Scuola dentro

 

Tecnico documentalista: 

una professione che si apre anche a chi sta in carcere

 

A Padova, un corso che ha spaziato dalle informazioni su cos’è un centro di documentazione e come si costruisce, alla catalogazione libraria, all’archivistica, ai diritti d’autore

 

di Nicola Sansonna

 

Negli anni passati i corsi di formazione erano sì finalizzati a fare accrescere la conoscenza e la cultura degli studenti detenuti che li frequentavano, ma raramente tenevano conto di quello che dovrebbe essere il loro fine ultimo: insegnare qualcosa di spendibile poi all’uscita dal carcere nel mercato del lavoro. Nuovo per il metodo didattico impiegato e il fine formativo che si è dato è il corso di Tecnico Documentalista (organizzato dal Centro formazione professionale Don Bosco di Padova e cofinanziato dalla Regione Veneto), appena concluso qui nella Casa di reclusione di Padova. La necessità di formare abili documentalisti nasce da un bisogno reale del "Centro di Documentazione Due Palazzi", che opera da anni nel carcere di Padova (coordinato dall’associazione Granello di senape Padova Onlus), ma le conoscenze acquisite potranno essere impiegate anche in centri di documentazione, archivi, biblioteche attivi sul territorio, dove già alcuni detenuti con formazione acquisita nel Centro di Documentazione sono stati inseriti.

Per conoscere e fare comprendere ai nostri lettori l’essenza del corso e i suoi contenuti abbiamo intervistato le figure che a diverso titolo sono state coinvolte: organizzatori, studenti, insegnanti.

 

Come è nata l’idea del progetto e a cosa mirava?

Maria Stella Dal Pos e Rossella Favero (Centro di Documentazione Due Palazzi): L’idea di fare un corso per tecnici  documentalisti nasce da una tradizione di formazione sulla catalogazione che è stata propria della scuola  del Centro territoriale qui nella Casa di reclusione, e dal fatto che esiste il Centro di Documentazione Due Palazzi, che raggruppa la Redazione di Ristretti, il Centro Studi, la Rassegna Stampa,  il TG2 Palazzi e il laboratorio di legatoria. Sono realtà diverse come origine, come struttura, come funzione.

L’associazione che coordina gran parte di queste attività, il Granello di Senape Padova Onlus, ha valutato che, a fronte di un grosso lavoro di documentazione e considerato il livello raggiunto, era necessario darsi degli strumenti di tipo scientifico, per sistematizzare e ottimizzare il lavoro. Si può fare un esempio: da anni si fanno le rassegne stampa, e c’è il sito www.ristretti.it, sicuramente il più ricco e il più ‘pesante’ in Italia dal punto di vista della documentazione sul carcere: rendendolo più fruibile daremo qualità in più a questo ‘patrimonio’ di documentazione.

Corsi di questo tipo hanno un elevato livello culturale, e sono enti a carattere nazionale che se ne occupano: c’è un’associazione nazionale, AIDA, c’è un albo di documentalisti  professionali. Abbiamo girato la proposta al Centro formazione professionale Don Bosco (Ciofs), che lavora in carcere e nel territorio; loro hanno accettato con molto coraggio proprio perché è una novità. Hanno lasciato a noi la strutturazione del corso, affidata a un gruppo operativo: Marina Bolletti e  Maria Stella Dal Pos, coaudivate da Sabrina Pallaro e da Rossella Favero. I docenti sono nel campo della documentazione il ‘massimo’ a livello nazionale (come Marisa Trigari, che era già venuta qui a fare brevi corsi, Paola Capitani, Gianni Penzo Doria, che è il direttore dell’archivio dell’Università di Padova, e ancora Antonio Zanon e Fausto Rosa, che sono i responsabili del Sistema Bibliotecario di Abano, un sistema che raggruppa 27 biblioteche della provincia di Padova...).

I detenuti partecipanti erano in parte già impegnati nelle attività del Centro di Documentazione, in parte altre persone che sono state selezionate e dovevano avere competenze di base di inglese e di informatica.

Ovviamente il nostro obiettivo è dare qualità alla nostra documentazione, ma anche formare per il lavoro, e c’è già una ricaduta positiva: alla Coop AltraCittà, che è collegata al Centro di Documentazione (un po’ il suo ‘braccio armato’), è stato affidato un lavoro di catalogazione per le scuole superiori di Padova, e uno dei detenuti che è stato formato avrà già un contratto di collaborazione. Dal punto di vista del metodo, è stato importante il Project Work: cioè fare teoria, ma cercare subito di applicarla, fare esercitazioni sui servizi che si producono. 

 

Peter Rainer, Sherja Bledar, Stefano Fattorelli sono studenti che hanno frequentato il corso e che ci parlano della loro esperienza

Peter Rainer: Sono di Bolzano, mi trovo per la prima volta in galera. Ho già fatto quasi sette anni qui dentro e ne ho altri 13 davanti. Finché non arriva il fine pena, so di dovermi trovare la mia nicchia, nella quale sopravvivere nel miglior modo possibile in questa condizione. Per fortuna da quando sono a Padova ho trovato presto un inserimento nelle attività del Centro di Documentazione, dove lavoro nel Gruppo Rassegna Stampa.

All’inizio ero un po’ scettico su questo corso per documentalisti. Mi aspettavo un corso di scarso livello, organizzato così per tenere calmi i detenuti. Ma già le prime lezioni mi hanno sorpreso. I docenti garantiscono un altissimo livello di professionalità. E anche le capacità didattiche sono adatte alle necessità del gruppo di studenti, molto eterogeneo. Personalmente mi hanno interessato molto gli aggiornamenti su internet, il software per biblioteche, archivi e centri di documentazione e la legislazione per archivi e biblioteche.

Certo dopo l’ottima teoria servirebbe naturalmente anche la pratica, ma le restrizioni della detenzione la permettono solo in parte. "Fuori" si andrebbe a visitare una biblioteca, un archivio, un centro di documentazione e così via. Qui lo abbiamo potuto fare presso le attività presenti in sede. Lo stesso vale per la mancanza di un accesso internet. Bisogna aggiungere che io mi trovo avvantaggiato dal fatto che in Rassegna Stampa lavoravo già prima alla catalogazione Winiride dei nostri oltre 2400 fascicoli prodotti in sette anni.

A parte il mio interesse personale, ritengo il corso in ogni caso importante anche per il dopo carcere, perché apre la porta verso la realtà delle biblioteche, degli archivi e dei centri di documentazione, che aggiungono nuove esigenze e nuove prospettive in questo mondo che diventa sempre più un villaggio globale informatizzato.

Sherja Bledar: Io sono albanese, ho 27 anni, sono in Italia da 10 anni, di cui 4 anni passati in galera. Dal punto di vista della crescita culturale credo che il corso sia stato utile per tutti. Abbiamo avuto anche lezioni di inglese e di comunicazione, sembrerà banale ma saper comunicare bene è una cosa importante per chiunque. Alla presentazione il corso sembrava abbastanza difficile per le tante ore di lezione, e poi non era mai stato fatto in carcere un corso del genere e un motivo doveva pur esserci. Però devo dire che è andato tutto bene, anche grazie ai professori che ci hanno dato una grossa mano. Con i docenti c’è stato un rapporto molto bello, c’è collaborazione, confronto e tanto dialogo.

Stefano Fattorelli: Ho 32 anni, sono di Verona, ho già scontato cinque anni di carcere, qui a Padova da circa un anno frequento la Rassegna Stampa.

A seguire il corso mi ha spinto prima di tutto la mia volontà di aumentare la mia formazione e poi il fatto che offre una preparazione completa, che va dall’uso del computer nel settore della documentazione a quelli che sono i diritti dell’informazione e la loro gestione, e comunque ritengo tutte le materie di grande interesse per l’elevata competenza dei docenti che hanno fatto parte dello staff di questo corso.

Il corso ha offerto una formazione di livello medio-alto, non solo preparando degli aiutanti bibliotecari, ma dando la possibilità anche di spaziare in un settore, quello dell’informazione, che rappresenta una realtà in continua e rapida evoluzione. Sinceramente cambierei ben poco o nulla, anche se probabilmente avrei fatto più attenzione a valutare i vari stadi di apprendimento delle materie proposte dai diversi docenti.

 

Paola Capitani, Antonio Zanon e Massimiliano Tosato sono tre dei diciotto docenti del corso

 

Prima di tutto, quali materie insegnate?

Paola Capitani: Gestione della comunicazione e recupero dei dati. Gestione della terminologia controllata per un migliore accesso in fase di ricerca. Redazione degli abstract e differenza tra terminologia libera (abstract) e terminologia controllata (thesauri, ecc.). Siti web per l’accesso alla conoscenza.

Antonio Zanon: La materia che mi è stata affidata all’interno del corso è stata la catalogazione bibliografica. In parole povere la catalogazione si occupa delle tecniche per costruire e sviluppare i cataloghi di una biblioteca. Fino a non molti anni addietro, la catalogazione costituiva uno dei compiti principali per un bibliotecario, sia dal punto di vista del bagaglio professionale, sia dal punto di vista dell’impegno, anche quantitativo, che richiedeva. Con l’avvento dell’automazione e di internet la catalogazione bibliografica è una attività che viene svolta sempre più da centri specializzati che servono gruppi di biblioteche più o meno ampi. Essa richiede infatti un elevato grado di specializzazione per raggiungere uno standard di qualità buono. Nonostante molti bibliotecari non cataloghino più, essi devono comunque essere in grado di comprendere nel dettaglio una registrazione bibliografica, e quindi la catalogazione rimane un argomento in genere sempre presente in un corso sulla documentazione e la biblioteconomia.

Massimiliano Tosato: Io insegno management della documentazione, sistemi di informazione, servizi all’utenza, formazione e user education.

 

L’esperienza di insegnare in carcere, come la considerate?

Paola Capitani: Una esperienza che apre nuovi orizzonti umani e che fornisce chiavi di lettura diverse sulla realtà in cui viviamo come perfetti sconosciuti.

Antonio Zanon: Per me l’esperienza di insegnare in carcere è stata sicuramente positiva, perché mi ha fatto incontrare con una realtà molto diversa da quella nella quale solitamente mi era capitato di lavorare o insegnare.

Massimiliano Tosato: Per me è stata una delle esperienze didattiche più interessanti, soprattutto sul piano comunicativo, tra tutte quelle che ho fatto. Mi spiace solo di aver avuto poco tempo per migliorare le mie capacità e prestazioni in rapporto alle particolari condizioni di un ambiente come quello carcerario inteso come insieme di relazioni, vincoli operativi, requisiti tecnico funzionali.

 

Cosa pensate dell’ organizzazione del corso?

Paola Capitani: Positiva, penso che si potrebbe probabilmente attivare un progetto di lavoro che possa essere utilizzabile anche successivamente per un lavoro esterno e un coordinamento con iniziative analoghe a livello nazionale ed europeo.

Antonio Zanon: Rispetto ai corsi ai quali ho partecipato in questo carcere, negli anni precedenti, mi sembra che quest’ultimo abbia rappresentato un indubbio salto di qualità, sia per la durata, notevolmente superiore, sia per l’ampio ventaglio di argomenti trattati. Le due cose combinate permettono ai corsisti di avere una buona base di partenza nella previsione di un impegno lavorativo nel campo delle biblioteche e dei centri di documentazione.

Massimiliano Tosato: La mia valutazione è certamente positiva. Mi sarebbe piaciuto intervenire fin dalla fase di progettazione, soprattutto in rapporto alle metodologie didattiche.

 

Quali potenzialità e quali limiti ha questo corso? cosa cambiereste eventualmente?

Antonio Zanon: Non è facile rispondere a questa domanda. Alcuni aspetti del lavoro di documentazione, e il lavoro stesso della catalogazione, sono attività che possono essere svolte anche in luoghi fisicamente diversi e distanti dalla biblioteca, e quindi anche in carcere. Questo è sicuramente un fattore positivo. So peraltro che un detenuto di questo carcere sta prestando servizio presso una biblioteca civica di un comune vicino. Certo non è una attività che può coinvolgere molte persone, ma rappresenta un’ulteriore possibilità di accumulare esperienza e titoli per un curricolo da sfruttare dopo la pena. Un altro fattore positivo è rappresentato dalla presenza presso il carcere Due Palazzi di un Centro di Documentazione già attivo. Un limite invece di questo corso può essere quello di proporre una attività quale la documentazione, che si avvale in maniera massiccia delle fonti informative raggiungibili attraverso la rete internet, in un ambiente dove possono esistere limitazioni alla libera navigazione in rete e quindi al pieno sfruttamento di tutte le risorse disponibili.

Massimiliano Tosato: In termini didattici mi sarebbe piaciuto fare lavoro sperimentativo con piccoli gruppi e comunque tentando di realizzare momenti di training on the job. Sul piano dei contenuti avrei accentuato maggiormente gli aspetti relazionali, gestionali e organizzativi, rinviando ad una fase di apprendimento futuro – anche con autoapprendimento – alcune tematiche più tecniche e specialistiche.

 

Ci sono delle differenze tra corsisti esterni e corsisti reclusi?

Paola Capitani: Non ho avvertito alcuna differenza, né da parte loro né da parte mia. Per me era una classe in formazione come tutte le altre che ho avuto in questi venti anni di esperienza. C’erano solo delle finestre con le sbarre. La classe ha reagito con interesse e simpatia e credo l’atmosfera fosse di reciproco rispetto (come spesso non capita "fuori").

Antonio Zanon: Sono passati ormai quattro o cinque anni dalla mia prima lezione in carcere, ma ricordo abbastanza bene sia i giorni precedenti, sia il momento della prima lezione. Non nascondo che ero un po’ preoccupato dell’effetto che mi avrebbe fatto l’incontro con il carcere, ma anche del dover insegnare a dei corsisti un po’ particolari. Mi chiedevo se sarebbero stati interessati alla lezione, o se l’avrebbero subita, come un compito al quale dovevano comunque sottostare, e mi chiedevo anche se io avrei dovuto comportarmi in qualche modo particolare. In realtà, non appena la lezione è iniziata, tutto ha cominciato a svolgersi secondo i modi consueti e non ho dovuto fare sforzi particolari, in quanto i corsisti si comportavano come i corsisti esterni, anche se, naturalmente, c’erano le sbarre alle finestre e la guardia che a intervalli più o meno regolari, ma immancabilmente, veniva a chiamare questo o quello.

 

Il carcere visto con i vostri occhi si discosta dallo stereotipo che TV e media propongono? 

Paola Capitani: Purtroppo no, le immagini più dolorose sono state quelle che mi avevano colpito al cinema e alla televisione. La mancanza di libertà, l’annullamento della personalità... anche se lo spazio nel quale avvengono i corsi sembra una qualsiasi istituzione formativa o scolastica (tante sale con corridoi aperti). Quindi la parte editoria e aula attrezzata non ricorda assolutamente le immagini che invece si colgono appena entrati nel lungo corridoio con i cancelli.

Antonio Zanon: Il carcere visto con i miei occhi si avvicina abbastanza alle immagini che ho visto nei telegiornali o nei programmi di informazione. Certo vederlo dall’interno fa un effetto diverso e più forte, ma in buona sostanza ho riconosciuto molte immagini viste in questo tipo di trasmissioni.

Più difficile dire qualcosa rispetto all’immagine del carcere che viene proposta nei film. Come mi ricordava una volontaria che mi accompagnava nelle mie visite al carcere, io ho incontrato la parte migliore o più bella del carcere. Non so niente infatti, e non ho alcuna immagine della situazione della vita in cella.

Massimiliano Tosato: Paradossalmente no, per quanto riguarda gli aspetti organizzativi e gestionali. Mentre è enormemente diverso ciò che ho avvertito nei rapporti diretti con i reclusi. Faticavo a pensare di essere in un luogo simile, in aula non avvertivo questo fatto. Ma soprattutto non ho mai sentito il disagio nell’essere a contatto con persone che all’esterno immaginiamo completamente diverse, e invece mi sono accorto che le avvertivo in tutto e per tutto come le persone che incontro fuori.

Mi sono ancora una volta convinto che certi fatti della vita non sono specifici di persone "particolari" o almeno non in via esclusiva. Ho sentito attorno a me una "normalità" tale da non aver avuto in alcun momento ansie, timori o preoccupazioni derivanti dal fatto di essere lì dentro. Il fatto che in un carcere vi fosse l’opportunità di svolgere attività professionali varie mi era ben noto, ma non lo avevo mai verificato di persona in maniera tanto diretta.

Ciò che più mi ha colpito è stato il verificare non solo il livello professionale che si può raggiungere anche in un luogo simile, ma soprattutto l’interesse con cui tali attività erano svolte, ad indicare una spinta (individuale certamente e forse anche collettiva) verso la reale affermazione di una entità personale/professionale che immaginavo essere precipua di chi lavora fuori dove il "ritorno" (in termini di soddisfazione e gratificazione ) è di norma continuo e prontamente tangibile.

 

Il Corso

Cofinanziato dalla Regione Veneto e dal Centro Professionale Don Bosco (CIOFS) di Padova, che ne ha proposto il finanziamento;

Monte ore: 300, 12 corsisti;           

 Strutturato in 6 moduli di tipo disciplinare più 1 di 'projet work' e 1 di 'avviamento al lavoro'; ogni modulo corrisponde a delle aree di competenza che sono state sviluppate con il contributo di specialisti della materia a livello nazionale o regionale. Ne diamo di seguito il quadro:           

 Definizione e organizzazione generale di un centro di documentazione e delle attività di un tecnico documentalista. Docenti: Marisa Trigari (INDIRE, Firenze) e Massimiliano Tosato (AIDA, Bologna);

Quadro giuridico europeo della gestione dell’informazione. Docenti: Fausto Rosa (AIB) e Antonella De Robbio;

Tecniche di catalogazione, classificazione, archiviazione dei documenti. Docenti: Marina Bolletti, Antonio Zanon (Sistema bibliotecario di Abano Terme e membro AIB), Gianni Penzo Doria (direttore dell’Archivio dell’Università di Padova);

Tecniche di ricerca e recupero dell’informazione cartacea e online. Docenti: Antonella De Robbio, Marisa Trigari, Paola Capitani (AIDA, Firenze), Bruno Boscato;

Editing e comunicazione dell’informazione. Docenti: Bruno Boscato e Paola Ellero;

Elementi di inglese per documentalisti. Docenti: Agata Lucia Magnano e Karen Coffey;

Accompagnamento al lavoro. Docente: Lorenzina Fontana (Ciofs).

Il projet work è stato condotto da Marina Bolletti, Maria Stella Dal Pos, Rossella Favero, Sabrina Pallaro, Beatrice Scarati del Centro di Documentazione Due Palazzi (coordinato dall’associazione Granello di Senape Padova Onlus)

 

  1. INDIRE = Istituto Nazionale di Documentazione e Ricerca Educative

  2. AIB = Associazione Bibliotecari Italiani

  3. AIDA = Associazione Italiana Documentazione Avanzata

 

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