molti aspetti, il testo adottato pone delle condizioni condivisibili e necessarie: che il mandato sia eseguito nel contesto del rispetto dei principi e delle disposizioni della nostra Costituzione nonché della tutela dei fondamentali diritti alla libertà e al processo equo, garantiti dalla citata Convenzione europea. Ribadirle non vuol dire tacciare gli attuali altri stati membri di iniquità o di illiberalità; vuol dire piuttosto tutelare ogni persona anche in futuro da ogni impropria applicazione, rapida, efficace, ma forse non troppo attenta al valore della libertà personale.

Del resto esso riprende largamente un testo elaborato dall'Unione delle camere penali e presentato da Rifondazione, teso a evitare che per i reati per i quali è previsto il mandato europeo si attenui quel presupposto che il nostro ordinamento prevede per la privazione della libertà: l'esistenza di gravi elementi indiziari e di effettive temporanee esigenze cautelari. L'elenco delle 32 aree di reati che un anno fa, a Laeken, venne stabilito come area d'azione del mandato d'arresto europeo è già ampio: da reati gravissimi fino al traffico di veicoli rubati, al favoreggiamento dell'ingresso e del soggiorno illegali, alla contraffazione di prodotti commerciali. Ma, ogni area può contenere figure di reato diverse, frutto di specifiche cultura e tradizione. La richiesta, quindi, che il singolo comportamento debba essere specificatamente previsto come reato sia nel paese che chiede l'arresto sia in quello che deve darne corso, è senz'altro un altro necessario elemento di verifica.

Tuttavia, proprio qui, nel definire le forme di reato, anche il testo adottato abbandona la via cauta e, per esempio, nel declinare il traffico degli stupefacenti, recita la sequela di verbi - vendere, offrire, cedere, distribuire, commerciare, acquistare, trasportare, esportare, importare, procurare - a cui ci ha abituato la nostrana legislazione proibizionista. Nella cautela e nella puntigliosità del testo approvato in Commissione, alcuni hanno letto la volontà di impedire un'effettiva attuazione della decisione quadro europea. I democratici di sinistra e i colleghi della margherita hanno abbandonato la discussione.

Certamente alcuni aspetti vanno nella direzione dell'intralcio (procedure a tratti più restrittive delle attuali), altri dell'esprimere sfiducia verso i propri partner europei (stabilire se il provvedimento cautelare sia stato sottoscritto o meno da un giudice indipendente, in sé supponendo che non sempre lo siano), altri ancora nella consueta volontà di stabilire garanzie di fatto tali solo per chi potrà avvalersi di una difesa forte (possibilità di tirarla lunga fino all'esaurimento dei 120 giorni di tempo massimo, dopo i quali la richiesta d'arresto decade). Ma, questi aspetti possono essere rimossi in aula, accettando però il principio che su un tema particolare quale è quello della libertà delle persone, le garanzie sono essenziali. Esse non devono essere ostacoli né poter essere lette come tali, perché sono elementi costitutivi dell'esercizio di giustizia, non comprimibili quindi in base a uno stravagante "concetto avanzato di giustizia" che vede l'efficacia del sistema solo nella capacità di assumere decisioni rapide. Chissà se in aula sarà possibile una discussione meno piegata alla politica interna.

Osservatorio parlamentare, a cura di Francesca D'Elia

 

Passo in avanti per la proposta di legge che introduce il reato di tortura

 

La Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, in data 2 dicembre 2003, ha completato la definizione della proposta di legge che introduce l'articolo 613-bis del codice penale (Delitto di tortura) e che recepisce il trattato di New York firmato dal governo italiano il 10 dicembre 1984; la tortura, quindi, viene prevista come specifica fattispecie di reato. In base al testo approvato dalla commissione (composto da un unico articolo), il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, con violenze o minacce gravi, infligge ad una persona sottoposta alla sua autorità sofferenze fisiche o mentali per ottenere informazioni o confessioni su un atto compiuto da essa, o da terza persona sospettata, o per motivi di discriminazione razziale, politica, religiosa o sessuale, è punito con la reclusione da uno a dieci anni. La pena è aumentata se ne deriva una lesione grave o gravissima, ed è raddoppiata se ne deriva la morte. Non può essere assicurata - aggiunge il secondo comma dello stesso articolo - l'immunità diplomatica a cittadini stranieri sottoposti a procedimento penale o condannati per il reato di tortura da un'autorità giudiziaria straniera o da un tribunale internazionale. è stata abbandonata la proposta del relatore (On. Mormino) tesa a distinguere, a livello di pena, i casi di tortura finalizzati ad ottenere, contro la libera volontà del soggetto, informazioni e confessioni ed i casi di tortura determinati da qualsiasi forma di discriminazione. Dunque, di fronte a condotte così gravi, si è mantenuta l'equiparazione di pena fra le due fattispecie previste dal testo, pena che deve essere adeguata alla gravità della condotta e delle conseguenze per l'effetto di tale reato, indipendentemente dai motivi che hanno determinato il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio ad avere comportamenti sempre inaccettabili o inammissibili e che, in uno Stato di diritto, debbono avere una adeguata sanzione penale. Allo stato, il nuovo articolato è al parere delle Commissioni I, III e V (Affari costituzionali, Affari Esteri e Bilancio) e a breve potrebbe essere concluso l'iter referente della proposta per il successivo passaggio in Aula. I gruppi An, Lega e Ds si sono opposti ad una rapida approvazione del testo in sede di Commissione.

Novità dal Difensore Civico Penitenziario, di Tilde Napoleone

 

Sabato 13 dicembre, in occasione della giornata internazionale sui diritti umani, si è svolto a Bari il Convegno nazionale di Antigone: "Per un difensore civico delle persone private della libertà". Lo scopo, espresso più volte in quella sede, è stato quello di proporre anche in una città del sud l'istituzione a livello locale di questa figura di mediazione tra amministrazione penitenziaria e persona privata della libertà. Fino ad ora infatti le sperimentazioni sono partite in città del centro nord, in particolare Roma e Firenze. A Torino e Miliano se ne sta discutendo. Erano presenti al convegno l'assessore alle politiche educative e giovanili della città di Bari, Domenico Doria e il presidente della Provincia Marcello Vernola. Quest'ultimo in particolare ha dichiarato il proprio interesse a continuare una discussione sulla proposta dell'associazione. Dopo i saluti istituzionali, il dibattito è partito con una prolusione sui diritti umani di Enrico Calamai, portavoce nazionale del Comitato per i Diritti Umani, e con l'introduzione di Stefano Anastasia. Ruolo del Difensore Civico in carcere è quello di mediare e di tentare di risolvere i conflitti che normalmente rimangono irrisolti, non solo per mancanza di volontà, ma anche perché l'amministrazione penitenziaria "non ce la fa da sola". Un'amministrazione intelligente dovrebbe considerare questa figura come un modo utile per semplificare il proprio lavoro. Il Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Emilio Di Somma, ha espresso le sue perplessità sull'istituzione di una figura in più rispetto a quelle già presenti, che a suo parere, rischierebbe di trasformarsi nell'ennesimo apparato burocratico con cui confrontarsi. Ha suggerito quindi di studiare in modo più approfondito il ruolo e le funzioni di un difensore civico a livello nazionale in modo da scongiurare l'ipotesi di una burocratizzazione che non servirebbe a semplificare il lavoro. Visti i tempi dei tre disegni di legge pendenti in Parlamento (da pochissimo è iniziata la discussione in Commissione Affari Costituzionali dove è stato nominato un Comitato ristretto) e in attesa che qualcosa si sblocchi, è nella dimensione locale che la figura del Difensore civico può concretizzarsi subito. L'On Enrico Buemi, a cui si deve la battaglia parlamentare degli ultimi mesi su un provvedimento di clemenza, ha sollecitato tutte le forze politiche a portare avanti il progetto. Proprio delle esperienze di Roma e Firenze si è parlato grazie alla presenza dell'assessore del comune di Roma, Luigi Nieri, e all'assessore di comune di Firenze Marzia Monciatti. è vero che in mancanza di una legge nazionale il Difensore Civico comunale non godrebbe di poteri molto incisivi, ma potrebbe comunque esercitare quelle funzioni di mediazione, prevenzione, promozione, controllo, difesa dei diritti umani fondamentali dei detenuti guardando all'interno dell'istituzione comunale e all'interno di quella carceraria. Il magistrato Michele Emiliano, possibile, auspicabile futuro candidato a sindaco della città di Bari, da sempre attento al problema del carcere e soprattutto dell'inserimento lavorativo di chi vuole uscire dal circolo vizioso della devianza, ha accolto favorevolmente l'idea di un difensore civico penitenziario a Bari; così anche l'avvocato Michele Laforgia che ha risposto ai dubbi di Emilio Di Somma, invitandolo a riflettere sulle zone grigie e i vuoti di tutela presenti nel mondo carcerario. Sguardi diversi sono stati offerti da Livio Ferrari, presidente Nazionale della Conferenza Volontariato Giustizia e da Don Angelo Cassano, che ha descritto e denunciato la tragica realtà dei Centri di permanenza temporanea per stranieri. Ha invitato con molta forza i membri del parlamento lì presenti a muovere dei passi concreti per modificare la legge sull'immigrazione e a chiudere al più presto i CPT. In questa realtà, dice Don Angelo, il difensore civico non serve: l'unica soluzione è l'immediata chiusura di questi non luoghi, dove sono ristrette persone non per quello che hanno fatto, ma per quello che sono. Le conclusioni del convegno sono state affidate al professore Eligio Resta che ha spiegato come il difensore civico sia l'anello mancante di un sistema che si fida e affida troppo alle soluzioni giurisdizionali.

Il primo Rapporto sulle condizioni di detenzione in Catalunya, a cura dell'Observatorio del Sistema Penal y los Derechos Humanos (OSPDH) dell'Università di Barcellona, di Susanna Marietti

 

Lo scorso ottobre è stato presentato a Barcellona il primo Rapporto sulle condizioni di detenzione in Catalunya, a cura dell'Observatorio del Sistema Penal y los Derechos Humanos (OSPDH) dell'Università di Barcellona. L'OSPDH - che, insieme ad Antigone e ad altre realtà di vari Paesi, è impegnato nel processo di costituzione dell'Osservatorio Europeo del Sistema Penale e Penitenziario - è un centro di ricerca nato nell'aprile del 2001 sotto la direzione di Inaki Rivera Beiras, con il duplice obiettivo del monitoraggio delle istituzioni penitenziarie spagnole e della promozione di una cultura penale incentrata sui diritti umani. Il Rapporto raccoglie i risultati di un'indagine portata avanti dall'OSPDH lungo quasi un anno e mezzo di lavoro - dal gennaio del 2002 al giugno 2003 - e costituisce il primo prodotto di una linea di ricerca dell'Observatorio segnatamente dedicata allo studio del sistema penitenziario catalano, autonomo rispetto al resto della Spagna, dipendendo direttamente dalla Generalitat (governo) di Catalunya. Finalità ultima di una tale linea di ricerca è l'elaborazione di ulteriori informative che, sullo sfondo del quadro disegnato da questo primo Rapporto Generale, si concentrino su situazioni problematiche particolari, indicandone possibili politiche di risoluzione. Come spiega infatti Rivera Beiras nella presentazione del lavoro, la filosofia di fondo che ispira l'OSPDH è quella che vede nell'istituzione carceraria, utilizzata quale strumento primario di risoluzione dei conflitti sociali, qualcosa di essenzialmente non migliorabile nella sua generalità, e strutturalmente impossibilitata a produrre effetti positivi. Il Rapporto sottolinea fortemente la distinzione tra problematiche intrinseche al sistema penitenziario e problematiche circoscritte e in quanto tali mitigabili. Da un punto di vista metodologico, la ricerca che ha portato alla stesura del volume si è basata su fonti dirette nonché su fonti documentali indirette. Tra queste ultime, materiale proveniente da parziali informative già esistenti, a cura di altri soggetti politici o sociali, e materiale statistico del Dipartimento della Giustizia della Generalitat. Quanto alle fonti dirette, l'OSPDH ha lavorato su questionari capillarmente distribuiti alla popolazione detenuta, procedura che ha creato non pochi problemi al gruppo di ricerca, costretto a denunciare con toni spesso risoluti l'ingiustificata difesa dell'opacità dell'istituzione carceraria messa in atto dal governo catalano soprattutto dopo il cambio di titolarità all'Amministrazione Penitenziaria (2002). Tra le 14 problematiche fondamentali dei centri penitenziari catalani che sono emerse dal lavoro di indagine (e che vengono analizzate nella sezione conclusiva del Rapporto), vi è in primo luogo la tendenza al costante incremento della popolazione ristretta, che sempre più va ponendo in pericolo la convivenza tra i detenuti, così come la grave mancanza di personale penitenziario. Si osserva come conseguenza la sempre maggiore difficoltà a portare avanti percorsi autentici di trattamento, con l'inevitabile predominio della disciplina su quest'ultimo e con ogni genere di effetto negativo del sistema punitivo-premiale. Dal quadro generale, emerge che il sistema catalano viola ben sette diritti fondamentali dell'uomo: il diritto a non subire torture o trattamenti inumani o degradanti, il diritto alla tutela giudiziaria effettiva, all'assistenza legale, all'intimità personale, al reinserimento sociale, al lavoro remunerato, e lo stesso diritto alla vita.

Brevi, a cura di Nunzia Bossa

 

Da casa nostra

 

Il 1° dicembre è stato siglato a Bologna un protocollo d'intesa tra la Regione Emilia Romagna, il Provveditorato Regionale dell'Amministrazione penitenziaria (PRAP) e la Conferenza Regionale Volontariato Giustizia, protocollo che intende migliorare la comunicazione fra volontari impegnati all'interno delle carceri, operatori e agenti penitenziari, oltre a favorire l'ingresso dei volontari della giustizia negli istituti e dare loro un ruolo più stabile. Nel protocollo la CRVG viene riconosciuta come rappresentante del frammentato mondo del volontariato penitenziario e soggetto di riferimento per Regione e PRAP. Il protocollo prevede, inoltre, che la CRVG sia punto di riferimento privilegiato per ricevere informazioni sul carcere, sia da parte del Sistema Regionale Informativo sul carcere che del PRAP.

 

Iniziativa a Milano promossa dalla Lila e da numerose altre associazioni che si occupano delle condizioni di vita dei detenuti per chiedere al governo che sia garantito il diritto alla cura e all'assistenza sanitaria e sia applicata con la massima estensione la legge sull'incompatibilità tra Aids e stato di detenzione. I fondi già insufficienti per la sanità in carcere, hanno visto una decurtazione pari al 20%. La riduzione del personale sanitario e le forti limitazioni alle visite specialistiche, a causa della scarsità di agenti per il servizio di scorta, rendono oramai drammatica la situazione. La Lila e le altre associazioni coinvolte nell'iniziativa, hanno fornito anche le cifre sui detenuti italiani affetti da Hiv; si tratterebbe di 1375 persone, numeri "sottostimati" secondo la stessa Amministrazione Penitenziaria in quanto lo screening è volontario.

 

Tutte le sigle sindacali della Polizia penitenziaria e del Corpo forestale dello Stato sono scese in piazza il 4 dicembre scorso per protestare davanti a Montecitorio contro la legge finanziaria 2004, contro i tagli insostenibili all'assistenza sanitaria, alle attività di trattamento e di reinserimento sociale, che, secondo i manifestanti, hanno abbassato in maniera drastica la qualità della vita e del lavoro in carcere.

 

Il Comune di Roma ha presentato il progetto sperimentale "kit delle 48 ore", un kit di prima necessità per aiutare le persone che escono dal carcere ad affrontare i primi giorni di libertà. Il kit sarà distribuito direttamente nell'istituto di pena al momento dell'uscita e conterrà 4 buoni pasto da 5,25 euro l'uno, 5 biglietti giornalieri Atac, una mappa di Roma, una brochure sulla localizzazione dei centri di prima accoglienza, numeri di telefono utili, una scheda telefonica Telecom da 5 euro, una maglietta di cotone, un kit per l'igiene personale, un porta documenti ed un marsupio.

 

A Spilamberto (Modena), un uomo di 28 anni si è autodenunciato ai carabinieri, confessando di essere uno spacciatore di cocaina e chiedendo di essere arrestato perché non ce la faceva più a convivere con la moglie, preferendole il carcere. L'uomo ha consegnato gli involucri di sostanze stupefacenti ai militari dell'Arma, pregandoli di ammanettarlo e di portarlo in carcere. La mattina successiva, però, il magistrato incaricato del suo caso lo ha rimandato a casa: dovrà aspettare fino alla conclusione del processo per liberarsi della sua dolce metà.

 

Non c'è pace per il carcere nuorese di Badu e Carros. Paolo Sanna, il nuovo direttore nominato lo scorso novembre, il ventesimo in tre anni, al suo arrivo nell'istituto di pena è stato colpito da infarto e ricoverato d'urgenza. L'avvicendamento di venti direttori dall'aprile del 2000, denunciano dal carcere, è la testimonianza di quale sia la condizione penitenziaria sarda.

 

A Palermo gli agenti di polizia penitenziaria una bella mattina di dicembre hanno aperto la cella di un uomo processato per omicidio ed assolto dalla Corte d'Assise la sera prima. Grande è stata la sorpresa dell'interessato, visto che intanto era detenuto per un'altra serie di reati, e vani sono stati i suoi tentativi di convincere gli agenti che si trattava di un errore. Una volta fuori dal carcere, il signor Tutone si è rivolto al suo avvocato, il quale ha avvertito immediatamente la procura della Repubblica dell'errore commesso. I magistrati hanno infine disposto il ritorno in carcere dell'onestissimo ospite dell'Ucciardone.

 

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l'Italia su denuncia di un ex-detenuto rimasto in carcere 15 mesi di troppo a causa di un errore di calcolo dei termini della pena. La Corte ha concesso a Luigi Pezone un indennizzo pari a 35.000 euro e ha ritenuto l'Italia colpevole di violazione dell'articolo 5 della convenzione europea dei diritti umani (diritto alla libertà ed alla sicurezza).

 

Dal mondo

 

La corte suprema israeliana ha ordinato al governo dello Stato ebraico di rilasciare informazioni esaustive su una prigione militare tenuta segreta in cui sarebbero rinchiusi detenuti "ad alto rischio". Il governo israeliano ha ammesso solo di recente l'esistenza di "Facility 1391", centro militare di detenzione definito la "Guantanamo Bay di Israele". Secondo quanto comunicato, i prigionieri che vi sono reclusi non conoscono l'ubicazione del carcere e non possono incontrare parenti o avvocati. Il governo israeliano ha fatto sapere che i detenuti potrebbero ricevere presto i propri legali, ma che l'ubicazione della base costituisce un segreto militare. I tre giudici incaricati del caso hanno concesso al rappresentante delle autorità governative 45 giorni di tempo per ribattere alla accuse avanzate dal gruppo umanitario israeliano, secondo cui le attività svolte per anni entro la "Facility 1391" sono in contrasto con il diritto internazionale.

 

Ad un uomo di colore di 150 kg, Nathaniel Jones, non è servita la sua stazza per difendersi dalle violenze degli agenti che lo hanno arrestato. L'uomo è, infatti, morto in un carcere di Cincinnati negli Stati Uniti, in seguito alle percosse dei poliziotti che lo hanno arrestato nel parcheggio di un fast-food. Questo è quanto affermato dal medico legale del Coroner incaricato di eseguire l'autopsia. Una telecamera di servizio del fast-food ha ripreso il momento dell'arresto, nelle immagini sono ben visibili i poliziotti che colpiscono ripetutamente l'uomo a manganellate.

 

Un tribunale vietnamita ha condannato a morte una donna. Thi Kim Oanh, accusata di appropriazione indebita di denaro ai danni dello Stato. I due ex vice-ministri dell'agricoltura coinvolti nella vicenda sono stati condannati a tre anni di carcere. In questo caso, dire "due pesi e due misure" è un eufemismo.

 

Caos, invece, per la pena di morte in America: tre esecuzioni sono saltate una dopo l'altra in Texas per insolite titubanze dei giudici. Nel carcere di Huntsville erano attese cinque esecuzioni di fine anno: due sono avvenute all'inizio di dicembre, ma le tre in programma subito dopo sono saltate e il Texas chiuderà il 2003 con 24 sentenze eseguite, uno dei livelli più bassi degli ultimi anni.

 

Più in generale, la fotografia che il 2003 offre della pena di morte negli Usa, racconta un paese che forse comincia a riflettere sull'utilità del sistema nei singoli stati e nei tribunali, anche se non ancora a livello nazionale. Il bilancio di fine anno è affidato ad un rapporto del Death Penalty Information Center (Dpic), un osservatorio sulla pena di morte attivo ormai da anni. Le condanne alla pena capitale sono in netto calo, gli indici sono in discesa dal 1998 e quest'anno sono ai minimi storici dal 1976, anno di reintroduzione della pena di morte negli Usa (139 nel 2003 contro le 159 del 2002); i casi di innocenti nel braccio della morte aumentano (nel 2003 sono stati 10 i casi di persone scagionate mentre attendevano la morte; 100 i possibili "dead men walking" che si sono rivelati vittime di errori giudiziari dagli anni '70 in poi) e l'opinione pubblica si interroga. Le esecuzioni nel 2003 sono state 65 contro le 71 del 2002. Soltanto quattro anni fa, nel 1999, erano state giustiziate 98 persone negli Usa e il declino, da allora, è del 30%. In America ci sono attualmente circa 3.500 persone in attesa di morire per mano della giustizia, con un calo del 5% rispetto all'anno precedente. Quanto ai metodi di esecuzione, le iniezioni letali sono ormai la norma: una sola persona è morta quest'anno sulla sedia elettrica, in Virginia. Intanto, però, nuove ricerche hanno messo in discussione anche la presunta 'umanità' del metodo del cocktail letale, sostenendo che il condannato in realtà soffre prima di morire, anche se non lo mostra perché paralizzato.

 

Crimini di guerra

 

Il Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra nella ex-Jugoslavia ha condannato il serbo-bosniaco Momir Nikolic a 27 anni di carcere per la sua partecipazione al massacro di Srebrenica nell'estate del 1995. Nikolic, al tempo n. 2 dei servizi di sicurezza e di intelligence dell'esercito serbo-bosniaco agli ordini di Ratko Mladic, è stato il primo ufficiale ad ammettere le sue responsabilità per il peggior massacro avvenuto in terra europea dopo la fine della II Guerra Mondiale. Il Tribunale Internazionale per i crimini di guerra commessi in Ruanda, invece, ha condannato due persone all'ergastolo, si tratta di Ferdinand Nahimana, uno dei fondatori della famigerata "Radio Televisione Libera Mille Colline" (RTLM), che apertamente istigava al massacro dei tutsi e dell'ex editore di una rivista, Hassan Ngeze, mentre un altro dei dirigenti di RTLM è stato condannato a 35 anni. Per tutti l'accusa era di istigazione al genocidio per mezzo dei media. Nella primavera del 1994 furono sterminate in Ruanda più di 800.000 persone.

Rivolte in carcere

 

Un agente penitenziario è stato ucciso e altri due sono rimasti feriti gravemente durante una rivolta nel carcere di massima sicurezza "Bangù 3", a Rio de Janeiro. La ribellione dei circa 800 detenuti è cominciata con una sparatoria tra rivoltosi e guardie. Una ventina di persone, tra cui quattro agenti, sono state prese in ostaggio dai detenuti. Almeno 20 detenuti sono rimasti feriti nel corso di una sommossa in un carcere di Baker, gestito da una compagnia privata, 260 chilometri a nordest di Los Angeles, in California. Circa un centinaio di detenuti sono stati coinvolti nelle violenze. Sette detenuti sono riusciti a fuggire da un carcere messicano durante un tentativo di rivolta sedato nel sangue dai tiratori scelti della polizia che hanno ucciso un prigioniero e ne hanno feriti altri sette. La sommossa si è verificata nel carcere di Sinaloa, nel Messico settentrionale. Durante i disordini 11 detenuti sono riusciti ad evadere, ma quattro sono stati ripresi poco dopo dagli agenti.

 

Senza troppo clamore, invece, sedici detenuti sono evasi da un carcere ecuadoregno con uno dei metodi più classici: scavando una galleria. Gli ingegnosi detenuti sono fuggiti dal principale carcere di Quito, Garcia Moreno, attraverso una galleria lunga circa 25 metri, alta in media 70 centimetri e... illuminata da luce elettrica! Secondo la polizia, ci sono voluti probabilmente quattro mesi per scavare il tunnel, si erano organizzati proprio per bene...

 

Qui Guantanamo

 

Una squadra di avvocati era stata ingaggiata dal ministero della Difesa Usa per difendere i detenuti del carcere di Guantanamo in attesa di processo. La suddetta squadra, però, è stata fulmineamente licenziata dallo stesso Pentagono dopo che i legali avevano sollevato obiezioni sull'impossibilità di approntare una difesa adeguata, a causa delle attuali norme che regolano lo status dei prigionieri. Gli avvocati licenziati hanno denunciato l'assurdità da parte del Pentagono di voler applicare norme risalenti alla seconda guerra mondiale, ritenendole "un insulto all'evoluzione del sistema giudiziario militare". Il 18 dicembre la Corte di Appello di San Francisco, considerata una delle più progressiste degli Usa, ha deciso, seppure non all'unanimità, che prigionieri di Guantanamo hanno diritto ad un avvocato e ad un regolare processo in corti di giustizia degli Usa. La detenzione a tempo indeterminato dei prigionieri di Guantanamo è contraria agli ideali dell'America, e mica solo a quelli, aggiungiamo noi...

 

 

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