Rassegna stampa 4 settembre

 

Giustizia: braccialetto elettronico, "flop" da 11 mln € l’anno

di Marco Ludovico

 

Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2008

 

Braccialetti d’oro, quelli elettronici. Nel senso che allo Stato costano carissimi: i 400 utilizzati - finora con scarso successo - hanno gravato sulle casse dello Stato per 11 milioni di euro l’anno, fin dal 2003, con un contratto stipulato con la Telecom che scade nel 2011.

Peccato che dal 2005 l’utilizzo di questi dispositivi è stato interrotto. Nessuno ci crede, insomma. Anche ora che il Guardasigilli Angiolino Alfano, d’intesa con il Ministro dell’Interno Roberto Maroni, rilancia il progetto per ridurre l’inarrestabile aumento della popolazione carceraria.

La storia del braccialetto in Italia, del resto, è una sequenza di bocciature e fallimenti che risale a sette anni fa, quando fu istituito con la legge n° 4 del 2001. È bastato un anno e mezzo e già sono partite le richieste di sospensione: si è capito subito che la spesa non valeva l’impresa. Non si abbassava in modo significativo la presenza dei detenuti in galera, non si conteneva l’impiego delle forze dell’ordine, né si convincevano i magistrati, scettici i più sull’uso di questo strumento.

Il Viminale ha tentato diverse volte, in questi anni, di coinvolgere il Dap, dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del dicastero della Giustizia e, di conseguenza, la polizia penitenziaria. Fino a pochi mesi fa, però, il risultato è stato negativo.

L’anno scorso, peraltro, c’è stato un certo movimento di ripresa rispetto a un progetto fermo ormai su un binario morto. Il Viminale ha rimesso sul tavolo il tema del trasferimento al Dap della gestione del sistema e il dipartimento dell’amministrazione carceraria ha dato la sua disponibilità a dialogare con il ministero dell’Interno. Il problema principale, tuttavia, rimane sempre lo stesso: il costo elevato. Si segnala, tra l’altro, che degli 11 milioni di oneri annuali oltre sei riguardino le sole spese di gestione.

La sperimentazione tecnologica, peraltro, non ha offerto risultati entusiasmanti. Anzi. Il braccialetto può essere rilevato da una centralina posta nell’arco di 100-200 metri; quest’ultima - messa magari in casa del detenuto agli arresti domiciliari - è a sua volta collegata con il nucleo delle forze dell’ordine presente in una struttura della Polizia di Stato o dell’Arma dei Carabinieri. Le competenze sono delle questure e dei comandi provinciali dell’Arma.

Un agente deve controllare se il detenuto esce o no dall’arco dei 200 metri, cioè del campo d’azione del braccialetto. Il problema però sorge quando lo strumento non dà segnali: se, per esempio, l’interessato va nella cantina della sua abitazione. Il rischio è di finire nel ridicolo se scatta una caccia all’uomo senza motivo.

Prima ancora dell’input di Maroni e Alfano, in realtà proprio nel marzo di quest’anno si sono svolte una serie di riunioni al Viminale e con il Dap: quest’ultimo era disponibile a farsi gradualmente carico del progetto. Ma lo scetticismo regna sovrano. Anche ora che, sulla carta, occorre dare un’accelerazione.

Giustizia: Osapp; o si cambia, o presto carceri fuori controllo

 

Apcom, 4 settembre 2008

 

Le carceri sempre più sovraffollate, denuncia l’Osapp, Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria: in soli 15 giorni negli istituti di pena sono entrati 600 detenuti in più di quanti ne siano usciti.

Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, spiega: "Il totale presenze si attesta ora a quota 55.647, su una capienza regolamentare di 43mila unità. Il bilancio di un sovraffollamento che si avvicina sempre più alla soglia della tollerabilità".

Beneduci spiega che prima dell’estate si registravano circa mille reclusi in più ogni mese, mentre "adesso il flusso è raddoppiato", e questo - sottolinea l’Osapp - quando "prima di provvedimenti legislativi quali la legge Fini-Giovanardi, la Bossi-Fini o l’inasprimento della recidiva, il saldo dei mille detenuti in più era riferibile ad un intero anno solare".

Per il sindacato il rischio di rappresaglie e di faida all’interno delle carceri "è concreto ed elevato, soprattutto nel momento in cui il Ministro Alfano sembra guardare a tutto tranne che a quelli che sono gli effetti ultimi di una possibile Riforma della Giustizia in campo penale". Secondo il segretario dell’Osapp, "la discussione sulle carceri prende poco spazio al tavolo del confronto politico, attestandosi come argomento finale per il quale basta lo strapuntino del braccialetto elettronico". Mentre il braccialetto elettronico è "una misura che negli anni si è rivelata fallimentare, come fallimentare la sperimentazione che ne è seguita".

Il sindacato sottolinea che occorre guardare al sistema nel suo complesso per risolvere il problema carceri, e la vera questione da affrontare è principalmente la mancanza di una differenziazione efficace dei detenuti, in base alla gravità dei reati, ovvero la mancata attuazione dei c.d. circuiti penitenziari, "idea base questa per distinguere il trattamento come riabilitativo per il condannato".

In questo contesto, denuncia l’Osapp: "Il fenomeno delle aggressioni è peggiorato perché lo stesso fenomeno del sovraffollamento peggiora le condizioni di sicurezza, soprattutto quando si è in totale assenza di misure di protezione idonee per il personale di Polizia all’interno delle sezioni", inoltre "assistiamo ogni giorno all’assoluta mancanza di prescrizioni per quelle che sono le condizioni di salute dei luoghi di riparazione".

E "i piccoli incidenti del vivere quotidiano sono continui, e trasformano la ‘normale" esistenza in un’infernale espiazione aggiuntiva: come per il caso dei fornelli a gas utilizzati regolarmente in cella, veri e propri strumenti di morte o di aggressione nei confronti degli agenti in servizio".

"Invitiamo il ministro Alfano - conclude Beneduci - a non escludere nessuna iniziativa per i problemi che segnaliamo quotidianamente. Come agenti di Polizia Penitenziaria, i più titolati ad un dibattito per il quale si è esclusi a priori, sappiamo quello che accade quando si abbassa il livello di attenzione, soprattutto quando all’emergenza si risponde con idee che vanno soltanto in un’unica direzione".

Giustizia: Messina (Cnvg); così torniamo ai tempi delle rivolte

 

Redattore Sociale - Dire, 4 settembre 2008

 

Le ultime cifre del Dap confermano la tendenza più volte segnalata: nel giro di 8 mesi i detenuti presenti nelle carceri italiane torneranno a quota 63 mila, cifra che porto all’indulto del 2006. Parla il presidente della Cnvg.

Che le carceri stanno rapidamente tornando alla situazione che nel 2006 portò all’approvazione l’indulto è una cosa che la società civile va ripetendo da tempo attraverso analisi di cui questa agenzia ha già più volte dato conto. Lo confermano anche gli ultimi dati del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) riportati questa mattina dal quotidiano "Repubblica", che parlano di 55.369 persone attualmente detenute nelle carceri italiani: un dato che letto in progressione vuol dire che nel giro di otto mesi si tornerà a superare il numero di 63mila detenuti, che nel 2006 portò a scegliere la via dell’indulto. Abbiamo chiesto a Claudio Messina, presidente dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, cosa si può fare se si torna all’affollamento pre-indulto. "Le risposte noi le avevamo già suggerite anni addietro - risponde Messina. - anche all’epoca dell’indulto che avevamo salutato con favore, anche se in linea di principio non siamo favorevoli a questo tipo di misure. Si tratta infatti di misure che sanano, ma se poi non si prendono provvedimenti torna tutto come prima".

E invece, per il presidente della Conferenza Volontariato Giustizia, occorrerebbe una riforma come quella che il volontariato e la Commissione di studio per la riforma del codice penale Pisapia suggerivano quando ministro della Giustizia era ancora Clemente Mastella. "Il carcere non rappresenta l’unica ratio, ma solo una misura estrema - chiarisce Messina - mentre esistono altri tipi di pena, come ad esempio quella prescrittiva e interdittiva. Per intenderci, se un amministratore ha fatto bancarotta fraudolenta non deve fare più l’amministratore per tutta la vita". Tra i suggerimenti del volontariato vi è poi la revisione di quelle leggi criminogene che hanno prodotto un aumento della carcerazione. "Basta pensare alla Bossi Fini, che viene di volta in volta aggravata, mentre noi sappiamo che la repressione non porta nulla e anzi ingigantisce i problemi senza risolverli. Oppure la legge Cirielli sulla recidiva: in carcere ci sono per la stragrande maggioranza delinquenti ‘incalliti’, per i quali la recidiva arriva a circa il 70%. Mentre per chi usufruisce delle misure alternative arriva a meno del 20%".

Nei due anni successivi all’indulto il carcere non è cambiato granché racconta Messina: "Io che faccio l’assistente volontario nel carcere di Porto Azzurro all’Isola d’Elba e conosco molte realtà posso dire che non è cambiato nulla, anzi la situazione si è addirittura inasprite. Siamo a una media di circa 1000-1200 ingressi ogni mese e se si riesce a tenere la situazione sotto controllo è solo grazie alla buona volontà degli operatori carcerari (istituzionali e volontari) e a questo nostro ordinamento giudiziario, che non è niente affatto da buttare". Preoccupazione, invece, per le due proposte di legge presentate dal presidente della Commissione Giustizia del Senato, Filippo Berselli che mirano a ridimensionare drasticamente la legge Gozzini attraverso limitazioni e restrizioni. "Insomma - precisa il presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia - un giro di vite che, se risponde all’esigenza di soddisfare l’opinione pubblica, rischia di riportare la situazione indietro di trenta o quaranta anni quando nelle carceri scoppiavano continue rivolte. Mentre, l’obiettivo della riduzione della pena diminuisce le situazioni di tensione". E allora "se si mettono insieme tolleranza zero, certezza della pena e sovraffollamento delle carceri (per costruirne di nuove ci vorrebbero almeno dieci anni) è prevedibile una recrudescenza della violenza nelle carceri, che metterebbe a repentaglio il buon lavoro svolto fin qui dagli operatori".

In conclusione, spiega Messina, "il volontariato insiste sul fatto che se ci deve essere una revisione dell’ordinamento penitenziario deve essere migliorativa e non peggiorativa. Bisogna avere il coraggio di uscire dal vincolo del giustizialismo che l’opinione pubblica richiede: altrimenti si rischia di andare verso la situazione degli Usa, dove la percentuale dei detenuti sulla popolazione è dieci volte superiore a quella italiana: 1 a 100 contro il nostro 1 a 1.000".

Giustizia: Favero (Ristretti); applicare di più la legge Gozzini

 

Redattore Sociale - Dire, 4 settembre 2008

 

Parla il direttore di Ristretti Orizzonti: "Un terzo dei detenuti è dentro con pene bassissime. I nuovi pacchetti sicurezza stanno già portando in carcere gente che poteva chiedere l’affidamento ai servizi sociali".

"Il dato più recente è che in carcere attualmente ci sono 7.491 persone al di sotto di un anno di pena e oltre 11 mila che devono scontare una pena inferiore a 3 anni: quindi un terzo è dentro con pene bassissime. Si danno pochissime misure alternative e invece l’unica soluzione sarebbe applicare di più la legge Gozzini".

Così Ornella Favero, direttore di Ristretti Orizzonti, la rivista dal carcere e sul carcere, commenta i dati del Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) diffusi oggi dal quotidiano "Repubblica" circa l’affollamento delle carceri italiane: 55.369 detenuti che entro otto mesi potrebbero tornare a quota 63mila, il tetto che nell’estate 2006 portò a imboccare la strada dell’indulto.

"Non ci sono soluzioni alternative all’ampliamento della legge Gozzini - ribadisce Favero. - I 42 mila posti regolamentari sono già stati abbondantemente superati. Al 30 giugno scorso le misure alternative erano solo 9.406 - prosegue - e gli ultimi pacchetti sicurezza porteranno più gente in carcere. Molte fattispecie di reato non possono più usufruire della legge Simeone Saraceni, che permetteva percorsi alternativi al carcere. Inoltre stanno già aumentando gli ingressi in carcere di persone che potevano chiedere l’affidamento ai servizi sociali".

Le speranze della società civile impegnata nella questione carcere nel frattempo sono state deluse. "Dall’indulto a oggi non è cambiato nulla: il lavoro è poco, l’accesso alle misure alternative è più difficile e si respira un clima più pesante". Insomma, conclude Ornella Favero, "bisognerebbe far capire che le misure alternative creano sicurezza. Nel senso che crea sicurezza mettere la gente fuori prima in un percorso controllate: non per essere liberi, ma per riabituarsi gradualmente alla libertà".

Giustizia: più tecnica e meno ideologia, per una riforma seria 

di Virginio Rognoni

 

Corriere della Sera, 4 settembre 2008

 

Non credo che vi sia riforma estremamente tecnica quanto lo è la riforma della giustizia, in particolare la riforma del processo. È poi opinione comune che il processo civile e penale, in conformità alle aspettative dei cittadini, debba essere di "ragionevole durata"; un processo che avvicini il più possibile il tempo della sentenza a quello dell’accadimento dei fatti.

Una riforma che portasse a mille novità, anche apprezzabili, ma non a questo obbiettivo non sarebbe, qui e ora in Italia, una vera riforma. Ma per raggiungere questo risultato occorre un approccio ai problemi, in particolare alla revisione della legge processuale, di alta tecnica; occorre uno scenario sgombro o, quanto meno, non appesantito, anche semplicemente sotto traccia, da scontri e pregiudiziali ideologiche. Questo, invece, è proprio lo scenario che abbiamo davanti.

La spinta, la ragione della riforma sembra essere quella di porre termine finalmente al cosiddetto rapporto malato fra "politica" e "magistratura", di mettere a posto, una buona volta, il rapporto fra il potere politico e l’ordine giudiziario. Ed è qui che si manifestano, ingombranti, pregiudiziali politico-ideologiche che rendono difficile quel confronto tecnico-programmatico indispensabile per raggiungere l’obbiettivo di un processo dalla "ragionevole durata", che è la cifra di ogni efficienza del sistema giudiziario.

Del rapporto fra politica e magistratura si erano occupati i padri costituenti quando nella Costituzione hanno fissato, da una parte e in pochi punti, l’impianto costituzionale della giustizia e, dall’altra, quando nel Titolo I, riguardante il Parlamento, hanno fissato il principio che "senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale". Contro l’azione penale che il pm ha l’obbligo di esercitare nei confronti di chiunque, ecco, con una scelta pulita e coraggiosa del potere costituente, lo scudo a difesa del parlamentare quando l’azione annunciata apparisse manifestamente persecutoria.

Sappiamo come sono andate le cose. Le Camere (cioè la "politica") non sono state all’altezza della fiducia loro riservata dalla previsione costituzionale; hanno fatto un uso rovinoso dell’istituto e l’istituto non poteva reggere, soprattutto nel clima burrascoso di Mani pulite, e non ha retto. La cattiva politica sconfigge la "buona politica", la rende debole, incapace di occupare gli spazi dovuti, la fa arretrare, con la conseguenza, da una parte, che il ceto politico sente falsamente di essere assediato e, dall’ altra, che la magistratura, altrettanto falsamente, viene percepita come vincente. Le pregiudiziali ideologiche diventano bandiere di uno scontro inevitabile.

Questo fenomeno è ancora più evidente proprio con Mani pulite. Il costo della politica - ricorrente in tutti i Paesi democratici con pluralità di partiti - da tempo si era via via elevato a dismisura, imboccando canali perversi di soddisfazione; e così l’area della corruzione si era allargata fino a esplodere nei primi anni Novanta. La politica, già latitante e reticente sul fenomeno corruttivo, di fronte a quell’esplosione sembra quasi farsi da parte; si esprime con una legge sul finanziamento pubblico dei partiti inadeguata e velleitaria. Il doveroso controllo di legalità, da parte della magistratura, spazia dovunque e, ancora una volta, nella percezione comune, c’è una parte sconfitta - la politica - e una vincente, la magistratura. Di più, anche perché sostenuta inizialmente da gran parte della pubblica opinione, la magistratura gioca un ruolo di "supplenza", che il vuoto della politica le regala e che il circuito mediatico esalta pericolosamente.

È qui che inizia quella partita, tutta ideologica, fra politica e magistratura; una partita che le annose vicende giudiziarie di Berlusconi - presidente del Consiglio - precisano poi ancora più nettamente, provocando quasi l’attesa di un rendimento di conti fra il potere politico e l’ordine giudiziario. È questo il pesante ingombro ideologico, tutto costruito su interpretazioni e forzature politiche, di cui occorre liberarsi.

Che sia, per tanti aspetti, ancora presente questo ingombro ideologico lo dimostra il fatto che le prime riforme di cui si è parlato mentre, da una parte, non toccano affatto i "tempi" dei processi (il vero male oscuro della giustizia italiana), dall’altra limitano, in qualche modo, l’iniziativa e l’autonomia della magistratura: così la prospettiva di un superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale, la controversa questione della separazione delle carriere e il ruolo del Csm.

Tutte iniziative che legittimamente possono rientrare in un dibattito di riforma costituzionale ma che risentono di quella spinta ideologica per cui la riforma della giustizia deve essere la "normalizzazione" dei rapporti fra politica e magistratura con il rientro di quest’ultima nei ranghi che le sarebbero propri.

Non è certamente questa la strada che porta a una riforma condivisa, mai come in questo campo opportuna. Se, per la scrittura della riforma, insomma, la penna si intingesse nell’inchiostro dell’efficienza, piuttosto che in quello dell’ideologia, si avrebbe un "giusto" processo di "ragionevole durata", per di più raggiunto con legge ordinaria; e questo obbiettivo sarebbe la vera "conciliazione" fra politica e magistratura; una conciliazione che consentirebbe, poi, un dibattito e un confronto sereno e costruttivo anche su riforme di rango costituzionale quando proprio si volesse toccare l’assetto, per me ancora esemplare, che la Carta del ‘48 ha dato al sistema giudiziario.

Giustizia: come uscire dal tunnel? processi rapidi e pene certe

di Paola Severino (Vice Rettore Luiss)

 

Il Messaggero, 4 settembre 2008

 

L’imminente riapertura dei lavori parlamentari suggerisce ed anzi impone a chi abbia a cuore le sorti della giustizia in Italia di segnalare gli interventi su cui potrebbe basarsi un risanamento del malandato sistema giudiziario italiano ed un recupero di una dimensione della giustizia al servizio del cittadino.

In primo luogo, il ritorno ad una ragionevole durata dei processi: una giustizia ritardata di anni equivale ad una giustizia negata. Nel campo penale, essa lascia del tutto insoddisfatta la vittima del reato, non rende giustizia all’imputato innocente che deve "accontentarsi" della prescrizione anziché ottenere una assoluzione nel merito, non appaga le pretese punitive dello Stato, tradendo il principio di effettività della pena. Su queste devastanti conseguenze si è da tempo raggiunta una comune consapevolezza, accompagnata spesso da una condivisione sulle principali cause che le hanno determinate.

Per quanto riguarda, ad esempio, il processo penale, l’aver concentrato nel dibattimento l’intero procedimento di formazione della, prova attraverso il contraddittorio delle parti e davanti ad un giudice terzo è sì espressione di un sacrosanto principio di civiltà giuridica, ma genera nei fatti una elefantiasi di questa fase processuale che produce inefficienza. Una simile estensione del processo di acquisizione probatoria è ben conciliabile infatti con il sistema anglosassone in cui solo una parte minima dei casi giudiziari sfocia nel dibattimento, ma non lo è con un sistema come il nostro, in cui ogni giudice di ogni sezione penale deve fissare contemporaneamente in un giorno decine di udienze.

Ecco allora che, rispetto a questa fondamentale causa di inefficienza del sistema, potrebbe già formarsi un ampio consenso su una serie di rimedi possibili. Una pregnante opera di depenalizzazione, che lasci alla tutela del giudice penale solo valori costituzionalmente rilevanti. Un abbandono della inveterata tendenza, costantemente seguita negli anni, di sanzionare penalmente qualunque comportamento che susciti allarme sociale, sull’onda dell’emotività più che in base ad una ponderata meditazione sulla meritevolezza di sanzione penale.

L’ampliamento dei riti alternativi e la previsione di riti semplificati per alcune categorie di reati, in modo da evitare che tutti i processi sfocino e si disperdano nei meandri del dibattimento. L’applicazione della normativa che consente di non procedere per fatti di lieve entità, in tal modo ulteriormente selezionando i casi da sottoporre al vaglio del giudice.

In termini riassuntivi, una serie di accorgimenti procedurali e sostanziali, volti a limitare i casi in cui è richiesto il dispiegarsi di lutti i complessi ed articolati riti del dibattimento, in modo che a tali limitati casi il giudice e le parti possano dedicare tutta la dovuta attenzione e tutto il necessario approfondimento. Si tratterebbe di soluzioni ampiamente condivise, considerato che ciò di cui oggi in molti ci si lamenta è che le sanzioni penali siano tante, ma siano spesso solo minacciate e raramente applicate. Sarebbe allora auspicabile che si partisse da queste prospettive comuni per aprire un vero e costruttivo dialogo sulla giustizia.

Un dialogo di cui si avverte da più parti l’esigenza, come ha da ultimo dimostrate il successo della due giorni del seminario promosso dall’Udc e tenutosi a Roma sui più scottanti temi della giustizia, cui hanno preso parte parlamentari di varia appartenenza politica, rappresentanti della magistratura e dell’avvocatura, docenti universitari. Tutti hanno convenuto su due esigenze: ragionevole durata dei processi ed effettività della pena, per restituire efficienza al sistema giudiziario.

Se si partisse da questi punti di comunanza e si prendessero le mosse da quei meccanismi deflattivi su cui in molti hanno espresso consenso, diventerebbe anche possibile affrontare con minore tensione i grandi e più dibattuti temi, come ad esempio quello dell’obbligatorietà dell’azione penale. Se è vero che oggi si tratta di un principio spesso vanificato nei fatti dal sovraffollamento di processi, è altrettanto vero che un sistema di selezione a monte di ciò che deve essere sottoposto al vaglio del giudice penale può consentire di mantenerne inalterata la funzione di garanzia ed anzi di renderlo realmente effettivo. In conclusione, la strada del confronto dialettico su temi specifici e comunemente condivisi appare certamente la migliore per favorire l’intesa sui grandi problemi della giustizia.

Giustizia: più efficienza, oltre le gelosie e gli schemi ideologici

 

Avvenire, 4 settembre 2008

 

La convinzione che sia necessario assicurare un efficace, tempestivo e corretto funzionamento della giustizia è divenuta comune da tempo. Se ne discute nelle istituzioni politiche, lo affermano magistrati ed avvocati. Ma l’esigenza è avvertita soprattutto dai cittadini coinvolti negli oltre quattro milioni di processi civili iniziati in ciascuno degli ultimi anni, e destinati a durare ben oltre il tempo considerato ragionevole dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Almeno una persona su tre è "utente" diretto dell’amministrazione della giustizia, e subisce le disfunzioni di un servizio essenziale per garantire un proprio diritto.

La dimensione degli interessi in gioco supera quella degli individui coinvolti nei processi. La certezza del diritto, non nella sua astratta enunciazione ma nella tempestiva ed effettiva affermazione nella vita sociale ed economica, influenza le decisioni di chi sceglie il Paese in cui investire ed incide, oltre che sul suo grado di civiltà, sui costi e sullo sviluppo. La certezza e la tempestività dell’adempimento degli obblighi o della sanzione, condiziona i comportamenti e, nell’ambito penale, costituisce un efficace elemento di prevenzione e difesa sociale, ed è il presupposto perché la pena abbia la funzione rieducativa che la costituzione le assegna. Le ripetute condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo, che da anni l’Italia subisce per la violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, sono la spia non di un malessere, ma di una malattia grave, che non è stata sino ad ora affrontata con cure adeguate.

Gli aspetti per i quali si chiede un corretto funzionamento della giustizia sono anche altri, e su di essi è concentrata l’attenzione. Non sono rari i casi nei quali iniziative e provvedimenti provvisori, adottati con clamore nella fase delle indagini a volte sviluppate trascurando i limiti della propria competenza territoriale, producono effetti irreversibili che finiscono con l’incidere immediatamente sulle istituzioni o su assetti dell’economia, mentre l’accertamento ed il giudizio rimangono lontani nel tempo e talvolta mostrano l’inconcludenza di quelle iniziative.

Ci sono rimedi per questo stato di cose? Per trovarli deve essere chiaro che non si tratta di un’occasione per una prova di forza tra politica e magistratura; ma non è neanche il terreno per allarmate denunce di rischi autoritari, dinanzi alla prospettiva di qualsiasi riforma che riguardi la magistratura. L’indipendenza della magistratura, anche di quella inquirente, da ogni potere, non solo da quello politico, non può essere messa in discussione. E l’altra faccia del diritto del cittadino ad essere giudicato da un giudice indipendente ed imparziale.

L’indipendenza tuttavia ha molti sistemi e strumenti di tutela, che devono assicurare una efficace garanzia, ma la cui configurazione è riservata al legislatore in adesione ai valori di fondo della costituzione, e non alle preferenze delle categorie interessate. Il magistrato non deve avere nulla da temere o da sperare, per sé e per la propria carriera, a causa delle decisioni che assume in attuazione della legge. Deve avere garanzie personali, quale la inamovibilità, che sono intoccabili, e garanzie istituzionali, assicurate dal Consiglio superiore della magistratura, che ne governa in piena autonomia le carriere.

Ma i criteri di composizione e le modalità di scelta dei componenti del Consiglio possono essere discussi e diversamente modulati. Contrasterebbe con l’autonomia del Consiglio, o è questione di opportunità anche se tocca norme costituzionali, una composizione analoga a quella della Corte costituzionale? L’elezione per liste è elemento di rappresentatività e garanzia di indipendenza dei componenti, o consente alla organizzazione delle correnti associative di indirizzare il Consiglio e determinare, ad esempio, scelte sensibili alle appartenenze nel conferimento degli incarichi direttivi? La imparzialità dei giudizi disciplinari sarebbe meglio o peggio garantita da una Corte egualmente indipendente, competente per tutte le magistrature e non solo per quella ordinaria, distinguendola dalle funzioni del Consiglio che amministra le carriere? Interventi e riforme in queste materie "istituzionali" non risolvono tuttavia i problemi di efficienza della giustizia.

Né li risolvono interventi sulle regole processuali, se non sono accompagnate da una riorganizzazione che determini sia la decongestione della domanda giudiziaria, agevolando sistemi alternativi di soluzione delle controversie in conformità ad indirizzi della Comunità europea, sia l’incremento della capacità produttiva del sistema, per riportare ad equilibrio il rapporto tra procedimenti introdotti ed esauriti in ciascun anno. È necessaria la completa copertura degli organici, per evitare uffici sguarniti e mobilità eccessiva.

Mancano oltre mille magistrati, necessari perché quell’equilibrio sia raggiunto, ed un concorso straordinario per una seria ma semplificata selezione, riservato ad avvocati che abbiano già un’esperienza professionale, consentirebbe in un anno di coprire i posti vacanti. Ancora più ampia, anche in percentuale rispetto all’organico, la mancanza di personale amministrativo ed ausiliario in servizio negli uffici giudiziari. Concorsi regionali per le professionalità mancanti, non di "sanatoria" ma aperti a tutti, consentirebbero di avere in tempi brevi operatori giovani e con le competenze necessarie in ciascun ufficio.

Un’analisi della situazione che vada oltre le affermazioni di principio, offrirebbe molte altre utili indicazioni. L’agenda politica comprende tra i primi punti l’efficace funzionamento della giustizia. È da sperare che si superi lo schema abituale delle contrapposizioni polemiche ed ideologiche, per affrontare almeno alcuni dei molti problemi con concretezza e realismo, nel rispetto dei valori costituzionali comuni alle democrazie europee.

Giustizia: Napolitano in campo, incontra Veltroni e Mancino

di Ugo Magri

 

La Stampa, 4 settembre 2008

 

Dopo aver riscritto l’agenda del governo sulla giustizia, il Presidente della Repubblica aggiusta pure quella di Veltroni. In un lungo colloquio al Quirinale dove s’è ragionato in grande amicizia di tutto, dalla ripresa politica d’autunno alla crisi in Georgia, Napolitano consiglia il leader Pd: restare sull’Aventino non è più possibile. Lo esorta a valutare con "spirito sereno" le proposte che verranno dal ministro Alfano. Il quale, non più tardi di lunedì scorso, proprio su suggerimento del Colle aveva accettato di rinviare gli aspetti controversi della riforma (voluti dal Cavaliere) per dare la precedenza a quelli più condivisi. Forte risulta in queste ore la "moral suasion" del Presidente. Veltroni si congeda promettendo proposte costruttive e autonomia di giudizio del Pd, tanto da Di Pietro che dai magistrati.

Quindi è la volta di Mancino, vicepresidente del Csm. Pure lui viene invitato sul Colle a prendersi un caffè. Il Capo dello Stato non gradisce che la giustizia diventi terreno di scontro, prima ancora di aver misurato le proposte di Alfano. Tantomeno piace al Presidente che l’organo di autogoverno dei magistrati possa apparire, nel furore della battaglia, quale baluardo della conservazione. Ottima ai suoi occhi l’intervista al "Mattino", dove Mancino in veste dialogante schiude la via a una più netta distinzione di ruoli tra inquirenti e giudicanti. Che certo non è la brusca separazione delle carriere cui mira Berlusconi, avido di vendetta sui magistrati, però un tantino le si avvicina.

L’offensiva di pace del Quirinale è assecondata da Fini ("Utile cercare di avvicinare le posizioni di tutti") e da Casini, gongolante per il seminario Udc che ha riunito in un albergo romano tutti i protagonisti del circo-giustizia. "Sì è rotta l’incomunicabilità", esulta l’ex presidente della Camera. Non è dato sapere cosa ne pensi in cuor suo Berlusconi.

Qualcuno dell’entourage sussurra: ne pensa tutto il male possibile, la "dialoghite" gli sembra un’assoluta perdita di tempo poiché alla fine l’opposizione si sfilerà. Al momento però il premier tiene la bocca cucita, Alfano conserva un margine di manovra.

Non a caso si dà per certo il calendario seguente: anzitutto, un provvedimento per coprire le sedi giudiziarie disagiate, che nessuno vuole. A ruota, il disegno di legge sul processo civile, con l’obiettivo di scorciarne i tempi (la Lega con Cota plaude, "è importante per il Nord"). Quindi revisione del processo penale. In fondo, ma proprio in fondo, si toccheranno i magistrati.

Il Pd ufficialmente recalcitra all’idea, la Finocchiaro conferma che giammai la Costituzione dovrà essere mutata, però lo stesso inflessibile ministro-ombra Tenaglia svicola con un "ora non è il momento di fare riforme costituzionali", lasciando intendere che più avanti forse chissà. Magari quando verrà in discussione il pacchetto di modifiche firmato Violante, perché è chiaro (avvertono dal centrodestra) che nessuna grande o piccola riforma delle istituzioni si potrà fare saltando a piè pari la giustizia.

Di Pietro alza già le barricate: "Io non mi siedo al tavolo a discutere di questi argomenti con Berlusconi, che a Milano ricusa la Gandus. E sbaglia il Pd a farlo, senza neanche aver visto le carte". "Famiglia Cristiana" sottoscrive in chiave girotondina: "L’opposizione, se ce n’è una degna, dovrebbe contrastare lo stravolgimento dell’ordine costituzionale e morale" cui mira il Cavaliere nero.

Note stonate nella sinfonia del dialogo, che ricomincia. Gli stessi vertici dell’Anm, spesso accusati di non intendersi di politica, stavolta fiutano l’aria e smentiscono i detrattori. Al leader degli avvocati che li sfotte ("L’Anm è sufficientemente isolata", si compiace Dominioni), rispondono con Palamara: no, non ci sentiamo affatto isolati, quella che manca semmai "è l’idea di coinvolgerci".

Giustizia: Bongiorno; punire i magistrati sciatti e negligenti

di Alberto Maggi

 

Affari Italiani, 4 settembre 2008

 

Intervista alla Presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno. Sanzionare i magistrati che sbagliano? "L’errore ripetuto frutto di sciatteria e di negligenza o mancato aggiornamento non può essere considerato un fatto di scarso rilievo. In questi casi applicare sanzioni disciplinari adeguate". E ancora: "Il primo allarme è la paralisi dei processi ed ecco perché è essenziale intervenire immediatamente sulla loro durata. Subito dopo bisognerà introdurre la separazione delle carriere".

 

Dopo l’apertura del Presidente Violante, è possibile un’intesa con il Pd sulla riforma della giustizia?

"All’interno del Pd esistono posizioni diverse, e differenze ancor più marcate esistono fra il Pd e Di Pietro. Io però sono ottimista, anche perché noto una quasi unanime consapevolezza della necessità di interventi sul sistema. Sia chiaro: la priorità assoluta per me è l’efficienza della giustizia. Non è più accettabile una giustizia civile che fa fuggire gli investimenti dall’Italia, o una giustizia penale che lascia imputati e vittime del reato in attesa di giudizio per 7 o 8 anni".

 

Come riformare l’obbligatorietà dell’azione penale?

"Le rispondo con una provocazione: introducendola. Ogni fatto previsto dalla legge come reato deve essere perseguito, e in tempi ragionevoli. Se ciò non avviene, è perché il sistema è inadeguato. Per me è impensabile che la medesima condotta qualificata dal codice come reato un giorno venga perseguita e un altro no".

 

La separazione delle carriere è la strada giusta da intraprendere?

"Serve una doppia riforma. Il primo allarme nasce dalla paralisi dei processi, ecco perché è essenziale intervenire immediatamente sulla loro durata. Ma si badi: occorre ridurre i tempi senza limitare le garanzie degli imputati. Subito dopo , e con un costante dialogo con l’opposizione e gli operatori del diritto, bisognerà rivedere il sistema di selezione dei magistrati e introdurre la separazione delle carriere. In ogni caso, è fondamentale garantire l’indipendenza della magistratura: il Pm deve essere indipendente dal potere esecutivo. Ma, attenzione, il giudice deve essere indipendente dal Pm".

 

Perché dà questa importanza alla selezione dei giudici?

"Il giudice non deve essere un teorico del diritto che conosce tutte le norme a memoria, ma un soggetto capace di applicare le norme. Ha una funzione importantissima, e dei poteri enormi: non dimentichiamo che il giudice ha il potere e dovere di assolvere o condannare un altro uomo. Gli attuali sistemi di selezione sono inadeguati: personalmente, introdurrei per i candidati un periodo intenso di tirocinio negli uffici, prima di far loro sostenere l’esame finale".

 

Lei nel centrodestra è considerata la più schierata a favore dei giudici. Non crede che anche per loro servano controlli?

"In effetti, fino a oggi i giudizi sulla produttività dei giudici sono stati solo formali ed espressi con formule di stile. Se i controlli fossero effettivi, e più severi, oggi non ci sarebbe il divario - che invece c’è - tra giudici che producono e giudici completamente assenti. Sotto questo aspetto, sarebbe è indispensabile un maggior rigore. E i magistrati dovrebbero comprendere che ormai si impone una svolta in questo senso".

 

Lei è favorevole a sanzionare i giudici che sbagliano?

"L’errore giudiziario, se è un errore in buona fede commesso da un giudice che ha studiato il fascicolo in modo attento, non va sanzionato. Ovviamente se dietro l’errore c’è dolo si configura un reato che sarà perseguito penalmente ed anche a livello disciplinare. La terza categoria di errori è quella su cui occorre maggiore attenzione. L’errore ripetuto frutto di sciatteria, di negligenza o mancato aggiornamento professionale non può essere considerato un fatto di scarso rilievo. In questi casi occorre applicare sanzioni disciplinari adeguate. Queste sanzioni invece sono spesso piuttosto blande. Non si tratta di sanzionare l’errore, ma di difendere la collettività da un giudice che manifesta reiteratamente inadeguatezza".

 

A due anni di distanza, qual è il suo giudizio sull’indulto?

"Ho votato contro l’indulto: far uscire dal carcere dei condannati con pena definitiva senza prevedere misure per il reinserimento sociale non era di alcuna utilità. Anzi. Molti hanno ripreso a delinquere e tra pochi mesi la situazione del sovraffollamento sarà identica a quella di prima dell’indulto".

 

Lo scontro Berlusconi - magistrati non è un problema in vista della riforma del sistema giudiziario?

"Mi sembra che in questa fase Berlusconi stia mettendo al centro del dibattito la questione giustizia senza attaccare nessuno. E inserire la questione giustizia nell’agenda del parlamento era una necessità non più differibile".

Giustizia: Cossiga l’incorreggibile, presenta un ddl "sberleffo"

 

L’Opinione, 4 settembre 2008

 

Francesco Cossiga ha presentato un disegno di legge costituzionale che, con una buona dose di ironia, anche nei confronti dell’ex pm Antonio Di Pietro, e alcuni evidenti paradossi, modifica la Carta in materia di iniziativa legislativa e di riforma della Costituzione stessa. Il ddl - si sottolinea in una nota - servirebbe a garantire che "le riforme e le politiche di maggiore importanza, sia di carattere legislativo che di competenza dell’esecutivo" siano frutto di un chiaro "dialogo e confronto tra le parti politiche e sociali".

Il testo prevede anche la modifica dell’articolo 71 della Costituzione intervenendo anche in materia di pubblica sicurezza, di diritto e procedura penale. In particolare, l’articolo 71/3 prevede che "nessun disegno di legge in materia di diritto e procedura penale, di ordinamento giudiziario, di stato giuridico ed economico, di reclutamento e di disciplina dei magistrati ordinari può essere presentato senza il preventivo accordo con l’Associazione Nazionale Magistrati, e con il preventivo consenso individuale dell’elettore avvocato, dottore Antonio Di Pietro, già magistrato ordinario e già ministro della Repubblica, e solo dopo aver sentite le associazioni eventualmente costituite da pentiti sottoposti a protezione o anche se detenuti, nonché dei condannati per reati di associazione mafiosa, purché consti della loro qualità di capi clan della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra".

Giustizia: Amapi; "no" a prestazioni medico-legali agli agenti

 

Comunicato Amapi, 4 settembre 2008

 

Il comma 283 dell’art. 2 della Legge Finanziaria 2008 prevede il passaggio delle funzioni sanitarie svolte dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale. Questo è avvenuto il 14 giugno 2008 secondo le direttive del Dpcm dell’1 aprile 2008. Parte integrante del suddetto Dpcm sono le linee di indirizzo per gli interventi del Servizio Sanitario Nazionale a tutela della salute dei detenuti.

In queste linee di indirizzo sono specificati in termini molto precisi ed incontrovertibili gli obiettivi di salute e i livelli essenziali di assistenza da perseguire. I compiti professionali dei Medici Penitenziari vengono dettagliati e programmati con particolare cura. Non esiste alcun accenno alle prestazioni medico-legali agli Agenti di Polizia Penitenziaria. Basta controllare!

Del resto questo è stato chiarissimo durante i lavori preparatori della Riforma. Il decreto legislativo 230 del 22 giugno 1999 (richiamato dal Dpcm) prevede all’uopo un contingente di Medici che doveva rimanere nell’Amministrazione Penitenziaria anche per queste precise finalità. Che fine ha fatto? Gli stessi Sindacati Confederali hanno portato avanti opportunamente l’allestimento di una Convenzione. Il Dap è rimasto sordo, rinchiudendosi in posizioni che non trovano alcuna giustificazione plausibile, anzi inopinatamente ha fatto la faccia feroce, esibendo i muscoli e si è passati alle minacce e alle denunce alla Procura come nel caso del Provveditore di Bari.

Questo atteggiamento non fa onore all’Amministrazione Penitenziaria. L’Amapi ha predisposto con il suo Ufficio Legale una denuncia per attività antisindacale, precisando tra l’altro che la partecipazione alle Commissioni Mediche ospedaliere non rientrava già nel mansionario predisposto a suo tempo dal Dap (il Medico partecipava a titolo gratuito, ma in quel giorno non assicurava la presenza in Istituto e questo con il passaggio al Ssn non è più possibile).

Si ricorda ancora una volta che il 14 giugno 2008 i Medici Penitenziari sono transitati nel Servizio Sanitario Nazionale e pertanto le direttive del Dap, gli ordini di servizio del Provveditore o del Direttore con riferimento alle funzioni sanitarie, sono irricevibili.

Non sembra corrispondente alla realtà dei fatti la conclusione del Provveditore di Bari: siccome veniamo pagati dall’Amministrazione Penitenziaria fino al 30 settembre, siamo tenuti ad assicurare le prestazioni medico-legali agli Agenti di Polizia Penitenziaria. Non sta né in cielo, né in terra. L’Amministrazione Penitenziaria agisce solo da ufficiale erogatore di trattamenti economici per conto dell’Usl.

Giova ricordare che solo nelle Regioni a statuto speciale, dove ancora il transito delle funzioni sanitarie non è avvenuto, i Medici Incaricati sono tenuti ad espletare le prestazioni medico-legali agli Agenti di Polizia Penitenziaria. L’Amapi esprime vivo apprezzamento e totale solidarietà al Dr. Pietro Risplendente e al Dr. Francesco Monterisi per la determinazione con cui stanno portando avanti la rivendicazione sindacale. Viene richiesto l’intervento personale del Capo del Dap.

 

Il Presidente dell’Amapi, Francesco Ceraudo

Forlì: più lavoro ai detenuti, grazie alle imprese del territorio

 

Comunicato stampa, 4 settembre 2008

 

Nuove commesse per il Laboratorio produttivo metal-meccanico all’interno della Casa Circondariale. Nel carcere di Forlì è attivo dal 2006 un laboratorio produttivo di metal-meccanica gestito dalla coop sociale San Giuseppe - Gruppo Sadurano - in collaborazione con l’impresa Mareco Luce srl di Bertinoro.

Grazie all’interessamento di Confindustria Forlì-Cesena, della stessa Mareco Luce e di Techne scpa (l’agenzia di formazione dei Comuni di Forlì e Cesena), da agosto entra in carcere una nuova impresa: Vossloh-Schwabe spa, con sede a Sarsina e filiali in tutto il mondo.

Vossloh-Schwabe Italia, società del gruppo Matsushita tra i primi 5 produttori mondiali di componentistica per l’illuminazione, tra l’altro commissiona, tramite la consociata Tedesca, lavoro a ben 2 carceri in Germania, dove impiega direttamente circa 70 persone detenute.

Grazie a Vossloh-Schwabe è possibile ampliare la mole di lavoro in capo al laboratorio e quindi il numero di lavoratori-detenuti impiegabili quotidianamente, che dagli attuali 5 passano a 7 e, in previsione a breve, a circa 10 unità.

La nuova attività svolta dal gruppo di lavoratori non è dissimile da quella già realizzata in questi 2 anni: montaggio di componenti per apparecchiature elettriche. La particolarità di questa iniziativa sta nel grado sempre più elevato di professionalità richiesta, trattandosi di prodotti destinati a mercati molto esigenti come ad esempio quello giapponese. Seppure in fase sperimentale da pochi giorni, i dati sulla produttività ci dicono che il laboratorio già oggi promette di saper ben sostenere i ritmi di performance richiesti dal mercato.

Per sostenere l’iniziativa sono stati rinnovati gli accordi, ormai collaudati dalla collaborazione costante, tra Direzione del carcere, Amministrazione provinciale, Confindustria Forlì-Cesena e Organizzazioni Sindacali. Grazie alla funzione di governo esercitata dalla Direzione Provinciale del Lavoro, dott. Domenico Settanni per il Gruppo Paritetico sulla Cooperazione Sociale, tra la coop San Giuseppe ed i Sindacati è stato sottoscritto un nuovo accordo sindacale per l’inquadramento lavorativo regolare dei detenuti. Lo strumento del tirocinio formativo, gestito da tutor esperti dell’Agenzia Techne, perfeziona il cammino di avvicinamento al lavoro dei detenuti nella fase di pre-assunzione (al tirocinio fa seguito infatti una regolare assunzione da parte della coop).

Il laboratorio, nato dal progetto Equal Pegaso promosso da Techne, conferma quindi la sua stabilità e capacità di sviluppare effettivamente competenze professionali adeguate a preparare le persone oggi detenute alla transizione nel mondo del lavoro al momento dell’uscita dal carcere.

Carlo Comandini, A.D. Vossloh, definisce così il proprio impegno nell’iniziativa "…anche se il passaggio dal carcere alla vita civile non è mai semplice, crediamo che l’impegno di una impresa come la nostra possa davvero incidere sul reinserimento positivo della persona nella comunità, tramite quello che sappiamo fare meglio: insegnare a lavorare e trasmettere quelle che per noi sono le regole essenziali di convivenza e professionalità. Questa è la nostra responsabilità sociale".

 

Ufficio Stampa Techne

Sulmona: 1 psichiatra per 100 detenuti, no a soggetti psicotici

 

Il Centro, 4 settembre 2008

 

"Un solo psichiatra per 100 detenuti e l’assenza di personale adeguatamente formato non rende il supercarcere di Sulmona idoneo ad accogliere soggetti psicotici". A sostenerlo il sindacato Uil Pa Penitenziari, dopo i recenti episodi che hanno fatto tornare alla ribalta la struttura spesso definita come carcere dei suicidi.

Il riferimento anche all’intento del Dap, Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, di istituire a Sulmona una sezione per detenuti con patologie psichiche. Il vice segretario regionale per l’Abruzzo, Mauro Nardella, in una nota, cita l’aggressione subita da 7 poliziotti penitenziari da parte di un detenuto "agitato", e in cura dallo psichiatra.

"L’aggressione", scrive il sindacalista, "avvenuta dopo che il detenuto aveva dato fuoco alle suppellettili della camera per motivi che esulano dalla gestione dell’istituto, probabilmente per presunti dissapori con altri detenuti. L’episodio" prosegue il segretario generale Uil Pa Penitenziari, Eugenio Sarno "conferma la nostra tesi sull’inadeguatezza dell’istituto di Sulmona al contenimento di psicopatici e sull’insufficienza delle condizioni di sicurezza per il personale penitenziario. Il recente passaggio della sanità penitenziari alle Asl", aggiunge Sarno, "rende non solo pi problematica la formazione di personale da destinare agli psicopatici quanto la destinazione di personale sanitario specializzato in numero sufficiente".

Milano: gli imputati hanno la scabbia, il giudice rinvia l'udienza

 

Ansa, 4 settembre 2008

 

I detenuti hanno la scabbia e il processo slitta perché il giudice teme che la malattia sia contagiosa. Un giorno di apprensione nell’aula 2 delle direttissime dove ieri era in programma il processo nei confronti di sei stranieri arrestati, la scorsa settimana, all’albergo Eden dove erano ospiti con documenti falsi. I sei però, all’ora fissata per il dibattimento, non sono arrivati in aula perché sospettati di essere affetti da scabbia.

Temendo la diffusione del contagio tra le persone presenti in aula e il personale addetto al trasporto, la traduzione è stata sospesa e il giudice Nicoletta Gandus ha disposto una serie di accertamenti sanitari sui detenuti, rinviando il processo a mezzogiorno.

Ma neanche a quest’ora i detenuti sono arrivati perché i controlli sanitari erano ancora in corso. Altro rinvio al pomeriggio quando il gruppetto è stato condotto in aula dopo che i sanitari hanno escluso pericoli di contagio. Già in occasione dell’udienza di convalida dell’arresto uno dei sei aveva detto all’interprete di avere dei fastidi ad una spalla.

Il processo è cominciato solo nel tardo pomeriggio quando la difesa, rappresentata dall’avvocato Silvia Fumagalli ha fatto richiesta di patteggiamento, concordando con il pubblico ministero una pena intorno ai sei mesi di reclusione e sulla quale il giudice si è trovato d’accordo. Ci è voluto più tempo a controllare i nomi che gli imputati avevano fatto mettere sui falsi documenti che a fare la discussione della causa.

Ma è allarme malattie infettive dietro le sbarre. Dei 55mila detenuti nelle carceri italiane, solo il 20% è in condizioni di buona salute, mentre per il 75% è mediocre o scadente e grave per il 4-5%. Tra le malattie più segnalate c’è l’epatite C e l’Hiv, spesso contratti prima dell’ingresso in carcere, oltre a scabbia, dermatofitosi, pediculosi e tubercolosi. I tossicodipendenti e gli assuntori di sostanze stupefacenti, secondo i dati del ministero della Giustizia, costituiscono circa il 30% dei detenuti adulti. Per quanto riguarda le patologie psichiatriche, circa la metà dei detenuti è affetta da un qualche disturbo di personalità, mentre un decimo soffre di serie patologie mentali, quali psicosi e depressione.

Venezia: documentario "Passi sospesi" a Mostra del Cinema

 

La Nuova Ferrara, 4 settembre 2008

 

L’Associazione Culturale "Balamòs" sarà presente alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (che si chiuderà il 6 settembre), presso lo stand 21 denominato "Papillon" (Giardini Lido, Area Eventi). Si tratta di uno spazio espositivo che mette a disposizione Mostra del Cinema di Venezia in collaborazione con il Comune di Venezia alle Associazioni che operano all’interno della Casa Circondariale di Venezia e la Casa di Reclusione di Venezia-Giudecca.

L’Associazione ferrarese "Balamòs" sarà presente con il film documentario "Passi Sospesi" di Marco Valentini, realizzato l’anno scorso all’interno delle Case Circondariali di Santa Maria Maggiore (Venezia) e S.A.T. (Venezia-Giudecca). Il progetto teatrale "Passi Sospesi" è stato finanziato dalla Regione Veneto, ha avuto inizio nel settembre del 2006 ed è terminato nel settembre del 2007. È stato condotto e coordinato da Michalis Traitsis dell’Associazione Culturale Balamòs, e hanno collaborato Daniele Seragnoli, direttore del Centro Teatro Universitario di Ferrara, Roberto Mazzini, pedagogo teatrale, Roberto Manuzzi, musicista, Elena Souchilina, coreografa, Marco Valentini, video maker, Andrea Casari, fotografo.

Il progetto è stato seguito anche da Nicola Zampieri, studente tirocinante dell’Università di Ferrara. All’interno del programma di lavoro, gli allievi del Centro Teatro Universitario di Ferrara hanno presentato lo spettacolo "Ecclesiazuse - Le donne all’Assemblea" da Aristofane, diretto da Michalis Traitsis, realizzando anche un incontro di laboratorio con un gruppo di detenuti.

La documentazione video mostra una sintesi del percorso di laboratorio teatrale raccontata e commentata da Michalis Traitsis, alcune testimonianze dei collaboratori del progetto, delle autorità dell’Istituto penitenziario e dei detenuti. Infine mostra alcuni brani degli spettacoli "Vite Parallele", spettacolo di Teatro Forum presentato nella Casa Circondariale di Santa Maria Maggiore di Venezia e Storie Sconte, spettacolo itinerante presso la Casa Circondariale S.A.T. di Venezia-Giudecca, presentati davanti ad un pubblico misto, composto da detenuti ed esterni(educatori, assistenti sociali, volontari, operatori sociali, docenti e studenti universitari).

Cagliari: delegazione Pd visita il Centro accoglienza immigrati

 

Ristretti Orizzonti, 4 settembre 2008

 

Una delegazione di parlamentari del Pd sardo composta da Amalia Schirru, Guido Melis, Giulio Calvisi e Caterina Pes ha visitato questa mattina il centro di accoglienza e primo transito degli immigrati clandestini situato nell’aeroporto militare di Elmas.

Hanno accolto la delegazione la direttrice del centro, dott.ssa Danese; la responsabile del servizio immigrazione della Prefettura di Cagliari, dott.ssa Garau; il responsabile per la Questura, dottor Amat. La delegazione ha visitato per circa due ore e mezzo i locali, si è intrattenuta con gli operatori e ha incontrato gli ospiti stranieri del centro, che sono attualmente 134, dei quali 2 donne e 8 minori.

Le condizioni della struttura sono sembrate all’altezza degli standard previsti da altre strutture nazionali come centri di prima accoglienza (sistemi di vigilanza, kit da assegnare agli immigrati per il sostentamento durante i giorni di presenza nel centro, separazione fra uomini e donne, unità dei nuclei familiari, infermeria e assistenza medica, spazio mensa e servizi ricreativi) . Il sito (un’ex caserma) presenta requisiti logistici e funzionali in grado di sostenere per la prima accoglienza il flusso attuale di immigrati clandestini che sbarcano sulle coste della Sardegna. Vanno però sicuramente perfezionati i servizi per i richiedenti asilo, per permettere a coloro che intendono presentare domanda di asilo nel nostro paese di poterlo effettivamente fare; e vanno curati i servizi per i minori non accompagnati.

Il centro di Elmas, inaugurato il 4 giugno, oltre a corrispondere alle esigenze poste dagli sbarchi dei clandestini sulle coste sarde, ha dovuto ospitare in questa prima fase anche più di duecento richiedenti asilo in transito da altri centri italiani, assolvendo quindi a funzioni inizialmente non previste.

Si ritiene a questo proposito che per il futuro il Ministero dell’interno dovrebbe chiarire la reale natura del centro di Elmas, perché gli standard richiesti ed i servizi offerti nei centri per i richiedenti asilo sono molto diversi rispetto a quelli previsti nei centri di prima accoglienza.

I parlamentari sardi del PD, preso atto della situazione e apprezzata la professionalità degli operatori che, in base ad una specifica convenzione, gestiscono il centro, hanno garantito il loro impegno affinché nei prossimi mesi siano migliorati e ampliati da parte del Ministero i servizi oggi erogati agli ospiti e affinché, soprattutto, venga chiarita meglio per il futuro la funzione e la natura del centro stesso.

Diritti: Arcigay; l’intolleranza in aumento, anche nel carcere

 

Giornale di Calabria, 4 settembre 2008

 

"L’ennesimo grave episodio di stupro consumatosi nel carcere di Catanzaro ai danni di un detenuto, rappresenta ancora una volta sintomo di intolleranza e di odio nei confronti di un omosessuale, e suscita senso di profonda indignazione nella coscienza comune".

È quanto sostengono, in una nota, l’associazione dell’Arcigay "Eos Calabria" ed il Centro Women’s Studies Milly Villa dell’Università della Calabria. "La solidarietà nei confronti del giovane per la violenza subita e per le barbarie a cui è stato sottoposto in regime carcerario - è detto ancora nel comunicato - vuole andare ben oltre quelle parole, con un’azione tempestiva, incisiva e determinante volta al riscatto della sua identità violentata ed al rispetto delle sue condizioni di salute come quelle di tutte le altre persone che hanno avuto a che patire tali simili drammi".

Secondo le due associazioni, "crimini ed azioni di odio sono perpetuate continuamente e giornalmente nei confronti dei gruppi minoritari all’interno della nostra società. Un’ampia proporzione della nostra popolazione, e della popolazione mondiale, viene abusata, minacciata o assalita a causa della propria razza nazionalità gruppo etnico, religione o preferenza sessuale. La violenza nei confronti degli omosessuali, ovunque sia perpetuata, rappresenta un "crimine di odio".

Il fatto che poi tale violenza venga perpetuata all’interno delle strutture carcerarie rende la cosa estremamente più grave, essendo indice di una totale indifferenza, superficialità e di mancanza di interesse e da parte di chi quelle strutture le gestisce. Queste considerazioni hanno un’incidenza ancora di più amplificata. Ci sono categorie e luoghi per cui la sicurezza è un lusso".

"Ci attiveremo - conclude la nota - affinché vi sia uno specifico intervento legislativo per fermare non solo gli esecutori materiali dei crimini, ma anche tutti coloro che alimentano il retroterra culturale in cui si consumano delitti come questi, con particolare attenzione alla popolazione carceraria. Siamo pronti a costituirci parte civile in un eventuale processo contro coloro che si sono macchiati di questo ignobile delitto".

Diritti: le "ordinanze creative" non fermano la prostituzione

di Luigi Manconi

 

Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2008

 

Il mercato del sesso assume connotati di schiavitù: intervenire sullo sfruttamento e riconsiderare l’ipotesi di quartieri a luci rosse.

La crescente sensibilità per il decoro urbano - spesso tradotta nella volontà di cancellare dalla vista il disagio sociale - e l’incontinente potere di ordinanza assegnato ai sindaci sta producendo effetti che oscillano tra il grottesco e l’intimidatorio.

Dal divieto di bere con la cannuccia a quello di camminare con gli zoccoli, dall’interdizione della raccolta di conchiglie in spiaggia fino alla proibizione di addentare un tramezzino in un parco: la toponomastica dei veti e delle inibizioni, per come si sviluppa lungo l’intero territorio nazionale, ci parla di una furia proibizionista e censoria delle amministrazioni pubbliche.

Una volta che questa tendenza si avvia, è difficile contenere la velleità e la vanità di sindaci e amministratori locali, incapaci di distinguere tra tutela del decoro urbano e ingerenza nella vita privata dei cittadini, tra esigenze di sicurezza e pretese di controllare, se non omologare, i comportamenti collettivi. Tra voglia di ordine e panico di fronte alla diversità.

Una tale vocazione a "disciplinare" la vita sociale non va considerata soltanto nei suoi aspetti più farseschi ed efferati (il divieto di poggiare i piedi sulle panchine e quello di costruire castelli di sabbia): quella stessa vocazione contribuisce a formare un senso comune che si diffonde, che crea consenso e che nutre un nuovo conformismo; e dal momento che può giovarsi di strumenti normativi e repressivi, può avere conseguenze tendenzialmente pericolose.

Per intenderci: il divieto di indossare zoccoli di legno è, evidentemente, tutt’altra cosa rispetto alle multe imposte ai clienti delle prostitute. Non c’è dubbio, infatti, che in numerose aree metropolitane la prostituzione di strada produca allarme sociale per più ragioni: perché porta con sé, in un numero rilevante di casi, consumo e spaccio di sostanze stupefacenti, perché determina situazioni di illegalità e presenza di aggregazioni criminali di varie dimensioni, perché contribuisce al degrado del territorio e perché, infine, offre uno "spettacolo sociale" che può risultare motivo di inquietudine. Non solo: nella prostituzione contemporanea è assai ampia la componente costituita da straniere minorenni.

Pertanto, non c’è il minimo dubbio che la situazione vada affrontata; moltissimi, invece, i dubbi sulle modalità con le quali attualmente lo si fa. La politica delle multe si rivela poco più che un espediente: attraverso quelle sanzioni, comminate per "intralcio al traffico" o altre motivazioni affini, tutte esterne al fatto in sé, si tenta di aggirare una normativa rigorosa, posta a tutela della possibilità di un libero commercio sessuale tra adulti consenzienti.

L’attribuzione ai sindaci del potere di ordinanza in materia di sicurezza urbana, prevista dal Dl 92/2008, pretende di ovviare a ciò, consentendo di colpire i clienti: la sosta in determinate zone dove viene esercitata la prostituzione, se vietata da un’ordinanza, può determinare le sanzioni previste dal reato di inosservanza dei provvedimenti della autorità.

Misure, come si è detto, che non intaccano in alcun modo le radici del fenomeno e nemmeno riescono a "ridurre i danni" che produce. E sembra confermata un’impostazione fallimentare che cataloga la prostituzione prevalentemente come problema morale, dunque da reprimere con provvedimenti che vorrebbero tutelare ciò che una volta veniva definito "il comune senso del pudore" e che, con linguaggio contemporaneo non meno goffo, viene assimilato al "decoro urbano".

E invece la prostituzione va considerata, innanzitutto, come fenomeno sociale dalle molte implicazioni giuridiche, sanitarie e criminali. Finora Parlamento e Governi se ne sono pervicacemente disinteressati, e proprio perché quell’impostazione "morale", sinora prevalente, ha sottoposto il tema alle tensioni e ai conflitti tra diverse ispirazioni religiose e ideologiche. Questo approccio andrebbe totalmente cambiato.

Proprio le trasformazioni conosciute dal mercato del sesso, e i suoi connotati di tratta consigliano di concentrare l’intervento penale sulle forme di sfruttamento della prostituzione, quando essa assume la natura di vera e propria coercizione. D’altra parte, il divieto di esercizio del la prostituzione in luoghi considerati "sensibili" può risultare opportuno e, soprattutto, efficace solo se accompagnato dall’indicazione di altri luoghi dove consentire quell’esercizio, a patto che si eviti la loro trasformazione in altrettanti ghetti.

Questo può portare alla creazione di veri e propri "quartieri a luci rosse"? La questione va sicuramente approfondita, ma non esclusa, perché - a determinate condizioni - potrebbe tradursi in una legalizzazione controllata, sottoposta a garanzie anche sanitarie (presidi medici, assistenza ai tossicodipendenti, disponibilità di profilattici e siringhe), di ciò che oggi è totalmente deregolamentato, abbandonato a sé stesso e destinato a sicuro degrado.

Sempre con riferimento alla componente straniera della prostituzione (spesso la più infelice e a rischio) va ricordato che, già con la legge Turco-Napolitano, si è prevista la possibilità di fornire permesso di soggiorno e programma di protezione alle prostitute che si vogliano sottrarre alla condizione di sfruttamento, denunciando i responsabili della tratta. È una strada assai importante perché può contribuire, insieme ad altri provvedimenti, a distinguere tra la prostituzione come attività (almeno parzialmente) autonoma e la prostituzione come attività coatta, e ad adottare, di conseguenza, strategie differenziate.

Infine, sarebbe il caso di guardare alle esperienze fatte in società non troppo dissimili dalla nostra, dove minore è il peso di tabù ideologici e pregiudizi confessionali, come quella tedesca: qui il "lavoro" di prostituzione è interamente legalizzato, il reddito che ne deriva è tassato, una parte di questa attività è autogestita da cooperative di prostitute, e i clienti non sono sottoposti ad alcuna forma di controllo. Sia chiaro: non è una soluzione miracolistica perché, anche in Germania, il perimetro della legalizzazione non arriva a contenere e controllare tutto il mercato del sesso.

Troppo vasto è quel mercato, e troppo, come dire, articolata e sfaccettata è la domanda (tanto complessa quanto l’animo umano e quanto spericolate le sue fantasie): e si creano zone grigie e doppi e tripli mercati. Ma, in ogni caso, si è sottratta alla clandestinità, e a ciò che comporta, una parte significativa del fenomeno, lo si è sottoposto a controllo e ad auto-controllo, e se ne sono contenute le conseguenze più dirompenti. Lo facessimo anche in Italia, non elimineremmo certo "i peccati dal mondo", ma forse potremmo ridurre una quota di sofferenza sociale.

Immigrazione: diritto di voto legittima chi lavora onestamente

 

Il Messaggero, 4 settembre 2008

 

Una scelta necessaria e conveniente. La comunità degli stranieri in Italia ha ormai superato i 3 milioni di persone e tende a crescere molto rapidamente, sia per i nuovi arrivi, sia perché dà luogo a nuove nascite (non eccessivamente ma proporzionalmente di più degli italiani).

È una comunità che lavora proficuamente producendo non soltanto oltre il 6 per cento del Prodotto interno lordo italiano, ma creando nuove imprese e creando posti di lavoro di cui direttamente e indirettamente si giovano anche i lavoratori italiani. In molte centinaia di migliaia hanno stipulato un mutuo e comprato casa, oltre che avviato moltissime attività commerciali. Su questa ricchezza prodotta pagano imposte e tasse così come i cittadini italiani; e come loro hanno bisogno di servizi e infrastrutture forniti anche dalle autorità locali. Tutti gli immigrati regolari sono iscritti al servizio sanitario e quindi ne fruiscono. I loro figli, per oltre mezzo milione, frequentano le scuole italiane.

Insomma gli immigrati sono ormai un elemento strutturale della popolazione, della società e della economia italiana. Senza di loro la nostra già debole economia collasserebbe, così come molte decine di ospedali sarebbero in straordinaria difficoltà senza infermieri e infermiere stranieri e lo sarebbero milioni di famiglie italiane senza la colf o la badante straniera. Non solo, ma una prudente proiezione dell’Istat valuta in oltre 8 milioni gli stranieri residenti in Italia al 2031 e in 10,7 milioni quelli al 2051, a fianco dei 50,9 milioni di persone di origine italiana. A quella data più di 1 persona su 6 sarebbe straniera o di origine straniera. In una tale situazione di presenza ormai significativa, di importante contributo al lavoro e alla ricchezza nazionale e locale, di continua interazione con il resto della popolazione e con le autorità amministrative e politiche solo una politica di integrazione può valorizzare la presenza straniera e arricchire i rapporti con la popolazione italiana.

Già la Convenzione di Strasburgo del 1992 invitava a concedere il voto per le amministrative agli stranieri e poi i diritti di elettorato attivo e passivo alle elezioni amministrative, a favore dei cittadini stranieri provenienti da Paesi non aderenti all’Unione europea, sono stati riconosciuti in vari paesi fra cui l’Irlanda (dal 1963), la Svezia (dal 1975), la Danimarca (dal 1981), l’Olanda (dal 1985), e alcuni altri.

A rendere assai difficile la vita degli stranieri residenti e lavoratori sono i continui sbarchi a Lampedusa e sulle altre coste italiane e la criminalità, piccola e grande, costituita dagli stranieri o che degli stranieri si giova, sicché i giornali sono pieni di questi eventi e la gente ne è giustamente preoccupata; ma ad essere non meno preoccupati sono proprio gli immigrati regolari che vedono ridottala importantissima questione migratoria a una questione di pura e continua emergenza. Gli sbarchi vanno contrastati in tutte le maniere possibili, e si spera che gli accordi con Gheddafi giovino realmente; la criminalità va contrastata con la polizia, con i servizi segreti e con accordi internazionali con le altre polizie.

Ma l’immigrazione regolare va sostenuta con processi di integrazione, fra cui anche con il voto alle amministrative, da noi già concesso a polacchi, rumeni e bulgari, cioè agli immigrati che provengono da paesi della Unione europea. L’estensione, magari con qualche limitazione, appare essere una questione di giusta e proficua equità.

Immigrazione: Fini; possibile riconoscimento del diritto di voto

 

La Repubblica, 4 settembre 2008

 

Dal palco della festa del Pd, il Presidente della Camera Gianfranco Fini accoglie l’invito del leader del Pd Walter Veltroni, che gli aveva chiesto di favorire l’iter legislativo. E, spiazzando i colonnelli di An e la Lega, si dice pronto a discutere del "diritto di voto amministrativo per alcune categorie di stranieri residenti in modo regolare da un certo numero di anni".

Far votare gli immigrati alle elezioni amministrative "non deve essere visto né come una ipotesi sciagurata né come una garanzia di integrazione", sostiene Fini. Anche perché alcuni stranieri appartenenti ai 27 paesi dell’Unione europea, "compresi quelli che, come Bulgaria e Romania, non hanno dimostrato una reale volontà d’integrazione", hanno già questo diritto. Gli immigrati però, è la condizione di Fini, "devono dimostrare di essere in grado di adempiere a certi doveri". Devono cioè avere un lavoro, un domicilio. Devono rispettare le leggi e pagare le tasse: "Insomma devono dimostrare di volersi davvero integrare".

Il Presidente della Camera aveva premesso: "Potrei liquidare l’argomento dicendo di attendere di conoscere il disegno di legge proposto da Veltroni". Ma data l’importanza dell’argomento "non ho alcuna difficoltà a ribadire alcuni concetti espressi in altri tempi e con un’altra veste istituzionale", aveva detto il leader di An richiamando la proposta da lui stesso lanciata nel 2003, quando era vicepremier. Diritti e doveri "devono stare insieme" per Fini. E la discussione "merita di essere approfondita ragionando non solo sul diritto di voto ma su tutto ciò che è acquisizione della cittadinanza".

Immigrazione: l’Ue assolve l’Italia, Rom non sono discriminati

 

La Stampa, 4 settembre 2008

 

Il pacchetto di misure adottato dal governo italiano per far fronte all’emergenza dei nomadi in Italia non viola le norme Ue. Lo ha detto a Bruxelles Michele Cercone, il portavoce del Commissario europeo per Giustizia, libertà e sicurezza, Jacques Barrot. Rispondendo a chi chiedeva se la Commissione europea avesse concluso la valutazione del rapporto che il governo italiano ha inviato a Bruxelles lo scorso 1 agosto, il portavoce ha sottolineato che "né ordinanze, né le linee direttrici, né le condizioni di esecuzione, autorizzano la raccolta di dati relativi all’origine etnica o religiosa delle persone censite". In questo contesto, ha aggiunto Cercone, in Italia "non c’è nessuna raccolta sistematica delle impronte digitali" nei campi nomadi. E soprattutto "la presa di impronte digitali ha il solo fine di identificare le persone quando non sono in possesso di un documento e comunque come extrema ratio".

Il ministro dell’Interno Roberto Maroni esprime soddisfazione e definisce "una buona notizia" il giudizio positivo di Bruxelles sulle misure adottate dall’Italia per far fronte all’emergenza dei campi nomadi illegali, che sarebbero in linea con il diritto comunitario e non discriminatorio. "Ero certo di questo ma la conferma che arriva oggi dà grande soddisfazione e fa giustizia di tutte le accuse, le offese, gli insulti in questi mesi da parte di chi non sapeva bene di cosa stesse parlando e utilizzava questo argomento solo per fare delle basse polemiche", ha detto Maroni a margine di un incontro con il sindaco di Verona, Flavio Tosi.

"La Commissione - prosegue Maroni - ritiene questi nostri provvedimenti, cioè la nomina dei tre commissari straordinari, il censimento e la modalità con cui viene fatto, non discriminatori e quindi in linea con le direttive europee. Ci conforta questo giudizio sulla nostra azione - dice - che continueremo secondo i tempi previsti: entro metà ottobre il termine del censimento e poi i provvedimenti conseguenti per chi sarà stato censito". Maroni ha poi voluto ricambiare i ringraziamenti con il commissario Barrot, con il quale, spiega, "c’è un ottimo rapporto di collaborazione che questo giudizio rafforza e conferma che da parte della Commissione c’è un’analisi sempre rigorosa e severa ma mai basata su pregiudizi politici o ideologici. La Commissione adesso ha al vaglio gli altri tre decreti legislativi approvati dal Consiglio dei ministri - aggiunge il ministro - mi attendo nei prossimi giorni il parere della Commissione anche su questi". Maroni ha infine ricordato che domani avrà una riunione con i tre commissari dell’emergenza dei campi nomadi: "Questa buona notizia - conclude - ci porterà a definire con maggiore decisione i passi successivi".

Immigrazione: il Piano Maroni "brucia" 2 milioni di € al mese

di Fabrizio Gatti

 

L’Espresso, 4 settembre 2008

 

Raddoppiano gli sbarchi. Aumentano le richieste di asilo. E per ospitare gli immigrati, il governo improvvisa nuovi centri. Gestiti da privati. Spesso all’insaputa di sindaci e cittadini L’importante è che sindaci e cittadini non sappiano nulla. Anche il ministro dell’Interno e della Lega, Roberto Maroni, deve fare i conti con le crisi umanitarie e gli obblighi internazionali.

Scavalcando gli umori di elettori e amministratori locali, ha autorizzato l’apertura di 30 centri di accoglienza per rifugiati che in questi mesi hanno chiesto asilo in Italia: duemilacinquecento posti letto dal Friuli Venezia Giulia alla Sicilia gestiti da associazioni religiose, private o di volontariato. Non è finita: il numero dei richiedenti asilo è in aumento con in testa cittadini in fuga da Iraq, Afghanistan, Somalia ed Eritrea.

E proprio per questo il Viminale sta per far aprire altri centri. Una sorta di Cpt fai-da-te, dove gli ospiti hanno possibilità di uscire e l’obbligo di rientrare la sera. Strutture improvvisate che a volte si sono rivelate inadatte. È il caso dei 117 stranieri messi a dormire nella scuola alberghiera di Aviano, in provincia di Pordenone, e sfrattati in questi giorni perché tra poco ricominceranno le lezioni. Ma proprio su questa vicenda, il Nord Est ha mostrato la sua solidarietà: ben 219 sindaci della regione hanno risposto all’appello dell’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni, per dare ospitalità. Si tratta di persone che, per la loro condizione, non possono essere espulse anche se sono entrate in Italia da clandestine. Come i profughi eritrei in fuga dal regime totalitario di Isaias Afeworki: un presidente-dittatore che ha tra i suoi sostenitori internazionali Alleanza nazionale e la giunta della Regione Lombardia, con gli stessi assessori in prima linea nella campagna nazionale contro l’immigrazione.

In altri Stati europei, come la Svizzera, i centri di accoglienza comunali per rifugiati e richiedenti asilo sono una normalità da anni accettata. In Italia si fa in segreto. Così l’operazione, diretta dal ministero dell’Interno, è rimasta a lungo sotto silenzio. Fino a pochi giorni fa, quando a Roma si è scoperto che nemmeno il sindaco Gianni Alemanno era stato informato. Il motivo di tanta riservatezza lo spiega un funzionario del Viminale: "Se avessimo aspettato il parere dei sindaci, oggi avremmo duemila persone abbandonate per strada e centri come quelli di Lampedusa, Crotone e Foggia in condizioni esplosive. Su questi temi purtroppo decide la piazza. Nessun sindaco si mette contro i propri elettori. Anche se la legge, il buon senso e il diritto internazionale imporrebbero il contrario".

Curioso che sia stato un ministro leghista a dover decidere questo. La xenofobia dei Comuni è anche il risultato di oltre dieci anni di propaganda a senso unico, in cui proprio la Lega ha diretto il coro. Lo si è visto ad Aviano quando in luglio gli abitanti, il Municipio e la Regione hanno saputo a cose fatte dell’accordo tra il ministero dell’Interno e l’Ente friulano di assistenza di don Luigi Fabbro. La Lega: "Siamo arrivati al business dei clandestini". Alleanza nazionale: "La preoccupazione è tantissima. soprattutto di ordine pubblico per la sicurezza". Perfino il Pd: "La gestione dell’ospitalità deve essere improntata a una logica che eviti di ghettizzare e di scaricare su una sola comunità l’onere dell’assistenza".

Gli accordi diretti tra il ministero dell’Interno e associazioni private sono la conseguenza dello stato di emergenza esteso a tutta Italia da Maroni a fine luglio. "L’ordinanza", aveva spiegato il ministro, "si propone unicamente di dare assistenza ai clandestini, togliendoli dalle tende, per alloggiarli in strutture adeguate e in case con tetto". Non si trattava solo di immigrati arrivati in Italia in cerca di lavoro. Ma di persone in fuga da zone di guerra. Proprio in quei giorni i Cara, i centri di accoglienza per richiedenti asilo a Crotone, Foggia, Caltanissetta, Trapani, Gradisca d’Isonzo in provincia di Gorizia e Milano non avevano più posti disponibili. Al Sud centinaia di persone erano state sistemate in tendopoli allestite accanto ai container delle strutture di accoglienza. La dichiarazione dello stato di emergenza ha autorizzato il governo a spendere i fondi straordinari della Protezione civile. E a trovare soluzioni provvisorie.

Gli enti o i privati che mettono a disposizione dormitori o alberghi e garantiscono vitto e alloggio incassano dal governo una diaria di circa 50 euro al giorno per ogni richiedente asilo ospitato. Si tratta di soldi che non vanno ai rifugiati ma ai gestori italiani che danno loro assistenza. E questa quota è quasi il doppio di quanto lo Stato paga (25-30 euro al giorno a persona) alle associazioni e ai 120 comuni che aderiscono allo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati che costituisce la rete ordinaria di accoglienza. Insomma l’emergenza, cioè non aver saputo programmare la distribuzione in Italia dei rifugiati, ci costa ogni mese quasi 2 milioni di euro in più rispetto a una procedura ordinaria. Eppure i punti deboli della rete di protezione italiana erano conosciuti da mesi. Prima con il dossier presentato dalla commissione affidata dal precedente governo all’ambasciatore dell’Onu Staffan De Mistura: un lavoro meticoloso che, già negli ultimi mesi del centrosinistra, era finito nei cassetti del ministero dell’Interno. Oggi con una nuova relazione realizzata dall’Alto commissariato per i rifugiati, dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni e dall’Associazione studi giuridici sull’immigrazione: un rapporto sullo stato dei servizi pronto da marzo.

Il sistema di protezione italiano si basa sui centri di accoglienza dove i richiedenti asilo vengono ospitati per l’identificazione e la verbalizzazione della loro storia e rimangono fino a che, in genere entro sei mesi, lo Stato non ha deciso se accogliere la richiesta. Poi, se il parere è favorevole, per i più fortunati, i minori e le famiglie con bambini, scatta l’inserimento nello Sprar, il sistema di protezione vero e proprio gestito dall’Anci, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, e finanziato con i versamenti allo Stato dell’8 per mille.

Se ciascuno dei 7 mila municipi iscritti all’Anci adottasse ogni anno un solo rifugiato fino al suo inserimento nel lavoro, non esisterebbe problema. Infatti la quota dei richiedenti asilo inseriti nel sistema di protezione verrebbe completamente assorbita: 5.035 domande accolte nel 2006, 7.726 lo scorso anno. Ma tra sindaci sceriffi e inventori di ordinanze anti immigrati, diventa difficile trovare amministratori sensibili. Così soltanto 120 comuni aderiscono alla rete Sprar: tra questi, Riace e altri municipi della Locride in Calabria con il loro progetto che ha dato casa e lavoro a decine di rifugiati.

Il 28 gennaio di quest’anno il presidente della Repubblica ha emanato il decreto 25/2008 che finalmente mette in pratica la direttiva europea. "Ora l’Italia non può più ignorare le domande dei richiedenti asilo", spiega Gianfranco Schiavone, esperto legale dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione e membro della commissione De Mistura: "Una lacuna che in passato da noi ha mantenuto basso il numero di rifugiati". Il decreto ha inserito l’Italia tra i Paesi virtuosi. E questo è anche un motivo dell’incremento delle domande e dell’emergenza attuale. Un’altra ragione è l’aumento degli sbarchi a Lampedusa di persone in fuga dalle guerre: 13.916 nei primi otto mesi di quest’anno, contro i 6.889 dello stesso periodo 2007. Cifre che però non dovrebbero superare i record del 2005 (22.824 sbarchi in tutta la Sicilia) e 2006 (21.400).

Oggi cambia l’identikit degli immigrati che arrivano in Italia via mare, la rotta più pericolosa. "Nel 2007 la metà delle domande di asilo", racconta Laura Boldrini, portavoce in Italia dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, "è stata presentata da persone giunte via mare. Significa che il mare e Lampedusa stanno diventando la rotta seguita dalle persone più bisognose di protezione. Proprio per questo è necessario un alto senso di responsabilità da parte di tutti, cittadini, enti locali e anche mezzi di informazione. Perché chi arriva in Italia in cerca di asilo sia percepito nel modo giusto. C’è un allarmismo nazionale che deve essere disinnescato soprattutto quando si tratta di rifugiati".

Una soluzione per ridurre il numero di immigrati clandestini e di richiedenti asilo è anche l’isolamento dei regimi che spingono decine di migliaia di uomini e donne a fuggire. Un caso che va nella direzione opposta è la giunta di centrodestra della Regione Lombardia. Se lo ricordano ancora gli impiegati al Pirellone quando nel marzo 2003 l’attuale assessore regionale alla Sicurezza, Pier Gianni Prosperini (An), autore di memorabili campagne sulle tv locali contro gli immigrati, ha presentato l’amico e dittatore eritreo Afeworki al presidente Roberto Formigoni. Milano è anche una delle città più avare nell’assistenza ai rifugiati. Un esempio? Il centro d’accoglienza per richiedenti asilo: soltanto 20 posti, uno dei più piccoli in Italia

Droghe: alla fine erano "drogate" soprattutto… le statistiche

di Franco Marcomini

 

Il Manifesto, 4 settembre 2008

 

In riferimento al servizio apparso sul Manifesto in data 31/08/08, con il titolo "Sballo al volante, uno su due si fa" ritengo doveroso effettuare alcune osservazioni: nell’approfondimento viene riportato che su 80 controlli il 46,2% risultava positivo ad alcol e/o droghe, con netta prevalenza per l’alcol. Peccato che le cifre non siano quelle, come riporta correttamente ad esempio il quotidiano locale il Verona del primo settembre: "Drogate le cifre sui controlli, positivi sei autisti su cento".

Sempre nello stesso giornale vi è un’intervista con Pierpaolo Pani, presidente della Società Italiana Tossicodipendenze, che richiama con precisione la necessità di essere meno allarmisti e più concreti nell’incrementare sia i controlli che le azioni educative. Questo richiede certezza delle risorse, validità degli strumenti utilizzati e molto meno propaganda.

Ecco i fatti: sono stati fermate 576 persone e testate solo 80 con un criterio di discriminazione sconosciuto: di queste solo 37 erano intossicate, 37 su 576, circa il 6%. Questo gioco dei numeri non lascia molti dubbi sull’intera vicenda ed impone una riflessione critica che riaccenda il lume della ragione per disintossicarsi dalla droga mediatica dell’allarmismo.

Nell’intervista con Giovanni Serpelloni si ritrovano affermazioni poco chiare sul piano scientifico e generalizzazioni che creano un’opinione pubblica distorta e disposta a tollerare qualsiasi azione in nome del bene comune. Non è corretto fondare i programmi su grossolane imprecisioni scientifiche che non tengono conto o meglio volutamente ignorano che il rischio è relativo alla quantità, tipologia chimica e soprattutto a quanto tempo prima di mettersi alla guida le sostanze sono state assunte. Insomma, vogliamo essere sicuri che le persone non guidino sotto l’effetto di sostanze che alterano la coscienza o vogliamo punirli perché il giorno prima si sono fatti una canna? Il fine non può sempre giustificare i mezzi, soprattutto se generano falsità culturalmente fondative.

 

Franco Marcomini, Medico Sert

Comitato Scientifico Forum Droghe

Egitto: appello per Kareem Amer, blogger detenuto dal 2006

 

Ansa, 4 settembre 2008

 

Secondo l’avvocato del ragazzo, incriminato per aver offeso la religione islamica e il presidente Moubarak, le condizioni di detenzione di Amer sarebbero disumane: la denuncia è stata raccolta e rilanciata dall’associazione Reporters sans Frontières.

Il blogger egiziano Abdel Kareem Nabil Suleiman, conosciuto con lo pseudonimo di Kareem Amer, in carcere per aver scritto articoli critici nei confronti del governo, versa in condizioni di salute precarie. A renderlo noto è l’avvocato Rawda Ahmed che, dopo aver incontrato il 31 agosto scorso il proprio cliente nella prigione di Borg El Arab, ha dichiarato che Amer "è malato e maltrattato dai carcerieri". Il ventiduenne blogger egiziano, in stato di reclusione dal 6 novembre 2006, è stato condannato a 4 anni di prigione il 22 febbraio 2007, con l’accusa di "incitazione all’odio per l’islam" e "insulti al presidente".

L’incriminazione era scattata dopo che Kareem Amer aveva pubblicato sul proprio blog - www.karam903.blogspot.com - diversi articoli in cui stigmatizzava l’operato delle più alte istituzioni religiose del Paese, in particolare l’università sunnita Al-Azhar, nella quale studiava diritto, denunciando l’inclinazione autoritaria del governo di Hosni Moubarak. L’organizzazione Reporter sans Frontières ha raccolto la protesta dell’avvocato Ahmed e ora sta promuovendo una petizione per la liberazione del detenuto: "Non solo le guardie della prigione gli impediscono di uscire dalla cella - riferiscono dall’associazione - ma incitano gli altri detenuti a picchiarlo regolarmente. Lo stato di salute di Kareem Amer peggiora a vista d’occhio senza che un medico lo possa visitare. Chiediamo la sua scarcerazione immediata". Secondo un’analisi di Rsf, l’Egitto sarebbe tra i Paesi col più basso livello di libertà di informazione.

 

 

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