Numero agosto 2012

 

Rieducato o ammaestrato?

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Ristretti Orizzonti

(anno 14, numero 4 Luglio - Agosto 2012)

Editoriale

Il senso della rieducazione in un Paese “poco educato” di Ornella Favero

Capitolo primo: Carcere; ritorno all’infanzia

La rieducazione è un percorso che è anche uno scambio di Ornella Favero

Quando uscirò a fine pena dovrò ricominciare tutto da capo di Antonio Floris

I “rieducabili” e i non “rieducabili” di Elton Kalica

Gli Orizzonti Ristretti, allargati dal confronto con gli studenti di Filippo Filippi

Non di rieducazione etica dobbiamo parlare, ma di rieducazione sociale di Mauro Palma

Il concetto chiave della rieducazione tra educatore e detenuto è quella di reciprocità di Roberto Bozzi

Capitolo secondo: Il detenuto-vittima e la responsabilità

Io pensavo che mi ero solo difeso, non mi sentivo assolutamente in colpa di Qamar Abbas

Quel seme di persona onesta e buona che presumo di avere anche io di Luigi Guida

In carcere si è inchiodati al passato di Ivo Lizzola, professore ordinario di Pedagogia Sociale all'Università di Bergamo

Cosa si prova a stare da questa parte, che il reato l’ha subito di Deborah Cartisano, figlia di Lollo Cartisano

Capitolo terzo: Le parole che non rieducano, Aspettativa – fallimento – delusione

Il racconto di sé può diventare un racconto di guarigione, di conoscenza, di verità di Eraldo Affinati

Perché il lavoro è considerato il principale strumento di rieducazione? di Oddone Semolin

Rieducazione? Parliamo piuttosto di responsabilizzazione e di riconciliazione di Pietro Buffa

Capitolo quarto: I vasi comunicanti della rieducazione

La società deve essere coinvolta in un discorso serio sulle pene e sul carcere di Bruno Turci

Quella cattiva percezione che all’esterno si ha del carcere di Giovanni Bianconi

Redazione

Editoriale

 

Il senso della rieducazione  in un Paese “poco educato”*

di Ornella Favero

 

Sono in tanti a guardare con sospetto, e magari anche con sufficienza al termine “rieducazione”. L’obiezione di fondo è: ma come si fa a rieducare un uomo di trenta, quaranta, cinquant’anni? E poi perché mai un adulto dovrebbe permettere magari a un educatore di vent’anni più giovane di lui di rieducarlo! E ancora, non suona un po’ da comunismo sovietico l’idea di riplasmare l’animo umano? Tutte obiezioni giustissime, ancora più giuste se si pensa alle carceri sovraffollate, ma… ma…

Noi pensiamo che parlare di rieducazione possa avere un senso eccome, proprio a partire dal fatto che siamo un Paese con una forte presenza di “maleducati”. Che non vuol dire necessariamente accusare le famiglie di aver educato male i propri figli… Può essere anche che un figlio non abbia accettato di farsi educare quando aveva pochi anni, e magari da adulto, e con la galera e il reato di mezzo, sia più disponibile a parlare di educazione, o appunto di rieducazione. E può essere anche che, se cominciamo tutti a guardare ai nostri comportamenti con sguardo critico, forse la smetteremo di pensare che a commettere reati sono sempre “gli altri” e che il carcere è l’unica punizione possibile.

Ma che cosa potrebbe essere, poi, la rieducazione? E chi dovrebbe esercitare la funzione del Ri-educatore? Intanto cominciamo, prima di tutto, a parlare di rieducazione all’ALTRO, al rispetto dell’altro.

 

* Atti della Giornata di Studi, Il senso della rieducazione in un Paese “poco educato”, Parte prima.

 

Introduzione

 

La rieducazione è un percorso che è anche uno scambio

E la persona detenuta è un soggetto di questo percorso rieducativo, in cui a cambiare devono essere un po’ tutti

 

di Ornella Favero

 

Parto dal titolo: Il senso della rieducazione in un Paese poco educato. Io ho mandato delle raccomandazioni per questo convegno, ho chiesto che chi voleva partecipare rispettasse la regola di un ascolto attento e silenzioso, ho stressato a tal punto i relatori che oggi sono presenti tutti: un fatto che io ritengo un successo in un Paese che a volte è poco educato anche in questo, nel senso che si organizzano delle iniziative alle quali si partecipa per sentire gli interventi dei relatori annunciati e poi quelle persone non ci sono. Io sono molto fiera di questo piccolo particolare, che oggi tutti i relatori ci saranno, e questo mi pare un importante punto di partenza.

Mi prendo poi due minuti per spiegare da che cosa siamo partiti per riflettere su questo tema, sulle parole della rieducazione. Ecco, quelle parole nella legge penitenziaria sono l’osservazione e il trattamento, e non ci piacciono tanto, non ci piacciono perché io ho vissuto in Russia quando era ancora l’Unione Sovietica e questa idea di osservare il tuo vicino di casa per vederne i comportamenti e denunciare il fatto che non era un buon comunista è una cosa che mi aveva molto impressionato. L’osservazione delle persone e il trattamento ti danno un’idea di passività della persona detenuta, che è un po’ una cavia e viene studiata nei suoi minimi comportamenti, osservata e trattata.

Partiamo da questo per dire che forse queste parole, osservazione e trattamento, hanno bisogno di essere rivisitate, mentre io non credo, ma siamo tutti disposti a discuterne, che la parola rieducazione sia cosi brutta, a un patto però. L’idea della rieducazione ha un senso se questo percorso di rieducazione non riguarda la persona detenuta, vista come oggetto di un processo di rieducazione, ma riguarda piuttosto un percorso che è anche uno scambio, e la persona detenuta è un soggetto di questo percorso, ma a cambiare sono un po’ tutti. Io credo che questo sia un concetto fondamentale, noi l’abbiamo imparato molto bene nel nostro progetto con le scuole. Nel progetto con le scuole infatti i ragazzi arrivano con tante convinzioni: che a loro non succederà mai di commettere reati, che basta ragionare, basta scegliere bene, c’è una fiducia nella propria razionalità che segna una distanza dal reato che purtroppo è fasulla. In realtà non è cosi semplice, in realtà qui ci finiscono tante persone che mai avrebbero pensato di finire in carcere, e quindi proprio la loro testimonianza induce un primo cambiamento che avviene negli studenti, e avviene nelle persone detenute, che si sentono in qualche modo di avere un dovere di verità di fronte agli studenti. Un dovere, un bisogno di verità, che forse non sentono nella stessa maniera, e questo naturalmente è anche logico, nei confronti degli operatori.

Noi vorremmo ragionare sul fatto che questi momenti di verità, di confronto vero dovrebbero diventare più frequenti, dovrebbero essere il centro di un percorso di rieducazione, e per questo dico che la rieducazione significa far cambiare anche tutte le persone che sono coinvolte in questi percorsi, io sono convinta di essere cambiata in tante cose in questo confronto.

Ogni capitolo di questa giornata inizierà con delle brevi testimonianze di persone detenute e poi continuerà con gli interventi dei relatori. E sarà anche quest’anno Adolfo Ceretti a “tenere insieme” tutti gli interventi e a cercare alla fine di raccogliere le indicazioni che ne verranno, e noi come sempre gli siamo grati perché lui in questo nostro percorso di approfondimento di temi complessi legati al senso delle pene e del carcere ci segue, ci accompagna, non si è ancora stancato di essere un po’ il garante della qualità del nostro lavoro.

 

Capitolo primo: Carcere: Ritorno all’infanzia

 

Si entra in carcere per scontare una pena che deve “tendere alla rieducazione”, ma già all’ingresso si viene spogliati di tutto quello che in qualche modo responsabilizza, della capacità di fare delle scelte, e di farle, appunto, da persone adulte. Il carcere è un ritorno forzato all’infanzia, che dovrebbe alla fine mettere fuori persone responsabili, e invece spesso fa uscire persone che, dopo anni vissuti all’ombra di una istituzione che infantilizza, si ritrovano con la maturità di bambini, l’età anagrafica di adulti e la voglia pericolosa di recuperare in fretta il tempo perso in galera.

 

Quando uscirò a fine pena dovrò ricominciare tutto da capo

Della vita libera infatti non conosco quasi più niente, né le cose piccole né quelle più importanti

 

di Antonio Floris, redazione di Ristretti Orizzonti

 

Io faccio parte da anni della redazione di Ristretti e vorrei parlare della rieducazione dal punto di vista dei detenuti, visto che siamo noi i diretti interessati.

Io ho trascorso fino a oggi oltre 22 anni in carcere, ho girato una quindicina di istituti dal Sud al Nord dell’Italia e posso dire per esperienza diretta che ci sono grandi differenze da un istituto all’altro sul come si attua la rieducazione.

Partendo dal presupposto che lo scopo della rieducazione è quello di far uscire le persone dal carcere migliori di quando sono entrate, vediamo quali strumenti rieducativi il carcere impiega per effettuare questa trasformazione e quali sono i risultati.

Gli strumenti di rieducazione previsti dall’Ordinamento Penitenziario sono principalmente quattro: il lavoro, i colloqui con gli educatori e gli psicologi, l’istruzione, il favorire i contatti con la famiglia. Il punto è con quale intensità ed efficacia essi vengono impiegati e se in tutte le carceri si fa lo stesso trattamento rieducativo.

Prendiamo l’esempio di questo carcere di Padova, considerato uno dei migliori d’Italia. Progettato per ospitare 400 persone, ne contiene quasi novecento, ma quanti siamo che la mattina usciamo dalle celle per andare a svolgere qualche attività lavorativa o a scuola o a seguire corsi vari? meno di un terzo del totale.

E si che a Padova ci sono le scuole che vanno dall’alfabetizzazione all’università, c’è la Cooperativa Giotto che dà lavoro a circa 120 detenuti, c’è la legatoria, la redazione di Ristretti Orizzonti, la Rassegna Stampa, il TG 2 Palazzi, ci sono periodicamente corsi di scrittura, di pittura, di informatica e altri ancora. Ma nonostante questo ci sono più di 500 persone che stanno nell’ozio assoluto vivendo nell’attesa di essere a loro volta inserite in qualche attività. Eppure il lavoro è un diritto che spetta per legge a ciascun detenuto, lo dice la Costituzione e lo dice anche il Codice penale.

Se questa è la situazione di Padova che è un carcere fra i migliori, nella stragrande maggioranza degli altri istituti la situazione è molto peggiore, non ci sono Cooperative che danno lavoro ai detenuti, non ci sono scuole superiori se non in pochissimi posti e ben pochi sono i corsi di formazione professionale. In questi istituti le persone sono semplicemente immagazzinate in spazi ristrettissimi, in ozio totale e in condizioni di stress e tensione continua. In queste condizioni le persone più che rieducarsi si abbrutiscono, si ammalano e in non pochi casi arrivano al suicidio

Tantissimi per poter tirare avanti in queste condizioni fanno uso e abuso di psicofarmaci, ansiolitici, antidepressivi e sonniferi. Vivono in una specie di semiletargo o, come ha denunciato un sindacato della Polizia penitenziaria, in uno stato di contenimento chimico. 

L’assistenza psicologica che in carcere dovrebbe essere ben presente è al contrario scarsissima. Gli psicologi invece di aumentare in proporzione all’aumento del numero dei detenuti hanno sempre meno ore. Qui a Padova a fronte di quasi 900 detenuti ci sono due soli psicologi che lavorano per sole 22 ore al mese, per cui se dovessero incontrare tutti i detenuti potrebbero dedicare si e no 10 minuti all’anno a persona.

Se parliamo degli affetti e dei contatti con la famiglia, essi si riducono per i detenuti comuni a sei ore di colloquio al mese e per i detenuti in regime di alta sicurezza a quattro, con il particolare che sei colloqui al mese o anche quattro, li possono fare solo quelli che hanno le famiglie che abitano nelle vicinanze del carcere dove uno è detenuto, ma quelli che abitano lontano, come me ad esempio, non possono mica fare le sei ore di colloquio mensili. Io sicuramente non faccio venire la mia famiglia dalla Sardegna sei volte la mese. Ora che esco in permesso vengono ogni due mesi in occasione delle mie uscite, ma prima che uscissi li facevo venire una o due volte all’anno.

Oltre ai colloqui visivi ci sono poi i colloqui telefonici che si riducono a una telefonata a settimana per la durata di dieci minuti, durante i quali si fa giusto in tempo a salutare e a dire “come stai?”, che i dieci minuti sono già passati.

Un’altra cosa che forse non tutti sanno è che più del 40% dei detenuti è in custodia cautelare preventiva, e cioè non ancora giudicati, un terzo dei quali è statisticamente provato che verrà ritenuto innocente. Che genere di rieducazione fornisce il carcere nei confronti di questi ultimi? Forse che escono rieducati? No, escono incattiviti per le sofferenze ingiuste subite.

 

Il carcere è anche il luogo dove si ha la possibilità di conoscere delinquenti “più professionali”

 

Tantissime persone poi sono condannate per piccoli reati, magari per piccoli furti o piccolo spaccio di stupefacenti, e nei loro confronti il carcere svolge una funzione esattamente contraria a quella a cui è preposto. Per questi ultimi il carcere è il luogo dove si ha la possibilità di conoscere altri “delinquenti” più professionali e imparare da loro, quindi più che uscirne rieducati escono più agguerriti e più organizzati di prima. Gli spacciatori possono diventare trafficanti e i ladruncoli rapinatori o pure peggio. Il carcere può diventare solo una scuola di addestramento per diventare più delinquenti ancora.

Il carcere poi è infantilizzante, perché non c’è cosa anche piccolissima per la quale non si debba chiedere l’autorizzazione agli agenti: per andare a telefonare, o a fare la doccia o semplicemente chiedere il giornale o un bicchiere di zucchero al compagno della stanza accanto. Come bambini che devono avere il permesso per tutto. In questo il carcere deresponsabilizza e non insegna certo come vivere una volta fuori.

Se il carcere deve invece insegnare alle persone come vivere nella società, posso dire che nei miei confronti questo compito non lo ha svolto. Ho fatto già 22 anni dietro le sbarre e da quasi un anno ho cominciato a uscire in permesso premio. La prima volta che sono uscito mi sono trovato in un mondo completamente nuovo e sconosciuto. Fino a un anno fa non avevo ancora preso in mano gli euro e avevo vergogna di andare a comprare qualcosa, perché non solo non conoscevo le monete, ma non sapevo niente neanche dei prezzi delle cose da comprare. Volevo telefonare e non sapevo come fare. Prima che mi arrestassero si telefonava a gettoni, mentre adesso i gettoni non esistono più. Al loro posto ci sono le schede, ma non sapevo come si usavano. Queste cose il carcere non le insegna di sicuro. A me il carcere ha insegnato come vivere dentro il carcere, o meglio come sopravvivere, non certo come vivere fuori. Quando uscirò a fine pena dovrò ricominciare tutto dall’inizio, perché della vita libera non conosco quasi più niente, né le cose piccole né quelle più importanti.

Visto e considerato tutto questo le soluzioni secondo noi detenuti sarebbero, oltre a un’amnistia accompagnata da indulto per decongestionare gli istituti troppo affollati, una seria riforma della giustizia (annunciata da tutti i governi ma mai portata a termine) che ridia al carcere il suo compito istituzionale, che è appunto quello di rieducare. E tra le cose da riformare ci sarebbe innanzitutto il Codice penale che risale al 1931, vecchio di oltre 80 anni. Depenalizzare i reati minori per impedire che chi non è delinquente lo diventi, imparando da altri più esperti. Abolire o quantomeno limitare ai casi più gravi la custodia cautelare.

Ma soprattutto bisognerebbe applicare le misure alternative, in modo che tutti escano dal carcere scontando una misura o di semilibertà o di affidamento in prova ai servizi sociali, perché chi esce in queste misure si riabitua alla libertà in maniera graduale e si abitua a rispettare le regole, perché sa che commettendo infrazioni ritorna un’altra volta dentro, e pertanto capisce che rispettare le regole CONVIENE.

 

 

I “rieducabili” e i “non rieducabili”

Ci sono detenuti ai quali non è concesso di accedere alle misure alternative, e la loro rieducazione è incompleta, è “malata” perché tutta compressa dentro ai meccanismi della galera

 

di Elton Kalica, redazione di Ristretti Orizzonti

 

Il mio intervento è stato introdotto tra gli interventi dei detenuti e la cosa non mi dispiace, solo che ci terrei a dirvi che io ho finito la mia pena da qualche mese e sono tornato qui da uomo libero.

La rieducazione? Quando ero prima in carcere, ma anche adesso che ho finito la pena, quando mi chiedono che cos’è la rieducazione non ho le idee chiare, non riesco a trovare una definizione precisa: spero che alla fine di questa giornata si possa andare fuori con un quadro un po’ più completo sul concetto di rieducazione.

Voglio raccontare anch’io qualcosa del mio passato, faccio un po’ riferimento alla mia infanzia nel regime sovietico. Quando ero bambino avevo un’idea chiara della rieducazione. Appena fuori città c’era un carcere minorile e fuori c’era scritto, “Scuola di rieducazione”. Una volta avevo chiesto a mio padre: perché Scuola di rieducazione? E mio padre mi aveva risposto che noi ragazzi a scuola andavamo per essere educati, educati a quella che era a qui tempi l’idea dell’uomo rivoluzionario, invece, c’erano anche ragazzi per i quali l’educazione normale non funzionava, e allora, se non bastava questa educazione che avveniva nelle scuole, si faceva la rieducazione in una scuola dalla quale non si poteva uscire fino al termine del ciclo di studi. Quindi la mia idea era di una scuola un po’ più severa, con una disciplina un po’ più rigorosa, e chiusa.

Poi sono finito in carcere in Italia e mi sono ritrovato in una sezione di Alta Sicurezza. Dal cancello vedevo gli altri detenuti, quelli delle sezioni comuni, che andavano a scuola, alle attività del carcere. Una volta ho chiesto al mio compagno di cella come mai loro potevano accedere a queste attività e noi dell’Alta Sicurezza no. Lui mi rispose che qui in Italia i detenuti sono divisi in due categorie, quelli rieducabili, e sono quelli delle sezioni comuni, che possono accedere a questo “trattamento”, e quelli che lo Stato considera non rieducabili, che saremmo stati noi, condannati per reati clasifficati come criminalità organizzata. Insomma anche li mi ero fatto un’idea abbastanza chiara sulla rieducazione, che significava un carcere più aperto, con un regime un po’ più attenuato che permetteva di accedere ai corsi; per contro, la non rieducazione significava stare in una sezione A.S., chiusi in cella con solo le due ore di passeggi.

Poi fui declassificato. E così sono stato messo in una sezione comune, diventando una persona rieducabile a metà, perché potevo frequentare le attività interne, ma non potevo accedere alle misure alternative, e mi sono fatto la galera in modo un po’ più umano, ma fino all’ultimo giorno.

Questo status di “detenuto mezzo comune e mezzo A.S.”, mi ha permesso di accedere ad alcuni “elementi rieducativi”, di conseguenza ho potuto iscrivermi all’università e sono entrato nella redazione di Ristretti. Diciamo che ho seguito questa specie di rieducazione a metà dal punto di vista istituzionale, dedicandomi allo studio e al lavoro che ho fatto per Ristretti Orizzonti, senza però accedere alle misure alternative.

Oltre a questo, ho cercato anche di seguire un percorso di rieducazione fisica. Nel senso che, durante gli anni trascorsi nelle sezioni comuni, la mia giornata si divideva tra il lavoro in redazione la mattina, e alla sera lo studio per fare gli esami universitari. E c’era sempre un’ora in cui si poteva andare ai passeggi. Qui in carcere le persone possono uscire dalla cella per andare ai passeggi, che sarebbero una vasca di cemento con sopra il cielo e con delle mura pure di cemento, in cui si può andare a sgranchire le gambe, due ore alla mattina due ore al pomeriggio, altrimenti uno sta ventiquattro ore in branda e gli si atrofizzano tutti i muscoli.

La regola, diciamo una regola di “viabilità” in questa area, è che chi si mette a camminare fa avanti e indietro in questa vasca di cemento, e chi corre, corre in cerchio per non urtarsi. Tutto questo è una regola non scritta ma viene rispettata da tutti, e tutti possono fare un po’ di moto in questa maniera. Quindi io mi sono fatto molti anni andando a correre come un criceto in questo spazio ristretto.

Per tornare al mio discorso sulla rieducazione, a fine pena sono uscito che avrei dovuto essere una persona rieducata, perché in questo lungo periodo di detenzione ho fatto tutto. Solo che, una volta fuori, mi sono ritrovato veramente in mezzo a molte difficoltà. Allora ne racconto una perché è la più emblematica: non riuscivo a camminare su un rettilineo, nel senso che, appena mi distraevo un po’ di fronte a una vetrina di un negozio, finivo per camminare a zig-zag, ritrovandomi in mezzo alla strada con gli automobilisti che inchiodavano e mi suonavano spaventati.

Ecco, racconto questo come una specie di metafora perché, nonostante io avessi cercato di fare questo allenamento fisico di correre come un criceto tutti i giorni nell’ora d’aria, quando poi mi sono ritrovato fuori è stato veramente difficile anche fare la cosa più elementare, camminare su un rettilineo.

Questo vale per tutto, ad esempio nella relazione quotidiana con le persone, dove credo le difficoltà sono state maggiori. Anche perché, dopo tanti anni in carcere, la cerchia di amici sono i volontari e i detenuti. Anche se il carcere attraverso le regole, i tempi, i lavori, insegna alla disciplina, questo non sempre basta una volta fuori. E quando uno si ritrova di fronte alle difficoltà, se non c’è nessuno che viene a darti una mano, si è spinti a risolvere i problemi cercando le soluzioni anche in maniera diciamo “alternativa”, per vie non legali, zigzagando, come quella specie di uscita dal rettilineo quasi involontaria che mi portava sempre in mezzo alla strada. Quello che voglio dire è che quello che il carcere oggi insegna è rispettare gli orari ed essere disciplinati con gli agenti e con gli operatori, dando l’illusione che basta questo per rifarsi una vita onesta; ma non insegna la cosa più importante, che si può vivere anche facendo cose “normali”, non insegna a camminare dritto, guardare avanti, vivere una vita fatta di piccole emozioni.

Io sono uscito e ho continuato a lavorare per Ristretti Orizzonti, ho sempre avuto dei punti di riferimento abbastanza solidi e positivi. Pertanto non ho avuto questa tentazione di cercare soluzioni alternative, ho saputo dire di no. Ma se io non avessi avuto questi punti di riferimento, non lo so se avrei detto di no.

Ecco credo che anche questo potrebbe essere uno spunto di riflessione sulla rieducazione. Perché quello di cui io mi sono accorto è che noi persone, noi esseri umani siamo molto vulnerabili, vulnerabili nel senso che di fronte alle difficoltà è facile dire di sì a delle uscite dalla legalità, o comunque si è tentati di farlo, si è appunto vulnerabili. Anche quando andiamo nelle scuole e mi chiedono se io credo nella rieducazione, io dico: guardate, l’importante è che uno sia consapevole di quanto noi uomini siamo fragili, e quindi esposti al pericolo di commettere reati, per chi non li ha mai commessi o di ricommetterli e ritornare dentro, per noi che abbiamo già fatto questa esperienza.

Questa è la mia riflessione, la consapevolezza di questa fragilità per cui ho imparato che è meglio non sentirsi troppo sicuri di sé, e tenere sotto controllo le proprie debolezze, la propria difficoltà a “camminare dritti”.

 

Gli Orizzonti Ristretti, allargati dal confronto con gli studenti

Per me, che con loro mi sono raccontato anche in modo spietato e senza farmi “sconti”, questa esperienza è ben diversa da quella che fa una persona, che si fa la galera su nelle sezioni sovraffollate

 

di Filippo Filippi, redazione di Ristretti Orizzonti

 

Che cosa mi hanno “dato” questi quasi tre anni di “partecipazione attiva” a Ristretti Orizzonti, in confronto alla passività diffusa sempre più in carcere?

Agli inizi (diciamo il primo anno e mezzo o poco più), ero entusiasmato da questa esperienza particolare in carcere e con il gruppo di allora, che poi via via si è in parte “sfaldato” (fortunatamente qualcuno ancora riesce ad uscire!), era qualcosa di nuovo e talvolta piacevole ed arricchente per me.

Poi con il passare del tempo e la fatica del parteciparvi, alcune cose sono divenute anche faticose, in ogni caso ho potuto ascoltare ed incontrare molte persone, che probabilmente non avrei mai incontrato e/o ascoltato, durante l’espiazione della mia pena, e certamente mi sono addentrato in temi e argomenti di cui mai mi sarebbe passato per il capo di occuparmi.

Ho affinato di sicuro le mie conoscenze su molti temi, conoscenze talvolta “compresse”, rapide, veloci, ma generalmente molto interessanti e ”controcorrente”, non le solite cose che giornali e TV sempre più spesso ci propinano.

Principalmente gli “incontri sulla legalità”, come sono chiamati dagli addetti ai lavori, quelli con gli studenti insomma, sono stati la molla più importante che mi ha spinto a continuare con quest’impresa così faticosa, una attività che ironicamente a volte definisco “per i posteri”, nel senso che noi ci ostiniamo a fare e dire cose che talvolta sono impopolari, “contro”, contro ciò che tutti i media, buona parte dei politici e conseguentemente una parte dei cittadini condividono riguardo alle pene e al carcere, anche perché non conoscono nel dettaglio questi temi, e sono sviati dalle informazioni che ricevono.

Questi incontri con gli studenti di molte classi sono stati talvolta arricchenti e liberatori, talaltra una fatica immane che più di una volta mi ha lasciato svuotato anche per qualche giorno (teniamo presente che anche noi che partecipiamo a Ristretti siamo comunque detenuti!). La ripetizione della propria storia personale, anche se ogni giorno arricchita da nuovi dettagli, crea inevitabilmente anche senso di pesantezza. Il continuo rivisitare le nostre vite ed il peggio di esse ti porta comunque a continue consapevolezze nuove che “fanno male” (una specie di supplemento pena), sono dolorose ed inoltre ti tengono inchiodato a ciò che sei stato o hai fatto.

Dal canto mio, che mi sono raccontato anche in modo spietato e senza farmi “sconti”, questa esperienza è ben diversa da quella di chi assiste sì agli incontri, senza però mettersi mai “in gioco”, o facendolo poco e con un coinvolgimento minimo, ma è diversa soprattutto da quella che fa una persona, che per esempio sconta la sua condanna su nelle sezioni, dove il tempo potrebbe fermarsi, in assenza di qualsiasi attività, alla data del suo arresto e tutto rimane come “sospeso” a quel giorno ed alla “bella vita” che magari era riuscito a fare o ai beni materiali, che è riuscito a conservarsi per quando uscirà. In sezione, al massimo gli argomenti di discussione od “introspettivi” riguardano eventualmente come farla franca al meglio, o perché prendersela con il giudice che è stato troppo severo con la condanna, o con l’avvocato che non ha fatto il suo dovere o con l’Istituzione carceraria che (ma questo può essere vero!) non rispetta più neanche le sue Circolari e non permette al condannato di scontare la sua condanna dignitosamente.

Ma tornando a qualche anno addietro, tutto mi sembrava, era per me più facile, “scivolava”, soprattutto quando vi era un gruppo ferrato e rodato (almeno questa era la mia percezione), con il quale insieme tutto era più “distribuito”, e le fatiche, gli impegni più “spalmati” tra di noi.

Non a caso credo che questa realtà di Ristretti Orizzonti, più unica che rara, abbia tratto origine, sia nata principalmente qui dentro il carcere con molti meno mezzi di oggi, ma con uno sparuto gruppo che con costante caparbietà ed impegno voleva avere una sua voce (anche se detenuta in carcere), e l’ha ottenuta.

Abbiamo cercato di coinvolgere tutte le parti “sane” della società, creando quindi una realtà che molti “invidiano”, e che è di riferimento per le molte associazioni che di carcere si occupano anche in questi tempi bui, regressivi e di deriva, non solo economicamente parlando. È una realtà che molti invidiano ma ciò non significa che Ristretti sia “amata”, molto spesso rompe letteralmente le scatole affrontando temi che per molti anni sono stati affrontati in un modo poco chiaro e cerca di sviscerare le storture della realtà carceraria. Questa è una posizione molto scomoda.

Le attività oggi sono tante: migliaia di contatti sul sito di Ristretti, migliaia di studenti dentro e fuori che partecipano o hanno partecipato in più anni scolastici al nostro progetto, un sacco di persone detenute che da qui sono potute passare; studenti universitari che costruiscono le loro tesi nella Casa di Reclusione di Padova intervistandoci, e molte altre attività ancora, intraprese per dare spazio anche a coloro che non fanno nulla su in sezione, quindi un gruppo di Ristretti allargato, che chiamiamo “Gruppo di discussione”, un laboratorio di scrittura, un corso di informatica ed ultimo un corso di fotografia. Solo che lo spazio… non c’è! È sempre quello delle due camerone di Ristretti ed allora come conciliare tutte queste attività (e gli incontri scuole-carceri), che inizieranno!?!

Ecco, mantenere tutte queste cose non credo sia facile, soprattutto in questo 2012, con i molti cambiamenti regressivi, tagli economici, sovraffollamento, che vi sono stati sia dentro le carceri che fuori, in merito al senso che dovrebbe avere una pena da espiare, un senso che va sempre più perdendosi.

Ed io? Ora non lo so con chiarezza, ma credo davvero che questa esperienza mi abbia arricchito, un’esperienza preziosa in un postaccio come le galere odierne (si anche la Casa di reclusione di Padova!), piene di molte persone che oramai non hanno poi più molto a che fare con il classico stereotipo di carcerato, che una volta in maggioranza era colui che consciamente decideva di darsi al crimine.

Oggi le galere “contengono”, è proprio il caso di usare questo termine, in prevalenza tossicodipendenti, immigrati e disperati, gente che fugge da guerre e povertà, disagio sociale e mentale. I “ritocchi” fatti in questi anni al Codice penale anche con le cosiddette “leggi emergenziali”, e la crisi economica hanno sicuramente peggiorato le condizioni di vita dentro e fuori le mura e le possibilità si sono sempre più assottigliate dentro le carceri, che si sono progressivamente impoverite sempre di più, impoverite ma anche “arricchite” con sempre più nazionalità, etnie e gruppi. Tutto ciò ha cambiato radicalmente il profilo delle carceri e sicuramente anche quello di Ristretti Orizzonti e delle persone che vi partecipano. Ma ha anche complicato le cose, reso più difficile tutto per tutti, soprattutto nelle fasce più socialmente disagiate.

Parlare di rieducazione in queste condizioni è sempre più difficile.

 

Non dobbiamo parlare di rieducazione etica, ma di rieducazione sociale

Il carcere oggi invece è un carcere dove non ci si abitua alla vita vera, ma ci si abitua ad adeguarsi alle regole, e le relazioni di sintesi molto spesso ti dicono solo se il soggetto si è adeguato o non si è adeguato a esse

 

di Mauro Palma, presidente uscente del comitato

europeo per la prevenzione della tortura

 

Colpisce sempre tornare in questa comunità del “Due Palazzi”, un aggregato composito, in cui si vede l’interazione positiva tra i diversi ruoli, tra i detenuti, gli agenti della polizia penitenziaria, la direzione, gli operatori e i magistrati. In un mondo in cui difficilmente si dialoga tra operatori diversi è estremamente importante mettere in comune le nostre diversità, i diversi sguardi che abbiamo rispetto alla detenzione.

Ci ritroviamo per un convegno, con una doppia sensazione: quella positiva, delle molte persone qui venute per discutere attorno a questo tema e che, quindi, lo ritengono tema importante per la qualità della nostra vita sociale e democratica; e quella negativa della ritualità che ogni convegno porta con sé quando nei fatti non viene preso come elemento da cui partire per cambiare qualcosa. Il rischio è la ripetitività che porta inesorabilmente all’assuefazione.

Nei convegni sul carcere, infatti, non si capisce mai perché le cose non funzionino, dal momento che tutti sembrano essere d’accordo su tutto e perfino chi ha responsabilità complessiva del sistema dichiara sempre di essere d’accordo. Proprio ieri intervenendo ad un altro convegno a Napoli, dicevo che personalmente mi sono stancato del fatto di essere addirittura “scavalcato” dalla stessa amministrazione, in occasione di convegni e seminari, per quanto riguarda ipotesi di detenzione diversa, aperture, progetti. Non si riesce a capire allora come mai la situazione attuale sia descrivibile con quei termini di degrado, oggettivamente corrispondenti alla realtà e a cui ci siamo perfino abituati, nonostante queste dichiarate volontà e nonostante le professionalità interne e la presenza di un volontariato che è ampio in Italia, più che negli altri Paesi. Deve esserci necessariamente un punto di discrasia profonda tra dichiarazioni e azioni, tra quanto teoricamente si afferma e quanto nel concreto si realizza.

Una discrasia che coinvolge tutti e dobbiamo essere impietosi anche con noi stessi, a partire dai termini che utilizziamo e dai significati concreti che essi sono andati assumendo negli anni. Vorrei partire proprio da una parola spesso evocata e che sembra trovare concordi troppi, quasi tutti, in modo preoccupante: la parola “rieducazione”. Come è possibile che non ci sia attrito all’interno del nostro Ordinamento tra la rieducazione e l’ergastolo ostativo? Come è possibile non venga colto tale attrito da parte di chi usa il primo termine e intanto approva provvedimenti che introducono il secondo?

Ponendo questa domanda, dell’inconciliabilità dell’ergastolo ostativo con il fine rieducativo dichiarato, potrei quasi chiudere il mio intervento, perché tale confronto pone evidenza al fatto che le parole stesse con cui si parla di carcere hanno perso la semantica originaria, ne hanno acquistato un’altra, fluida e inutile. Tuttavia è bene entrare all’interno di tale contraddizione semantica perché il termine “rieducazione” è in realtà un termine che è invecchiato male. E un po’ come accade a volte anche alle persone quando, invecchiando, ha fatto emergere alcune ambiguità iniziali, come alcuni aspetti del nostro carattere, che in giovinezza erano più nascosti e con gli anni si rendono sgradevolmente e ineluttabilmente visibili.

Così è, infatti, avvenuto anche alla parola “rieducazione”, che fin dall’inizio conteneva una certa ambiguità, che ora sta venendo fuori. Non vi è dubbio che la parola sia stata inserita positivamente dal Costituente, quando l’intenzione era chiaramente quella di non dare alla pena una finalità meramente retributiva, bensì la si voleva ancorare a una utilità – di più una utilità doppia, da un lato quella di prevenire i delitti e dall’altro quella di contenere le pene rispetto all’arbitrio: non dare così la possibilità di irrogare pene indiscriminate, non collegate ad un qualunque percorso e che avrebbero in qualche modo rischiato di configurare la pena detentiva quasi in continuità con la precedente tradizione della vendetta. La pena nel diritto penale moderno non nasce in continuità con la pratica pre-moderna della vendetta, soltanto affidandola alla neutralità dello Stato e depurandola dall’aspetto cruento. Al contrario, nasce come rottura con tale impostazione: nasce per contrastare l’ipotesi di vendetta e proprio per questo una sua connotazione strettamente retributiva finirebbe col configurarla come una sorta di vendetta istituzionale.

Quindi la parola è nata positivamente, ma è nata positivamente in un contesto che naturalmente sottintendeva non già un concetto di dimensione etica – una rieducazione etica, appunto – bensì di rieducazione sociale, di ritorno all’inserimento, difficile, ma positivo nel contesto sociale, con diversi strumenti, intenzioni e possibilità. Se noi non chiariamo questa declinazione della rieducazione, ne perdiamo il significato originario.

Voi sapete bene che il percorso, dall’inserimento in Costituzione al recepimento in una legge, di tale impostazione, è stato molto lungo: la Costituzione è entrata in vigore il primo gennaio del 1948, la riforma penitenziaria è del 1975, ventisette anni dopo. Nel periodo intermedio, nonostante l’affermazione costituzionale, ha continuato a rimanere vigente il regolamento degli anni Trenta e ha continuato a essere il substrato della cultura penitenziaria concreta. Non solo, anche dopo che la parola rieducazione è stata introdotta nel nuovo Ordinamento, abbiamo dovuto aspettare una sentenza della Corte Costituzionale del 1990 – era presidente Ettore Gallo – perché venisse sancito che la rieducazione non è elemento accessorio rispetto agli altri elementi di tipo retributivo e preventivo costituenti la pena, ma ne è elemento costitutivo.

Non solo questo termine ha fatto fatica ad essere accolto nel sistema penitenziario, ma è stato piegato all’idea di “moralismo individuale”: la rieducazione progressivamente non è stata vista come processo per riannodare i fili con la società, quei fili che il reato aveva reciso, creando però una situazione nuova per entrambi gli attori, il responsabile del reato e la società; è stata invece piegata verso il moralismo individuale e simmetricamente verso la deresponsabilizzazione della società.

A mio parere, questa impostazione ha indotto nel termine “rieducazione” una semantica non effettiva, non fattuale bensì consolatoria, come supporto a una idea astratta di trattamento che ha un carattere del tutto autoreferenziale. Dico ciò, pur nel pieno rispetto della professionalità di coloro che operano all’interno del carcere, motivato dal processo complessivo che il carcere attuale induce, per cui una relazione di sintesi della cosiddetta osservazione della personalità è un testo di cultura minore, spesso limitato a registrare il progressivo adeguamento del soggetto alle regole esplicite e implicite di un microsistema, quale è quello carcerario: la lettura di tali relazioni a volte – scusate la brutalità – è veramente deprimente. Soprattutto sono relazioni con frequenti “invasioni di campo”, poiché capita spesso di leggere premesse quali “considerata la distanza dal fine pena …”, prendendo così come parametro un elemento valutativo che non deve essere considerato da chi deve relazionare sull’andamento detentivo poiché è al più un elemento su cui sarà il magistrato di Sorveglianza a decidere sull’accoglimento o meno della proposta di misura alternativa.

Dietro questa declinazione dell’idea di rieducazione c’è un’implicita intenzione di trasformazione dell’individuo, attraverso una serie di meccanismi, che sono spesso privi di efficacia operativa, giacché – come si diceva in altri interventi – pochi sono gli operatori rispetto alla massa di detenuti, e privi di una capacità di incidere sul soggetto detenuto in maniera da potergli offrire diverse possibilità, diversi modi di rapportarsi alla comunità esterna. Tutto questo, secondo me, si riflette in una distanza abissale che separa ciò che normativamente noi volevamo – noi, intendo dire, come Ordinamento, come Stato – e avevamo definito – nella Costituzione, nell’Ordinamento Penitenziario – e tutto ciò che vive il detenuto e anche il lavoratore, all’interno dell’Istituzione Penitenziaria.

Molte volte in questi anni, avendo visitato carceri un po’ in tutti i Paesi europei, mi viene posta la domanda su quale sia un punto di forza e quale un punto di debolezza del sistema penitenziario italiano. Il punto di forza l’ho sempre trovato nella professionalità di chi ci opera, nell’apertura al mondo esterno: in Italia il volontariato è presente più che in molti altri Paesi. Il punto di radicale debolezza invece l’ho sempre trovato nella distanza che separa la norma stabilita e ciò che poi realmente si vive all’interno degli Istituti – quantomeno in media, ferme restando le eccezioni. Questa separatezza è una separatezza che in qualche modo è contraria a tutte le ipotesi di rieducazione.

Ma, dove si annida questa deficienza strutturale? Una deficienza che, si noti bene, non dipende dal sovraffollamento, che è un elemento aggiuntivo, che aggrava le situazioni soggettive di chi è detenuto e di chi vi opera. Mi riferisco a una carenza progettuale, di riflessione; una deficienza che porta alla necessità di rivedere il paradigma detentivo. Si annida, infatti, nella dicotomia fra un carcere “infantilizzante” ed un carcere “responsabilizzante”.

 

La vita interna deve riacquistare somiglianza con la vita reale esterna

 

Il carcere italiano è un carcere infantilizzante, mutuato dal modello collegiale. Lo è anche nella sua disposizione architettonica nonché nella sua quotidianità: al detenuto non viene chiesto altro che adeguarsi ad un regolamento, adeguarsi a delle norme, gli vengono scanditi i tempi, gli viene dato il cibo. Tante volte sorridiamo del fatto che per ogni richiesta il detenuto deve fare la “domandina”, con quel diminutivo che in qualche modo evoca quest’idea di regressione coatta verso uno status di persona che non ha responsabilità.

È un carcere ove appunto non ci si abitua alla vita vera, ma ci si abitua ad adeguarsi alle regole, e le relazioni di sintesi che citavo prima molto spesso ti dicono solo se il soggetto si è adeguato o non si è adeguato a esse. Per cui “il buon adeguamento” alle regole, la buona de-responsabilizzazione è elemento vincente rispetto alla possibilità di avere accesso a misure alternative alla detenzione.

Un detenuto che ha vissuto per anni in questo modo avrà certamente una difficoltà enorme a ritornare nella società esterna, a cui non solo si ripresenta con il volto diverso in positivo, ma anche con il volto diverso in negativo perché segnato dallo stigma del fatto di cui è stato a suo tempo responsabile o comunque di un fatto penalmente rilevante che quantunque non noto è certamente stato all’origine della sua reclusione. Ciò porta difficoltà soggettive, malessere individuale, e anche esposizione al rischio di recidivare reati.

Ieri in un altro convegno, il Commissario straordinario per il piano carceri, il Prefetto Angelo Sinesio, ha detto: “Abbiamo fatto, stiamo facendo, padiglioni, stiamo costruendo strutture a norma, stiamo ampliando strutture esistenti”. Gli ho però chiesto a quale modello detentivo si stesse riferendo in tale ampia progettazione e con quale finalità le strutture venissero ideate. Perché è diverso, per esempio, progettare una scuola come De Amicis ce la descrive nel suo Cuore o una scuola pensata per la scolarizzazione di massa, dopo la riforma della media unica del 1962. Lo spazio riflette l’idea. Lo spazio è diverso, richiede funzioni diverse da svolgersi al suo interno. Così è diverso lo spazio detentivo di puro contenimento o di semplice gestione di una comunità di soggetti che devono essenzialmente obbedire e lo spazio dove i soggetti devono cimentarsi in attività di responsabilizzazione, così preparandosi a un diverso ritorno nella comunità esterna.

Anche perché le strutture, una volta costruite, rimangono spesso immodificate e immodificabili e divengono esse stesse dei costruttori di un’idea concreta di vita carceraria, ben al di là delle intenzioni espresse nei convegni. Non ho avuto dal prefetto una risposta adeguata.

Vorrei citare due esempi: uno è il modello di carcere nord europeo – lo si cita spesso anche se spesso si ottiene una risposta sconsolata che tende a non confrontarsi con esso, poiché “il Nord Europa è diverso!”. Il secondo è la sperimentazione che si sta attuando in molti Istituti in Spagna: un modello mediterraneo che pure introduce elementi d’innovazione interessanti.

Nel modello nord europeo – per esempio in alcuni Istituti detentivi danesi e norvegesi – il detenuto non riceve niente dall’amministrazione: riceve soltanto una paga settimanale e deve saper amministrare i suoi soldi. Ovviamente nell’Istituto non c’è un solo “spaccio” per generi vari da acquistare, che possa così fare i prezzi che gli pare come spesso avviene in Italia; ce ne sono diversi e c’è, quindi, una possibilità di scelta. Il detenuto deve lavorare, ma per operare, per esempio, come falegname, deve avere ottenuto dei crediti formativi attraverso la frequenza del corso per ebanista. Il detenuto deve scegliere all’interno di una serie di offerte che aprono la via verso un lavoro semplice o uno più complesso, diversamente retribuiti; tuttavia anche il lavoro più elementare richiede un precedente impegno formativo, anche il lavoro dello spesino è un lavoro ottenibile solo sulla base di alcuni crediti. Il detenuto deve così ingaggiare se stesso come “attore-costruttore” della propria settimana e del proprio percorso. Se quei soldi li finisce al martedì, non vi è verso poi che mangi fino alla domenica: questa idea rende più simile il mondo interno a quello esterno. I detenuti sono organizzati in aree, dove la giornata è per molti aspetti auto-organizzata; ogni area è fornita di luoghi di incontro, di cucine dove preparare i propri pasti – hanno i loro coltelli da cucina – e dove vengono organizzati turni per la gestione quotidiana.

Ovviamente, come mi capita tante volte di dire, è un sistema “duale”, nel senso che questo è il sistema nel quale il detenuto è inserito normalmente; se tuttavia il suo inserimento non avrà esito positivo, potrà essere spostato a una struttura diversa, di tipo “infantilizzante”. Va notato però che la prima chance che viene data a ciascuno è il sistema “responsabilizzante”; è possibile regredire a un sistema in cui si è gestiti dall’amministrazione, appunto “infantilizzante”, ma ci sono percorsi per tornare dopo un periodo al sistema precedente. Dietro questa impostazione, c’è un’idea di contrattualità tra il detenuto e l’amministrazione carceraria: quest’ultima ha il dovere di fare delle proposte, di offrire opportunità, il detenuto ha il dovere conseguente di organizzare la propria vita.

Non è un soggetto meramente passivo, a lui va chiesto impegno positivo.

Questo modello è inoltre connesso a delle forme di organizzazione della giornata che includono – e qui vi è una grande differenza con il sistema italiano – anche l’organizzazione di turni per varie attività, inclusa l’organizzazione dell’affettività: in più di trenta dei quarantasette paesi del Consiglio d’Europa è prevista la possibilità di incontri con il proprio partner senza supervisione. Si tratta di quella possibilità di relazioni affettive – così noi eufemisticamente chiamiamo la possibilità di espressione sessuale – in locali che in molti casi offrono la possibilità di trascorrere un weekend con il/la proprio partner e gli eventuali figli. Spazi gestiti all’interno di questa impostazione responsabilizzante come momenti di auto-organizzazione da parte dei detenuti della vita quotidiana.

Per non riferirci solo a modelli scandinavi, cito parallelamente l’esempio spagnolo: un sistema detentivo che ha un’organizzazione, per altri versi non funzionante, ma per alcune cose molto positiva. Essendo ogni carcere organizzato in moduli, sono stati recentemente introdotti in ciascuno di essi, in via sperimentale, uno o due moduli detti “moduli di rispetto”. Un modulo di questo tipo è un luogo aggregativo dove si stabilisce una forma di autogestione della quotidianità sancita dalla firma del contratto tra detenuto e Amministrazione. Il contratto prevede degli obblighi per il detenuto e prevede degli obblighi per l’Amministrazione.

Il cosiddetto “trattamento penitenziario” in questi casi non è un progetto elaborato a tavolino. È la risultante di una diversa atmosfera all’interno del carcere; è la sintesi dei supporti offerti al detenuto e delle sue reazioni nella gestione in proprio della quotidianità.

Su questa diversa impostazione vi è un’ampia discussione in Europa, nella ricerca di un paradigma detentivo più rispondente alla scrupolosa tutela dei diritti della persona detenuta e al contempo di riduzione del rischio di recidivare il reato. Se sia il caso di accentuare gli aspetti di offerta pur in un’impostazione infantilizzante (dal teatro, alle attività con la comunità esterna e quant’altro) o se invece non sia necessario cambiare paradigma, potenziando il loro essere soggetti, e simmetricamente modificando il ruolo degli operatori e la fisionomia delle loro stesse professioni è tema di dibattito nel panorama europeo. Certamente da tutti è avvertita la necessità di rivedere impostazioni, funzioni e professioni delineate più di trenta anni fa; così come la necessità di rendere la vita interna sempre più simile a quel mondo esterno da cui si è giunti e a cui, prima o poi, si ritornerà.

Il concetto chiave nella relazione tra educatore e detenuto è quello di reciprocità

La reciprocità comporta il mettersi in discussione e sperimentare la relazione, in modo non direttivo ed empatico (cioè mettendosi nei panni dell’altro)

 

di Roberto Bozzi, responsabile dell’area pedagogica

nella Casa di reclusione di Bollate (MI)

 

Premessa pedagogica

Il senso profondo dell’educare non può che partire da ex-ducere (tirare fuori) e arrivare al rendere autonomi. In particolare l’educazione in età adulta ha quali presupposti la condivisione del percorso tra educatore e utente, nonché la co-strutturazione.

Il “tirare fuori” significa pertanto l’offerta di stimoli atti a fare scoprire all’altro delle parti di sé (già in lui esistenti) ma di fatto mai sperimentate. Spesso tale carenza di sperimentazione è collegata ad ambienti socio-familiari ipostimolanti e allora laddove si deve educare ci deve essere una sorta di iper-stimolazione per sollecitare, appunto, la scoperta di quelle parti di sé.

Il carcere, dunque, avrebbe il compito di contrapporsi a contesti culturalmente marginali e poveri e spesso, invece, ne ripropone pienamente il modello (abulia, linguaggio violento e volgare, forte dimensione del potere, regole rigide e ampio mondo sotterraneo).

“Tirare fuori” è un concetto opposto al plasmare, al creare “a propria immagine” anche perché dovrebbe lasciare libero l’altro di scegliere, di aderire e di reinterpretare le proposte a lui fatte.

Nella psicologia analitica, Carl Gustav Jung individua due archetipi opposti nell’inconscio collettivo, il puer (quanto nell’individuo c’è di nevrotico e inquieto) e il senex (emblema di tutto ciò che gli uomini definiscono responsabile, laborioso, stabile) nell’uomo adulto convivono queste due dimensioni ed è il loro equilibrio il sintomo di maturità. Come si pone il carcere con queste due istanze? Tenuto conto che il cambiamento in età adulta avviene spesso attraverso esperienze molto significative (se non traumatiche) – quelle che i teorici del settore chiamano “eventi marcatori” o “esperienze apicali” – il carcere avrebbe dunque la possibilità di sfruttare il trauma per agevolare il cambiamento.

 

Analisi della realtà penitenziaria come infantilizzante

 

In realtà però, il carcere, anziché tendere al rendere autonomi (e a quello che Jung definirebbe equilibrio tra puer e senex), spesso passivizza e rende, per assurdo dipendenti, lasciando ampio spazio solo al puer.

Infatti lo spazio di autodeterminazione è ridottissimo (anche per quelle funzioni che dopo l’infanzia sono abitualmente gestite in modo autonomo, es. la doccia, la spesa etc), il carcere che si pone come padre-padrone (e cioè che esercita potere prima ancora di tendere alla mission rieducativa) si pone nei confronti del detenuto come davanti a un puer, fa le cose al suo posto (decide per lui), se fa il bravo gli dà un premio, se fa il cattivo lo punisce. Magari lo sveglia quando è l’ora di alzarsi e soprattutto permette che si crei attorno a lui un’immagine sociale che spesso è credibile e forte soltanto dentro le mura. Quanti nostri utenti sono dei piccoli boss dentro e fuori degli emarginati. E allora perché mai “dovrei stare fuori?” “Il carcere parla la mia stessa lingua, lì mi sento qualcuno”.

L’assurdo è che tale meccanismo viene prodotto in modo proporzionale alla rigidità della regole. Erving Goffman ci ha spiegato che nelle istituzioni totali più ci sono regole e limiti e più ricco è il mondo sotterraneo (si pensi alla droga in carcere).

Il ritorno all’infanzia è quello pertanto, pur violento e privo di affettività, di un accudimento che di certo non prepara al mondo esterno, ma che sempre più si colloca come separatore tra il dentro e il fuori. Reinserimento versus disadattamento.

 

Il ruolo dell’educatore nella dinamica adulto/bambino

 

In questo anche le figure educative hanno una responsabilità, in quanto spesso, per ruolo e cioè anche in termini di protezione/autoconservazione, vivono la relazione con il detenuto come eccessivamente asimmetrica, mettendolo in una condizione di inferiorità (se fosse semplicemente l’utente di un servizio forse ciò non accadrebbe) (sotto/sopra) e spesso completamente avulsa da un concetto chiave insito nella relazione stessa e cioè quello di reciprocità.

La reciprocità invece comporta il mettersi in discussione e sperimentare la relazione, come indica Carl Rogers, in modo non direttivo ed empatico (cioè mettendosi nei panni dell’altro).

Un detenuto un giorno mi racconta di uno dei suoi primi incontri con una educatrice, era un giorno particolare per lui per una brutta notizia dalla sua famiglia e ricorda che mentre lui cercava da lei un sostegno (e ricercava il suo sguardo), lei in modo continuativo si guardava la collana… che rigirava tra le mani. Da allora decise che non avrebbe mai più parlato con uno di loro, “tanto non serve”.

Per fare riscoprire la condizione di adultità ci deve essere, pur nell’ovvia differenza di ruoli, un approccio non direttivo e legato alla conoscenza e se si teme che smettendo i panni di “chi comanda” si possa essere sopraffatti, io credo che il rispetto passi attraverso altri canali: l’essere credibili, trasparenti, lavoratori, nel sapersi mettere in discussione (chiediamo di fare autocritica e quando sbagliamo noi e ce lo fanno notare magari scriviamo un rapporto disciplinare). Questa è la dimensione del potere non dell’educazione andragogica.

Io a volte preferisco quando un detenuto esce dagli schemi, va anche un po’ “su di giri” però è vero e adulto, perché a volte noi per primi abbiamo reazioni (emotivamente plausibili) di questo tipo ed è sano, a meno che si intenda “rieducare” come “addomesticare” .

Gli spazi per mettersi in gioco non possono limitarsi al colloquio, nel setting rigido della scrivania (con i due ruoli di “chi sta di qua” e “chi sta di là”), si devono rompere gli schemi e sorprendere, spesso questo apre varchi nella comunicazione relazionale inaspettati. Così come non avere il timore della propria umanità. E per tali ragioni si devono utilizzare anche altre forme/luoghi di osservazione: l’osservazione partecipante (quella che in antropologia viene definita come osservazione etnografica), il lavoro di gruppo e cioè essere presenti in sezione, negli spazi del detenuto, durante le attività, in momenti non formali. Questo è il senso palese dell’esserci, dell’essere visibili e anche dell’assumersi la responsabilità di un ruolo complesso.

Spesso il timore – in tema di responsabilità – che è presente negli istituti penitenziari è relativo all’evasione e ai così detti “eventi critici” e cioè in negativo, ma un altro livello di responsabilità che siamo chiamati ad assumerci è quello relativo alla “scommessa” sulla persona e pertanto alla formulazione di programmi di trattamento che utilizzino tutti gli istituti previsti dall’Ordinamento penitenziario.

Nel carcere di Milano Bollate ci sono sempre stati molti detenuti che fruiscono di permessi premio e un elevato numero di ammessi al lavoro all’esterno e la percentuale di mancati rientri è davvero molto bassa. Credo che in questo “rispetto delle regole” sia insito una sorta di rispetto di un “patto” che si pone tra l’istituzione e il detenuto e se per alcuni si tratta di un rispetto “formale” (o legato a un approccio costi/benefici) per alcuni è invece il senso del patto, della fiducia e della relazione che fa da collante e che fa rientrare tutte le sere in Istituto.

Ritengo, alla luce di tutto ciò, che noi per primi dobbiamo essere veri adulti se vogliamo che i detenuti lo siano altrettanto. Un giorno, dopo un mancato rientro di un detenuto ammesso al lavoro all’esterno, incontro un collega di un altro Istituto che, ironizzando, mi dice “te ne è scappato un altro”…e io chiedo “a te non è mai successo?”. Lui fiero mi risponde “mai!”, allora gli chiedo “quanti detenuti hai proposto e gestito in art. 21?”, sommessamente risponde “nessuno”.

 

 

Capitolo secondo: Il detenuto-vittima e la responsabilità

 

Scrive Ivo Lizzola, pedagogista che si è anche occupato di rieducazione delle persone detenute, che “trasformare il “così è stato” in “così ho voluto” è un passaggio necessario e duro, per nulla immediato e semplice”. È terribilmente vero, ci sono detenuti che all’inizio della loro esperienza di confronto con le scuole, per parlare del loro reato, magari di un omicidio, usano espressioni come “Ci è scappato il morto, ho combinato qualcosa di grave, è successo che è morta mia moglie”. Insomma, tutte espressioni cariche di casualità, perché usare la prima persona del verbo uccidere, “ho ucciso”, è drammaticamente difficile, e il carcere da questo punto di vista aiuta poco, sembra fatto apposta per divorare la vita del detenuto e farlo sentire vittima di una pena vendicativa.

 

Io pensavo che mi ero solo difeso, non mi sentivo assolutamente in colpa

Se fossi rimasto in una cella chiuso come molti altri miei compagni, venti o ventidue ore al giorno,  sarei una persona solo più arrabbiata con me stesso  e con il mondo

 

di Qamar Abbas, redazione di Ristretti Orizzonti   

 

Io faccio parte della redazione di Ristretti Orizzonti ed è da poco tempo che ho cominciato a raccontare la mia storia agli studenti che vengono in carcere in visita con le classi. A loro racconto del mio reato e di come sono entrato in carcere, e racconto anche che prima di entrare in carcere lavoravo onestamente come operaio e che sono finito qui per un reato molto grave, un omicidio avvenuto in una rissa scatenata dai miei connazionali. Si sarebbe potuto evitarlo chiamando i carabinieri, ma in quel momento non ci ho pensato, perché prima che succedesse questo grave fatto avevamo, io e la mia famiglia, denunciato molte volte queste persone che ci chiedevano il pizzo, e però i Carabinieri non sono mai intervenuti e nessuna risposta è stata data da parte loro.

Quindi quando io ho commesso l’omicidio la mia idea era di difendermi, purtroppo così non è stato e uno di quelli che mi hanno aggredito è rimasto a terra, morto. Poi dopo aver commesso il reato io personalmente avevo pensato di scappare via al mio Paese di origine, il Pakistan, ma invece non è andata cosi. Perché mio padre mi ha fermato e mi ha detto “No, tu hai sbagliato e ti devi costituire”, dandomi un piccolo esempio che io ora ho capito che invece è stato molto grande. In quel momento lui mi ha detto che era da vent’anni che si trovava qui in Italia e non aveva mai avuto problemi con la giustizia, mentre io avevo sbagliato gravemente e avrei dovuto pagare il mio debito con lo Stato e con la società. Ecco perché mi sono costituito, poi dopo la condanna definitiva sono arrivato qui nel carcere di Padova, dove mi è stata data l’opportunità di inserirmi nella redazione di Ristretti Orizzonti e di partecipare anche al Progetto di confronto tra le scuole e il carcere. Direi che personalmente mi ha aiutato tanto questo Progetto, e voglio spiegare perché.

Io quando sono stato arrestato la pensavo in modo completamente diverso da come la penso ora, io pensavo che mi ero semplicemente difeso, non mi sentivo assolutamente in colpa. Però qui, intervenendo agli incontri con le scuole, ho capito molte cose. Ho capito molto, ho cominciato a riflettere sull’errore che ho fatto e a rivisitare, rielaborare il mio passato sia per il danno che ho causato alla mia famiglia che per il male che ho fatto alla mia vittima e alla sua famiglia. Inoltre ora penso spesso a questa cosa che tanto mi pesa, anche perché adesso la società e i conoscenti più o meno stretti fanno pesare alla mia famiglia il fatto che io ho commesso un omicidio, questo è per me un supplemento della mia condanna, mi pesa molto, molto davvero. Inizialmente non vedevo le cose così, però ora, con gli studenti che pongono molte domande durante gli incontri, domande forti, profonde, io cerco di riflettere su queste domande ed ho cominciato appunto a rielaborare il mio futuro prossimo ma ancora di più a riflettere su quel passato che mi ha condotto qui. Inoltre, avendo avuto questa opportunità, a volte penso che se fossi rimasto in una cella chiuso come molti altri miei compagni, venti o ventidue ore al giorno, con la situazione delle carceri italiane sovraffollate, sarei una persona solo più arrabbiata con me stesso e con il mondo, nient’altro. Perciò vi ringrazio per questa opportunità che mi avete dato anche oggi.

 

Quel seme di persona onesta e buona che presumo di avere anche io

Se il carcere ti dà gli strumenti, non per forza bisogna uscirne una persona peggiore come ho sempre fatto io

 

di Luigi Guida, redazione di Ristretti Orizzonti

 

Io proverò a fare una riflessione su cosa ha significato per me la rieducazione. Personalmente sono molti anni che conosco come detenuto il mondo carcerario, avendo vissuto la mia prima esperienza nel carcere minorile Beccaria di Milano all’età di sedici anni, da allora di anni ne sono passati 15, quasi tutti trascorsi in carcere entrando e uscendo come se fosse divenuta la cosa più normale del mondo, ma soprattutto senza mai riflettere sugli errori che mi avevano spinto a varcare la soglia del carcere. Anzi, il tipo di espiazione che avevo vissuto sulla mia pelle aveva fatto maturare in me un rifiuto verso le Istituzioni carcerarie e la regole che mi venivano imposte, e così ho finito per accumulare moltissime denunce all’interno degli istituti di pena, e con il passare degli anni di detenzione, invece di ritrovarmi con una pena diminuita, me la sono ritrovata ben più lunga di quella iniziale.

Da due anni sono nella Casa di Reclusione di Padova, e per la prima volta mi è stata data la possibilità di sperimentare una espiazione di pena fatta in modo diverso, frequentando alcune attività, in particolar modo quella con Ristretti Orizzonti, la redazione di cui faccio parte. Dove non senza fatica ci si confronta con gli studenti raccontando loro il peggio della propria vita, ma soprattutto si approfondiscono quei passaggi apparentemente di poco conto che ci hanno “spinto” a comportamenti sempre più sul filo dell’illegalità che alla lunga ci hanno portato in carcere.

Credo che non ci sia cosa più dura per una persona di doversi confrontare sui propri errori soprattutto quando lo si fa senza riserve e con assoluta sincerità, e certo è facile farlo davanti a persone sconosciute, ma io penso che sia proprio questa la “magia” di questo progetto. Perché davanti ai ragazzi è difficile dire loro bugie, non li si vede come l’Istituzione, verso la quale il nostro atteggiamento è spesso di chiusura e sospetto, anzi si sente nei loro confronti un dovere di essere sinceri. Quindi è leale il rapporto ed è proprio questo tipo di interazione che con il tempo credo ti possa far arrivare al bandolo della matassa della tua vita, ma soprattutto a pensare che una persona non deve essere per forza il suo passato. E diciamo che sto cercando di seminare qualcosa di onesto e buono che voglio sperare di costruire per il futuro. Penso che se il carcere ti dà gli strumenti, non per forza bisogna uscirne una persona peggiore come ho sempre fatto io.

Questo genere di esperienza per la prima volta mi ha fatto riflettere che non si è predestinati per questa vita, e che io non sono solo il mio passato, ma posso trasformare questo tipo di espiazione in qualcosa di sensato, facendo crescere in me quel seme di persona onesta e buona che presumo di avere.

 

In carcere si è inchiodati al passato

È un passato che blocca la possibilità di pensarsi altrimenti, ma soltanto sentendo su di noi una chiamata a trasformarci e poi volendolo, possiamo aprire ad una nostra trasformazione

 

di Ivo Lizzola, professore ordinario di Pedagogia Sociale presso

la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bergamo

 

Il carcere è un luogo duro di sofferenza, ma cosa ce ne facciamo della nostra sofferenza?

La sofferenza è un’esperienza che apre a delle forti ambivalenze. Noi pensiamo a volte (in modo troppo affrettato) che la sofferenza purifichi: ma non è sempre vero. La sofferenza può portare a giustificazioni molto facili, ad allontanarci da noi stessi, dai nostri gesti e dagli altri. È difficile in carcere scoprire che si è responsabili della propria sofferenza o si può essere responsabili nella propria sofferenza. Così è nella malattia. È difficile pensare che l’esperienza della malattia ci renda responsabili, verso altri e verso noi stessi. Eppure noi reggiamo l’esperienza della malattia, o più in generale l’esperienza della vulnerabilità, solo se ne facciamo un luogo di responsabilità, nel quale tornare a raccontare di noi ad altri.

Lo abbiamo ascoltato nella testimonianza: il poter continuare a raccontare di sé al proprio padre, anche dopo avere commesso un omicidio, può portare all’esperienza del riscatto, del cambiamento nel carcere. Qui tocchiamo un punto delicatissimo. È difficilissimo in carcere fare l’esperienza della colpa, perché la pena in qualche modo “sostituisce” la colpa. Appunto: si “restituisce” il proprio debito alla società in un’ottica molto mercantile. Poco in carcere aiuta a riscoprirci come “uomini della colpa”, insieme. Tutti: uomini e donne detenute, certamente, ed operatori, volontari.

L’esperienza della colpa è molto difficile, dunque, ma allo stesso tempo in carcere si è inchiodati al reato di cui si è colpevoli. Si è inchiodati al passato, più o meno prossimo, che continua a bloccare la possibilità di pensarsi altrimenti. Così é nella vulnerabilità, così é nella malattia, specie quella incurabile. L’unica porta stretta è quella per la quale si può passare dall’essere inchiodati nel passato al viversi nel futuro anteriore, cioè ad un capacità di poter raccontare di nuovo di sé secondo il tempo del “futuro anteriore”. Io “sarò stato”, voglio poter dire che non “sono stato”, ma che “sarò stato” altro e oltre.

Io sarò stato questo: mi sono ripreso dentro un racconto di riscatto. Io “sarò stato” l’uomo del reato e della pena ma voglio poter dire ai miei figli e a mio padre, voglio poter dire di me, che “sarò stato” protagonista del percorso di una nuova nascita. 

La riconquista del futuro anteriore è difficile, perché il carcere apre di certo a percorsi di regressione molto facili e molto duri. Perché è difficile soprattutto oggi, in questo tempo di durezza, incontrare le persone, incontrarci rimettendoci le colpe e allo stesso tempo non dimenticando. Chiamandoci alla responsabilità della ricostruzione del legame ferito. È molto più facile richiamarci continuamente “alle pratiche”, restare in una relazione di estraneità reciproca (ce l’ha raccontato bene Roberto Bezzi poco fa).

La relazione educativa in carcere è quasi impossibile, perché in carcere, come nell’esperienza di cura della malattia inguaribile, la relazione educativa tocca il punto profondo della sua drammaticità. In questi luoghi dell’umano ci si chiede se sia possibile ricostruire una reciprocità asimmetrica (perché l’asimmetria resta radicale). Eppure se qui vogliamo provare a ricostruire una forma di reciprocità, chi gestisce il sapere e il potere deve sentire dentro di sé l’uomo della colpa e l’uomo della pena, altrimenti non incontra l’altro. E chi si trova nella colpa e nella pena, deve sentirsi atteso alla sua presa di parola, di gesti e di responsabilità: anche questo non è facile. Da queste due dinamiche si tenta di fuggire, e ci si fa complici nella fuga. Anche in carcere: si preferisce lasciarsi in pace, estranei, intoccati.

Gli operatori si fan complici della fuga dalla libertà degli uomini e delle donne ristretti, e i detenuti si fan complici della fuga dalla libertà degli operatori. È da questa complicità che è difficile uscire, eppure delle possibili uscite ci sono. Si è parlato molto di una prospettiva di responsabilizzazione ad esempio. La prospettiva di responsabilizzazione non significa semplicemente concedere ulteriori possibilità di scelta ai detenuti: sono d’accordo con gli interventi di Palma e di Bezzi. Ma vorrei scavare ancora: si devono consentire, certo, possibilità di scelta ma allo stesso tempo vanno richiamate con forza delle assunzioni di ruolo.

Si sta provando in alcune carceri della Lombardia a sviluppare un progetto sulla genitorialità rivolto a persone detenute, padri di figli minorenni. Il progetto si sta rivelando di una complessità infinita perché riprendere rapporto col proprio ruolo di paternità porta a galla con una forza difficile da sostenere il proprio dolore, il proprio fallimento. Anche di figli rispetto ai padri, non solo di padri rispetto ai figli. Inoltre si richiamano doveri e responsabilità, non soltanto diritti. Come ritrovare i modi (difficilissimi) per provare ad essere credibile nell’esercitare il dovere di paternità verso i tuoi figli che stanno scegliendo cosa fare dopo la terza media, per esempio?

Diventare credibili vuole dire essere capaci di un racconto nel quale si fanno i conti con la durezza (con il reato, con la pena) e con la tua assenza. Con lo smarrimento e la fatica che questa tua assenza sta creando nei tuoi figli. La scommessa è provare ad essere capaci di un racconto nel quale potere testimoniare di essere seriamente ingaggiati in un cammino di riscatto. Racconto che un poco anticipa già quella relazione che potremo donarci reciprocamente un poco più in là, di nuovo.

Provare ad incontrarci nella relazione educativa in carcere (e toccare, così, la drammaticità della relazione educativa) può essere trovare un luogo per riscoprire finalmente il cuore della relazione educativa, che resta piuttosto evanescente ed a volte viene perso anche nella relazione tra le generazioni e nelle trame della convivenza oggi.

Si parla spesso di cambiamento ma è bene ricordare quanto dice al riguardo Simone Weil: nessuno cambia se stesso, noi possiamo soltanto lasciarci trasformare, ma per lasciarci trasformare dobbiamo volerlo con tutte le nostre forze. Sembra un paradosso, eppure davvero soltanto sentendo su di noi una chiamata a trasformarci e poi volendolo e cercandolo, possiamo aprire ad una nostra trasformazione. Ma questo chiede nuova capacità di sentire l’altro, l’obbligazione nei suoi confronti; la necessità appunto di rispetto per il suo dolore e per la sua attesa. In modo particolare in carcere. Vuole dire aprire contesti di relazione nei quali maturare una capacità di sentire l’altro mai provata negli ambienti, nelle relazioni sociali di prima del carcere.

Qui non si tratta di rieducazione: è apertura di una pagina di vita nuova! Di un nuovo rapporto con se stessi, della riscoperta di un altro sé inedito. Ma le persone detenute devono avere dei contesti nei quali potere scoprire che possono essere anche altro da quello che fino ad ora hanno manifestato. Che questo altro lo portano in sé!

Il contesto di costrizione deve, dunque, essere riscoperto come il contesto di una obbligazione verso l’altro, altrimenti è insensato. Se è contesto di pura costrizione la scoperta dell’altro di sé non avviene, avviene se, invece, si offre una sorta di riconduzione forte all’obbligo che si ha verso altri. Non sto parlando dei lavori socialmente utili, sto parlando di incontri “volto a volto”, molto duri, di relazioni di cura molto esigenti. È la “costrizione” della vita che ti porta alla presenza dell’altro, quella che tu devi riscoprire nella relazione, per esempio, con i tuoi figli e la generazione dei tuoi figli, o con la consegna che ha provato a darti la generazione dei tuoi padri. Avvertirsi in questa costrizione significa avvertirsi in un obbligo reciproco, in un vincolo che cerca di non lasciar fuori nessuno. Altrimenti la vulnerabilità così prepotentemente crescente nella nostra convivenza come potrà essere incontrata?

Scoprendo delle relazioni sempre più vincolanti tra di noi questa convivenza può, invece, divenire una convivenza della cura reciproca e, quindi, delle libertà e delle autonomie. Quando Maria Zambrano parla del riscatto, parla del tornare a prendere rapporto con parti di sé. Tornare a prendere rapporto con parti di sé magari mai trovate prima.

È faticoso, si ritorna invece sulle parti di sé conosciute, continuamente. Si resiste al nuovo. Il lavoro educativo è prevalentemente un lavoro su resistenze e sul tentativo di romperle. È per questo che Roberto Bezzi giustamente diceva che è importante che noi ci lasciamo guardare quando lavoriamo in un contesto così particolare come il carcere. E che non guardiamo soltanto, che non pensiamo soltanto di fare del bene o di fare bene il nostro lavoro. Ci sono tra le professionalità che lavorano in carcere delle retoriche che resistono, vi è una troppo diffusa convinzione che “fare bene il proprio lavoro” significa rispettare mansionari, e la lettera di protocolli e ordini di servizio. Il proprio lavoro non è fatto bene se non ci si fa disfare nei propri paradigmi professionali, nel proprio mansionario, dall’incontro reale e concreto con gli sguardi concreti (uno per uno diversi) delle donne e degli uomini che si incontrano. C’è bisogno degli sguardi dei colleghi delle altre professionalità, c’è bisogno di disfare e rifare continuamente il proprio sguardo. C’è bisogno, anzitutto degli sguardi – quelli vuoti, quelli vivi, quelli di convenienza – delle persone ristrette

Perché non viene fuori una domanda di formazione vera, se non come esito di un processo difficile, in carcere? Perché è così difficile far partecipare all’attività scolastica? Coinvolgere nei progetti? Perché vi è quella percentuale sempre più grande del 50% di detenuti che stanno sulla branda, che non escono dalle celle? E noi ad aspettare che loro facciano la domandina rituale. Come gli operatori dei servizi che aspettano che i problemi bussino alla porta! Perché è così!? Perché è difficile far nascere la consapevolezza di essere soggetti di domanda nelle persone detenute. E perché molti operatori pensano che sia meglio non fare loro le domande esigenti.

Incontrare domande esigenti vuol dire avere occasione di trasformare se stessi; pensare di essere soggetti di domanda è una trasformazione profonda, è già un obbiettivo per moltissimi. In carcere ma anche a scuola, anche negli ospedali. È molto difficile maturare la consapevolezza di essere soggetti di domanda, questo è possibile se si incontrano persone che hanno un’attesa su di noi, persone che fanno domande esigenti, che chiedono di entrare in gioco, che non lasciano stare, che non aspettano solo che a loro vengano fatte delle domande.

Abbiamo fatto tanti studi sull’istituzione penitenziaria, proviamo a fare qualche studio in più sulla società penitenziaria, sulle forme di relazione, sulle rappresentazioni reciproche, sulle culture nascoste, sul rapporto tra regole e trasgressioni profonde, sulle ridislocazioni di ruolo che avvengono dentro il carcere. Per farlo dovremo fare uno studio serio sulle rappresentazioni reciproche che vivono i detenuti e le detenute e gli operatori in carcere, sulle rappresentazioni che si fanno le loro “reti vitali”, quelle con le quali sono in contatto, magari anche solo fantasticando, da dentro il carcere. Dovremo fare qualche studio in più in questa direzione per poterci incontrare davvero come uomini e donne della colpa e della pena, e come donne e uomini del riscatto e della nuova relazione possibile.

Infine: veniva ripreso negli interventi di detenuti ed ex detenuti, e di coloro che mi hanno preceduto, il tema della fragilità del lavoro e delle relazioni che si sviluppano in una società come quella carceraria. È sempre una fiducia vulnerabile quella che si può dare in carcere, non sappiamo mai quale sarà l’esito dei nostri incontri, delle nostre azioni. Non vi è certezza del risultato ed è difficile la verifica di quello che succede. Dobbiamo essere capaci di un’azione molto particolare, che porta in sé la possibilità del fallimento o della dissoluzione. Per certi aspetti assomiglia molto al lavoro che fanno gli operatori delle comunità o dei reparti psichiatrici, anche loro non possono controllare del tutto l’esito del loro operare, non sanno quale sarà con buona probabilità l’effetto e quali saranno i tempi delle maturazioni. Quando magari avvertono che quasi la maturazione sta avvenendo, si verifica a volte, improvviso, il suicidio ad interrompere le illusioni. È illusione una comprensione troppo facile, lo è il controllo dell’effetto salvifico o bonificante, dell’entrata degli uni nelle vite degli altri.

Noi restiamo sempre un poco indietro, la nostra azione non può che essere (l’espressione a me sembra molto bella, era usata alcune decine di anni fa da Paul Ricoeur) una “azione deponente”. Un’azione non troppo intrusiva, un’azione che si mette a disposizione e si trattiene, un’azione che prova a lasciar essere. Per non essere intrusiva questa azione esigente, che chiede molto, deve essere accompagnata da una rimessa in discussione molto forte dei propri saperi, e da un sufficiente “sentire la colpa” della propria intrusione e della propria sfrontatezza nel chiedere all’altro di mettersi in gioco. Così dovrebbe essere in qualunque professione di cura, dovremmo chiedere perdono educando, e anche assistendo. Soprattutto in carcere dovremmo essere capaci di questa azione deponente. Un’azione che lascia essere, crea spazi, membrane vitali e possibilità. E aspetta, aspetta operosamente.

Un’azione di inizio, una azione generativa: non sa se nascerà qualcosa e non sa cosa nascerà eppure è profondamente compromessa in questo inizio, ne sente tutta la fragilità e la vulnerabilità, ne sente il potenziale fallimento. Allo stesso tempo è necessaria per provare a fare nascere qualcosa, per provare a vedere cosa nasce. Aspettare cosa nasce nel nascondimento, dietro le maschere che in carcere si mettono. Vuole dire a volte accettare che le persone presidino se stesse dietro una maschera. A volte non resta che un “alias” per difendere se stessi (poi gli alias diventano anche 12, c’è un piccolo record nel carcere di Bergamo al riguardo), ma appunto è una sorta di legittima difesa dell’identità personale. Certo, involutiva, anche pericolosa perché ci si può rinchiudere in una specie di fantasma di se stessi.

Pensiamo a cosa può voler dire questo nel provare a costruire prove di sé e consapevolezza dell’altro dentro la durezza che si dà in carcere. Pensiamo a cosa può volere dire questo di fronte all’esperienza più difficile e contraddittoria che si può dare in carcere, quella del pentimento.

Pentirsi vuole dire ammettere profondamente la propria fragilità e mettersi nella condizione di non sapere bene se ci si potrà di nuovo fidare di se stessi. Non sapere bene se si potrà chiedere ad altri di fidarsi di noi.

È un’esperienza delicata e difficile quella del pentimento vero. Quella del trovare il modo di ammettere la propria ombra per trovare, poi, forza e modo di lavorare sulle parti buone di sé. È molto difficile tutto questo, chiede un lavoro sul tempo e sulle relazioni, chiede di passare in un tempo di incertezza e di essere, allo stesso tempo, estremamente esigenti nell’incontro. Donne e uomini della colpa e delle pena, donne e uomini del riscatto e della possibile nuova nascita possono cercare i sentieri del riscatto, del pentimento, della riconciliazione.

 

Adolfo Ceretti, Professore Ordinario di Criminologia, Università di Milano-Bicocca, e Coordinatore Scientifico dell’Ufficio per la Mediazione Penale di Milano, introduce Deborah Cartisano, figlia di Lollò Cartisano, il fotografo di Bovalino sequestrato ed ucciso dalla ‘ndrangheta

 

Ho scelto, per introdurre Deborah Cartisano, alcune riflessioni di Primo Levi. Nel suo libro “Se questo è un uomo” Levi racconta di un sogno che, ad Auschwitz, periodicamente lo tormentava. Nel sogno, scrive Levi, torna a casa e cerca di raccontare a familiari e amici le sofferenze patite e ciò che ha visto, ma si accorge con angoscia che nessuno lo ascolta. Mentre parla gli altri chiacchierano tra loro, come se lui non fosse presente. Un sogno ricorrente di tutti gli internati del campo, egli ricorda. Ma perché, si chiede ancora Levi, il dolore di tutti i giorni si traduce cosi costantemente, nei nostri sogni, nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?

È questo, a mio modo di vedere, uno dei temi portanti dell’esperienza delle vittime.

Quello che, invece, ascolteremo ora molto attentamente è il racconto di Deborah Cartisano, che parlerà di suo padre Lollò. Lollò Cartisano era un fotografo che nel luglio del 1993 fu sequestrato dalla ‘ndrangheta per non essersi piegato a pagare la mazzetta. Il suo corpo fu ritrovato solo dieci anni dopo il rapimento, nel luglio del 2003, in Aspromonte.

Deborah ha vinto Il Premio Angelo Frammartino 2008 – “Pace è… Legalità”, un premio dedicato alla figura di Pio La Torre.

In una sua intervista al quotidiano L’Avvenire Deborah ha dichiarato che all’epoca in cui avvenne il sequestro di suo padre non sapeva cosa significasse la parola ‘ndrangheta: “Per me era un concetto astruso perché non lo avevo mai toccato con mano; l’ho conosciuto nel momento in cui mio padre è stato rapito e ucciso, perché si era rifiutato di pagare il pizzo”.

Cosa si prova a stare da questa parte, di chi il reato l’ha subito

Ho sempre desiderato che le persone che avevano ucciso mio padre avessero la possibilità di trasformare quello che era successo in un vero pentimento e in una trasformazione della loro vita

 

di Deborah Cartisano, figlia di Lollo Cartisano,

il fotografo di Bovolino sequestrato ed ucciso dalla ‘ndrangheta

 

Io ovviamente dovrò parlarvi di mio padre, della mia storia per giustificare la mia presenza qui. Mio padre si rifiutò di pagare il pizzo, in anni in cui era veramente difficile opporsi alla ndrangheta o alla mafia, non c’era tutta questa sensibilità verso la mafia e tutta questa informazione che ci sono oggi, le istituzioni erano un po’ più lontane da noi cittadini. I commercianti venivano lasciati a districarsi in situazioni difficili completamente da soli, mio padre prese allora questa decisione coraggiosa e mi raccontò tutto. Io avevo poco più di dodici anni, lui mi spiegò perché arrivavano quelle strane telefonate nel cuore della notte, perché ci avevano incendiato una macchina e mi disse: “Io non voglio pagare e non lo farò”. Andò alla polizia, denunciò e i due estorsori vennero arrestati, erano due ragazzini uno aveva quindici anni e l’altro da poco ne aveva compiuto diciotto, quindi questo era il loro inizio carriera. Perché dico questo, perché per me questo è stato l’esempio più importante della mia vita, è stata la strada che mio padre ha tracciato davanti a me dicendomi: “Possiamo dire di no alla mafia, possiamo non piegarci”.

In quegli anni era difficile. Il mio paese, con soltanto 9.000 abitanti, ha subito diciotto sequestri di persona, questi sequestri sono avvenuti nel quasi totale silenzio da parte di tutti. Il paese veniva invaso da una troupe, dai media per una giornata e poi tutto ritornava normale e per noi la normalità era un sequestro dopo l’altro ogni sei mesi quasi, e la famiglia doveva cercare di mantenere un profilo molto basso, di non rilasciare troppe interviste, di fare in modo che questa macchina ben oliata funzionasse alla perfezione.

Quando mio padre venne rapito qualche anno dopo, per me non ci fu quasi esitazione nel fare invece in maniera diversa, nell’occuparmi del suo sequestro in maniera completamente nuova per quello che era il mio paese. Scesi in piazza insieme ad altri ragazzi del mio paese, formammo un comitato, per la prima volta il mio paese diceva al resto dell’Italia che noi non eravamo dei sequestratori ma eravamo bensì dei sequestrati, perché nel mio paese, Bovalino, è attorniato da paesini come San Luca, Platì, Natile, siamo stati accerchiati per tantissimi anni, e abbiamo subito in silenzio per tanti anni, e noi questo silenzio lo abbiamo voluto rompere, io l’ho fatto perché avevo visto mio padre fare la stessa cosa e quindi per questo ritenevo importante raccontare quel passaggio, per cui ho fatto quel che ho potuto assieme alla mia famiglia, assieme ai miei amici che mi hanno sostenuto, e agli incontri fatti poi in tutti quegli anni per fare in modo che la mia piccola rea­ltà cambiasse. Non so quanto ci sia riuscita, però mio padre è stato l’ultimo sequestro di persona del mio paese, e allora forse qualcosa siamo riusciti a fare.

Questo shock entrato nella nostra vita mi catapulta come dicevo prima in una situazione completamente nuova, che cerco di affrontare come meglio posso, e sono stati dieci anni terribili perché: dopo aver pagato il riscatto mio padre non torna a casa, sono passati giorni in cui dopo averlo pagato eravamo convintissimi che lui sarebbe tornato, e mio padre non è tornato, e allora li è iniziato il periodo più duro della nostra vita che non sto qui a descrivere, perché è difficile raccontare che cosa si possa provare quando non sai se devi piangere tuo padre da vivo o da morto; quando non puoi ricominciare a sperare e se speri troppo hai paura di sperare troppo perché non c’è nessuna speranza dall’altra parte.

Quando muore una persona bisogna iniziare quella che viene detta “la rielaborazione del lutto”, chi resta deve riuscire ad andare a vanti, e con noi questo è stato negato per 10 anni ed è stato la cosa più difficile da affrontare. Io però ho capito a un certo punto che non dovevo cedere a quel dolore, ma dovevo cercare di trasformare la mia vita, fare in modo che l’insegnamento di mio padre, la vitalità che aveva mio padre, che mi ha sempre sostenuto in questi anni, mi facesse andare avanti. Allora ho aperto casa nostra, che era la casa che lui aveva acquistato con tanti sacrifici, a dei gruppi che venivano a fare i loro campi estivi, gruppi per minori a rischio, ho scritto lettere, ho deciso anche di entrare all’Associazione Libera di cui faccio parte dal 1995. Facendo in modo che questo dramma entrato nella nostra vita non fosse soltanto poi della famiglia Cartisano, ma venisse condiviso il più possibile, in modo che chi era intorno a me non dimenticasse quello che c’era successo. Per noi era impossibile dimenticare, ma per il resto delle persone era molto comodo. Questo silenzio che spesso le vittime scelgono d’avere fa comodo tantissimo alla ‘ndrangheta, e io non avendolo voluto rispettare mi sono ritrovata anche un po’ catapultata a vivere il mio dramma pubblicamente, e non è facile, però era per me un dovere perché non volevo assolutamente che su mio padre calasse il silenzio.

Noi siamo stati “fortunati”, perché in un certo senso abbiamo avuto della giustizia, perché le persone che lo hanno sequestrato sono state arrestate, questo non ci ha assolutamente restituito mio padre è ovvio, però in questi dieci lunghi anni io non ho mai smesso di scrivere delle lettere sui giornali, lettere aperte indirizzate a loro in cui io facevo appello alla loro umanità e chiedevo sempre verità e giustizia per mio padre, penso che quelle lettere non sono state scritte invano perché, dieci anni dopo il suo sequestro, noi riceviamo una lettera anonima di uno dei suoi sequestratori, quello che era stato il suo carceriere, che ci scrive una lettera veramente unica, incredibile, perché la ‘ndrangheta raramente chiede perdono e si scusa, questa persona ci ha chiesto perdono per quello che aveva fatto, dicendoci che l’omicidio di mio padre era stato una disgrazia, ed è stato poi una cosa confermata dal medico legale, in quanto era morto per un colpo ricevuto alla testa che poteva essere appunto non intenzionale. Allora lui ci chiede perdono, ci dice che la sua coscienza gli rimorde, che quando veniva giù a Bovalino passava davanti al nostro negozio e non riusciva a guardarci in faccia, quindi noi probabilmente l’avevamo anche visto a nostra insaputa, e ci indica il posto in cui mio padre è stato seppellito, che è nell’Aspromonte, è un monte antico si chiama Pietra Cappa, ironia della sorte era il posto preferito di mio padre, che era fotografo e amava andare in montagna e fotografarla e, appena sei mesi prima che venisse rapito, aveva portato degli amici del Nord Italia a vedere che cosa era l’Aspromonte, che non era soltanto il covo dei sequestri ma che era anche altro, una Calabria che non era soltanto la ndrangheta.

Quindi questa lettera è la cosa più grande, più difficile, ma anche più bella che noi abbiamo mai avuto, non ci aspettavamo questa lettera assolutamente, noi sapevamo che tanti altri sequestrati non erano più tornati a casa e di queste persone non si era più saputo nulla. Invece noi abbiamo potuto riabbracciare mio padre, abbiamo potuto dargli una degna sepoltura e ogni anno dal 2003 facciamo una marcia che si chiama, i “sentieri della memoria a Pietra Cappa”, dove assieme ad altri famigliari delle vittime ricordiamo mio padre e queste altre vittime, e poi facciamo una messa in cui vogliamo dare una testimonianza di speranza. Perché speranza? Perché questa storia per me mi ha insegnato tantissimo ovviamente, mi ha insegnato che le persone possono cambiare e che lo fanno, noi chiediamo alle persone che vengono con noi di portare una pietra e in questa pietra gli chiediamo di disegnare un fiore, e questo simboleggia, questo è l’immagine che mia madre ha pensato. Perché nel cuore durissimo di un carceriere di ‘ndrangheta è nata la sete di perdono, e noi a questo ci siamo voluti aprire

È difficilissimo per me poter pensare di perdonare queste persone, questa persona però che mi ha chiesto perdono, perché gli altri non me l’hanno mai chiesto, quindi con loro non c’è dialogo, mentre con lui c’è stato un dialogo, seppur soltanto epistolare. Io con lui mi sono voluta aprire perché ho apprezzato il gesto che lui ha fatto di pentimento, di volermi restituire mio padre. Io gli ho chiesto anche di incontrarlo e di pagare il suo debito con la giustizia; questo non è mai avvenuto, ma lui forse era in fin di vita non lo sappiamo bene.

Qualche anno dopo mi è arrivata una richiesta da parte del Centro di Servizio per il Volontariato di Reggio assieme al carcere che allora era diretto da Paolo Quattrone, che aveva una idea bella della detenzione, che era simile a quello che fate voi qui a Padova, cioè di rieducazione, di trasformazione, mi chiesero di incontrare un gruppo di detenuti. Per me questa è stata una delle prove più grandi, più difficili della mia vita, però io avevo sempre chiesto, pensato, desiderato che le persone che avevano ucciso mio padre quando sarebbero uscite dal carcere non fossero le stesse, che avessero la possibilità di trasformare quello che era successo in un vero pentimento e in una trasformazione della loro vita. E questa forse per me era l’unica occasione di poter contribuire a questo, perché io sono una persona semplice, però la mia parte l’ho voluta fare in questo senso, allora ho accettato di andare a raccontare la mia storia, la storia di mio padre con questa speranza e poi con la voglia di trovarmi davanti qualcuno dei sequestratori di mio padre.

Certo sapevo che non sarebbe stato cosi perché ovviamente non era questo che poteva succedere, però io sfruttavo questa occasione per dire delle cose, per dire cosa si prova da questa parte, di chi il rea­to l’ha subito, e la mia intuizione è stata importante ed è stata non disattesa, perché quello che loro mi hanno detto è che in carcere i detenuti non vogliono parlare delle vittime, non vogliono pensare al male che hanno potuto arrecare, e quindi in quel momento io glielo stavo rappresentando, gli stavo raccontando che cosa si prova a stare da questa parte, non per desiderio di sminuirli ma semplicemente perché questi due mondi non si incontrano mai, e non è facile ovviamente che si incontrino, e io tra i famigliari delle vittime sono una delle poche persone che accetta questo tipo di incontri, ma proprio perché credo nella trasformazione, perché io l’ho vissuta, io l’ho vissuta sulla mia pelle la trasformazione, il cambiamento che le persone possono fare, e quindi voglio contribuire a un eventuale cambiamento.

Questi incontri sono stati importantissimi per me, perché noi famigliari purtroppo a volte incontriamo l’altra parte soltanto nelle aule dei tribunali, e sono incontri a cui arriviamo impreparati, in cui arriviamo incattiviti da tutte e due le parti. Io penso che questo non sia giusto. Io cerco di fare nel mio piccolo la mia parte e penso che se ognuno la fa le cose in questo senso possono cambiare. Noi di Libera cerchiamo di andare nelle scuole, facciamo progetti proprio perché al di la di tutto dobbiamo portare un messaggio di speranza, e portare anche alle nuove generazioni esempi di quelli che noi chiamiamo “eroi semplici”, eroi di tutti i giorni, di persone che, senza essere grandi magistrati, ma essendo magari piccoli commercianti, si sono opposte a questa mentalità, perché io penso che la ‘ndrangheta, la mafia siano soprattutto una mentalità, e quindi è con questo tipo di strumenti che noi dobbiamo cercare di combatterla. Cerco di spiegare ai ragazzi quello che è stata la storia di mio padre, quella che è stato il suo esempio nella mia vita.

Tornando poi agli incontri fatti nel carcere penso che le persone, attraverso quella che è stata la mia storia, possono un po’ iniziare a capire se sono pronte a cambiare, io questa possibilità la voglio dare come è stata data a quella persona che incredibilmente ha maturato questa sete di perdono, che forse non sarebbe arrivata se non avesse letto quelle lettere che io ho scritto, se non avesse parlato anche con mio padre, che era una persona che forse è riuscita a penetrare nella sua vita in quel senso li. È difficile ma cerchiamo di fare in modo che il sacrificio di mio padre non sia stato invano, perché mio padre ha amato tantissimo la sua terra, ha amato noi figli, ha sempre cercato di dare quel tipo di messaggio che molti padri cercano di dare. Ho sentito prima quel ragazzo detenuto che ha raccontato che, quando in una rissa ha ucciso una persona e poi è scappato, suo padre gli ha detto di costituirsi, questi sono veramente gli esempi che ci possono trasformare, questi sono gli eroi che cambiano le vite delle persone.

Per me ogni volta riaprire la ferita è sempre difficile, ma lo faccio affinché la figura di mio padre non venga dimenticata. Io vorrei poter dire che il mio paese da allora è cambiato, che le cose sono andate diversamente, purtroppo non è cosi, però dei piccoli segni ci sono: scuole che mi chiamano, lo stadio di calcio, perché lui è stato un calciatore, che hanno voluto intitolare a lui, piccoli segni da parte della società che non vuole dimenticare queste persone. Certo che si pensa sempre al lato repressivo della lotta alla mafia, e io invece sostengo completamente il contrario, cioè il lato repressivo è importante, ma c’è tanto da fare nelle scuole, c’è tanto da fare con i ragazzi affinché abbiano altri messaggi, perché purtroppo devo dire che il messaggio che spesso passa anche dalle televisioni è di glorificare un po’ alcuni esempi, come “il capo dei capi” e storie simili, non va bene neanche rendere attraenti, “glamour” certe situazioni. È importante invece che si faccia vedere che cosa c’è dall’altra parte, e quindi a volte per un ragazzino che vede il figlio del mafioso che arriva in classe vestito firmato, che può sfoggiare cose costose senza capire da dove arrivano quei soldi, è importante se ci sono io che gli racconto che quei soldi sono spesso macchiati di sangue.

Trovo sempre difficile raccontare la mia storia, sono sempre emozionata e quindi scusate se a volte mi ripeto, però quello che voglio è che non si perda mai il ricordo, la memoria, che però deve trasformarsi e diventare impegno.

Se posso dare un senso agli incontri che ho avuto giù in Calabria, è proprio questo: è stato il voler incontrare “l’altra parte” per cercare di fare in modo che non siano due cose che non si incontrano mai, perché io penso che quell’incontro ha cambiato la vita di quelle persone ma ha cambiato tantissimo anche la mia, e spero che continui a farlo ogni volta che posso. Grazie.

 

Adolfo Ceretti: Solo una parola, il professor Alex Borain, che è stato il Vice Presidente della Commissione per la Verità e la Riconciliazione Sudafricana, ha raccontato, in vari contesti, che nel corso delle udienze della Commissione molte madri si rivolgevano ai loro perpetratori chiedendo, a distanza di anni dalla commissione di un omicidio politico, dove avrebbero potuto trovare un osso del loro figlio per poterlo seppellire. Credo che questo ricordo possa degnamente accompagnare la forza delle parole che Deborah ci ha voluto donare. Davvero grazie.

 

Capitolo terzo: Le parole che non rieducano: aspettativa – fallimento - delusione

 

Alla base di tanti reati ci sono spesso condizioni di vita che hanno a che fare con aspettative esagerate, da parte della famiglia, della scuola, dell’ambiente di lavoro, e poi con le dinamiche tristi della delusione e della conseguente sensazione di un fallimento.

Fare i conti con la propria fragilità, smontare e rimontare l’immagine di sé, imparare che si può convivere con le proprie debolezze e con i propri limiti: è questo il punto di partenza per non rischiare di schiantarsi al primo impatto, dopo la carcerazione, con una vita che difficilmente può essere ricca di gratificazioni.

 

Il racconto di sé può diventare un racconto di guarigione, di conoscenza, di verità

 

di Eraldo Affinati, insegnante e scrittore, le sue opere più recenti

sono “La città dei ragazzi” e “Peregrin d’amore”

 

Mi presento, anzitutto racconterò qualcosa di me stesso per cercare di farvi un po’ capire anche le ragioni per cui sono qui: sono un insegnante e anche uno scrittore. Io insegno in una realtà però molto particolare che è a Roma, la Città dei Ragazzi. Una comunità educativa fondata dopo la seconda guerra mondiale, che ha una struttura basata sull’autogoverno di questi ragazzi, i quali vengono da tutto il mondo e sono i cosìddetti “minorenni non accompagnati”, hanno dai 14 ai 18 anni, vengono dal Magreb, dal mondo slavo, dall’Asia, sono ragazzi che hanno veramente attraversato l’inferno prima di raggiungere l’Italia.

Io insegno Italiano e Storia a questi ragazzi; attualmente però insegno anche ai cosiddetti ragazzi difficili italiani, i quali si iscrivono alla “Città dei Ragazzi”, provenendo dalle borgate, sono tutti ragazzi borderline, cioè se non fossero accolti in quella struttura molti di loro probabilmente potrebbero commettere piccoli reati. Nelle relazioni che ho sentito prima si è molto parlato di responsabilità, un concetto sul quale spesso io ho riflettuto, nella mia storia anche di insegnante e di scrittore io sono stato spesso impegnato sul tema della shoah, sono andato ad Auschwitz ed ho scritto un libro intitolato “Campo del Sangue”, in cui io racconto questo mio viaggio da Venezia ad Auschwitz, ma anche il viaggio di mia madre che riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania durante la seconda guerra mondiale.

Perché vi sto raccontando questo? Perché analizzando i meccanismi del lager mi sono trovato di fronte a questo tema della responsabilità, in quanto molti dei carnefici una volta esaurita la loro azione si difesero nei processi (a Norimberga, Francoforte e Monaco), dicendo “Ho eseguito gli ordini”. Di fronte a quello scarico di responsabilità molti storici hanno analizzato i vari gradi di questa deresponsabilizzazione, che iniziava dai conducenti dei treni i quali appunto sostennero di aver fatto soltanto quello, di avere portato appunto i treni, e quindi di non essere responsabili di nulla, ai cosiddetti medici che sulle panchine di Birkenau dividevano le due file, destra e sinistra, i malati dai sani, le donne dagli uomini, i bambini dagli adulti, i quali dissero “Io non ero responsabile di niente, dovevo soltanto dividere queste due file”, addirittura i due sottoufficiali addetti alle graticole di Auschwitz, quelli che dovevano immettere il gas nella camera a gas, i quali, come si racconta in un libro intitolato “In quelle tenebre”, di Benedetta Sereni, dissero “Noi dovevamo soltanto fare questo, dovevamo soltanto immettere questo gas in queste graticole”.

Quando sono stato ad Auschwitz di fronte al campo 10, il campo della morte, mi sono chiesto allora che cosa fosse la responsabilità?

Se non è un concetto giuridico, se non si può soltanto esaurire in quella dimensione, visto che chi “ha eseguito gli ordini”, in fondo eseguiva un ordine della struttura in cui operava, allora che cosa è la responsabilità? Se non è soltanto un concetto morale (visto che le strutture morali possono cambiare a seconda del tempo e dello spazio), che cosa è? E se non è soltanto legata ai costumi, alla società, alla storia, che cosa è?

Una volta lessi alcuni taccuini di Dostoevskij in cui lo scrittore diceva: “Io mi sento responsabile non appena un uomo posa il suo sguardo su di me”, ecco quel tipo di responsabilità, la responsabilità dello sguardo altrui, io direi che è pre-giuridica, è pre-morale, è pre-sociale, viene prima delle consuetudini storiche e sociali e distingue l’uomo dall’animale, ed esattamente quel tipo di responsabilità non c’è stata nei lager, e io credo che molto spesso non vi sia nemmeno nelle nostre società democratiche.

Limitarsi ad eseguire il “mansionario”, limitarsi quindi a fare il proprio dovere può non essere sufficiente a impedire la barbarie. Insegnare questo è molto difficile, riuscire ad insegnare la responsabilità dello sguardo altrui. Però per esempio alla Città dei Ragazzi devi fare questo, nel momento in cui ti confronti con un ragazzo che ti chiede chi sei e vuole che tu ti metta in giuoco e vuole che tu “ti sporchi le mani”, e non ti limiti ad eseguire il programma o a formulare il voto.

Per fare questo bisogna riuscire ad essere adulti credibili, nelle relazioni precedenti si è sfiorato molto questo concetto ed io tante volte mi sono chiesto “Chi è l’adulto credibile oggi!?”.

Mi sono dato una risposta che voglio offrire alla vostra riflessione. Io credo che l’adulto credibile sia colui che ha compiuto una scelta, e fra tante possibili strade che aveva di fronte è stato capace di sacrificare certe strade scegliendone soltanto una, cioè uscendo dalla potenzialità assoluta della giovinezza (un ragazzo di 15, 16 anni può teoricamente intraprendere tanti sentieri possibili), però ecco l’adulto credibile è colui che non è più un ragazzo, un giovane, e ha scelto di fare soltanto una cosa e quindi fra le tante immagini che aveva con se stesso, ha deciso di fare soltanto quella cosa li ed ha esercitato lì il massimo della sua energia.

L’adulto credibile è quello che offre di fronte ai suoi ragazzi, un’amicizia e quindi si mette spalla a spalla con loro, però costituisce poi allo stesso tempo un ostacolo da superare. Quindi si mette frontale rispetto a loro. Queste due operazioni, offrire l’amicizia e incarnare anche l’autorità, sembrerebbero contraddittorie, ma se uno riesce a svolgerle in modo naturale può cercare di essere seguito.

Ieri quando stavo a scuola ho detto ai miei studenti che sarei venuto qui nel carcere di Padova ed ho chiesto ad ognuno di loro di dirmi una parola da portare ai detenuti e loro hanno detto: “Professore noi vorremmo che questi detenuti con i quali magari tu parlerai, con i quali magari ti confronterai, non perdessero mai la speranza!”, mi ha colpito questo detto da un ragazzo, Michelangelo, di 15/16 anni. Ecco, vorremmo che non perdessero mai la speranza, che fossero ambiziosi nel momento in cui usciranno dal carcere, e si potessero appoggiare a persone care, a persone che in qualche modo potessero essere nei loro confronti degli appoggi, delle sicurezze una volta usciti.

Mi ha colpito che ragazzi così giovani avessero le idee così chiare su alcuni fondamenti. Io lavoro spesso con ragazzi appunto definiti difficili, ragazzi che vengono da famiglie smembrate, da passioni recise, da traumi che hanno dovuto superare, e mi accorgo che loro (contrariamente a quello che dicono le statistiche sulla dispersione scolastica), sono persone vere, sono persone che vogliono avere esperienze concrete, reali, e sono ragazzi che possono alimentare la nostra energia.

Quindi questo mi piace fare oggi, portare questa testimonianza.

Ognuno di noi è però il frutto di ciò che lo ha preceduto, io stesso sono figlio di due persone un po’ particolari perché mio padre era un orfano. Mio padre non conobbe mai suo padre, e sua madre morì quando lui aveva 12 anni, quindi in pratica era un ragazzo abbandonato, mio padre è stato un ragazzo che non ha avuto la fortuna di vivere almeno in una comunità di accoglienza, come invece fanno i miei studenti, ed è cresciuto per strada, a Roma nell’assoluta indigenza, senza poter frequentare scuole, niente. E mia madre viceversa, figlia di un partigiano romagnolo fucilato dai tedeschi, scappò appunto nella stazione di Udine da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania, lei non era ebrea era però figlia di questo partigiano, fu arrestata fu posta su un vagone ferroviario coperto, non un vagone “piombato”, e riuscì a scappare in modo rocambolesco salvandosi la vita. Tante volte ho pensato che se lei non fosse riuscita a fuggire né io né mio fratello saremmo mai nati, io poi sono diventato scrittore, sono diventato insegnante e ho cercato di trovare le parole, trovare le parole che mio padre e mia madre non furono capaci di dire neppure a se stessi.

Io credo che la letteratura sia questo, la letteratura è in fondo riuscire a scrivere e a parlare in nome di chi non può farlo. Questo lo disse Albert Camus dedicando il premio Nobel per la letteratura che vinse, e io mi sono sempre identificato in questa risposta e vedo che questo è possibile oggi nel momento in cui Alì, od Omar, mi consegna il foglio protocollo scritto a mano in cui mi dice “Guarda professore, questa è la mia storia, usala, leggila fanne buon uso”. L’italiano è un po’ raffazzonato, è una lingua bambina, è ancora in formazione, però Alì, Omar e Faris in quel tema, in quel foglio protocollo hanno detto qualcosa di vero, di profondo su se stessi e sono riusciti a fare questo facendo “sanguinare la crosta” di quel racconto.

Perché questi ragazzi, quando vengono da noi, raccontano la loro storia cento volte, la raccontano all’assistente sociale, allo psicologo, al poliziotto però poi alla fine quella storia non è la verità, alla fine è quello che loro credono di aver vissuto. Ma nel momento in cui incontrano un adulto credibile e cominciano a scrivere in una lingua “nuova”, nella nostra, l’italiano quello che hanno vissuto, quel racconto può diventare un racconto di guarigione, può diventare un racconto di conoscenza, di verità.

Questo è in fondo il percorso che ho fatto io, il percorso che ho fatto io nel momento in cui ho cercato di uscire dalla mia adolescenza solitaria, chiusa, introversa, difficile. Anch’io ho rischiato di essere un ragazzo difficile, però in fondo grazie alla letteratura ho trovato quei valori che oggi vorrei riuscire a comunicare, a trasmettere ai miei studenti. Ecco i valori della responsabilità pre-giuridica, pre-sociale, pre-morale, i valori di una solidarietà che possa uscire dal mansionario e possa quindi metterci in gioco.

In fondo lo scrittore e l’insegnante dividono la medesima responsabilità, appunto quella nei confronti della parola, sono i custodi della parola, parola orale e parola scritta, e naturalmente questo è un lavoro difficile perché mettersi in gioco significa esporsi, significa raccontare di sé, significa rischiare di sbagliare, anzi significa anche sbagliare.

Però Dietrich Bonhoeffer, un grande teologo protestante, sul quale ho scritto un libro, che fu fatto impiccare da Hitler nel lager di Flossenburg pochi giorni prima della fine della seconda guerra mondiale, egli mi ha insegnato che è meglio sbagliare piuttosto che restare alla finestra con la coscienza pulita e immacolata, e lo stesso teologo protestante mi ha insegnato un’altra cosa che vorrei qui appunto trasmettervi, e credo che in questo luogo in particolare le sue parole possono acquistare un valore supplementare, che “la vera Libertà non è nel superamento del limite, ma è nella sua accettazione”.

Sembra paradossale che questa frase di Bonhoeffer sia stata pronunciata nel ventesimo secolo, il secolo che ha mitizzato il superamento dei limiti, nel momento in cui invece Bonhoeffer ci invita ad accettare i nostri limiti e solo in quel momento noi saremo veramente liberi, ci chiama appunto ad un lavoro che non finisce mai, che è il lavoro della vita, di riuscire a trovare veramente quale sia la nostra personalità e quindi uscire dai miti contemporanei che sono i miti del successo, della bellezza e della ricchezza. Ecco dovremmo riuscire a trovare, al di fuori di questi miti della società contemporanea, un angolo etico nel quale riuscire a ritrovare qualcosa di veramente autentico per ognuno di noi.

 

L’educazione che ricevi in famiglia, e poi anche a scuola, di solito “ti serve per la vita”. In carcere invece si rischia di rieducare a una vita astratta, sognata, idealizzata, che è la vita futura in libertà, e quello che impari da detenuto, soprattutto se non accedi alle misure alternative, non ti aiuta poi nella “vita vera”, perché carcere e vita vera non sono vasi comunicanti. “In carcere ho imparato a vivere in carcere”, così un detenuto ha cercato di spiegare le sue difficoltà a ritornare a vivere dopo anni di galera. E purtroppo la libertà non è come un elettrodomestico, non esistono “istruzioni per l’uso” da imparare a memoria per quando poi quella libertà arriverà davvero.

 

Perché il lavoro è considerato il principale strumento di rieducazione?

Il lavoro in carcere è fondamentale per affrancarsi  dalla miseria assoluta che pervade questi luoghi,  e tuttavia è assurdo pensare che da solo possa  riempire il vuoto educativo e formativo che  l’area pedagogica nella maggior parte  delle carceri non riesce in alcun modo a riempire

 

di Oddone Semolin, redazione di Ristretti Orizzonti

 

Rieducare: secondo il dizionario Garzanti, significa “educare di nuovo, cercando di eliminare gli effetti di una educazione carente o sbagliata”. Dopo aver letto questa definizione, per quanto sintetica possa essere, comunque sorge spontanea una domanda: quanto e cosa si fa nelle carceri per soddisfare almeno in parte quanto stabilito dalla Costituzione? Poco, pochissimo, il più delle volte assolutamente nulla, e quel poco è spesso grazie alla sensibilità e al senso civico di persone che volontariamente si impegnano per dare una speranza a questa parte di umanità spesso dimenticata. Il convegno promosso da “Ristretti Orizzonti” quest’anno ha avuto a mio avviso il grosso merito di mettere il dito nella piaga, spostando volutamente l’attenzione dal carcere al carcerato, dal contenitore al contenuto, affrancandosi dai soliti discorsi relativi ai “piani carcere” chimerici o altre soluzioni più o meno irrealizzabili al sovraffollamento delle galere.

Il convegno ha evidenziato quante possano essere le posizioni e le sfumature relativamente a questo problema. Io credo che si possa cominciare partendo da un fatto che comunemente si identifica come ovvio: il fatto che la segregazione sia fine a se stessa e non possa essere davvero considerata come strumento di reinserimento sociale, così come il lavoro per i detenuti non può essere considerato come il principale strumento di rieducazione e quindi la soluzione per tutti i mali, e magari a volte come alibi (vista la scarsità di occupazione) per giustificare la mancanza di qualsiasi percorso significativo: come dire, non c’è lavoro per i detenuti, e quindi è impossibile pensare ad altre opportunità.

Dal mio punto di vista, è paradossale pensare di isolare dalla società una persona per 10 – 20 – 30 anni e voler credere che tenerla in carcere, il più delle volte in condizioni disumane, possa domani garantire un suo reinserimento e una presa di coscienza degli errori ed orrori compiuti. La risocializzazione di qualsiasi persona non può prescindere da un coinvolgimento nelle diverse dinamiche sociali e da una continua interazione con persone e situazioni il più lontano possibile dalla condizione culturale e sociale di provenienza. L’esatto contrario di quanto avviene oggi. L’altra pietra angolare su cui si basa oggi la rieducazione è il “totem” del lavoro. Il lavoro in carcere è indubbiamente fondamentale per affrancarsi dalla miseria assoluta che pervade questi luoghi, e tuttavia è assurdo pensare che da solo possa contrapporsi al vuoto educativo e formativo che l’area pedagogica nella maggior parte delle carceri non riesce in alcun modo a riempire.

Oggi a causa di molteplici fattori la composizione della popolazione carceraria è estremamente varia e accanto al “delinquente professionista” sempre più spesso si profilano figure di cittadini comuni, finiti in carcere da una storia di lavoratori con diversi gradi di professionalità, e quello che è evidente è che il lavoro di per sé non li ha salvati né dal carcere né soprattutto dal commettere crimini qualche volta anche efferati. Pensare ora che il lavoro possa risolvere tutte le deficienze che sono alla base di un comportamento cosiddetto “deviante” è un’altra ipotesi priva, io credo, di fondamento. Il lavoro sicuramente ha anche una sua funzionalità, un ruolo importante, ma solo se è parte di un percorso e non il percorso stesso.

Paradossalmente la congenita carenza di lavoro nelle carceri non funge da stimolo per cercare altre vie e modi per entrare in contatto col detenuto, ma anzi è a sua volta alibi per giustificare quella che è una delle più gravi e clamorose violazioni della Costituzione Italiana: la pena che non rieduca.

Forse aprire una discussione seria e non demagogica su questi temi può schiudere aspetti inattesi nella discussione sul senso che devono avere le pene, atti a produrre un cambiamento tangibile e non più procrastinabile nella vita delle carceri italiane.

 

Rieducazione? Parliamo piuttosto di responsabilizzazione e di riconciliazione

Il reato a volte non è riparabile, ma è riconciliabile. E riconciliare significa mettere insieme, il carcere può diventare un’area anche per fare questo, per riappropriarsi del fatto che le fratture sociali siano fratture che debbono essere ricomposte socialmente

 

di Pietro Buffa, Direttore della Casa circondariale di Torino

 

Ho accettato questo invito per il tema accattivante che mi è stato assegnato, ovvero la ricerca di senso nella rieducazione penitenziaria, questione che evidentemente si lega alla più individuale ricerca di senso del personale lavoro quotidiano.

Il problema è che quando si deve cercare di giustificare il senso del proprio lavoro si ha qualche difficoltà derivante dal fatto che quella pena utile concettualizzata nella rieducazione penale, cristallizzata nella Costituzione, oggi è, in larga parte, una chimera irrealizzata ed irrealizzabile in ragione dell’incoerenza di fondo tra le direttrici della politica criminale di questo Paese e lo spirito sostanzialmente inalterato, nonostante i vari rimaneggiamenti occorsi negli anni, dell’Ordinamento penitenziario tuttora vigente.

Detto in questo modo sembrerebbe una situazione disperatamente senza sbocco.

Dobbiamo tuttavia considerare che negli ultimi anni siamo entrati in una fase storica molto interessante proprio perché, come veniva ricordato all’inizio da Adolfo Ceretti, caratterizzata da un clima cupo e buio, da una crisi incombente che complica tutto. Stiamo parlando della questione carceraria come di un fatto nuovo ed attuale ma, in realtà, chi ha un minimo di confidenza con la storia carceraria sa benissimo che tale questione praticamente vede la luce con la presa della Bastiglia e la nascita dei sistemi penitenziari moderni.

Debbo dire che la questione penale e quella carceraria sono, in qualche modo, esemplificative dei tempi che stiamo vivendo, perché evidenziano la debolezza dei paradigmi sociali ed economici le cui dissonanze vengono delegate alle cure neutralizzatrici del carcere.

Ora di fronte ad una situazione così grave, ove il carcere risulta ormai inadeguato rispetto ad una qualunque delle sue funzioni, ove le contraddizioni sono molto forti e stridenti, ci sono due possibilità: quella di soccombere e pensare che il nostro futuro, non solo carcerario ma anche sociale, sia veramente in una crisi irreversibile e senza antidoto di sorta, oppure cercare una nuova strada.

Questo è il nostro tempo e i nostri pensieri sono in tal senso fortemente condizionati. Questa, tuttavia non è una nostra esclusiva prerogativa. Tutti coloro che ci hanno preceduti sono stati figli del loro tempo e, tra questi, anche i Padri Costituenti e i legislatori del ’75 e il concetto e la pratica della rieducazione penitenziaria evidentemente affondavano le radici in questa genitura. Se è vero che la riforma penitenziaria nasce nel ‘75 in realtà, come noto, viene ragionata nei confini fascisti e nelle carceri degli anni 30 e 40 dove quegli uomini, osservando quello che vedevano intorno a loro, percepivano solo esclusione e neutralizzazione, vedevano, in altre parole, l’annullamento delle persone in ragione di una colpa. Ed evidentemente loro, che avevano in mente una idea nuova di governo repubblicano e democratico, si posero il problema di che cosa dovesse essere la pena all’interno di un nuovo contesto politico alternativo ad un regime dittatoriale.

La loro cultura di riferimento li aiutò nello sforzo insieme teorico, politico, giuridico e sociale. Possiamo quindi dire che la riforma penitenziaria del ’75 è stata ispirata da un pensiero tardo positivistico che contemplava la rieducazione come pratica scientifica e penale. Negli anni della loro formazione andavano per la maggiore filoni scientifici che teorizzavano la possibilità di bonificare l’uomo e forte era la convinzione, di natura lombrosiana, che si potesse trattare la criminalità come una malattia da curare. Certo essi criticavano gli obiettivi politico – razziali che qualche anno dopo avrebbero generato le nefandezze nazi - fasciste ma, al di là di tali obiettivi, la scienza umana dell’epoca esprimeva tali convinzioni. D’altra parte molti di noi ricordano che, ancora fino a pochi anni fa, nelle scuole di specializzazione in criminologia che abbiamo frequentato i nostri migliori docenti erano medici e indossavano i loro camici bianchi durante le lezioni. Non si può che concordare con Mauro Palma sul fatto che il concetto di rieducazione che nasce in quegli anni, alla lunga, è diventato molto ambiguo, al punto che è difficile per chi lavora in carcere oggi definire esattamente quello che fa.

Bisogna tuttavia riconoscere una cosa. Nemmeno la riforma del Regolamento di esecuzione del 2000 è riuscita ad andare oltre più di tanto. È ancora confermato, ad esempio, che le telefonate con i famigliari debbano passare attraverso il centralino del carcere, invece di liberalizzarle, e nessuno ha pensato di abolire le norme che prevedono la divisa per i detenuti. Queste “dimenticanze” credo debbano farci riflettere sulla nostra effettiva capacità di innovare. Credo che queste considerazioni, come molte altre che qui tralasciamo, testimonino la nostra essenziale crisi di idee. Ma, come accennavo, tutte le crisi possono essere vissute come eventi immanenti e catastrofici o come nuove opportunità. A seconda di come intendiamo o possiamo porci di fronte a questa alternativa noi soccomberemo oppure vivremo questo passaggio come una fase catartica dove nuove idee e pratiche possono nascere e svilupparsi.

A tal proposito devo dire che negli ultimi tempi ci sono stati due o tre episodi che mi lasciano ben sperare. In alcuni eventi come questo ho riscontrato il diffuso desiderio dei partecipanti di riflettere su che cosa si potrebbe immaginare di nuovo. Inoltre è di questi mesi la pubblicazione di un testo molto interessante che si intitola Il Corpo e lo Spazio della Pena[1] dove, proprio sul tema dell’ambiguità della rieducazione, Mauro Palma ha scritto “… la detenzione deve essere fonte di responsabilizzazione e di opportunità, le une e le altre mancano nel nostro sistema detentivo. Manca un chiaro progetto che offra opportunità di reinserimento sociale e non si limiti ad assicurare la sussistenza delle persone detenute, manca una idea responsabilizzante del tempo carcerario, che offra concreta possibilità ad ogni detenuto di misurarsi con l’assunzione di impegni e responsabilità conseguenti, manca soprattutto l’idea di uno spazio incentrato non sulla funzione di contenimento e dislocazione, quanto sulla gestione regolata ma personalizzata del proprio tempo …”.

Si denuncia, tanto per cambiare, una carenza di idee, e sull’onda di tale richiamo desidero contribuire al dibattito riportandovi quello che è stato, nell’esperienza personale, l’armamentario concettuale ed operativo con il quale mi sono confrontato in questi anni alla ricerca di alternative praticabili al non senso quotidiano.

Inizierei con quello che potrei definire il viaggio delle cinque erre.

Quando ho preso servizio nell’Amministrazione penitenziaria si parlava di rieducazione, dopo un po’, alla luce della distonia tra il dire e il fare, abbiamo iniziato a parlare di risocializzazione. Stretti dalle circostanze siamo arrivati a pensare al reinserimento.

Oggi iniziamo timidamente ad introdurre due concetti che credo, probabilmente, fondamentali per il nostro futuro, quelli della responsabilizzazione e della riconciliazione probabilmente, dico probabilmente perché nessuno può avere la ricetta sicura. La loro implementazione può costituire il ponte per generare quei tre elementi che Mauro Palma evidenzia come mancanti e che possono traghettarci fuori dallo scomodo guado in cui ci troviamo.

Dobbiamo tuttavia riconoscere che oggi viviamo in un contesto che, viceversa, non facilita la possibilità di pensare e realizzare agevolmente una pena responsabilizzante o addirittura una pena riconciliante. Tra i vari motivi possibili, ne segnalerei alcuni in particolare. Innanzitutto la migliore dottrina penitenziaria[2], da molti anni, ha sottolineato che l’osservazione e il trattamento non possono svilupparsi se non all’interno di un contesto relazionale e di impegno dinamico ed articolato. L’osservare un detenuto immobilizzato per larga parte della giornata all’interno della sua cella o nel vascone di cemento ove passeggia, ammesso che si faccia, non porta alcun elemento concreto di conoscenza utile. D’altra parte anche i cosiddetti regimi aperti non modificano sostanzialmente le cose. Se la persona può godere di un maggiore spazio vitale, che in ogni modo si riparametra al corridoio prospiciente le celle, la sua giornata continua ad essere sterile all’occhio dell’osservatore, soprattutto se questo ha il compito di valutare la possibile evoluzione personale di tale persona. Solo con l’introduzione di un’attività che intrinsecamente richiede l’impegno delle energie volitive del soggetto sarà possibile intuirne le potenzialità e i possibili sviluppi. Sono le cose che fai e come le fai che lasciano intravvedere il tuo passato ed il tuo futuro, in altre parole la tua capacità di esercitare la tua responsabilità. Purtroppo oggi, per come sono congegnate le attività interne e soprattutto per la grande carenza delle stesse rispetto alla gran massa di persone detenute, tale esercizio di responsabilizzazione è raro.

D’altra parte dobbiamo anche considerare che solo attività di questo genere modificano strutturalmente la vita detentiva sino a renderla comparabile a quella esterna

Ho usato il termine “trattamentale” per comodità espositiva e di comprensione, anche se sono convinto che questo sia un termine per certi versi desueto ed ambiguo.

Se si vuole raggiungere quel livello di responsabilità evocato da Mauro Palma allora occorre abbandonare quelle attività e quei metodi di valutazione che richiedono e premiano una semplice risposta adattiva dell’interessato in ragione di una certificazione di cambiamento dell’indole e della condotta. Probabilmente se lasciassimo perdere la visione clinica e valutativa della pena detentiva e ci concentrassimo sulla proposta di attività che richiedono intrinsecamente l’impegno delle persone per il raggiungimento del risultato atteso dalle prime e non dalle seconde allora riusciremmo a raggiungere quella responsabilizzazione di cui sopra.

Per altro verso oggi il tema carcere è sicuramente in agenda, ma lo è attraverso immagini che non aiutano la sua modificazione nei termini che stiamo proponendo. La questione carceraria viene descritta per il tramite di tre indicatori, tanto gravi quanto troppo semplificanti: Il numero delle persone detenute, le carenze organiche degli operatori, le serie storiche dei suicidi.

Il fatto che la variabile quantitativa sia utilizzata in modo prevalente per descrivere una situazione è un modo che è filtrato, un po’ per volta, nei nostri cervelli, in quello degli operatori, così come in quello dei giornalisti, dei politici e dell’opinione pubblica. Nelle occasioni in cui noi direttori ci incontriamo, spesso si palesa questo tipo di approccio e questo vale anche per gli altri operatori come per le stesse rappresentanze sindacali.

Alla domanda quanti ne hai? alcuni rispondono 200, altri 300, altri ancora 700. Qualche “fortunato” dice 1.600 e tutti lo guardano con una sorta di ammirazione, perché 1.600 è quattro volte 400 e otto volte 200. Quindi quante più volte sono e quante più volte sei bravo. Filtra cioè l’idea che il numero “fa peso”, responsabilità, bravura. Ma filtra anche l’idea che a fronte di quella domanda sia necessario dare risposte esclusivamente d’ordine quantitativo; più risorse umane, più operatori, più denaro, più carceri, più norme. Tant’è vero che la nostra politica affronta i problemi del carcere come una questione numerica.

Una parte dice “costruiamo più carceri”, l’altra parte dice “adottiamo provvedimenti indulgenziali, emergenziali, amnistiali”.

Io credo che la questione sia mal posta e che sulla base di questo errore di fondo sbaglino entrambe queste due posizioni. Con questo non voglio sostenere che la questione numerica non sia un problema ma che non è, di per sé, esaustiva del fenomeno. Ad essa occorre accostare la questione qualitativa e di merito. Secondo questa visione il discorso del penitenziario non può prescindere da una considerazione generale. Il carcere attuale, con le sue disfunzioni e i suoi drammi quotidiani, è sintomatico del fatto che i nostri paradigmi sociali, giuridici ed economici, non tengono più e non svolgono più adeguatamente quel compito di comprensione ed orientamento che Khun, trattando dell’evoluzione scientifica, aveva assegnato funzionalmente al modello paradigmatico. Oggi possiamo ben sostenere che l’evoluzione sociale ed economica degli ultimi sessant’anni in occidente, ben descritta da Garland, ha generato in quel contesto politiche criminali che con le loro scelte hanno via via sconfessato le politiche penitenziarie tendenti al reinserimento sociale e, per quanto riguarda l’Italia, hanno scippato all’Amministrazione Penitenziaria il suo mandato istituzionale originario.

 

Oggi i tre quarti delle persone in carcere in Italia sono fuori dalla logica rieducativa operata per il tramite delle misure alternative previste dall’Ordinamento Penitenziario

 

Lo sono per le loro caratteristiche sociali e personali che confliggono con quei criteri di sicurezza ed affidabilità sanciti dalle nuove norme intervenute e dalle prassi amministrative e giurisdizionali che vengono adottate anche in ragione del clima generale esterno. Nel carcere di Torino il 64% della sua popolazione è un cittadino straniero che non ha diritto di stare sul territorio nazionale una volta scarcerato e tale presenza sta a significare che i nostri paradigmi non hanno saputo capire prima e gestire poi un fenomeno vecchio e conosciuto come il mondo, e cioè che le migrazioni sono un fatto naturale che dipendono dalla necessità primaria di procurarsi il sostentamento e la speranza in quei territori che lo offrono.

Quando si parla di recidiva e del peso ostativo che questa determina nella concessione delle misure alternative alla detenzione, occorre tenere conto che il 70 % della popolazione detenuta ha problemi in tal senso e che la loro mera neutralizzazione non servirà a renderle persone migliori.

Quando si parla del 30% di tossicodipendenti detenuti, questo dato sta a significare che la nostra società non è riuscita a capire ed affrontare il fenomeno delle dipendenze, nonostante il fatto che i nostri adolescenti, si dice nella misura del 70%, abbiano una forte contiguità con le sostanze stupefacenti.

Così come non si è riusciti, per esempio, a capire che il disagio e la malattia mentale stanno aumentando con l’aumento della crisi globale e della competizione, fuori come dentro il carcere. Un dato mi sembra significativo; in 700 giorni nel carcere di Torino hanno fatto ingresso 576 persone malate di mente provenienti da altri istituti e bisognevoli di cure.

Ora è chiaro che tutti questi sono i segni del nostro tempo e di come noi saremo costretti a modificare il nostro atteggiamento così come il nostro modo di operare, e prima ancora a trovare idee e modelli nuovi.

Se non si mette mano alle tre leggi carcerogene in materia di immigrazione, droga e recidiva, noi possiamo fare tutti i discorsi che vogliamo ma la dignità umana non potrà tornare ad albergare all’interno dei nostri istituti penali e nella nostra società. Non dimentichiamo che la dignità è il fondamento di qualunque approccio che miri a sviluppare pratiche di responsabilità e di riconciliazione.

Premesso questo, credo siano due i temi sui quali vale la pena iniziare a discutere seriamente. La funzione del carcere e il suo rapporto con il resto della società e lo sviluppo di processi di responsabilizzazione e di riconciliazione

Rispetto al primo tema, nel tempo ho maturato il convincimento che il carcere possa e debba essere inteso come un’area, uno spazio, un luogo sì gestito e tutelato da una amministrazione statale in capo alla quale non può rimanere l’onere di garante e di tutela del momento punitivo, ma di cui la società esterna debba appropriarsi per praticare tutto quanto è di sua competenza. A ben vedere l’Ordinamento indica nell’esecuzione della pena una funzione sicuramente statuale ma anche sociale[3].

Sino ad oggi questa dimensione sociale è stata praticata a macchia di leopardo nel senso che i territori politicamente e socialmente più sensibili si sono attivati maggiormente di altri, incontrando, amministrazioni

e servizi penitenziari, anche in questo caso variamente disponibili. Il risultato è discontinuo ed irregolare, fortemente dipendente dalle contingenze storiche, politiche ed economiche. Non è a questo che penso quando dico che la società deve appropriarsi di una sua funzione nell’esecuzione penale.

Penso, viceversa, ad una presenza stabile, programmata, attiva, capace di assumere compiti gestionali diretti all’interno delle strutture penitenziarie, siano essi istituti o servizi sociali, al fine di dare forma, insieme all’amministrazione penitenziaria, alla concreta quotidianità penale anche se a quest’ultima, secondo chi scrive, continua a spettare l’onere di garantire con la sua capacità organizzativa l’attività della società esterna che entra. Non penso ad attività collaterali e subordinate che si giustappongono alla vita detentiva ma ad una vera e propria programmazione congiunta e all’assunzione di responsabilità diretta di alcune funzioni trattamentali pensate e dirette al raggiungimento della responsabilizzazione delle persone detenute.

Una compartecipazione di questo non è sicuramente semplice.

Se da un lato non è possibile che l’esterno possa immaginare di occupare spazi senza tener conto delle responsabilità penitenziarie, così altrettanto non credo che il penitenziario possa operare scelte organizzative in spregio alle esigenze di chi da fuori vuole appropriarsi e garantire il suo intervento sociale.

La riforma della sanità penitenziaria, in tal senso, con la contraddittorietà e i limiti che sta dimostrando a distanza di anni dal suo varo, è lì a sottolineare che un processo quale quello che sto descrivendo necessità di poche regole generali e di molto lavoro congiunto ma, soprattutto, della vicendevole scelta di voler partecipare ad un unico obiettivo di cui tutte le parti devono sentire la responsabilità piena.

Se sostengo la necessità di un intervento massiccio, direi saturante, rispetto alla relazione umana, professionale, formativa, scolastica e sportiva, della società esterna, fortemente e programmaticamente sostenuta dalle Regioni, dagli Enti Locali e della società civile, non per questo credo che la riserva di legge che pone in capo allo Stato la gestione della Giustizia debba essere abiurata e che, quindi, in capo all’amministrazione penitenziaria debba essere riconosciuto l’onere e la competenza organizzativa. Certo non in termini dispotici bensì funzionali alla riuscita sociale della pena.

Il problema è fare in modo che le parti possano riconoscere il proprio successo in quello delle altri componenti. Come sempre non è il gioco a somma zero quello vincente ma quello a somma superiore di zero.

Un carcere di questo genere, ove la società esterna non solo filtra ma partecipa attivamente, assumendo la diretta e competente responsabilità delle attività e dei risultati, probabilmente, diventa un luogo favorente anche il secondo degli obiettivi innovativi, ovvero la riconciliazione.

Se nella quotidianità avviene l’incontro tra chi sta dentro e chi fuori su un piano di reciprocità intorno ad un obiettivo comune, pensiamo ad esempio ad una attività produttiva che coinvolga cooperatori esterni e dipendenti interni, oppure ad una squadra sportiva impegnata in un campionato con altre analoghe compagini esterne, allora molto probabilmente potremmo notare una maggiore predisposizione alla conoscenza comune e alla reciproca comprensione. Da questo potrebbero nascere quelle occasioni utili per ampliare tali predisposizioni sino a fare in modo che il carcere possa diventare luogo ove ordinariamente si possa mettere insieme vittime e colpevoli, per tentare di rimarginare le fratture invisibili prodotte da un reato e non sanabili con una sentenza che in nome del popolo italiano condanna ad una retribuzione temporale indefinita nei suoi contenuti materiali.

Per raggiungere questi due obiettivi non credo necessitino rivoluzioni copernicane, ma una maggiore consapevolezza innanzitutto istituzionale. Cerchiamo di capire come.

Proviamo a pensare alle funzioni di una Regione. Ormai tutta la parte che non è semplicemente custodiale di un carcere è sicuramente una questione di competenza regionale, lo è la salute, lo è il lavoro, lo è la formazione professionale, quindi questo potrebbe già essere un dialogo possibile, cioè se il carcere diventa area, diventa spazio, bene, che le funzioni regionali le pratichino sino in fondo. Certo occorrerebbe trovare le modalità e il reciproco accordo per farlo in modo diverso e partecipato.

Ma anche in questo caso lo stesso Ordinamento offre gli strumenti per un confronto diverso. Pensiamo al ruolo che all’interno delle equipe di osservazione e trattamento possono avere tutti coloro che seguono le persone detenute, pensiamo al lavoro programmatorio che può essere sviluppato nell’ambito dei Comitati didattici, o al ruolo dei Provveditorati nella creazione di reti e programmi regionali in materia di lavoro e formazione e non solo.

Non credo di sorprendere nessuno se affermo che laddove abbiamo iniziato, chi più, chi meno, a sperimentare la possibilità di coinvolgere un esterno che portava una sua logica non strettamente educativa, ma piuttosto quella di una solidarietà di mercato, ebbene proprio lì abbiamo toccato con mano quel concetto di responsabilizzazione di cui stiamo parlando. È una responsabilità che si gioca sul fatto che l’obiettivo tra datore di lavoro e detenuto è unico, riuscire a raggiungere quegli obiettivi comuni che consentono, mese per mese, di stare sul mercato e garantire, reciprocamente produzione, lavoro e remunerazione.

È inutile dimostrare al cooperatore un cambiamento interiore, piuttosto gli devi dimostrare affidabilità, precisione, capacità, impegno, serietà, in una parola responsabilità.

Non lo devi convincere di aver rivisto tutto il tuo passato, ma più semplicemente di potersi fidare di te per quello che riguarda l’obiettivo oggetto del contratto che vi lega insieme.

Potrebbe sembrare un paradosso ma proprio lì abbiamo apprezzato i maggiori cambiamenti, non solo nelle persone ma anche nell’organizzazione penitenziaria.

Se una cooperativa vuol stare sul mercato il prodotto deve essere fatto nei termini e nei modi previsti e per questo nessuno può giocare fuori dal cerchio della responsabilità. Non lo può fare il detenuto, non lo può fare il cooperatore, non lo può fare l’amministrazione penitenziaria.

Questo significa attivare un cammino comune, di condivisione di interessi in parte coincidenti e in parte diversificati tra loro, ma il fulcro sta esattamente in questo, trovare i punti di unione, pur così differenti tra loro, e rinforzarli in una vision collettiva.

Il detenuto vuole una occupazione che gli renda la vita migliore, l’esterno che entra desidera raggiungere i propri obiettivi, l’amministrazione una pace interna. Questi interessi sono la base dell’atteggiamento responsabile che costituisce la molla del miglioramento.

Non è solo il lavoro che può essere utile in tal senso, anche se è la componente più importante per le sue ricadute sulla persona durante e dopo la carcerazione. Per quella che è la mia esperienza, anche la scuola, la formazione, lo sport sono componenti che possono essere giocate per generare responsabilità umana, organizzativa ed istituzionale.

Un passaggio che credo decisivo è quello di abbandonare l’idea della persona detenuta come quella di una non-persona, un vuoto a perdere sociale, fonte di costi, bisognevole di assistenza e correzione. Ognuna di queste percezioni è pericolosa di per sé ed unite tra loro diventano una miscela esplosiva.

Molti Autori ci hanno nel tempo dimostrato che una non-persona implica l’accettazione di una diversa e diminuita dignità e, in alcuni casi, anche la possibilità di abdicarla del tutto attraverso l’accettazione di condizioni di vita e di relazione inumane e degradanti[4].

L’assistenza e la correzione si spartiscono il primato a seconda che i tempi consentano o meno economie e, di questi tempi, è la seconda che sembra drammaticamente quanto inutilmente prevalere anche se alla lunga non è meno cara e più efficace.

Poi però si può “scoprire” che anche il detenuto può essere una risorsa in questo scacchiere così controverso. Torniamo allora al ragionamento numerico di cui si accennava in precedenza.

Parrebbe essere ovvio ma non viene spesso detto e ricordato, e soprattutto non entra nella nostra anima fino in fondo. Per quello che riguarda la mia esperienza, ad esempio, debbo riconoscere che quando ci siamo posti il problema di come far fronte al disagio esistenziale che fa da alone al fenomeno suicidario, ci siamo sin da subito scontrati con la dura realtà del fatto che dal mero punto di vista del controllo e dell’attenzione è praticamente impossibile farvi fronte con le sole risorse istituzionali. Non è solo una questione numerica ma anche relazionale. In quella circostanza abbiamo rea­lizzato che forse una parte della soluzione poteva essere ricercata nell’altra parte del sistema penitenziario.

Dire che in un grosso carcere metropolitano si accalcano 1.600 persone non significa affermarne esclusivamente il “peso” in termini di concentrazione di uomini e problemi, ma anche dichiararne il potenziale umano.

Una tale quantità di persone è titolare di 1.600 sensibilità diverse, 3.200 occhi, orecchie e braccia ma non solo. Da queste considerazioni si è sviluppata l’idea di coinvolgere tutte le persone disponibili, così come i loro famigliari, nell’attenzione alle situazioni di maggiore sofferenza. Certo rimane molto da fare e da imparare, ma affermare una cosa del genere significa iniziare un percorso per stimolare la responsabilità di molti, e questo lo si può poi trascinare in tutte le altre possibili occupazioni all’interno del carcere.

Ci siamo mai veramente chiesti quante competenze rimangono bloccate nella detenzione?

Credo sia illuminante una proposta che qualche mese fa fece un detenuto, che chiedeva la possibilità di aumentare le attività anche in momenti della giornata poco canonici rispetto allo standard organizzativo, che sostanzialmente lascia scoperta ed inattiva una parte importante della giornata. La sua riflessione mi sorprese per la lucida originalità derivante dall’esperienza detentiva. In sostanza, partendo dal gran numero di stranieri presenti e assumendo che una parte di questi, anche piccola, sia in grado di dare i primi rudimenti di lingua anche agli altri, proponeva di organizzare con il loro aiuto alcuni corsi di lingua straniera.

Certamente è un’idea da raffinare, ma porta in sé i germi dell’innovazione che possono essere validamente incrociati con i principi ordinamentali che già dal 1975 prevedevano la possibilità di avvalersi del contributo volontario dei detenuti dotati di particolari qualità e capacità.

Quest’ultima considerazione porta a dire, inoltre, che come spesso succede le vere rivoluzioni spesso coincidono con l’applicazione della legge e il nostro Ordinamento, da questo punto di vista, spesso stupisce per l’ampiezza degli strumenti che pone a disposizione e per la sua attualità. Probabilmente occorrerebbe sfoltire le innumerevoli prassi che ingessano l’operare, concentrandosi maggiormente sulle opportunità normative date mobilitando le energie complesse che vivono all’interno del carcere, per consegnarle a quelle realtà esterne pubbliche e private nelle modalità più sopra citate.

Negli ultimi anni, partendo dalla felice ed efficace definizione di Alessandro Margara, si è spesso sottolineato come il carcere sia diventato sempre più un contenitore adibito, più che ad una detenzione di natura penale, ad una detenzione sociale. Con questo termine si fa riferimento alla natura emarginata dei suoi abitanti che trovano nel carcere un approdo dopo una serie di rifiuti.

Questi uomini e queste donne, tuttavia, sono ancora un patrimonio sociale che può essere adeguatamente investito in quella società, che li ha dapprima socialmente e poi legalmente esclusi. Tale investimento è per la società fortemente auspicabile in quanto la riduzione dell’esclusione, per i costi umani, sociali ed economici che comporta, dovrebbe essere un obiettivo da perseguire anche solo per mero tornaconto generale. Ma un tale investimento potrebbe avere un secondo profilo di guadagno, laddove la liberazione di tali energie fosse indirizzata alla bonifica di quei territori, borghi, contrade, attività che nel tempo sono stati abbandonati in ragione di miraggi economici che alla lunga ci hanno lasciati stremati di fronte alla crisi globale.

Oggi quel patrimonio abbandonato non può essere affidato a nessuno, perché individualmente nessuno ha la possibilità di far ripartire quei meccanismi sociali ed economici abbandonati ma il lavoro sociale collegato alla creazione di una pena alternativa potrebbe essere lo stimolo per tentarci.

Per quella che è la mia esperienza, ogni qual volta ho visto fare questo ho assistito ad una sorta di “normalizzazione” della persona in carcere, che è stata riportata ad una pressoché normale vita di relazione.

Gli effetti dei riti di degradazione e di differenziazione propri della carcerazione si attenuano al punto che la stessa relazione tra custodi e custoditi si riallinea in ragione del fatto che l’altro ridiventa un tuo simile.

Da questo punto di vista investire in partecipazione e responsabilità è anche utile per modificare il clima interno all’istituzione penitenziaria.

Torniamo alla riconciliazione. Credo sia da premettere una riflessione partendo da Albert Camus, che nel suo romanzo “Lo straniero”[5] inserisce un dialogo tra due dei protagonisti. Un pubblico ministero sta incalzando una persona che è sotto interrogatorio nel corso del dibattimento e ad essa rivolge una domanda apparentemente fuori contesto: “Mi dica lei che cosa è un delitto?”. Il suo interlocutore, amico dell’imputato per omicidio per cui si sta procedendo, è un semplice buon uomo che di fronte a tale quesito si arrovella un po’ e ad un certo punto risponde dicendo: “Un delitto è un fatto irreparabile”. Sono convinto che questo sia un buon punto di partenza per ragionare sui contenuti e gli obiettivi che si possono dare alla riconciliazione. A fronte dell’irreparabilità delle nostre azioni e quindi anche dei delitti, non possiamo continuare a pensare che si possano risolvere le fratture sociali che ne discendono semplicemente punendo e carcerizzando. I fatti in genere e quelli delittuosi in particolare non sono riparabili ma sono riconciliabili. Il Sudafrica e la Commissione per la verità e la riconciliazione creata per far fronte alle ferite aperte dalla segregazione razziale e dalla resistenza nera, sono lì a dimostrare che è possibile se si riesce a sviluppare una cultura generale più matura e consapevole[6].

Anche in questo caso credo che il carcere possa assumere una funzione fondamentale. La riconciliazione che ho in mente non si limita solamente alla permeabilizzazione delle mura carcerarie, ovvero all’ingresso della comunità esterna, per come lo conosciamo ora attraverso l’attività del volontariato o le iniziative culturali che vedono la partecipazione di un pubblico esterno. Anche in questo caso penso al carcere come uno spazio ove far incontrare vittime ed autori di reati non in un rapporto esclusivamente a due, bensì pubblico, sull’esempio del modello sudafricano.

Ci abbiamo provato e vi posso dire che gli effetti sono estremamente interessanti e confermano il carattere sociale del reato e la necessità di riportare a quel livello quanto è stato giuridicamente sancito e punito.

Sono convinto che quando si parla, prendendo spunto dal titolo di questo convegno, di una società poco educata, si intenda pensare a strade anche di questo tipo, che perseguono l’obiettivo di riappropriarsi di un ruolo da protagonisti nella ricomposizione delle fratture sociali grazie ad una istituzione penitenziaria che si rende disponibile a far partecipare una società più consapevole e responsabilmente coinvolta.

Un’ultima cosa. Se questo è il percorso che intendiamo scegliere, ovvero un carcere in cui si incrociano amministrazioni, cittadinanza, responsabilità e competenze diverse ma tutte indirizzate a conferire occasioni di responsabilizzazione incontro e riconciliazione, non possiamo nasconderci che non tutti possono essere pronti a cogliere queste opportunità o a farlo non in maniera puramente strumentale e comunque con vari gradi di partecipazione ed efficacia.

Rispetto alla parte istituzionale credo che i principi generali ci debbano soccorrere. Secondo la Costituzione la pena non può avere elementi contrari al senso di umanità. Pare un paradosso considerato che la pena detentiva, anche la migliore possibile, è una pena coatta e come tale afflittiva. Laicamente dobbiamo superare questa dissonanza per ridurre al minimo questa contraddizione. La tirannia delle inezie[7] che costituisce l’ossatura della pena in carcere deve essere quotidianamente analizzata per verificare i motivi che ci inducono appunto a costellare di ostacoli e limiti la vita carceraria, sino ad infantilizzare coloro i quali ne sono soggetti ma anche, permettetemi, gli stessi operatori.

Ogniqualvolta si individua uno di questi limiti, appartenenti alla logica dell’esclusione e dell’afflizione, occorre trovare collettivamente una soluzione alternativa che possa superare l’ostacolo senza porre in pericolo il sistema.

Come spesso mi sono ritrovato a dire, lavorare in carcere può essere visto come un lavoro creativo o dovrebbe diventarlo in quei casi in cui la stasi del precedente e della prassi stenta a sollevare la sua coltre dalle umane vicende. Ma se questo è vero ed accettabile al punto da intraprendere tale modalità, allora occorre far riferimento ad una bella definizione di creatività di Galimberti[8] secondo il quale l’originalità non è l’elemento essenziale di una attività che vuole dirsi creativa ed innovativa, nel senso che se questa non è anche legata ad un principio di legalità può essere facilmente scambiata come un abuso e una stranezza e come tale il suo proponente vedrà frustrate le sue velleità perché gli altri non si sentiranno spinti a seguirlo. Il riferimento alla legalità non è d’ordine strettamente giuridico, ma piuttosto ad una legalità di principio.

Nel nostro caso sono i principi costituzionali ed ordinamentali che ci consentono di esplorare, nei modi più sopra descritti, in modo diverso il territorio penitenziario.

Per proseguire il ragionamento dell’indisponibilità e dell’eterogeneità di una parte dell’insieme dei detenuti, anche in questo caso, non possiamo fingere che non esista la questione. Tale indisponibilità può assumere varie forme che vanno dalla strumentalità, alla povertà, alla difficoltà di sganciarsi da reti devianti.

Anche nel libro “Cuore” viene tratteggiata questa possibilità descrivendo la figura di Franti, “l’unico che rise al funerale del Re”. Oggi la linea di tendenza è quella di selezionare in ragione della volontarietà dell’adesione ad un progetto trattamentale e del possesso di caratteristiche personali e penitenziarie rassicuranti in termini di capacità a reggere, anche solo formalmente, un impegno. In genere le aspettative non vengono deluse e il successo fa spesso dire che questo è il segno che le attività trattamentali garantiscono ricadute positive sul partecipanti. Probabilmente sarebbe più corretto aggiungere che, oltre a questa possibilità, anche i processi selettivi interni fanno si che vengano premiate le capacità d’origine.

Premesso questo è ovvio che l’impatto di un certo modo di fare carcere dipende anche dalle condizioni personali e sociali delle persone e questo è un fattore di cui occorre tener conto in modo da ottimizzare sforzi, risorse ed obiettivi.

Se la logica ordinamentale rimane quella della progressione trattamentale in vista dell’ammissione alle misure alternative questo, purtroppo, non è più una possibilità diffusa sull’intera popolazione detenuta, ma riguarda solo più una parte stimata[9] intorno ad un quarto dell’insieme. Ebbene per loro occorre prevedere il massimo impegno possibile per accelerare il procedimento alternativo alla detenzione, in particolare per coloro i quali soddisfano tutti i criteri di nulla o bassa pericolosità.

Secondo le stesse stime esiste un’altra parte di persone, pari a circa il 40% del totale che pur non avendo più una concreta possibilità di fruire di una misura alternativa, più per le loro caratteristiche sociali e giuridiche che per la loro effettiva pericolosità sociale, può utilmente impegnarsi in attività grazie alle loro capacità personali. Per loro la formazione professionale e soprattutto il lavoro imprenditoriale gestito da esterni all’interno degli istituti possono costituire un valido investimento per il futuro, anche se per una parte consistente di essi, gli stranieri irregolari, allo stato non si può immaginare che tale investimento sfoci nel reinserimento sul territorio nazionale. Certo che nei loro confronti si possono immaginare misure di reinserimento in patria con una dotazione che consenta loro di ricucire lo strappo migratorio con qualche possibilità di successo.

Esistono, infine, due altre categorie di persone che per motivi opposti non possono essere inserite nei suddetti percorsi. Ci si riferisce alla folta schiera dei tossicodipendenti, alcooldipendenti e psichiatrici che affollano gli istituti di pena. Nei loro confronti l’accoglienza, l’assistenza e la cura costituiscono gli interventi prioritari ipotizzabili. Già il Testo Unico 309/90 aveva dato indicazione della necessità di differenziare la loro detenzione al fine di evitare la loro prevaricazione da parte della restante popolazione detenuta e per facilitare la terapia. Il passaggio alla Sanità pubblica può costituire l’ennesima occasione per pensare di specializzare parti del sistema penitenziario in termini più curativi che afflittivi.

L’ultimo gruppo è quello classificato come il più pericoloso ed è costituito dagli appartenenti alla criminalità organizzata. In questo caso una delle questioni da affrontare è la dispersione delle aree a loro dedicate all’interno di istituti, viceversa, a prevalente presenza di detenuti considerati mediamente o scarsamente pericolosi. L’influenza di tale compresenza è in genere nefasta per questi ultimi, che si trovano a dover subire limitazioni imposte dalla necessità di separazione e maggiore attenzione. Ma è nefasta anche per i primi, esattamente per gli stessi motivi. L’impossibilità di condividere spazi ed attività con gli altri detenuti può favorire scelte organizzative e strutturali a loro scapito.

Quello che si vuole rimarcare con queste brevi considerazioni è che una delle vie da percorrere è quella della ricerca di omogeneità, nell’ambito di una differenziazione oculata nella variegata popolazione detenuta in modo da favorire la ricerca di interventi più dedicati ed efficaci anche attraverso una distribuzione delle risorse più mirata e concentrata.

Spero di aver dimostrato che molto è possibile fare e che comunque altro non si possa fare, pena la nostra rovina.

 

Capitolo quarto: Quando l’informazione non informa, ma diseducaCapitolo quarto: Quando l’informazione non informa, ma diseduca

           

A chi fa informazione non chiediamo certo di porsi il problema di “educare”, ma già informare in modo “pulito” sulle pene e sul carcere ha un valore educativo. È la cattiva informazione che diseduca, che abitua i cittadini a identificarsi solo con le vittime, che esclude dal loro orizzonte il rischio reato. E, rispetto a chi commette reati, è la cattiva informazione che dà cattivi esempi di imprecisione, di pressappochismo, di disattenzione alla verità, che abituano i “buoni” a sentirsi sempre più buoni e a non interessarsi in alcun modo a un serio dibattito sul senso della pena, che invece dovrebbe riguardarci TUTTI.

 

La società deve essere coinvolta in un confronto serio sulle pene e sul carcere

Ma tanta informazione spesso tende solo a tranquillizzare la società dei “benpensanti”, inducendoli a credere che esistono i predestinati, i mostri, quelli che non possono sfuggire al carcere

 

di Bruno Turci, redazione di Ristretti Orizzonti

 

Noi di Ristretti Orizzonti, che pure di informazione parliamo continuamente, non sappiamo dire quanto l’informazione possa avere a che fare con la rieducazione, ma sappiamo con certezza che una cattiva informazione, un’informazione che non è precisa, fa dei danni notevoli.

Sicuramente le testimonianze che confermano proprio i danni prodotti da questa cattiva informazione ci arrivano dagli incontri che noi abbiamo con gli studenti delle scuole che ogni settimana entrano in carcere. Dai luoghi comuni che spesso caratterizzano le loro idee sul carcere emerge che loro assorbono messaggi mediatici poco precisi, soprattutto quando tendono a caratterizzare come “mostri” gli autori di reati. Si capisce che c’è un metodo per informare finalizzato a tranquillizzare la società dei benpensanti, inducendoli a credere che esistono i predestinati, i mostri, quelli che non possono sfuggire al carcere.

Questo è un messaggio che porta a credere ai più che a loro non capiterà mai di finire in galera. E invece “capita” anche a tanti cittadini comuni, basta pensare che i condannati per reati legati al consumo di sostanze stupefacenti sono circa il 30% dei detenuti, e non sono certo feroci criminali. E che tante persone che vengono sorprese alla guida di una vettura con un tasso alcolico superiore al consentito oggi rischiano il carcere, e se causano incidenti possono essere condannate a pene durissime. E ci sono altri reati che commettono proprio i cittadini comuni, e non solo “i delinquenti”, e sono gli omicidi in famiglia, che da qualche anno risultano più numerosi degli omicidi di criminalità organizzata.

Gli studenti dopo aver ascoltato le nostre esperienze, le storie che ci hanno condotto in carcere, ci dicono che ci sono cose che i giornali e le televisioni non gli raccontano nel modo giusto, certe realtà come il carcere sono tenute nascoste, come se davvero fossero lontane dalla vita dei cittadini. Ci dicono che sono entrati in carcere con un’opinione nei confronti dei condannati e ne escono con un’altra. E questo, certamente, non succede perché noi detenuti improvvisamente siamo diventati tutti buoni.

In effetti un’informazione poco precisa induce la società ad allontanarsi dal carcere e, quindi, a non occuparsene. Invece la società deve occuparsi di carcere, e deve costringere chi si occupa di carcere a farlo in un’ottica rieducativa, volta al recupero delle persone, solo così può ridurre il numero di persone che vi entreranno.

Abbiamo incontrato ultimamente una classe di studenti proveniente da una scuola di Napoli. Ci hanno detto proprio che dopo il nostro incontro hanno capito quanto erano lontani dal conoscere davvero la realtà del crimine e della devianza: loro erano convinti infatti che i criminali reclutati in minore età fossero dei predestinati, che hanno scelto di vivere nell’illegalità e non saranno mai “recuperati”.

Ebbene la scelta in questi casi non è poi così libera come si potrebbe credere. Quanto può essere libero in quella scelta un ragazzino nato in un quartiere degradato di Napoli? e perché certa stampa non racconta questi aspetti così complessi della realtà, e preferisce creare sempre “i mostri”?

Noi chiediamo a Giovanni Bianconi se può fornirci, con la sua esperienza, una risposta: cosa si può dire, cosa si può cominciare a fare affinché la società sia coinvolta in un confronto serio sulle pene e sul carcere, e capisca che chi sta in carcere per aver commesso dei reati può cambiare davvero solo se c’è qualcuno che si occupa di lui, e crede nel suo cambiamento.

           

Quella cattiva percezione che all’esterno si ha del carcere

L’idea dominante è che il carcere sia qualche cosa che serve a rendere più sicura la vita di quelli che stanno fuori

 

di Giovanni Bianconi, giornalista del Corriere della Sera,

per il quale segue le più importanti vicende giudiziarie e di cronaca, scrittore (l’ultimo suo lavoro è

“Il brigatista e l’operaio. L’omicidio di Guido Rossa. Storia di vittime e colpevoli”)

 

Il problema, per essere forse un po’ brutali ma credo veritieri, è questo: fuori di qui, nei giornali – e quando dico giornali mi riferisco ai mezzi di comunicazione in generale, quelli che rappresentano la mediazione tra alcuni microcosmi come il carcere e l’opinione pubblica, che ne sta fuori – non si ha idea della realtà carceraria per come è e per come è stata descritta oggi. Tutte le cose interessantissime che abbiamo ascoltato stamane, alcune per la prima volta per quanto mi riguarda, non hanno la minima cittadinanza nella discussione sull’informazione sul carcere.

Come diceva il direttore del carcere di Torino, in questa fase il carcere per i mezzi di informazione si riduce a tre questioni: sovraffollamento, suicidi e carenza di organico. Tra l’altro i suicidi sempre meno, giacché sono divenuti essi stessi quasi routine; voi sapete che un fatto, per diventare una notizia, secondo i canoni di chi fa informazione deve essere una cosa nuova, e per i giornali i suicidi in carcere ormai non lo sono più, purtroppo…

L’altro giorno s’è verificato un caso sul quale il Ministero della Giustizia ha annunciato un’ispezione, che dunque ha destato attenzione all’interno delle stesse istituzioni, ma su pochissimi giornali se n’è stata data notizia: un detenuto romeno si è lasciato morire dopo cinquanta giorni di sciopero della fame! Cioè come Bobby Sands (NdR: Bobby Sands è stato un attivista nordirlandese con cittadinanza britannica. Volontario dell’IRA, fu eletto membro del Parlamento britannico mentre era detenuto nel carcere di Maze, a Long Kesh. Qui morì il 5 maggio 1981 a seguito di uno sciopero della fame condotto ad oltranza come forma di protesta contro il governo del Regno Unito). Adesso c’è un film in circolazione nelle sale che parla di Bobby Sands, e fatte tutte le debite proporzioni il caso poteva essere messo in relazione a quella nota vicenda che scosse il mondo intero. Era un’occasione per parlarne, e invece niente, nemmeno questo possibile parallelo è stato sfruttato. Probabilmente perché è stato classificato come semplice suicidio di un detenuto straniero, e ormai 60 o 70 suicidi all’anno, in Italia, sono un fatto “normale” e fisiologico all’interno delle carceri. Quindi non più “una notizia”. Come il sovraffollamento.

Il problema del sovraffollamento viene vissuto con allarmismo nella misura in cui le carceri rischiano di scoppiare, sono possibili delle rivolte o qualche altra clamorosa forma di protesta. A preoccupare non sono le condizioni di vita di chi è costretto a stare nelle celle che ospitano fino al doppio delle persone consentite, ma le possibili ripercussioni all’esterno. Ed è una considerazione che nasce da quella più generale secondo la quale il carcere non è un luogo di “rieducazione” per chi sta dentro, ma di sicurezza per chi ne resta fuori. Tra l’altro su questa parola, “rieducazione” si è detto molto, anche stamane e con accenti giustamente critici. Non è un bel termine, forse sarebbe meglio reinserimento o qualche altro, però è contenuto nella Costituzione e ce lo teniamo stretto, insieme al resto della Carta: visti i continui tentativi di modificarla per ragioni molto poco commendevoli, è meglio fare tesoro di quello che abbiamo.

In ogni caso credo che il carcere non sia vissuto dalla collettività come luogo di rieducazione, bensì come struttura che serve a preservate la sicurezza di chi sta fuori, e rendere tranquilla la vita degli “altri”: in carcere deve stare chi costituisce un pericolo per l’esterno, tutto il resto sono problemi suoi. E solo suoi. Derivano da qui, ritengo, tutti i discorsi sulla certezza della pena che troppo spesso capita di ascoltare anche quando sono “a vanvera”, evocati pure quando non c’entrano niente con quello che dovrebbe essere il modo di affrontare i problemi del carcere, cioè una struttura che dovrebbe tendere al reinserimento del condannato. Invece si parla d’altro, di certezza della pena anche quando la pena non c’entra nulla semplicemente perché ancora non è stata inflitta, come dirò tra un attimo.

Allora la cattiva informazione sul carcere, semplicemente (e molto gravemente, drammaticamente vorrei dire), finisce per riflettere la cattiva percezione che all’esterno si ha del carcere. Che è identificato – lo ripeto, ma credo che sia il punto essenziale da comprendere e da cui partire per affrontare questa situazione – come qualcosa che serve a rendere più sicura la vita di quelli che stanno fuori.

È come se fosse un mondo a parte, come se il carcere fosse ciò che una volta erano i Paesi sottosviluppati. Ricordate? Il Terzo Mondo dove si moriva di fame; il Sud del Mondo che faceva da contrasto al Nord diviso tra Occidente e Oriente che progredivano secondo due modelli diversi, ma ricchi rispetto alla povertà di Africa, America Latina e un pezzo dell’Asia. Poi quei Paesi sono stati chiamati “in via di sviluppo”, per dar loro maggiore dignità, ma restavano mondi separati rispetto alla ricchezza e al progresso. Un problema altrui. Ogni tanto qualche cittadino del Primo Mondo andava laggiù, tornava e diceva: “…però li ci sono un sacco di problemi che forse riguardano anche noi!”.

A me pare che con il carcere scatti un meccanismo simile. Per esempio quando viene arrestato qualche cosiddetto “colletto bianco”, o comunque chi non è abituato ad avere a che fare con situazioni di detenzione o più in generale di marginalità: entra in carcere e ne esce come “convertito”. È successo di recente con un deputato arrestato, che è entrato in cella e quando è riuscito a venirne fuori ha detto: “Adesso mi occuperò di carceri!”, come se fosse rimasto folgorato rispetto a un “mondo a parte”, per l’appunto, che non conosceva. Eppure era un legislatore, uno che dovrebbe avere coscienza dei principali problemi che affliggono il nostro Paese.

Episodi come questi mi portano a pensare che il rapporto tra il carcere e l’informazione risenta, come accade in tanti altri settori, dei guasti che pure esistono nei rapporti tra l’informazione e la politica, in particolare la politica della giustizia.

In fondo il carcere è l’ultimo aspetto del problema giustizia, l’ultimo in ordine di tempo quando arriva la condanna definitiva, ma a volte anche il primo per chi entra in custodia cautelare e magari non c’è abituato. In ogni caso è un aspetto importante del problema giustizia. Ma se ci pensate, anche il problema giustizia non viene affrontato dalla politica per quello che è. per le questioni che dovrebbero essere risolte, a cominciare da quelle strutturali; la giustizia è essenzialmente un terreno di scontro politico, soprattutto negli ultimi 15-20 anni, che prescinde completamente dai suoi problemi reali. Si discute, si litiga e non si fa niente, spesso neppure su piccole questioni. E la narrazione dello scontro politico sulla giustizia all’opinione pubblica fatto attraverso i mass-media risente di questa impostazione che racconta quel che accade nell’ottica della polemica e dello scontro, non per quello che sono le vere questioni da affrontare e che rimangono insolute.

Anche il carcere risente di questa impostazione, e che cosa succede? Succede, ad esempio, che l’ultimo indulto che hanno fatto (tra l’altro slegato dall’amnistia, che è una cosa abbastanza assurda e mai successa prima) l’hanno dovuto fare portando il tetto a tre anni, che è molto alto, altra anomalia rispetto al passato. Perché? Perché c’era un detenuto particolarmente “eccellente” appena condannato a sei anni di galera, e con i tre anni di indulto è potuto entrare ed uscire dal carcere nel giro di due giorni: se non si faceva un indulto di quelle dimensioni il partito del detenuto eccellente non l’avrebbe votato e quindi non si sarebbe fatto. Dopodiché le polemiche si sono concentrate sul fatto che grazie all’indulto uscivano dei delinquenti, nell’ottica della sicurezza violata degli “altri”, ma senza ragionare sul motivo per cui era stato varato con un limite così elevato.

Per non parlare dell’amnistia, considerata quasi una parolaccia: se vi capita di assistere a uno di quei salotti televisivi, organizzati solitamente a tarda sera, in cui si discute di giustizia, vedrete che appena qualcuno prova a pronunciare la parola amnistia, tutti gli altri inorridiscono. Perché? Perché si ha immediatamente la percezione che se c’è l’amnistia poi siamo tutti più insicuri, così come per l’indulto tutti gridarono allo scandalo perché sarebbero usciti chissà quanti delinquenti (senza tenere conto che si trattava di detenuti che in ogni caso prima o poi sarebbero usciti), pronti a commettere nuovi reati. Naturalmente non è successo niente del genere, ma spiegare questo non fa parte dell’informazione per come è congegnata intono al “pianeta carcere”.

In molte situazioni e nonostante la sua drammatica realtà, inoltre, il carcere viene addirittura invocato: se ci fate caso, di fronte a problemi di macro o micro criminalità, la soluzione maggiormente suggerita qual è? Più carcere. Si sono fatte leggi per rendere obbligatoria la custodia cautelare in carcere, com’è successo con il sospetto stupro, o anche per gli incidenti stradali. Ogni tanto salta fuori qualcuno che propone il carcere obbligatorio per chi investe uno con la macchina, che è un modo, naturalmente populista, per guadagnare consenso nella società delle persone cosiddette “perbene”, che si sente tranquilla se ci sono celle abbastanza grandi da contenere quelli che commettono reati, o si presume che li abbiano commessi o li possano commettere. Poi magari chi propone questa soluzione (è successo nel caso del sospetto stupro) s’indigna perché dice che “ci vuole la certezza della pena!”, pur sapendo – o forse non sapendolo, il che è più grave giacché si trattava di un parlamentare – che la pena nulla c’entra quando si parla di custodia cautelare.

Ecco, l’informazione purtroppo risente di tutte queste situazioni, e quindi finisce per occuparsi (e neanche tanto) di quei due o tre problemi che rendono il carcere insicuro per chi sta fuori, non deleterio per chi sta dentro, ché questo non interessa.

C’è stato un episodio che un po’ ha riacceso però qualche speranza, forse, affinché la situazione possa cambiare. Un episodio che ha avuto a che fare con il sistema carcerario, e mi riferisco alla vicenda di Stefano Cucchi, che tutti conoscete. In quel caso, che però è stato molto particolare e molto doloroso, una famiglia colpita da un episodio di morte inspiegata avvenuta all’interno di una struttura detentiva, è riuscita a scalfire l’indifferenza generale attraverso l’informazione. Una famiglia che una volta si sarebbe detta “piccolo borghese”, tranquilla, di quelle che tengono il tappetino fuori dalla porta di casa con su scritto “Buongiorno”, che mai avrebbe immaginato di doversi confrontare con la realtà del carcere e invece s’è ritrovata improvvisamente colpita da una tragedia capitata in questo ristretto universo. Ed ha avuto il coraggio e la forza di coinvolgere i mezzi di informazione su questa vicenda.

In quel caso l’informazione ha avuto un merito, perché ha acceso i riflettori. Io credo che se non ci fosse stato l’interesse che hanno mostrato i giornali e le tv in quella circostanza, difficilmente si sarebbe arrivati a un processo in tempi tutto sommato rapidi. Poi si vedrà come andrà il processo, come è stato “costruito”, l’esito delle divisioni e dello scontro in corso tra la pubblica accusa e la parte civile: quello è un altro tipo di problema. Però senza l’interessamento dei mass-media, molto probabilmente Stefano Cucchi sarebbe rimasto uno dei tanti morti in carcere coperti dal silenzio.

Certo non si può pensare di trovare sempre una famiglia coraggiosa. E sarebbe bello vivere in un mondo dove non fosse necessario diffondere le foto del cadavere martoriato del proprio figlio per ottenere un minimo di informazione un po’ più corretta del solito. Però succede. E allora?

Allora, come per i Paesi in via di sviluppo (per tornare al parallelismo di prima) la globalizzazione e quello che ha comportato è servita in qualche maniera a riscattarli, e adesso almeno alcuni di essi stanno avendo un ruolo diverso negli equilibri economici mondiali, forse i meccanismi innescati da quella stessa globalizzazione possono avere effetti positivi sull’informazione rispetto a questioni solitamente poco trattate o bistrattate, come il carcere. Pur con i tanti e gravi problemi che la diffusione di Internet temo comporti per l’informazione.

Oggi l’informazione non è più confinata ai giornali, ai telegiornali o i giornali radio. Purtroppo, penso io, per certi versi; ma per fortuna, per altri. Attraverso internet si sono aperti moltissimi spazi, e può essere che questi nuovi canali di comunicazione contribuiscano a far sì che l’informazione sul carcere non si limiti a quei due o tre problemi che fanno sentire più sicuri quelli che stanno fuori, ma si cominci a parlare delle reali condizioni, dei reali problemi di chi sta dentro.

Piaccia o non piaccia, un problema esiste per la collettività solo nella misura in cui riesce a catalizzare l’attenzione, o perché diventa un problema politico (ma abbiamo visto che da quel punto di vista si rischia quasi di complicare di più le cose). E questo accade se c’è un fatto che riesca ad essere “appetibile” (pessima espressione, diciamo “particolarmente interessante”) per i mezzi di comunicazione; se dentro c’è una novità, un particolare che accenda l’interesse anche su un singolo caso come è successo per la drammatica vicenda di Stefano Cucchi, grazie alla determinazione e alle scelte scioccanti compiute dalla famiglia.

Questa è la situazione, per quello che appare a me. Speriamo che possa cambiare anche grazie all’esperienza di Ristretti Orizzonti, che dovrebbe essere una lettura quasi obbligatoria all’interno dei giornali e dei mezzi di comunicazione per provare a capire che cosa avviene dietro le sbarre. Invece normalmente vi si ricorre solo quando si riacutizza il problema del sovraffollamento, oppure per verificare quanti suicidi ci sono stati fino a una certa data, magari perché se n’è appena verificato uno che riesce a conquistare le pagine di cronaca.

Io non so se ci sia davvero qualche speranza di modificare meccanismi e comportamenti, ma se c’è, magari è possibile realizzarla anche attraverso strumenti di questo tipo.

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Pubblicazione registrata del Tribunale di Venezia n° 1315 dell’11 gennaio 1999. Spedizione in A.P.

art. 2 comma 20/C. Legge 662/96 Filiale di Padova

 

[1] Anastasia S., Corleone F., Zevi L. (a cura di), Il corpo e lo spazio della pena, Ediesse, Roma, 2011.

 

[2] Canepa M., Merlo S., Manuale di diritto penitenziario, Giuffrè, Milano, 2010.

 

[3] In particolare l’art. 1 della legge 354/75 cita il fatto che il trattamento rieducativo debba tendere anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno al reinserimento sociale. A questa affermazione fanno da corollario tutta un’altra serie di articoli che, nella stessa legge, prevedono l’ingresso in carcere di entità esterne sia pubbliche, quali ad esempio quelle che si occupano di formazione scolastica e professionale, che privata quali, ad esempio, imprenditori o volontari.

 

[4] Sull’argomento si sono diffusi molti Autori se ne possono trovare cenni nel citato testo di Anastasia, Corleone e Zevi ma anche su Zimbardo P., L’effetto Lucifero: cattivi si diventa?, Raffaello Cortina, Milano, 2008, che cita, tra gli altri, studi di Bandura e Milgram.

 

[5] Camus A., Lo straniero, Bompiani, Milano, 2001.

[6] Sul tema si consiglia di approfondire Tutu D., Non c’è futuro senza perdono, Feltrinelli, Milano, 2001 e, da ultimo, Colombo G., Il perdono responsabile, Ponte alle Grazie, Milano, 2011.

 

[7] Mathiessen T., Perché il Carcere?, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1987.

[8] Galimberti U., Parole nomadi, Feltrinelli, Milano, 2006

[9] Buffa P., Amministrare la sofferenza: logiche, dinamiche ed effetti dell’organizzazione penitenziaria, tesi di dottorato in Diritto, Facoltà di Giurisprudenza di Torino, 2010.