Rassegna stampa 21 giugno

 

Giustizia: penalisti criticano il ddl che taglia la legge Gozzini

 

Comunicato stampa, 21 giugno 2008

 

L’Unione Camere Penali Italiane critica con forza il disegno di legge presentato dal Sen. Berselli che riduce l’applicabilità delle misure della legge Gozzini.

"Evidentemente la maggioranza non sa che le misure alternative al carcere previste dalla legge Gozzini dimostrano, nella loro applicazione pratica, una forte capacità rieducativa e di risocializzazione" spiega Oreste Dominioni, Presidente Ucpi. "Chi esce dal carcere dopo avervi scontato l’intera pena fa registrare un elevato tasso di recidiva, mentre chi è stato sottoposto alle misure previste dalla Gozzini fa registrare una recidiva decisamente minima (0,6%). Questi dati devono pertanto determinare una precisa scelta politica: potenziare le misure Gozzini, adibendovi tra l’altro esperti in maggior numero e sempre più qualificati, favorendo il duplice risultato di tutelare la collettività e decongestionare le carceri".

"L’atteggiamento ostile alle misure Gozzini - prosegue Dominioni - porterebbe a privarsi di strumenti preziosi per neutralizzare efficacemente quei fenomeni che producono nella collettività sentimenti di insicurezza. Non si può pensare seriamente che il senso di insicurezza della popolazione sia assorbito da proposte-proclami, di nessuna efficacia".

 

Unione delle Camere Penali Italiane

Giustizia: Berlusconi; denuncerò i magistrati, sono sovversivi

di Barbara Fiammeri

 

Il Sole 24 Ore, 21 giugno 2008

 

"Denuncerò i magistrati, non mi avvarrò della sospensione". L’Anm si rivolge al Colle: faccia i nomi. Berlusconi: "Pm sovversivi". L’attacco al leader Pd: bancarotta a Roma, ha fallito e se ne vada. Ormai è guerra aperta.

Contro quei "magistrati che vogliono sovvertire la democrazia" e anche contro Walter Veltroni, che annuncia di voler scendere in piazza in autunno e al quale replica sostenendo che chi ha portato Roma al fallimento non dovrebbe più fare politica. Silvio Berlusconi è a Bruxelles per il Consiglio europeo ma obtorto collo deve guardare a Roma.

Il premier è un fiume in piena. Annuncia una conferenza stampa per la prossima settimana nella quale si prepara a denunciare "la situazione della magistratura italiana" dove ci sono "infiltrati" che usano la toga, per "sovvertire" la volontà liberamente espressa dagli elettori con il loro voto, "mettendo a rischio la convivenza democratica". "Non si ripeterà quanto avvenne nel ‘94", dice il Cavaliere, che, "per allontanare qualunque sospetto", assicura di non voler beneficiare della cosiddetta norma salva-premier (espressione per la quale esprime la sua indignazione) e che invece è una "norma salva-tutti".

Quanto al caso Mills ribadisce la sua innocenza: "Mi si accusa di qualcosa che non esiste. Non c’è nemmeno l’ombra dell’ombra di una possibilità di verità. Lo giuro sui miei figli. Se fosse vero mi ritirerei dalla politica, cambierei Paese".

I cronisti restano sorpresi. L’intervento di Berlusconi non era stato sollecitato da nessuna domanda sul caso Mills o sull’emendamento contenuto nel Dl sicurezza. Ma il premier è convinto che qualcuno vuole replicare il ‘94, l’anno dell’avviso di garanzia durante il G-7 di Napoli. E avverte: "Non lo permetterò".

L’uscita del Cavaliere non è estranea a quanto sta avvenendo in Italia dove, dopo oltre due ore di camera di consiglio, il Presidente del collegio giudicante Nicoletta Gandus, ha annunciato per il 7 luglio la nuova udienza sul caso Mills che significa che il processo non verrà sospeso a causa dell’istanza di ricusazione presentata dai legali del premier nei confronti del giudice.

Berlusconi parte all’attacco. A scatenare la reazione del Cavaliere era stata in realtà la richiesta di una risposta a Veltroni. Ha annunciato una manifestazione in autunno? "Si preoccupi piuttosto delle terrificanti notizie sui conti di Roma, che sono sotto la sua responsabilità", ribatte Berlusconi annunciando una due diligence sul Campidoglio. "Se verranno confermate le notizie sulla bancarotta di Roma, gli amministratori sono dei falliti che non possono continuare a governare". Di più: "Chi è responsabile di un deficit di 16mila miliardi di vecchie lire è incredibile che si proponga come leader di una parte politica".

Il dialogo è sepolto. Anzi, a sentire Berlusconi "la luna di miele con l’opposizione non è mai esistita". Comunque - aggiunge quasi a voler lasciare ancora aperto uno spiraglio - "noi restiamo aperti nei confronti di tutti".

Ma non è di Veltroni che si preoccupa il Cavaliere. L’attacco più virulento è per i magistrati, per i "sovversivi" ma anche per gli altri che non hanno fatto nulla per arginarli. Dichiarazioni pesantissime che provocano la reazione delle toghe le quali si appellano al Capo dello Stato.

"Basta con gli insulti alla magistratura - tuona il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini, che sono un danno per la democrazia e il Paese. Il premier parla di Pm sovversivi? Faccia i nomi, non continui con invettive prive di aggancio con le vicende concrete". A Giorgio Napolitano, quale "garante della legalità costituzionale", i magistrati chiedono un incontro.

Gli attacchi del premier "nei confronti dell’intera istituzione giudiziaria", scrivono nella lettera al Capo dello Stato Cascini e il presidente dell’Anm, Luca Palamara, "ci allarmano e ci preoccupano perché rischiano di minare alla radice la credibilità delle istituzioni e di compromettere il delicato equilibrio tra funzioni e poteri dello Stato democratico di diritto". A fianco dei giudici si schiera l’ex pm di Mani pulite e attuale leader dell’Idv Antonio Di Pietro: "Berlusconi accusa la magistratura di fare ciò che in realtà sta facendo lui: sovvertire l’ordine democratico".

Giustizia: il Csm; la norma blocca-processi è incostituzionale

 

La Stampa, 21 giugno 2008

 

La norma "sospendi-processi" contenuta nel dl sicurezza è "potenzialmente incompatibile con gli articoli 111 e 3 della Costituzione", che sanciscono i principi di ragionevole durata del processo e di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. È questo uno dei passaggi della bozza di parere al provvedimento in discussione al Senato che la sesta commissione del Csm sta mettendo a punto.

 

La proposta dei relatori

 

Un documento che per il momento è ancora frutto soltanto del lavoro dei due relatori, i consiglieri togati Fabio Roia (Unicost) e Livio Pepino (Md); lunedì se ne discuterà in commissione, dove si dovrà verificare innanzitutto la convergenza degli altri componenti sul testo. I tempi però, almeno nelle intenzioni, dovrebbero essere stretti, e il parere da consegnare al ministro della Giustizia Angelino Alfano potrebbe essere pronto per metà settimana, in tempo per essere licenziato in una delle prossime sedute del plenum, mercoledì o giovedì.

 

"L’Europa non capirebbe le ragioni dell’Italia"

 

A quanto si apprende, i consiglieri del Csm criticherebbero anche lo strumento scelto: una materia così importante non può essere affrontata attraverso un decreto legge, si osserva ancora nella bozza di parere, dove sarebbero richiamate anche le recenti osservazioni del vicepresidente Nicola Mancino, secondo il quale la materia dell’emendamento cosiddetto "salva-premier" sarebbe completamente estranea al tema del provvedimento urgente del governo. Secondo i consiglieri di Palazzo dei Marescialli ci sarebbe anche un altro elemento di perplessità. L’Europa, fanno notare, "non capirebbe le ragioni della scelta": l’Italia è già finita sotto accusa per la lentezza dei processi, il ‘salva-premier’ allunga ulteriormente i tempi.

 

Mancino: "La politica non cerchi espedienti"

 

Contro le parole di Berlusconi scende in campo anche il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Nicola Mancino: "Il Paese non riesce a vivere senza polemiche? Vorrei non crederlo. Sono, semmai, le polemiche occasioni comode per nascondere i problemi e per dividere il Paese. Chi le innesca deve tener conto che un ritorno di tutti alle responsabilità non può che far bene all’Italia". "Fino a quando l’azione penale è obbligatoria - ha continuato Mancino - alle toghe non si può chiedere di non fare i processi; ai politici si può, invece, chiedere di saper scegliere natura, limiti, tempi ed efficacia delle leggi, non espedienti per eluderle".

 

Capezzone: "È il Parlamento che fa le leggi, non il Csm"

 

Intanto il consigliere togato del Csm (componente Unicost) Fabio Roia chiede a Silvio Berlusconi di fare i nomi dei magistrati che giudica sovversivi. Il presidente del Consiglio, afferma Roia, deve fare "denunce circostanziate e nominative su fatti specifici, che non riguardino, come accaduto in passato, il semplice esercizio giurisdizionale", in caso contrario dimostrerebbe "scarsa attenzione per gli equilibri costituzionali". Ma il governo tira dritto. Daniele Capezzone, portavoce di Berlusconi, è netto: "In Italia, spesso, è necessario ricordare anche nozioni elementari, che rischiano di essere dimenticate da tanti, da troppi. Dinanzi ai preannunci del Csm, è il caso di rilevare che sono il governo e il Parlamento a scrivere le norme , non il Consiglio superiore della magistratura".

Giustizia: Uil; incontro con ministro su aggressioni in carcere

 

Agi, 21 giugno 2008

 

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano incontrerà mercoledì prossimo, 25 giugno, le organizzazioni sindacali della polizia penitenziaria per discutere dei ai ripetuti episodi di violenza ed aggressione in danno ad agenti verificatesi nelle ultime settimane: ne dà notizia la Uil penitenziari in una nota, spiegando di aver appreso in via informale da ambienti ministeriali della convocazione. A questo punto, rileva la Uil, la riunione già convocata dal Capo del Dap per il 24 giugno, potrebbe essere anche annullata o rinviata ad altra data.

Il segretario generale della Uil Penitenziari, Eugenio Sarno, esprime dunque "pieno apprezzamento per questa determinazione del Ministro Alfano, per l’evidente attenzione che essa testimonia al mondo penitenziario e verso chi vi opera. Credo - aggiunge Sarno - che la situazione meritasse un confronto a tali livelli. Per quanto ci riguarda ribadiremo le nostre due semplici proposte: strumenti atti alla difesa in dotazione agli agenti in servizio in sezione e sanzionare con pene detentive l’oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale".

Sono ben 54 agenti feriti negli ultimi tre mesi per aggressioni subite da detenuti: "è un dato inquietante - conclude Sarno - che va opportunamente indagato. Evidentemente il ministro Alfano ha ben compreso la gravità del momento e la necessità di veicolare, anche attraverso un confronto sereno, un messaggio di speranza a tutti gli operatori penitenziari".

 

Finalmente il ministro incontra i sindacati

 

"Apprendiamo con estrema soddisfazione della convocazione ad opera del Ministro della Giustizia, Angelino Alfano, di un incontro con i sindacati di categoria nazionali, in merito ai numerosi casi di aggressioni subite da poliziotti penitenziari di tutta Italia ivi compresi quelli abruzzesi". A dare la notizia è Mauro Nardella, vice segretario regionale per l’Abruzzo della Uil penitenziari, in forza al carcere di Sulmona.

"Il ministro - continua il sindacalista - non poteva, e non l’ha fatto, sottovalutare un numero impressionante di aggressioni e che negli ultimi tre mesi hanno prodotto ben 54 feriti. L’incontro è previsto per il 25 giugno e per l’occasione, la Uil, che sarà rappresentata dal segretario generale Eugenio Sarno, farà le sue dovute proposte, tra cui la dotazione di strumenti atti alla difesa per gli agenti operanti nelle sezioni detentive e il sanzionamento, con pene detentive certe, dei reati di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale".

Nel solo penitenziario di Sulmona, negli ultimi due mesi, si sono registrate due aggressioni con il ferimento di altrettanti agenti. "La prognosi di 7 giorni - continua Nardella - è riferita alla diagnosi medica, ma sicuramente per il recupero psicologico degli operatori occorrerà un tempo più lungo. Questo spiega anche perché siamo il Corpo con il maggior numero di cause di servizio per stati d’ansia".

Tra le proposte di Nardella, da sottoporre alla valutazione dei vertici sindacali, c’è la richiesta di una maggiore rotazione del personale nei vari reparti, con la mobilità interna, in modo da ridurre i rischi che potrebbero derivare dal prolungato contatto dell’operatore con i detenuti, fattore che aumenta lo stress lavorativo.

Cagliari: Caligaris (Ps); a Buoncammino cessato l'allarme tbc

 

Agi, 21 giugno 2008

 

"È cessato l’allarme per un caso di TBC a Buoncammino riscontrato 8 giorni fa dai medici del Penitenziario che avevano indotto ad attivare le misure precauzionali nell’Istituto di Pena di Cagliari". Lo ha reso noto il consigliere regionale socialista Maria Grazia Caligaris che aveva appreso della situazione venutasi a creare nel Penitenziario cagliaritano.

"Le approfondite analisi degli specialisti di Pneumologia dell’ospedale Binaghi, dove il detenuto, dopo un periodo di osservazione in isolamento nel Centro Clinico, è stato prontamente ricoverato, - spiega l’esponente socialista - hanno appurato che si è trattato di una broncopolmonite cavernosa con sintomi molto simili alla Tbc ma senza rischi di contagio e con un decorso molto meno complicato.

Per escludere la malattia infettiva - la Commissione "Diritti Civili" - è stato necessario effettuare un esame specifico che ha permesso di identificare il germe e quindi di procedere con le cure idonee. Il detenuto ha prontamente reagito alla terapia e oggi ha potuto fare rientro in carcere dove sono state revocate le misure di profilassi igienico-sanitaria. Il diritto alla salute dei cittadini, anche quelli detenuti è un diritto sancito dalla Costituzione.

L’auspicio è che con il trasferimento della medicina penitenziaria alle Aziende Sanitarie Locali, divenuto legge dal 14 giugno, e in attesa delle norme di attuazione i reclusi in Sardegna non debbano subire disparità di trattamento". Su questo argomento Caligaris, oltre ad avere presentato un’interrogazione, ha sollecitato l’audizione dell’assessore regionale della Sanità in Commissione "Diritti Civili" e quella del provveditore dell’amministrazione penitenziaria, dei rappresentanti degli operatori sanitari, dei magistrati di sorveglianza e dei direttori degli istituti della Sardegna.

Bergamo: la mediazione penale, come alternativa al carcere

 

Asca, 21 giugno 2008

 

Domani convegno della Caritas di Bergamo. Don Balducchi, delegato regionale dei cappellani della Lombardia: "Da anni ci battiamo affinché il carcere non sia il solo modo di fare giustizia".

La mediazione penale come alternativa la carcere. Momento di incontro tra l’autore e la vittima di un reato, con la possibilità di stabilire - alla presenza di mediatori - la soluzione migliore per la riparazione del torto subito. Se ne parla domani in un convegno organizzato dalla Caritas di Bergamo. "Ci stiamo battendo da anni per cercare di cambiare la situazione attuale, in cui il solo modo di fare giustizia è il carcere - dice don Virgilio Balducchi, delegato regionale dei cappellani delle carceri della Lombardia -. In Italia come pena alternativa esiste la possibilità di essere affidati ai servizi sociali. Ma la mediazione penale di fatto ancora non c’è".

Questa particolare forma di riparazione del danno è prevista solo per i minori; per gli adulti è possibile ricorrervi solo per i reati di cui è competente il giudice di pace. La proposta è quella di estenderla anche ad altre forme, più gravi, di reato. Su questa linea sta lavorando la commissione nazionale giustizia riparativa presieduta da Maria Pia Giuffrida, che domani sarà presente al convegno. Parlerà anche Jacqueline Morineau, raccontando l’esperienza del centro di mediazione da lei diretto in Francia, dove la mediazione esiste da 20 anni. In più, verranno raccontati anche l’ esperienza dell’Ufficio mediazione della Caritas di Bergamo avviata nel 2006: "Da noi arriva chi ha scelto l’affidamento ai servizi sociali; li mandiamo a lavorare da volontari nelle mense e altre strutture", dice don Balducchi. Un professore, Ivo Lizzola, racconterà invece la sua esperienza di formatore all’interno delle carceri. L’incontro si svolgerà a partire dalle 9 alla Casa del Giovane di Bergamo, in via Gavazzeni 13.

Spoleto: un incontro sulla legalità con "Libera International"

 

Asca, 21 giugno 2008

 

Si è tenuto al carcere di massima sicurezza di Maiano di Spoleto un incontro sulla legalità, al quale ha preso parte don Tonio Dell’Olio di Libera International. L’iniziativa è stata organizzata dal Comitato "Conoscere e diffondere la Costituzione" e promosso in particolare da Giovanna Portanova. A partire dall’intervento di Dell’Olio e dai casi da lui riportati, si è focalizzato sul rapporto, quotidiano e imprescindibile, tra legalità e democrazia. Oltre a Dell’Olio erano presenti Giovanna Portanova e Argia Simone del Comitato per la Costituzione.

Tanti i temi affrontati nel dibattito che ha visto un coinvolgimento molto attento da parte delle persone detenute. Tanti i temi che stanno loro a cuore e che vorrebbero fossero portati "fuori le mura". Innanzitutto, il messaggio di non dimenticare mai che il carcere è luogo di sofferenza, al di là del trattamento nel carcere di Spoleto riguardo quale non hanno portato critiche. Parlando della condizione dentro le prigioni e del sistema carcerario in generale, chi è recluso lamenta "l’assenza di speranza".

C’è anche forte preoccupazione per la nuova legislazione che si sta facendo strada in merito all’abolizione di alcuni benefici previsti dalla legge Gozzini. Critiche anche al 41 bis, il regime di carcere restrittivo applicato ai membri della criminalità organizzata, che sono numerosi nel carcere di Spoleto (nessuno di loro era naturalmente presente all’incontro) e che proprio per questo è comunemente definito "di massima sicurezza".

Da parte di qualcuno dei detenuti presenti, soprattutto in risposta all’attività di Libera accanto alle famiglie delle vittime delle mafie, è stato denunciato l’abbandono, invece, dei loro figli che, già "marchiati", non hanno altra scelta se non quella di restare nel giro dell’illegalità. Riflessioni sul clientelismo, sulla discriminazione degli stranieri, sul fatto che la legge non è uguale per tutti se, come accade, "tanti sono criminali ma, poiché sono in situazioni di potere, non vengono toccati". Non un mondo a parte, quello carcerario, bensì un punto di vista capace di far risaltare le contraddizioni stridenti e le difficoltà del nostro sistema democratico. Prima fra tutte quella di tradurre in pratica l’articolo 27 della Costituzione italiana: "Le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato". Obiettivo primario per il quale l’impegno del carcere diretto da Ernesto Padovani è noto, ma che le norme e le procedure del "sistema carcerario Italia" non sempre garantiscono.

Alcune settimane fa lo stesso Comitato spoletino aveva organizzato un altro incontro al carcere, sul rapporto tra Carta costituzionale e Resistenza, al quale aveva partecipato anche Giampaolo Loreti dell’Associazione nazionale partigiani. Oggi i detenuti hanno ribadito il loro interesse per l’argomento e con l’educatore si è concordato di elaborare un progetto di incontri da sottoporre alle autorità competenti e da attuare dal prossimo autunno.

Tra le attività del Comitato vi sono quelle con le scuole della città: il 29 e 20 maggio scorso gli studenti di ogni ordine e grado sono stati coinvolti in iniziative, anche teatrali, sulla nascita della Repubblica (2 giugno 1946): grande l’interesse dei ragazzi e l’impegno profuso dagli insegnanti.

Milano: Suonisonori, detenute Beccaria presentano videoclip

 

Dire, 21 giugno 2008

 

Da dieci anni l’associazione Suonisonori si occupa di promuovere iniziative musicali ed educative all’interno delle carceri, ma è la prima volta che uno dei progetti rivolti al mondo esterno riesce a coinvolgere recluse minori. Partendo da questo presupposto, un gruppo di ragazze dell’istituto penale minorile Beccaria di Milano ha partecipato ad un laboratorio sulla televisione, producendo, insieme ad alcuni volti noti del piccolo schermo, un videoclip musicale che è stato presentato nei giorni scorsi presso la sede della Provincia di Milano.

Il testo e la musica del video, dal titolo Il viaggio, sono stati composti dalle ragazze che, per motivi di età, recitano davanti alle telecamere indossando maschere e occhiali. Le parole della canzone nascono da una riflessione delle minori sul testo dell’Odissea di Omero e l’arrangiamento pop risente di testi e ritmi della tradizione musicale zingara.

Il video di tre minuti è realizzato gratuitamente da professionisti ed è stato girato su pellicola all’interno del carcere. Il video è visionabile sul sito della casa produttrice (http://www.e-tica.it) e l’auspicio dei coordinatori dell’iniziativa è che la canzone possa avere successo ed essere trasmessa in radio e televisione.

La finalità del progetto ha come scopo quello di promuovere e sensibilizzare il pubblico sulle tematiche vissute dai detenuti minori e allo stesso tempo dare la possibilità alle ragazze che hanno partecipato di sentirsi più simili agli adolescenti fuori dalle mura.

Roma: tribunale riesame conferma carcere per Cecchi Gori

 

Ansa, 21 giugno 2008

 

Il Tribunale del Riesame di Roma, presidente Anna Criscuolo, ha confermato la misura cautelare in carcere per Vittorio Cecchi Gori, il produttore arrestato il 3 giugno scorso, con l’accusa di bancarotta in relazione al fallimento della società Safin. Il Tribunale del Riesame ha depositato oggi il provvedimento, respingendo la richiesta dei difensori di Cecchi Gori che si trova detenuto nel carcere di Regina Coeli a Roma.

Il tribunale del riesame ha confermato la misura cautelare in carcere anche per Luigi Barone, principale collaboratore del produttore, anche lui arrestato il 3 giugno scorso su richiesta del pubblico ministero Stefano Roccofava. Nell’indagine sul fallimento della Safin è coinvolto anche Giorgio Ghini, componente del collegio sindacale della società. Quest’ultimo è agli arresti domiciliari.

Avellino: emergenza carceri, lunedì convegno con Alfano

 

Il Mattino, 21 giugno 2008

 

L’Associazione dei Giovani Penalisti Irpini, col patrocinio dell’Ordine degli Avvocati di Avellino e del Comune di Avellino ha organizzato, in collaborazione con la Segreteria Generale Uilpa Penitenziari, un convegno su: "Emergenza carceri: funzioni della pena, sanzioni alternative e misure indulgenziali".

L’incontro si terrà lunedì prossimo, alle ore 15.30, presso l’Hotel De La Ville, in via Palatucci ad Avellino e vedrà la partecipazione del Ministro della Giustizia, onorevole Angelino Alfano. È previsto l’intervento di autorevoli relatori, quali il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Ettore Ferrara; il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, Angelica Di Giovanni; il vice Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, Federico Palomba; il Presidente della Commissione Giuridica del Parlamento Europeo, onorevole Giuseppe Gargani; il membro della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, onorevole Filippo Ascierto ed il Segretario Generale Uil PA - Penitenziari, Eugenio Sarno.

Vi parteciperanno, inoltre, Edoardo Volino, presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Avellino; Luigi Petrillo, Presidente della Camera Penale Irpina, nonché Gerardo Di Martino, presidente dell’Associazione organizzatrice. Il dibattito sarà introdotto e moderato dal Carmine Ruggiero, della Associazione dei Giovani Penalisti Irpini.

Padova: taglio a fondi prevenzione della violenza sulle donne

 

Comunicato stampa, 21 giugno 2008

 

Sempre più spesso i media ci propongono storie di donne che subiscono violenze fra le mura domestiche, o addirittura vittime di omicidi da parte del partner. Finalmente, dopo anni di silenzio e sottovalutazione, una delle più gravi forme di sopruso e di violazione dei diritti umani che colpisce le donne nell’intimità degli affetti, sembrava imporsi non solo all’attenzione dei media e della società, ma anche della politica, che aveva attivato alcune misure concrete di contrasto alla violenza di genere.

Le recenti misure del nuovo Governo fanno però presumere una clamorosa retromarcia su questo terreno. La decisione di eliminare il finanziamento di 20 milioni destinato al piano per la prevenzione della violenza sulle donne (una delle misure per compensare il taglio dell’ICI) determinerà in concreto l’annullamento di un progetto che per la prima volta prevedeva l’attivazione di numeri verdi per la segnalazione delle emergenze, di un Osservatorio Nazionale per monitorare le violenze, di una campagna per il rispetto delle donne e infine la possibilità di sostenere economicamente i Centri e le Associazioni che in questi anni hanno assicurato aiuto concreto alle donne in difficoltà. Chi lavora da anni in questo ambito sa che ci troviamo di fronte ad un problema sommerso che fatica ad emergere, che va affrontato con una pluralità di iniziative e strumenti che vanno dalle misure legislative, alla possibilità di offrire un rifugio scuro alle donne e ai loro figli, alle campagne di informazione perché le donne sappiano a chi rivolgersi e come proteggersi. Il taglio dei finanziamenti avrà una ricaduta immediata sulla reale e concreta possibilità per le donne di uscire allo scoperto e provare a cambiare la propria vita.

Il nostro Centro, ad esempio, associazione di volontariato che dal ‘90 si occupa di accogliere e sostenere donne che vivono situazioni di violenza, ha visto raddoppiare il numero delle richieste di aiuto da parte di donne in difficoltà, grazie all’attivazione di alcuni sportelli e progetti finanziati dagli Enti locali. Sono circa 200 le donne che negli ultimi 2 anni si sono rivolte ai nostri sportelli.

Queste donne hanno trovato accoglienza e sostegno, nel rispetto pieno dei tempi e delle scelte di ognuna, e cioè con un approccio professionale e umano di qualità, in collaborazione stretta con la rete dei Servizi Pubblici del Veneto. Ma sappiamo che la maggior parte delle donne, vive nel silenzio il dramma della violenza: adesso c’è il rischio concreto che molte di loro non trovino sulla loro strada qualcuno che possa offrire loro un aiuto.

La violenza familiare rischia di tornare ad essere solo un - problema delle donne", mentre noi, da sempre sosteniamo, che è un problema che ci riguarda tutti, e per questo, non solo le donne, ma l’intera collettività deve farsene carico. Il Governo e gli Enti Locali territoriali (Regione, Province, Comuni) e tutta la rete dei servizi alla persona, devono continuare ad impegnarsi per far emergere il fenomeno della violenza sulle donne perché dopo anni di silenzio non si può davvero tornare indietro.

Chiediamo alle SS.LL. in indirizzo di garantire il rispetto e la dignità delle donne attraverso la garanzia di risorse e strumenti certi per poter affrontare le richieste di aiuto che arrivano ai centri antiviolenza italiani.

 

Centro Veneto Progetti Donna e Auser Padova

Immigrazione: Cpt di Torino, tra clandestini ed ex detenuti

di Niccolò Zancan

 

La Repubblica, 21 giugno 2008

 

Questa sera riso, piselli e frittata. Poi c’è la partita. "Io tifo per l’Italia - dice Abdelkarim Sellhami, 19 anni, canottiera rossa sudata - sono cresciuto qui. Non mi resta nessuno in Marocco, non ho neanche la casa. Questa è mia moglie italiana, guarda. Ecco il libretto di matrimonio. Ci siamo sposati in comune a Torre Pellice. Il problema è che abbiamo litigato, non ho più la convivenza. Per questo mi hanno portato al centro".

All’ingresso bisogna fare subito una scelta. Nelle gabbie non è ammesso il telefono con videocamera integrata. Si può lasciare in custodia, nella speranza di ricevere dai parenti un vecchio modello che non scatti fotografie. Oppure bisogna spaccarlo. Usano una biro. La conficcano nell’obiettivo. Un colpo secco. Fanno quasi tutti così. Hanno telefonini mutilati, orbi. Li tengono in tasca anche mentre giocano a pallone. Aspettano dall’avvocato la chiamata che può salvargli la vita in Italia.

Zona rossa, la prima a sinistra dopo gli uffici amministrativi. Entriamo alle 18,20. Sulla porta della camerata numero uno c’è la foto di Anna Falchi nuda. Al posto dello scotch funziona il dentifricio. La stanza numero due invece è quella dov’è morto Hassan Nejl, 36 anni, tunisino. Era grande, grosso e prendeva il metadone. L’hanno trovato sabato 24 maggio alle 8,15 di mattina. Steso sul materasso di gomma piuma, accucciato su un fianco come un bambino. Aveva la schiuma alla bocca. Secondo i compagni stava malissimo. Febbre a quaranta, macchie rosse sul viso. "L’hanno lasciato morire come un cane - dicono ancora adesso - a mezzanotte abbiamo chiesto aiuto, ma non l’hanno soccorso". Per la Croce Rossa, che gestisce il centro su incarico della Prefettura, la verità è un’altra. Hassan Nejl era stato visitato in infermeria nel pomeriggio, aveva poche linee di febbre e la gola leggermente infiammata. I primi esami dell’autopsia avrebbero evidenziato tracce di diverse sostanze stupefacenti nel suo organismo. Forse è morto di overdose. La Procura di Torino ha aperto un’inchiesta. Per ora non ci sono indagati. Di sicuro l’inaugurazione del più moderno ed attrezzato Cpt italiano, modello per la nuova linea di governo - si chiamerà Cie Centro di identificazione ed espulsione - è stata tragica. Per tutti.

"Berlusconi cambia legge!", urla un ragazzo riccio appena vede la telecamere. "Non puoi lasciarci qui dentro per diciotto mesi", si sbraccia come se parlasse direttamente al premier. Nelle ultime settimane il clima è cambiato. Said Rabi, 31 anni, marocchino, ha denunciato di essere stato pestato dagli agenti. La polizia lo ha denunciato per resistenza. Interrogato, Rabi ha ammesso di aver dato due testate contro il muro dell’infermeria volontariamente. "Ero ammanettato e schiacciato sul pavimento - ha detto piangendo - l’ho fatto per rabbia". Non era mai successo niente di troppo grave in nove anni di vecchia gestione. Niente, se si escludono tre epidemia di scabbia, le ragazze nigeriane nude sui tetti per protesta, le fughe tentate e quelle riuscite, i materassi incendiati, i trentamila in manifestazione qui davanti il 30 novembre 2002: "Chiudere il lager di Torino!".

Una volta c’erano i container di lamiera. Caldo infernale nei pomeriggi d’estate. Ora, dodici milioni di euro stanziati dal ministero dell’Interno si sono trasformati in queste casette in muratura chiuse da gabbie alte, con telecamere telescopiche che riprendono ogni respiro di vita comune. "Tutte le stanze sono collegate con un citofono - dice il colonnello della Croce Rossa, Antonio Baldacci - si può chiedere assistenza in qualsiasi momento. C’è un medico di guardia ventiquattr’ore su ventiquattro. Per la giornata offriamo carte, dama, pallone e giornali in lingua. Facciamo ginnastica tre volte a settimana, c’è un barbiere a disposizione degli ospiti". È tutto inchiodato al cemento. Tutto grezzo e lineare. Per evitare lanci, danneggiamenti, tentativi di suicidio. I televisori al plasma sono piantati in alto sulle pareti. Un telecomando ogni sei letti.

"Mi chiamo Rusafi Muhessyn. Ho il permesso scaduto. Sono qui da 18 anni. Ho sempre fatto il cuoco. Purtroppo in nero, questo è il problema. Io dico che se si mettono una mano sul cuore mi lasciano andare…". Youssef Kharin ha una camicia azzurra a maniche corte e un borsello a tracolla: "Sono stato ricoverato all’ospedale di Forlì per sessanta giorni. Qui al polmone mi hanno messo un tubo. Sabato avevo l’appuntamento per fare gli esami del sangue. La polizia mi ha preso e portato al centro. Avevano le sirene accese. Ma io non ho mai toccato nessuno, sono sempre stato tranquillo con la mia donna. Ho problemi perché lavoravo per un’agenzia. Contratti di tre mesi, tre mesi, tre mesi... Quando mi sono ammalato ho perso il lavoro e il permesso". La giornata è scandita da orari precisi. Colazione alle 9. Visite autorizzate alle 14. Distribuzione cena e cambio biancheria alle 20. Il momento più atteso però è alle 13: pranzo, posta e sigarette. Vengono distribuite dieci MS a testa al giorno. Tabacco di Stato.

Questa sera dentro al Cpt ci sono 67 persone, dieci sono donne. Quasi nessuno dice di essere stato in carcere. "È quello che raccontano - spiega il vicequestore Rosanna Lavezzaro, responsabile della sicurezza - ma la stragrande maggioranza ha precedenti penali. Qui a Torino stiamo attentissimi, in questo senso. Difficilmente troverete al Cpt una badante clandestina incappata nel primo controllo di polizia". Però nella stanza numero sei, puoi trovarci il badante algerino Hamitius Munir, di anni 47: "Ho passato la vita a guardare una persona anziana. Dall’88 non torno nel mio paese per colpa della guerra. L’ultimo permesso l’ho avuto nel ‘92. Sono senza documenti, ma ho fatto del bene al prossimo. Se torno in Algeria mi ammazzano subito". Abdellilleh Bahaj, 33 anni, da Casablanca, grandi occhiali neri da sole, ha vecchi precedenti per spaccio: "Il nostro problema sono i documenti. Questa nuova legge di Berlusconi non va bene. È contro la Comunità Europea. Voglio uscire da qui, restare in Italia, fare una vita buona, cercare un lavoro e una donna. Voglio stare tranquillo e aiutare mia madre". Preghiere. Mentre arriva il carrello della mensa.

Niente birra. Vietati gli alcolici anche ai non musulmani. Hassan Elbentaui, 38 anni - "sedicente marocchino" c’è scritto nel suo fascicolo - detesta il menù: "Basta piselli e riso, questo schifo qui! Io a casa mangio la carne e il pesce, tante ricette. È vero: sono stato in carcere. Ma il carcere è meglio che il centro. Almeno sai cosa ti aspetta". "Sì - interviene un ragazzo che si gratta le caviglie - qui non dicono niente. Ci fanno la sorpresa. Fanno quello che vogliono loro".

Ora le ruspe non scavano più. I lavori per l’ampliamento del centro ricominciano domani mattina. Altre camerate in muratura, altre gabbie, altri dieci milioni di euro, fino a 180 posti. Molte cose stanno cambiando intorno al Cpt di Torino, non solo il nome, non soltanto l’aspetto esteriore. Alla manifestazione in memoria di Hassan Nejl, sabato 31 maggio, c’erano meno di trecento persone. Forse le gabbie per i clandestini in attesa di identificazione non indignano più. Hassan Nejl era sconosciuto a Torino e quasi dimenticato a casa. La sua famiglia vive alla periferia di Tunisi. Attraverso un’interprete, la madre ha chiesto un favore alla polizia: "Non lo vedo da dodici anni - ha detto piangendo al telefono - mandatemi una foto insieme alla bara. Qualunque foto, anche da morto".

Droghe: è Milano la capitale del consumo di sostanze e alcool

 

Corriere della Sera, 21 giugno 2008

 

È Milano la capitale italiana del consumo di droghe e sono almeno 135 mila i cittadini che hanno fumato cannabis nell’ultimo anno, 40 mila quelli che hanno provato la cocaina e 15 mila che hanno assunto l’ecstasy. Per la cannabis, circa il 45% dei milanesi l’ha provata almeno una volta nella vita. Numeri sostanzialmente stabili negli ultimi anni, ma che sono fino a tre volte superiori al dato nazionale.

A fotografare l’emergenza droga nel capoluogo lombardo è uno studio del dipartimento dipendenze della Asl Città di Milano, che ha fatto compilare un questionario europeo a più di tremila cittadini tra i 15 e i 64 anni. Dallo studio è emersa in particolare una preoccupante ripresa del consumo di eroina fumata tra i giovanissimi (15-24 anni), l’abuso di alcol, come se fosse una vera e propria droga, e il sempre maggiore numero di persone over 40 che si accostano alle sostanze stupefacenti per la prima volta.

Stati Uniti: giustiziato sulla sedia elettrica in South Carolina

 

Associated Press, 21 giugno 2008

 

In South Carolina è tornata in attività la sedia elettrica. James Earl Reed, colpevole di aver ucciso i genitori della ex fidanzata perché si erano rifiutati di dirgli dove fosse, è stato messo a morte ieri notte con un sistema abbandonato da decenni perché troppo crudele, ma al quale la legge dello Stato permette ancora di fare ancora ricorso. È stato lo stesso Reed a chiedere di essere giustiziato con la sedia elettrica e alle 23,27 locali è stato dichiarato morto dal medico del penitenziario di Columbia. Il duplice omicidio commesso da Reed risale al 1994. Due anni dopo, durante il processo, licenziò il suo avvocato per difendersi da solo, sostenendo che non ci fosse nemmeno una prova a suo carico. Ma a inchiodarlo c’erano le testimonianze di tre persone che lo avevano visto lasciare la casa in cui Joseph e Barbara Lafayette erano stati crivellati di colpi. Reed è l’ottavo condannato messo a morte negli Stati Uniti quest’anno dopo che in aprile la Corte Suprema ha ammesso come costituzionale il sistema delle iniezioni letali.

Tibet: scontri Lhasa; Pechino ha liberato oltre 1.150 detenuti

 

Apcom, 21 giugno 2008

 

La Cina ha liberato 1.157 persone accusate di coinvolgimento negli scontri antigovernativi avvenuti a Lhasa, capitale del Tibet, in marzo. Lo ha annunciato l’agenzia di stampa cinese Xinhua. Queste persone erano state arrestate per reati minori, ha detto durante una conferenza stampa il vice-governatore di questa provincia autonoma, Palma Trily, senza però precisare di quali reati si trattasse. Sempre oggi, altre 12 persone sono state condannate a "pene" non ben definite da tribunali tibetani per reati non precisati compiuti durante i disordini di marzo.

Liberazioni e condanne giungono alla vigilia del passaggio della fiaccola olimpica nella turbolenta provincia. La sua permanenza a Lhasa però è stata ridotta a solo un giorno e non ai tre previsti. Nei giorni scorsi un gruppo di esuli tibetani aveva chiesto agli organizzatori dei Giochi di eliminare la tappa di Lhasa, perché il passaggio della fiamma avrebbe potuto scatenare nuove violenze. Due giorni fa Amnesty International aveva denunciato che più di mille persone (su 4mila dimostranti), arrestate tre mesi fa durante le manifestazioni represse da Pechino con la forza erano date per disperse.

Paraguay: detenuti in rivolta, ottenute visite coniugali serali

 

Associated Press, 21 giugno 2008

 

Hanno vinto i detenuti. Dopo quattro ore di rivolta, i responsabili della prigione hanno acconsentito alla loro richiesta: da ora in poi, visite coniugali permesse anche dopo il tramonto. A ufficializzare l’accordo e la fine dei tumulti - senza danni alle persone - nel carcere di Esperanza è il ministro della Giustizia paraguayano in persona, Derlis Osorio. Il regolamento penitenziario in Paraguay consente visite coniugali solo in orari diurni. Ma a Esperanza di giorno i detenuti lavorano (corsi di avviamento e produzione di tessuti). La rivolta era scattata in nome di un diritto, quello al sesso, riconosciuto sulla carta ma negato nei fatti.

Giappone: povertà e solitudine, anziani diventano criminali

di Francesco Sisci

 

La Stampa, 21 giugno 2008

 

Il signor Otu fa fatica a reggersi in piedi e all’appello mattutino si presenta strascicando i piedi avvolti in pantofole di pezza e appoggiandosi a un passeggino ripiegabile. La casacca somiglia a uno dei normali pigiami che i vecchi giapponesi indossano sempre a casa.

Il signor Otu, settantenne, è debole e non uscirebbe di casa comunque. Soffre di diabete e pressione alta, come l’80 per cento dei suoi "colleghi"… e cartellini scritti a mano fuori dalla porta della cella ricordano ai secondini le particolari esigenze alimentari di questi galeotti straordinari.

La prigione di Otu, la Onomichi, 600 chilometri a sud ovest di Tokyo, è progettata per accogliere questo nuovo settore di prigionieri del sistema penitenziario nazionale. Infatti i condannati con oltre 65 anni costituiscono il segmento in crescita maggiore delle carceri giapponesi e sono la più grande sfida del sistema giudiziario nazionale. I vecchietti sono il 12 per cento di tutta la popolazione carceraria. Tra il 2000 e il 2006, sono triplicati passando da 9.478 a 28.892 e il governo ha deciso di costruire ben tre prigioni solo per loro per un costo di oltre 50 milioni di euro.

L’anno scorso gli anziani sono stati responsabili quasi di un crimine su sette, rispetto a uno su 25 di dieci anni fa. La maggior parte sono condannati per colpe lievi, minime frodi verso lo stato, piccoli furti, spesso in negozi o supermarket, ma ben 150 sono stati imputati di omicidio. Per gli esperti la colpa per questa nuova criminalità va imputata alla recente povertà fra gli anziani, la distruzione dello stato sociale giapponese, una volta onnipresente. Inoltre c’è lo scioglimento della famiglia tradizionale giapponese. Infine c’è la mancanza di assistenza per gli anziani, l’aumento della depressione e delle malattie mentali.

Secondo statistiche rilasciate ieri, l’anno scorso ogni giorno 100 giapponesi si sono suicidati, e per la maggior parte si tratta di anziani. Nel 2007 ci sono state 33.093 persone che si sono uccise, il 3 per cento in più rispetto al 2006: il decimo anno di fila con più di 30mila suicidi e il secondo per numero assoluto, dopo il record registrato nel 2003 con 34.427 suicidi.

Di nuovo, come per la criminalità, la singola maggiore causa è la depressione, poi c’è la paura della malattia e quindi i debiti che non si possono ripagare. In particolare i suicidi tra gli ultra sessantenni sono aumentati del 9 per cento (tre volte rispetto alla media nazionale) e in tutto sono stati il 36,6 per cento del totale.

Anche qui gli esperti puntano il dito contro le nuove misure per limitare le spese dell’assistenza sanitaria e i nuovi tagli alle pensioni. Dentro e fuori dalle prigioni i vecchietti sono soli. In carcere non ricevono visite, passano sei ore in lavoretti di scarso impegno. Piegano il cartoncino che andrà a proteggere le lampadine nelle scatole o infilano il filo di ferro per il gancio delle targhette. Tutto deve avvenire in rigoroso silenzio, sotto lo sguardo di un poliziotto che potrebbe essere loro nipote, perché possano riflettere sugli sbagli commessi.

La maggior parte ha celle singole, di 3,6 metri quadri, con lavandino, bagnetto, televisore, un pavimento con il tatami tradizionale e le coperte per il letto vecchia maniera, il futon. Tutto deve essere ripiegato in un cubo militare con i vestiti messi dentro una valigetta nera che fa da armadio. Forse per il signor Otu è in fondo meglio qui, a Onomichi, che fuori, da solo. Lui lascia la carrozzella per appoggiarsi alla balaustra nel corridoio. Nei bagni c’è la vasca grande per l’immersione collettiva, come nei tempi antichi, prima delle moderne docce.

Per molti a Onomichi non è la prima esperienza in carcere. Molti degli anziani alla fine della prima condanna non hanno dove andare, sono senza parenti o amici che vogliano occuparsi di loro. "Senza un garante non possono trovare dove vivere e quindi non possono nemmeno trovare un lavoro, è un circolo vizioso," dice Tomohiko Ogawa, direttore di Onomichi. Così un 76enne detenuto ha dichiarato a un giornale giapponese all’inizio dell’anno: "sto bene con la vita in prigione. Ho da vestire, cibo, un tetto, e cure mediche se sto male. La vita in prigione è come un ospizio per anziani con regole rigide". Dopo l’intervista le autorità hanno proibito ai prigionieri di parlare ai giornalisti.

"La salute dei detenuti è la nostra massima preoccupazione, e poi c’è cosa faranno quando escono - dice Ogawa - Ma fino a quando sono qui dobbiamo applicare rigorosamente la disciplina e punirli per i loro crimini. Se non lo facessimo la gente si chiederebbe giustamente cosa accade dei soldi delle tasse che pagano".

Finito il lavoro Otu e gli altri si scatenano: chiacchierano a voce alta, e gridano, giocano a carte, a domino, cantano stonati con un karaoke che scorre sullo schermo del televisore della sala comune. Non ci sono sigarette o alcol, ma in fondo questo è salutare. Allora forse nell’economia dei conti qualcosa non torna. Chissà se davvero costa di più pagare per le prigioni o per un aumento delle pensioni.

 

 

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