Dossier: "Morire di carcere"

 

"Morire di carcere": dossier dicembre 2009

Suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, episodi di overdose

 

Continua il monitoraggio sulle "morti di carcere", che nel mese di dicembre registra 9 nuovi casi: 5 suicidi, 3 morti per malattia e 1 per cause ancora da accertare.

 

Nome e cognome

Età

Data morte

Causa morte

Istituto

Roberto Pellicano

39 anni

03-dic-09

Da accertare

Palermo Ucciardone

Ciro Ruffo

35 anni

09-dic-09

Suicidio

Alessandria C.R.

Uzoma Emeka

32 anni

17-dic-09

Da accertare

Teramo

Marco Toriello

45 anni

18-dic-09

Suicidio

Salerno

Pierpaolo Prandato

45 anni

21-dic-09

Da accertare

Opg Aversa (CE)

Plinio Toniolo

55 anni

22-dic-09

Suicidio

Vicenza

Ciro Giovanni Spirito

38 anni

23-dic-09

Suicidio

Roma Rebibbia

Diego A. Santos Costa

34 anni

25-dic-09

Suicidio

Milano Cie

Fiorenzo Sarchi

60 anni

27-dic-09

Malattia

Aosta

 

Morte per cause da accertate: 3 dicembre 2009, Carcere dell’Ucciardone (Pa)

 

Era finito in carcere per avere rubato in spiaggia due teli da mare ed era stato condannato a 8 mesi: ieri è stato trovato morto probabilmente a causa di un infarto nella sua cella all’Ucciardone di Palermo. L’uomo, Roberto Pellicano, 39 anni, era un tossicodipendente e da 12 anni era sieropositivo.

Lo scrive il quotidiano La Repubblica edizione di Palermo: per due volte il suo avvocato aveva presentato richiesta di scarcerazione per "gravi motivi di salute". La Procura di Palermo ha aperto un’inchiesta sulla vicenda e il pm Francesco Del Bene ha disposto l’autopsia per domani. La famiglia del carcerato, assistita dall’avvocato Tommy De Lisi, intanto, ha presentato una denuncia ipotizzando l’omicidio colposo.

L’uomo aveva rubato i teli da bagno il 2 luglio scorso sulla spiaggia di Capaci, a 20 chilometri da Palermo, per venderli e comprarsi la droga: il processo per direttissima, il 13 luglio, si è chiuso con il patteggiamento della condanna a 8 mesi, lo stesso giorno il legale ha presentato la richiesta di sostituzione con gli arresti domiciliari. Dieci giorni dopo, il responso del perito incaricato dal giudice indica la possibilità del trasferimento in ospedale. Due mesi più tardi, il 9 settembre, la direzione carceraria comunica che Pellicano "rinuncia a sottoporsi ad accertamenti clinici". Il 10, il magistrato rigetta la richiesta dell’avvocato che presenta ulteriore istanza il 16 settembre ribadendo che il detenuto era affetto dal virus Hiv. Il giudice risponde nominando un altro perito per ulteriori accertamenti. E due mesi dopo, il 13 novembre, l’avvocato riceve la comunicazione dal magistrato che i risultati della perizia tardano ad arrivare "nonostante ripetuti solleciti". Intanto, la sentenza diventa definitiva e il caso passa al magistrato di sorveglianza e ieri l’uomo è morto. (Apcom, 4 dicembre 2009)

 

Famiglia presenta denuncia

 

Pare sia l’infarto la causa dell’ultimo decesso registrato all’interno delle carceri siciliane. Si tratta di un giovane di 39 anni, Roberto Pellicano, detenuto all’Ucciardone di Palermo. L’uomo era colpevole del furto di due teli da mare e con il ricavato della loro vendita si sarebbe procurato la dose di droga della quale necessitava. Per questo motivo si trovava da cinque mesi in cella. La famiglia, che nell’ultima visita in carcere aveva notato le precarie condizioni del congiunto, ha deciso di presentare una denuncia per omicidio colposo.

"Ciò che colpisce maggiormente, oltre alla giovane età del detenuto - dice il garante regionale dei diritti dei detenuti Salvo Fleres - è la motivazione della sua carcerazione. Il furto è un reato ed in quanto tale va punito, ma è necessario commisurare la pena al reato stesso. Ritengo che il ricorso a misure alternative alla detenzione, laddove possibile, sia quanto mai necessario anche per contenere il numero dei ristretti e fronteggiare l’ormai insostenibile sovraffollamento. Ritengo che il signor Pellicano più che del carcere avesse bisogno di cure che sicuramente potevano essergli somministrate ai domiciliari". Fleres ha annunciato che i suoi uffici hanno chiesto agli organi competenti maggiori dettagli sull’accaduto. (Apcom, 4 dicembre 2009)

 

Suicidio: 9 dicembre 2009, carcere di Alessandria

 

Sabato aveva chiamato la moglie dal carcere di Ariano Irpinio, provincia di Avellino. "Devo darti una bella notizia. Sono arrivate le carte del trasferimento, le aspettavo da quindici giorni. Da lunedì sono più vicino a te, ci vedremo più spesso". Ma Ciro Ruffo, 35 anni, pentito del clan Di Tella, sottogruppo dei casalesi operanti nel comune di Carinaro, provincia di Caserta, è stato trovato morto ieri nella casa circondariale San Michele di Alessandria.

Una morte in carcere che si tinge di giallo. "La direttrice mi ha comunicato che lo hanno trovato impiccato, ma non è vero" accusa la moglie, D. B., che insieme ai due figli - una bambina di 11 anni e un bimbo di 7 - è sotto protezione in Piemonte dalla fine di luglio. "Ho visto il corpo all’obitorio del cimitero di Alessandria - continua in lacrime - ha il naso rotto, un livido sotto l’occhio destro, tanti altri lividi sulla schiena, sulla pancia, in faccia. Ha perso sangue dagli occhi e dalle orecchie. È stato pestato".

Ciro Ruffo era legato alla camorra del boss Francesco Schiavone, Sandokan, da oltre dieci anni in carcere. Quei clan che a colpi di agguati, omicidi ed estorsioni avevano il controllo assoluto del territorio.

Finisce dentro lo scorso 16 luglio insieme ad altri sei presunti affiliati, ritenuti responsabili di estorsioni a imprenditori edili e commercianti della zona. Le accuse per loro sono di associazione a delinquere di stampo mafioso ed estorsione. Ciro Ruffo è un gregario. Su di lui non emergono reati di sangue. Una settimana dopo l’arresto, Ruffo decide di dissociarsi e diventare un collaboratore di giustizia. Mentre la moglie e i due figli vengono trasferiti in una località segreta del Nord, lui inizia a ricostruire con gli investigatori della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, gli organigrammi dell’organizzazione criminale e a chiarire episodi di minacce e richieste di tangenti.

Nei 180 giorni previsti dalla legge, Ruffo finisce di redigere il verbale illustrativo, il primo atto di un pentito. Ora avrebbe dovuto superare la prova del dibattimento in aula e confermare accuse e ricostruzioni. "Ho una moglie, due figli. Lo faccio per loro. Voglio dargli un futuro diverso" spiega al pm della dda Catello Maresca. Così lui, la moglie e i due figli entrano nel programma di protezione previsto dalla legge, mentre il resto delle due famiglie sembra non condividere la scelta e rimane a Carinaro.

Dopo cinque mesi di reclusione Ruffo riesce finalmente ad avvicinarsi alla famiglia. Un desiderio che ha da tempo. E anche per questo, oltre che per le ferite viste e denunciate dalla moglie, nulla della versione ufficiale convince i familiari. "Non aveva problemi di salute e non si sarebbe mai fatto del male" dice il fratello Ciro. "Sabato, al telefono, mi aveva spiegato bene cosa fare per le visite e i colloqui - ricorda la moglie - Finora, nel carcere di Ariano Irpino, potevamo vederci solo una volta ogni quindici giorni, o una volta al mese. "Fatti fare i colloqui permanenti di quattro ore alla settimana. Non ti dimenticare", mi diceva. "Stai attenta ai bambini e non ti dimenticare di me".

Invece, dopo poche ore di permanenza nel carcere di Alessandra, dove sarebbe arrivato alle 17 di lunedì pomeriggio, Ruffo è stato trovato senza vita. Cadavere, secondo l’amministrazione penitenziaria, per suicidio. "Anche il carabiniere che mi ha accompagnato a vedere il corpo mi ha detto di non crederci" dice ancora la moglie. Sarà l’autopsia, in programma oggi, a chiarire il giallo e spiegare se Ciro Ruffo si è tolto la vita o è morto per altre cause, e a cosa siano dovuti il sangue e i lividi presenti sul corpo. (La Repubblica, 9 dicembre 2009)

 

Alessandria: Ciro Ruffo morto per suicidio, l’esito dell’autopsia

 

Ciro Ruffo, 35 anni, il pentito di camorra trovato morto nella sua cella del reparto speciale del carcere di San Michele di Alessandria, si è suicidato. A questa conclusione sono giunti gli accertamenti fin qui compiuti, compresa l’autopsia.

L’esame autoptico è stato eseguito, su incarico della Procura, dal professor Giovanni Pierucci dell’istituto di medicina legale di Pavia, presente il consulente della famiglia di Ruffo. L’autopsia è durata circa quattro ore, un esame completo e complesso durante il quale è stata anche eseguita una tac. Domani il magistrato che si occupa del caso firmerà il nullaosta per il funerale.

Ruffo che faceva parte del clan Di Tella, sottogruppo dei Casalesi, coinvolto con altri sei in estorsioni a imprenditori edili e commercianti nel Casertano, dopo l’arresto aveva deciso di collaborare. Detenuto nel carcere di Ariano Irpino, nell’avellinese, aveva chiesto il trasferimento in Piemonte per essere più vicino alla moglie e ai due figli, che vivono sotto protezione. Sotto scorta, lunedì pomeriggio è arrivato nel carcere di San Michele e dopo meno di tre ore è stato trovato morto, impiccato alla sbarra della finestra. (Ansa, 11 dicembre 2009)

 

Morte per causa da accertate: 17 dicembre 2009, carcere di Teramo

 

È morto nel carcere di Castrogno il detenuto testimone del presunto pestaggio al centro dell’audio shock diventato un caso nazionale. L’uomo, Uzoma Emeka, nigeriano di 32 anni che doveva scontare una condanna per droga, si è sentito male nella cella ed è deceduto durante il trasporto in ospedale.

"Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto" diceva l’ex comandante della polizia penitenziaria nell’audio shock diventato un caso nazionale. Quel detenuto, testimone del presunto pestaggio in carcere, ieri è morto a Castrogno.

Si è sentito male nella cella dove scontava una pena di due anni per droga, è stato portato nell’infermeria del carcere ed è deceduto qualche ora dopo, durante il trasporto in ospedale. La sua fine ha scatenato la protesta degli altri detenuti di Castrogno, che per qualche minuto hanno battuto sulle inferriate e non sono rientrati nelle celle. Sulla morte di Uzoma Emeka, nigeriano di 32 anni, il pm di turno Roberta D’Avolio ha aperto un’inchiesta e ha disposto l’autopsia. Nel giorno in cui dalla procura arriva la notizia di sei avvisi di garanzia per il presunto pestaggio del recluso finito alla ribalta delle cronache nazionali con l’audio shock, i riflettori si riaccendono nuovamente sul carcere teramano e il caso Castrogno riesplode.

Uzoma Emeka, informa nella tarda serata di ieri una nota del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, era proprio il testimone del presunto pestaggio avvenuto in carcere e che ha portato alla sospensione dal servizio dell’ex comandante della polizia penitenziaria Giuseppe Luzi. Nelle settimane scorso era stato sentito proprio dagli investigatori che stanno indagando sul caso su delega del pm David Mancini.

Sarà l’anatomopatologo Giuseppe Sciarra ad eseguire oggi l’autopsia. Una prima ricognizione fatta sul corpo ha escluso la presenza di segni di violenza. L’uomo, molto probabilmente, è deceduto per cause naturali, ma l’inchiesta della procura mira a fare chiarezza sui soccorsi. L’obiettivo è quello di accertare se ci siano stati eventuali ritardi che potrebbero aver causato la morte del nigeriano. Per tutto il pomeriggio di ieri gli investigatori della squadra mobile, a cui sono state delegate le indagini, hanno raccolto testimonianze e acquisito la cartella clinica dell’infermeria. Già questa mattina un primo rapporto sarà sul tavolo del magistrato, che ha disposto il sequestro della cella.

Secondo una prima ricostruzione sembra che l’uomo si sia sentito male intorno alle 9 mentre era in cella con un altro detenuto. Quando i soccorsi sono arrivati era terra, sembra, per una crisi respiratoria. È stato immediatamente portato in infermeria, dove è stato sottoposto alle prime cure. Dopo qualche ora, però, le sue condizioni si sono notevolmente aggravate, a tal punto che in infermeria è stato defibrillato. Poi, vista la sua gravità, è stato chiamato il 118. L’ambulanza è arrivata subito, ma per l’uomo, era troppo tardi. Il detenuto è morto durante il trasporto all’ospedale Mazzini.

Sei gli indagati per il presunto pestaggio che sarebbe avvenuto il 22 settembre: si tratta dell’ex comandante Giuseppe Luzi, sospeso dal suo incarico dal ministro Alfano, quattro agenti di polizia e il detenuto che sarebbe stato malmenato. Le ipotesi di reato contestate sono lesioni e abuso. Anche il detenuto, un italiano, è stato iscritto nel registro degli indagati visto che gli agenti sostengono di essere stati aggrediti dall’uomo, che invece dice di essere stato malmenato dai poliziotti. E qualche giorno fa il pm titolare del caso Mancini ha interrogato l’ex comandate della polizia penitenziaria, che ha risposto alle domande negando ogni aggressione ai detenuti. (Il Centro, 21 dicembre 2009)

 

Petrilli (Pd): troppi morti nelle carceri dell’Abruzzo

 

Giulio Petrilli, responsabile del dipartimento diritti e garanzie del PD, scrive: "Qualche giorno fa nel carcere di Teramo è morto un altro detenuto: il nigeriano Uzoma Emeka di 32 anni. Un’altra delle tante morti che si susseguono nell’ultimo periodo nelle carceri: suicidi, morti naturali, omicidi. Succede di tutto nelle carceri e come i barboni che muoiono di freddo sulle panchine delle città, o i migranti che muoiono annegati nelle barche fatiscenti che affondano, diventa un cliché normale la notizia delle morti.

Mai come oggi esse sono la discarica della società, abbandonati a se stessi in celle sovraffollate e fatiscenti i 66mila detenuti, a fronte di una capienza massima di 40mila. L’Abruzzo non fa eccezione e il carcere di Teramo ne è un esempio negativo, in primis per il sovraffollamento e poi sta strappando a quello di Sulmona il triste primato dei suicidi e delle morti, con l’interrogativo purtroppo legittimo che in qualche caso si possa trattare anche di omicidio.

La morte del detenuto nigeriano Uzoma Emeka, testimone di un pestaggio avvenuto all’interno del carcere di Teramo ne è un esempio. Arresto cardiocircolatorio, all’età di 32 anni: sono rarissimi questi eventi, attendiamo gli esiti dell’autopsia.

Nel frattempo non dimentichiamo che è sufficiente mettere nel caffè una dose eccessiva di alcuni farmaci che questo può accadere. Non sono per la cultura del sospetto, anzi, ma in questo caso un detenuto che può essere un teste chiave di un’inchiesta importante muore a 32 per arresto cardiocircolatorio, genera delle perplessità e dei dubbi fortissimi. Rendiamo con l’informazione, con le visite istituzionali, con un monitoraggio continuo, trasparenti le mure del carcere. Il carcere deve essere un luogo di espiazione della pena ma anche di recupero. Voltaire scriveva che la civiltà di una nazione si evince dallo stato delle sue prigioni. Mai come ora queste parole sono di stretta attualità".

 

Bernardini (Radicali): bisogna fugare ogni dubbio, Alfano risponda

 

Rita Bernardini, deputato radicale eletto nel Pd e membro della commissione Giustizia della Camera, chiede al Dap (dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) di aprire un’indagine interna sulla morte di Uzoma Emeka "al fine di fare completa chiarezza sulla vicenda fugando così ogni sospetto".

"Sarebbe utile sapere perché il Ministro della Giustizia non risponde alle interrogazioni radicali. Il fatto che non abbia risposto all’interrogazione che abbiamo presentato in seguito alla visita di sindacato ispettivo effettuata il 2 novembre scorso nel carcere Castrogno di Teramo, è molto grave perché, forse, si sarebbe potuta evitare l’ennesima tragedia, cioè la morte del giovane nigeriano che molto probabilmente era stato testimone negli accertamenti relativi al presunto pestaggio che ha poi portato alla sospensione del comandante di reparto.

Un carcere senza direttore, dove sono stipati 400 detenuti in spazi che potrebbero contenerne 230, dove gli agenti in servizio sono solo 155 a fronte di una pianta organica che ne prevede 203, dove gli educatori sono solo 2, dove il medico di turno rivela che oltre il 50 per cento dei reclusi è malato e che tantissimi sono coloro che sono affetti da malattie psichiatriche del tutto incompatibili con il regime di detenzione e dove l’assistenza psichiatrica e psicologica è pressoché nulla. Un carcere dove le celle sono malmesse, fredde e umide; celle in cui i detenuti sono costretti a stare tutto il giorno perché non è prevista alcuna attività trattamentale. Persino il cappellano manca a Castrogno. Verrebbe da dire "dimenticato da Dio e dagli uomini" ma, chiamare in causa il Creatore, di fronte all’inefficienza e all’indifferenza delle istituzioni, siano esse civili o religiose, sarebbe veramente arbitrario.

Ministro Alfano, te lo abbiamo già chiesto: cosa intendi fare di fronte ad una situazione carceraria che esplode? Di fronte a morti così poco "naturali", come le definiscono i tristi e burocratici bollettini di morte provenienti dalle carceri?

Il ragazzo nigeriano che ha lasciato la comunità dei viventi era tossicodipendente, depresso e perciò fortemente vulnerabile; soprattutto, aveva la grande colpa di avere ancora occhi per vedere ciò che non avrebbe dovuto vedere. Ma in quel carcere sarebbe stato giusto e opportuno non continuasse a stare".

A seguito della morte di Uzoma Emeka, Rita Bernardini ha depositato la seguente interrogazione al Ministro della Giustizia: "Per sapere - premesso che: il 09 novembre 2009 l’interrogante presentava al Ministro della giustizia l’interrogazione n. 4-04821 nella quale si chiedeva di assumere sollecite, mirate ed efficaci iniziative, anche a seguito di immediate verifiche ispettive in loco, volte a verificare le responsabilità del personale penitenziario in ordine al presunto pestaggio avvenuto all’interno del carcere teramano di Castrogno poi costate la sospensione al Comandate di Reparto, dott. Giuseppe Luzi; all’interrogazione non è stata data ad oggi alcuna risposta né si è appreso di iniziative assunte dal Governo per tentare di risolvere o solo attenuare le gravi problematiche che affliggono l’istituto di pena teramano evidenziate nell’atto di sindacato ispettivo (sempre del 9 novembre 2009) n. 4-04862; l’agenzia Ansa del 18 dicembre c.a. riporta la notizia della morte, avvenuta nel carcere di Castrogno, di un detenuto di nazionalità nigeriana del quale vengono riportate solo le iniziali, U.E..

La persona deceduta era stata ascoltata in qualità di testimone dalla Procura di Teramo proprio nell’ambito dell’inchiesta relativa al citato pestaggio avvenuto all’interno del carcere abruzzese; episodio per il quale il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria aveva disposto la sospensione del Comandante del Reparto; secondo quanto si è appreso fino a questo momento, il giovane straniero dopo aver accusato forti dolori addominali è stato trattenuto in osservazione nel reparto infermeria del carcere; dopodiché il suo stato di salute si sarebbe aggravato divenendo necessario il suo trasporto al vicino ospedale dove però è morto; secondo i medici del nosocomio teramano la morte sarebbe stata provocata da cause naturali, ma sulla vicenda la Procura di Teramo ha aperto un fascicolo disponendo l’autopsia; il carcere di Castrogno è sempre più sovraffollato, mancano gli agenti e servizi sociali adeguati, i detenuti non hanno spazi, né per "l’aria" né per fare attività fisica o socializzare; a prescindere da quelli che saranno gli esiti dell’inchiesta sulla morte del detenuto nigeriano, lo Stato ha il dovere istituzionale, politico e morale di non lasciare nulla di intentato per garantire ai detenuti condizioni di vita conformi al dettato costituzionale nonché per salvare anche una sola vita umana anche di chi, per i propri errori, ha perso la libertà -: se non intenda avviare una indagine amministrativa interna al fine di accertare quali siano le effettive cause della morte del detenuto nigeriano e se, in ordine alle stesse, non siano ravvisabili profili di responsabilità disciplinare da parte del personale penitenziario; se non ritenga, assumendo senza ulteriori indugi le iniziative sollecitate fino ad oggi inutilmente con l’interrogazione del 9 novembre 2009 n. 4-04862, di intervenire concretamente perché nel carcere teramano il livello e la qualità della detenzione siano quelli degni di uno Stato civile e democratico.

 

Manconi: ennesimo caso di abbandono terapeutico

 

Il detenuto Uzoma Emeka, considerato uno dei testimoni del pestaggio avvenuto nel carcere di Teramo, e morto in ospedale in circostanze ancora da chiarire, sarebbe morto a causa di un tumore al cervello. È quanto comunica A Buon diritto, riferendo le informazioni pervenute alla stessa associazione. "Se questa diagnosi venisse avvalorata dall’autopsia prevista per le prossime ore - dice il presidente Luigi Manconi - si avrebbe la conferma del grave stato di abbandono terapeutico nel quale versava Uzoma e nel quale versa l’intero sistema penitenziario italiano".

Infatti, 48 ore prima del malore che ha portato Uzoma Emeka - dopo oltre 5 ore di attesa in carcere - al ricovero in ospedale, il detenuto già si era sentito molto male. "Dunque - spiega Manconi - i segnali di una condizione particolarmente compromessa in un soggetto tossicodipendente e depresso erano già tutti riconoscibili. Ma il carcere di Teramo è, sotto tutti i profili, un autentico disastro. Mi auguro - conclude - che il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che da settimane non risponde alle interrogazioni del deputato Rita Bernardini su quell’istituto penitenziario, trovi finalmente il tempo per fornire qualche spiegazione".

"Autolesionismo, abusi, morti improvvise, overdose presentate come suicidi, suicidi presentati come overdose, mancato aiuto, assistenza negata, "è un vero e proprio regime di omissione di soccorso - dice Manconi - quello che governa il sistema penitenziario italiano. Sullo sfondo di questo tragico avvenimento, l’ultimo di una lunga teoria di morti o inspiegate o sospette, c’è la vicenda del "negro ha visto tutto", del massacro involontariamente confessato, dei testimoni che esitano a parlare. Forse non ci sono misteri nel carcere di Teramo, ma certamente c’è un bubbone che va eliminato".

 

Giustizia: Favi (Pd); fugare dubbio su morte detenuto Teramo

 

"La morte di Uzoma Emeka, detenuto nigeriano nel carcere a Teramo e testimone del pestaggio di un altro detenuto italiano lo scorso 22 settembre, nel carcere di Castrogno, impone alla magistratura di fare chiarezza sulle cause del decesso". "Nel lungo elenco delle morti in carcere, che si sono susseguite quest’anno e che troppo spesso rimangono senza causa certa, è bene che venga fugato ogni dubbio sul decesso di Uzoma e che sia certamente imputabile a cause naturali".

"Riteniamo inoltre urgente che vengano al più presto stanziati fondi per migliorare le condizioni di vita nelle carceri di tutto il personale e dei detenuti, vogliamo anche sapere dal governo quando e dove sono previsti i nuovi istituti del Piano carceri annunciato all’inizio del suo mandato con tanta enfasi dal ministro Alfano". Lo dichiara Sandro Favi, responsabile Settore carceri del Forum giustizia del Pd. (Ansa, 22 dicembre 2009)

 

Commissione Errori Sanitari, indaga su morte Emeka

 

La Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori sanitari e i disavanzi sanitari regionali, presieduta da Leoluca Orlando, ha avviato un filone di inchiesta sul diritto alla salute nelle carceri. La decisione è stata presa dopo la morte del detenuto nigeriano Uzoma Emeka, 32 anni, condannato per spaccio di stupefacenti e deceduto nel carcere di Teramo il 18 dicembre. L’uomo, malato di tumore al cervello, 3 mesi fa avrebbe assistito al pestaggio di un altro detenuto proprio tra le mura di Castrogno. Di cui era stata anonimamente diffusa una registrazione fatta con un cellulare. L’indagine, affidata alle onorevoli Doris Lo Moro (Pd) e Melania De Nichilo Rizzoli (Pdl), dovrà accertare se per Emeka vi sia stata carenza di assistenza sanitaria.

Ne è convinta la radicale-pd Rita Bernardini che aveva già chiesto spiegazioni al ministro della Giustizia, Angelino Alfano. E insiste: "Si sapeva che questo giovane era da tempo gravemente malato. Aveva testimoniato sul pestaggio di un altro prigioniero. Perché era ancora lì dentro? Un caso eclatante di morte in stato di abbandono". Il giorno di Natale lei e Marco Pannella saranno in visita a Castrogno. (Italpress, 23 dicembre 2009)

 

Uzoma Emeka è vittima comunque del penitenziario, di Andrea Boraschi

 

"Il detenuto non si massacra in sezione, si massacra di sotto. Abbiamo rischiato la rivolta. C’era il negro che ha visto tutto". Così si sarebbe espresso, il 22 settembre scorso, l’ex comandante della polizia penitenziaria del carcere di Teramo, Giuseppe Luzi, poi rimosso dal suo incarico dal ministro Alfano dopo che la frase in questione, recapitata come file audio ai media locali, fu pubblicata aprendo la strada a un’indagine tutt’ora in corso.

Nel giorno in cui vengono emanati sei avvisi di garanzia per quei fatti (uno per il Luzi, quattro per altrettante guardie presunte esecutrici del pestaggio al quale si fa riferimento in quell’audio, uno per il detenuto italiano che ne sarebbe vittima, a sua volta denunciato dagli agenti per aggressione), il "negro" muore dietro le sbarre nel carcere del capoluogo abruzzese.

Si chiamava Uzoma Emeka, 32 anni, nigeriano: se ne è andato prima di poter raccontare la sua verità in un’aula di giustizia. Non sappiamo se sia un esercizio paranoico o un atto di ragionevole pessimismo il mettere in relazione la morte di Emeka con la storia dalla quale sarebbero emerse le pratiche brutali in uso a Castrogno. Stando alla prima ricostruzione l’uomo si sarebbe sentito male al mattino, verso le 8.30; portato in infermeria per le prime cure, con il peggiorare del quadro clinico ne sarebbe stato disposto il trasporto in ospedale, ormai nel pomeriggio; è poi morto sull’ambulanza, dopo una prima inefficace defibrillazione praticatagli nel penitenziario.

Può darsi che tutto ciò corrisponda al vero, può darsi che dagli accertamenti che verranno eseguiti non emergano omissioni e negligenze tanto da parte del personale di sorveglianza quanto da parte di quello medico. Ma questa morte, l’ultima di una serie che fa del 2009 l’annus horribilis della storia repubblicana quanto a decessi nelle carceri, non può essere compresa se non si fa mente a quanto ricorda meritevolmente Rita Bernardini.

Il carcere di Castrogno è senza direttore; vi sono stipati 400 detenuti rispetto a una capienza effettiva di 230; vi sono in servizio 155 agenti rispetto ai 203 previsti; gli educatori sono solo 2, oltre il 50 per cento dei reclusi è malato e molti sono affetti da malattie psichiatriche incompatibili con il regime di detenzione; l’assistenza psichiatrica e psicologica è pressoché nulla; le celle sono malmesse, fredde e umide e i detenuti vi passano tutto il giorno perché non è prevista alcuna attività trattamentale. Manca persino il cappellano a Castrogno. Se Uzoma Emeka è vittima di un semplice malore, egli è al contempo vittima di un sistema detentivo incompatibile con il benessere e la dignità della persona. (L’Unità, 28 dicembre 2009)

 

Suicidio: 18 dicembre 2009, Carcere di Salerno

 

Ha preso la cintura e se l’è stretta al collo, mettendo così fine alla sua vita, con un atto disperato, preannunciato da un altro tentativo, avvenuto tre settimane fa. Forse non ce la faceva più, forse non accettava più la dura vita del carcere, forse non sopportava più le sue condizioni di salute oltremodo precarie.

Un’esistenza difficile, la sua, fatta di espedienti e di errori, di ripetuti problemi con la giustizia. Marco Toriello stava scontando la pena a cui era stato condannato dopo l’ultimo episodio, avvenuto esattamente un anno fa: una rapina ai danni di un fruttivendolo. Un dramma umano che si tramuta in tragedia. Marco Toriello, ebolitano di 45 anni, noto alle cronache per i suoi precedenti penali, è morto nella solitudine della cella del carcere di Fuorni in cui era recluso. Venerdì sera, intorno alle 20, si è tolto la vita.

Davanti a sé aveva una prospettiva terribile, alla luce del suo stato di salute: ancora tre anni di carcere prima di riacquistare la libertà. Nessun possibile sconto: pochi giorni fa gli era stato notificato che la condanna era divenuta definitiva. E nessuna speranza di ottenere gli arresti domiciliari: quando gli erano stati concessi in passato, aveva commesso l’ennesimo errore. Era in regime di detenzione domiciliare, infatti, quando si era procurato una pistola giocattolo per tentare di mettere a segno il colpo ai danni della rivendita di frutta a pochi passi da casa sua.

L’unica flebile speranza era quella di una sospensione della pena, proprio per via delle sue condizioni di salute, in modo da consentirgli di curarsi adeguatamente. Era questa la strada che intendeva seguire il suo legale, l’avvocato Nicola Naponiello. "Abbiamo tentato di farlo uscire - racconta il penalista ebolitano - Ci eravamo resi conto che non stava bene, aveva bisogno di cure e non poteva reggere le condizioni carcerari. Ma non abbiamo avuto ascolto. Sono estremamente dispiaciuto. Eventi del genere non dovrebbero mai capitare, soprattutto in situazioni come quella di Marco, che aveva già una volta tentato di togliersi la vita. Aspettiamo gli esiti dell’indagine per avere qualche chiarimento in più sulla vicenda".

E a volerci vedere chiaro sono anzitutto i familiari di Toriello. L’ultimo contatto con Marco lo avevano avuto proprio venerdì mattina. Era stata la figlia a sentirlo. Due giorni prima, invece, c’era stato il colloquio in carcere. In nessuno dei due casi era emersa, a giudizio dei parenti, qualcosa che potesse lasciare immaginare l’epilogo tragico di venerdì sera.

Il corpo del 45enne ebolitano è stato portato all’obitorio del cimitero di Salerno. sarà la magistratura a valutare se è necessario l’esame autoptico, ma potrebbero essere gli stessi familiari di Toriello a sollecitarlo. Per contribuire a trovare una risposta ai tanti interrogativi lasciati da quanto avvenuto nella cella del carcere di Fuorni. Come mai era solo? Come mai non sono state prese le precauzioni necessarie affinché non avesse la possibilità di tentare di nuovo il suicidio? Come mai aveva con sé la cintura? Tanti, troppi dubbi che in queste ore non danno pace ai familiari. (La Città di Salerno, 21 dicembre 2009)

 

La sorella: Marco non si è suicidato

 

L’assillano troppi dubbi. Troppe circostanze a suo avviso non quadrano. Da due mesi qualcosa non andava. Ora Alfonsina Toriello, sorella di Marco, il 45enne ebolitano che venerdì scorso si è tolto la vita nel carcere di Salerno, vuole che la verità salti fuori e al più presto. È convinta che in un modo o nell’altro Marco sia stato "ucciso", fosse anche solo perché nessuno l’ha curato in maniera adeguata. "Pesava poco più di quaranta chili, aveva quasi certamente un tumore, ma veniva solo imbottito di psicofarmaci e non prendeva più le medicine per la cirrosi epatica".

 

Lei non è affatto convinta dell’ipotesi di un suicidio…

"Io ho visto mio fratello mercoledì scorso, due giorni prima che morisse. Era sempre più debole, veniva accompagnato sottobraccio ai colloqui, non si reggeva in piedi. Qualcuno deve spiegarmi come sia possibile che in quelle condizioni sia riuscito ad arrampicarsi alla grata e legarsi quella cinta al collo".

 

Una cintura che lei non ha ancora visto. Suo fratello, raccontano anche alcuni detenuti che avevano tentato di stargli accanto in questo periodo, aveva tentato il suicidio forse anche più di una volta. O almeno sicuramente quindici giorni fa.

"È la prima cosa che ho chiesto. Gli avevano tolto anche le lenzuola. Il direttore mi ha detto che dopo una visita era apparso migliorato, così gli hanno restituito tutto. Ma mio fratello non era mai entrato in carcere con una cintura e noi non potevamo di certo portargliela. Poi quanto è lunga una cintura per uno così magro? Così lunga da legarla a una grata e stringersela al collo?".

 

A cosa sta pensando?

"Penso che da due mesi era cambiato. Prima faceva il possibile per far durare il colloquio oltre l’ora imposta. Ora durava appena dieci minuti, poi scappava piangendo. Era distrutto. È accaduto qualcosa. Qualche mese fa lui ha visto o saputo qualcosa. Ne sono convinta, nessuno me lo toglie dalla testa".

 

Ha avuto un colloquio con un pm, voleva pentirsi dicono. Lei lo sapeva?

"Mercoledì io ho atteso tre ore nella sala colloqui e lui poi mi ha raccontato che ha parlato con un magistrato, ma che non sapeva cosa volesse da lui. È da trent’anni che delinque e finisce in carcere. Ma non faceva parte di nessun clan, agiva da solo. Questo lo sanno tutti. Quindi cosa poteva raccontare di così interessante?".

 

Il suo legale stava per depositare una richiesta di scarcerazione per motivi di salute.

"E a lei pare possibile che una persona sapendo che uscirà dal carcere a breve, così come aveva detto anche lui alla figlia, si possa uccidere in questo modo?"

 

Antigone: maggiori tutele per chi manifesta difficoltà

 

"Non è una scelta, ma un obbligo quello di attivare tutte le forme di garanzia per tutelare chi ha un evidente stato di difficoltà". A parlare è Dario Stefano Dell’Aquila, presidente dell’associazione Antigone Campania, che si occupa dei diritti e delle garanzie del sistema carcerario. "Ci sono gravi carenze di personale - evidenzia - Gli educatori sono pochi, gli psicologi sono a contratto, il carcere non ha la capacità di costituire un’equipe multidisciplinare che sostenga i casi difficili. Sono necessarie delle forme di tutela, non solo in riferimento alla persona fisica, ma anche al suo stato di salute mentale".

Dell’Aquila analizza anche il caso che si è verificato venerdì sera nel carcere di Fuorni. "Queste morti devono essere evitate, tanto più che il detenuto aveva già tentato il suicidio. Due mesi fa altre tre persone sono morte, nello stesso giorno. È inaccettabile. È un problema di carattere nazionale ed è strettamente legato ai numeri: basti pensare che in Campania ci sono 7.833 detenuti, ma la capienza regolamentare è delle carceri è di 5.311 posti. Non ci possiamo aspettare miracoli, certo, ma la pena non può consistere in un trattamento contrario al senso di umanità, che in queste condizioni non è facile garantire".

Le soluzioni non sono legate solo alle strutture. "C’è bisogno di maggiori controlli, di più personale qualificato, ma soprattutto di un’equipe multidisciplinare presente in ogni carcere, con psichiatri, psicologi ed educatori che tutelino la sicurezza dei detenuti".

 

Giustizia: morte Marco Toriello, un altro "suicidio misterioso"?

di Luigi Manconi (Presidente Associazione A Buon Diritto)

 

Alfonsina Toriello: "Pesava poco più di quaranta chili, aveva quasi certamente un tumore, ma veniva solo imbottito di psicofarmaci e non prendeva più le medicine per la cirrosi epatica. Non si reggeva in piedi: qualcuno deve spiegarmi come sia possibile che in quelle condizioni sia riuscito ad arrampicarsi alla grata e legarsi quella cinta al collo".

Se questo ultimo suicidio viene considerato "misterioso" dalla sorella di Marco Toriello, che si è tolto la vita tre giorni fa nel carcere di Salerno, è a causa della soffocante e crescente opacità del sistema penitenziario, dove domina ormai un regime di omissione di soccorso e di frequente abbandono terapeutico.

Analogamente a quanto accaduto nel carcere di Teramo, abbandonato dagli uomini e da Dio, "nemmeno un prete per chiacchierare": anche il cappellano manca da molti mesi. Per questo appare ancora più indecente il sospiro di sollievo, che si avverte in alcuni ambienti dell’amministrazione e dei sindacati della polizia penitenziaria, per il fatto che Uzoma Emeka, detenuto nigeriano, sia morto "solo" per tumore cerebrale.

Dunque, la sua morte non è immediatamente collegabile al fatto di essere stato tra i testimoni del pestaggio avvenuto in quel carcere alcune settimane fa, per il quale il comandante è stato sospeso dall’incarico. Il risultato dell’autopsia rischia, così, di far dimenticare due circostanze altrettanto inquietanti: 1) il malore che ha portato alla morte del detenuto era stato preceduto, due giorni prima, da un altro grave episodio, al quale non aveva fatto seguito alcun provvedimento sanitario né alcuna forma di assistenza specialistica; 2) dopo il malore del venerdì mattina, alle 8.30, si sono aspettate molte ore (4 o 5) prima di disporre il ricovero in ospedale.

Si è avuta così la 172esima morte in carcere nel corso degli ultimi 12 mesi; e lo stesso giorno si è registrato il 69esimo suicidio del 2009 (sempre che anche quest’ultimo non sia "misterioso"). È il numero più alto di suicidi (eguagliato solo nel 2001) degli ultimi due decenni: e si ricordi che in carcere ci si toglie la vita 17-18 volte più di quanto si faccia fuori dal carcere. Su tutto ciò il silenzio del capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Franco Ionta, risulta assordante e tragicamente bizzarro. Immaginiamo che sia in tutt’altre faccende affaccendato o che, esausto per l’eccessivo carico di lavoro, abbia deciso di godersi in anticipo le ferie natalizie. Gli auguro tanta, tanta, serenità.

 

Morte per cause da accertare: 21 dicembre 2009, Opg di Aversa (Ce)

 

Muore all’ospedale psichiatrico in circostanze anomale, dopo una vita di eccessi, violenze e guai con la giustizia. Pierpaolo Prandato, 45 anni, originario di Albaredo, è spirato la notte del 21 dicembre nell’ospedale psichiatrico giudiziario "Saporito" di Aversa, Caserta, dov’era rinchiuso da un anno e mezzo. Prandato era stato condannato nel luglio del 2008 dal Tribunale di Verona a 4 anni da scontare in un istituto per tentata violenza sessuale su una donna disabile, per aver minacciato un vicino, danneggiato due auto, infine per aver aggredito e ferito due carabinieri.

Al processo era stato giudicato non imputabile perché incapace di intendere e volere al momento dei fatti, a causa dell’alterazione dell’alcol e allo stato di grave depressione in cui si trovava. La mattina del 22 dicembre, gli agenti della polizia penitenziaria hanno trovato Prandato privo di vita nel suo letto, senza un apparente motivo.

I compagni di stanza hanno raccontato che la sera precedente aveva cenato regolarmente e poi si era coricato. Non aveva lamentato disturbi. Ma il giorno dopo era morto. Una morte di cui nemmeno le guardie si sono accorte perché Prandato, al momento dei controlli di routine, pareva addormentato.

Per accertare le cause del decesso, il magistrato ha disposto l’autopsia. Esame di cui si attendono gli esiti perché, per ora, il referto del medico legale sulle cause della morte parla di soffocamento da rigurgito di cibo, un’eventualità diffusa soprattutto tra i neonati e non tra gli adulti. Ma è quello che dicono le carte ufficiali. Ci sono 60 giorni di tempo per depositare la perizia sull’autopsia che è attesa anche dai parenti di Prandato. I familiari, infatti, non si rassegnano ad una perdita così inaspettata. La sorella minore Maria Bertilla è l’unica che riesce a parlare.

"Lo sentivo per telefono ogni settimana", racconta, "avevamo deciso di andarlo a trovare a Natale, non avremmo mai immaginato una simile tragedia, anche perché sembrava aver recuperato, sia fisicamente che moralmente, se stesso". Prima di diventare aggressivo e "socialmente pericoloso", come dicono i verbali giudiziari, Prandato era stato un giovane come tanti, solo con un carattere difficile. Frequentava la parrocchia, era nel gruppo scout, aveva la sua compagnia di amici con cui andava in discoteca. Aveva però conosciuto il dolore da bambino: suo padre era morto tragicamente, stritolato da una macchina in un cantiere edile.

La sorella ricorda che da piccolo aveva avuto due crisi cardiache piuttosto gravi che l’avevano privato per alcuni secondi di ossigeno al cervello, minando in parte la sua salute mentale. L’amico d’infanzia Romeo Cantachin lo descrive come "estroverso ed irascibile, ma disponibile e generoso con i compagni".

Finite le medie, aveva trovato lavoro come operaio in un calzaturificio della zona. "Purtroppo nel periodo della leva militare è cambiato drasticamente e si è chiuso in se stesso", ricorda l’amico. Dai 20 anni in poi, era diventato incontrollabile e venne più volte arrestato per reati tra i quali il tentato omicidio e la violenza sessuale, oltre a furti, evasioni e a un’estorsione. A detta della sua famiglia, il carcere lo aveva gettato in uno stato di profonda prostrazione.

Era caduto nell’alcool e nella droga, una discesa negli abissi che ha avuto l’apice il 7 maggio 2008 quando, in un solo giorno, a San Bonifacio è riuscito a commettere 12 tra reati e illeciti amministrativi, fra i quali le molestie sessuali a una donna disabile. I funerali di quest’uomo tormentato si svolgeranno il 31, alle 10, nella chiesa di Albaredo. (L’Arena di Verona, 30 dicembre 2009)

 

Suicidio: 22 dicembre 2009, Carcere di Vicenza

 

La vittima è un artigiano, ex assessore del Comune di Nove, che era stato interrogato ieri mattina. La tragedia ieri pomeriggio. Era stato accompagnato in cella dai carabinieri su mandato di cattura del tribunale di Berlino.

L’ingresso della casa circondariale di Vicenza, dove ieri è avvenuta la terribile tragedia Vicenza. Era stato arrestato domenica per un mandato di cattura europeo. Le autorità tedesche lo accusavano di fatti molti gravi: atti sessuali su minorenne. Ieri, dopo l’interrogatorio di garanzia. nel quale ha cercato strenuamente di spiegare che quelle accuse erano folli, perché lui di mani addosso a bambini e bambine non ne ha mai messe né aveva mai pensato di metterle, è rientrato in cella. E si è tolto la vita. Plinio Toniolo, 55 anni, artigiano di Nove, è morto così all’interno del S. Pio X di Vicenza.

Il dramma è stato scoperto intorno alle 16.30. Le guardie penitenziarie hanno dato l’allarme al 118, ma all’arrivo dei sanitari del Suem non c’è stato più nulla da fare. Toniolo era già morto per soffocamento. La notizia, che ha sconvolto i suoi cari ancor più dell’arresto, ha scombussolato l’intera struttura della casa circondariale ed è destinata a fare parecchio rumore in un periodo in cui le proteste dei detenuti si fanno sempre più serrate per il sovraffollamento, e in cui l’opinione pubblica sta prendendo coscienza di un fenomeno grave, quello dei suicidi dietro le sbarre. Dalle stime, quasi 400 negli ultime sette anni in tutta Italia.

Toniolo era stimato sia come decoratore - ha il laboratorio a Pianezze - sia come uomo. Ex assessore del Comune, ha operato una vita nel settore del volontariato e delle opere sociali, a stretto contatto con la parrocchia. Una persona specchiata, viene descritta in paese, che si è sempre spesa per gli altri. Per questo l’artigiano non sarebbe riuscito a reggere quell’accusa infamante.

Da quanto è stato possibile ricostruire, i carabinieri della compagnia di Bassano avevano ricevuto il mandato di cattura europeo spiccato dal tribunale di Berlino. Non avevano potuto fare altro che arrestare Toniolo e accompagnarlo in carcere. Lui si era detto fin dal primo momento sconvolto dell’accusa, che fa riferimento a episodi avvenuti nei mesi scorsi, quando - come gli accadeva di frequente - si era recato in Germania per lavoro. "Io non ho commesso violenza contro nessuno", ha protestato.

Lo stesso ha fatto ieri, quando - come previsto dalle normative specifiche - è stato interrogato dal giudice della Corte d’Appello di Venezia, competente per i casi di arresto ordinato da altri paesi dell’Ue. Ieri Toniolo si è difeso, ma quando ha saputo che le manette a suo carico erano state convalidate non avrebbe retto ed avrebbe deciso di farla finita. Questa è almeno la prima ricostruzione inviata dai poliziotti in procura. Spetta ora ai vertici del carcere, diretto da Fabrizio Cacciabue, cercare di fare chiarezza, e capire se Plinio abbia lasciato un biglietto con cui spiegare un terribile addio. Per lui, da innocente. (Giornale di Vicenza, 23 dicembre 2009)

 

Uil: la strage di detenuti continua il Dap è indifferente

 

"Continua la strage - rileva Sarno in una dichiarazione - nell’indifferenza e nel silenzio. Nemmeno questa incredibile pila di cadaveri sembra scuotere l’Amministrazione Penitenziaria e il Ministero della Giustizia. Si perpetua una intollerabile indifferenza verso il dramma penitenziario, che investe e seppellisce chi nelle galere sconta il supplizio di Stato e la tortura di un lavoro difficile, duro, sottovalutato ed ignorato".

"Rivolgo un appello al Capo dello Stato - afferma Sarno - perché autorevolmente richiami ognuno alle proprie responsabilità. Quelle del Ministro Alfano, per dire, sono quelle di provvedere in chiave politica a questa emergenza; fornendo risposte e attivando politiche deflazionatorie dell’incredibile sovrappopolamento e porre rimedio alla grave carenza organica della polizia penitenziaria. Quelle del Dap, Ionta in testa, sono di gestire le criticità e di assicurare una presenza (che ora non si vede e non si sente).

Una Amministrazione efficiente sarebbe in grado quanto meno di guidare, orientare, sostenere, comunicare, ascoltare il personale. Purtroppo - conclude Sarno - tutto ciò risponde solo ai nostri pii desideri, mentre la macabra conta dei cadaveri continua. Proprio a Vicenza i detenuti da circa venti giorni battono ogni tre ore contro i cancelli e le grate per protestare contro le condizioni di vita e la gestione dell’istituto. È comprensibile, quindi, come il personale subisca da un lato gli effetti della protesta e dall’altro l’indifferenza dell’Amministrazione". (Agi, 23 dicembre 2009)

 

Suicidio: 23 dicembre 2009, Carcere di Rebibbia (Rm)

 

Ciro Giovanni Spirito, 38 anni, collaboratore di giustizia, si è suicidato questa mattina nella Casa di Reclusione di Rebibbia. Lo confermano fonti interne al penitenziario. Spirito si è impiccato nella sua cella, che non condivideva con altri detenuti, in un settore del carcere che ospita i collaboratori di giustizia.

Secondo indiscrezioni, nei giorni scorsi, Spirito, nel corso di un colloquio con la moglie, aveva appreso la notizia che la donna voleva chiedere la separazione. Spirito aveva fatto parte del clan Mazzarella e da qualche anno collaborava con la giustizia. Nel 2007 suo nipote Giosuè era stato ucciso, forse per una "vendetta trasversale". (Ansa, 23 dicembre 2009)

 

Detenuto suicida a Rebibbia, era del clan Mazzarella

 

Ciro Giovanni Spirito, 35 anni, il collaboratore di giustizia suicidatosi oggi nel carcere romano di Rebibbia, era detenuto in quanto ritenuto un killer del clan camorristico dei Mazzarella. L’uomo è stato trovato impiccato all’alba di oggi, con la cintura dell’accappatoio allo stipite di un armadietto. Sul posto è arrivato il magistrato di turno Andrea Mosca, che ha avviato accertamenti per stabilire le cause del suicidio.

Spirito, a quanto si è appreso, non ha lasciato messaggi per spiegare il gesto. Domani il magistrato affiderà l’autopsia ad un medico legale. Spirito, insieme con il boss Vincenzo Mazzarella, di 53 anni, fu arrestato nel 1999 a Nizza dalla Squadra Mobile di Napoli in collaborazione con agenti di polizia francesi. I due furono sorpresi in un lussuoso residence dell’hotel Siracuse a Villeneve Luobet. Mazzarella e Spirito finirono in manette con l’accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico.

A Spirito, in particolare, si contestava anche l’omicidio di Egidio Cutarelli, avvenuto il 16 febbraio 1998, davanti al carcere di Poggioreale a Napoli. Il delitto avvenne nell’ambito dello scontro tra gli esponenti del clan Mazzarella e quelli della Alleanza di Secondigliano. Nella sparatoria morì anche il padre di Vincenzo Mazzarella, Francesco. L’agguato era stato organizzato dai killer dell’Alleanza di Secondigliano contro Vincenzo Mazzarella che quel giorno doveva essere scarcerato. (Ansa, 24 dicembre 2009)

 

Suicidio: 25 dicembre 2009, Cie di Milano

 

Ieri, 25 dicembre, intorno alle 15 Diego Augusto Santos Costa, di nazionalità brasiliana, entrata domenica scorsa nel Centro di Identificazione ed Espulsione di via Corelli a Milano, si è impiccata usando un lenzuolo. L’allarme, dato da un detenuto intorno alle 15,30, non è però servito a rianimarla in tempo, dopo l’arrivo dei soccorsi. "Quella di ieri è l’ennesima vittima delle politiche dettate dalla Lega Nord e del pacchetto sicurezza," affermano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti dell’organizzazione per i diritti umani EveryOne, "una legge crudele che ha introdotto in Italia il reato di clandestinità, ponendo i migranti senza permesso di soggiorno nella condizione di rischiare ogni giorno l’arresto, la detenzione nei Cie fino a sei mesi, trattamenti inumani e infine la deportazione".

"Quando accadono tragedie come questa," prosegue EveryOne, "diventa necessario riflettere sulla realtà dei Cie, che sono vere e proprie carceri dove ogni diritto viene violato, tanto che lo stesso premier Silvio Berlusconi - nel corso di una recente conferenza stampa a L’Aquila con il commissario europeo Jacques Barrot - li ha definiti "simili a campi di concentramento". Ricordiamo che l’Italia è il primo Paese europeo per discriminazioni, morti e violenze transfobiche: un terribile primato che rende le persone transessuali e transgender cittadini vulnerabili ed esclusi," continuano i rappresentanti del Gruppo EveryOne, "su cui stampa, autorità e istituzioni riversano pregiudizi e trattamenti lesivi della dignità di esseri umani. E se questo non bastasse a sollevare lo sdegno delle persone civili, ricordiamo che l’Italia ha anche il primato dei suicidi, delle violenze e degli stupri nelle prigioni".

Il Gruppo EveryOne, che da febbraio 2009 porta avanti, assieme ai Radicali e alla rete antirazzista, un monitoraggio sui Cie di tutta Italia, ha rilevato che suicidi (tentati o riusciti), specie tra immigrati transessuali e transgender, sono in costante aumento e che ciò che si sta consumando nei Centri di Identificazione ed Espulsione altro non è che un dramma umanitario. "Le condizioni igienico-sanitarie dei centri" spiegano gli attivisti, "sono terribilmente precarie, con mancanza spesso di acqua corrente e servizi igienici agibili; per non parlare delle violenze e delle umiliazioni, più volte documentate anche dal nostro Gruppo, che si consumano tra le loro mura: intimidazioni, pestaggi, spedizioni punitive, atrocità. Abbiamo sollecitato" concludono Malini, Pegoraro e Picciau, "gli uffici a Ginevra dell’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani e dell’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, con cui EveryOne collabora a stretto contatto, affinché la discussione sulle gravi violazioni dei diritti fondamentali perpetrate dal sistema carcerario e dalle politiche anti-immigrazione del nostro Paese venga portata all’attenzione della Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziale delle Nazioni Unite". (Ansa, 26 dicembre 2009)

 

Protestano i Centri Sociali

 

Sei giovani dei centri sociali di Milano, insieme ad un settantenne, si sono radunati poco dopo la mezzanotte scorsa davanti al centro di identificazione ed espulsione di via Corelli, nel capoluogo lombardo. I manifestanti, arrivati senza striscioni e megafoni, hanno organizzato un’estemporanea protesta per portare la loro solidarietà agli immigrati trattenuti nel centro, dove ieri pomeriggio un viado brasiliano, Diego Augusto Santos Costa, 34 anni, si è impiccato con un lenzuolo ad una finestra della sua stanza.

Il transessuale, privo di permesso di soggiorno e in attesa di espulsione, era arrivato al centro di via Corelli domenica sera, dopo un controllo anti-immigrazione clandestina effettuato dalla polizia nella zona di piazzale Lagosta, dove l’uomo si prostituiva. Intorno alle 15,30 Carlos S. era stato trovato morto da un connazionale che era entrato in camera. Dopo aver appreso la notizia del suicidio dell’extracomunitario, i giovani dei centri sociali cittadini si sono dati appuntamento in via Corelli per manifestare gridando slogan contro la polizia. Sul posto sono arrivati gli uomini della Digos della Questura di Milano che hanno identificato i manifestanti: alcuni, come il settantenne milanese vicino all’area anarchica, erano già noti agli uffici, mentre tre dei sei giovani erano sconosciuti agli investigatori. Al momento nei confronti del gruppetto dei centri sociali non sarebbe stato preso alcun provvedimento.

 

Polemiche per il suicidio di un trans brasiliano nel Cie

 

Martedì, durante la convalida del fermo, al giudice si era limitata a dichiarare: "Dimoro a Milano, non ho parenti in Italia". Nel 2007 era già stato fatto nei suoi confronti un provvedimento di espulsione, mai eseguito.

Si è tolta la vita il giorno di Natale, impiccandosi alle sbarre della sua cella. Ha usato come cappio le lenzuola della branda su cui dormiva da domenica, quando era stata portata al Cie di via Corelli perché immigrata clandestina. La trans brasiliana di 34 anni, all’anagrafe Diego Augusto Santos Costa, è morta dopo un tentativo di rianimazione. A ritrovare il corpo, alle 15.30 del 25 dicembre, è stata un’altra transessuale rinchiusa nel centro.

La morte si presume sia avvenuta due ore prima, ma si attendono i risultati dell’autopsia all’obitorio di piazza Gorini. La polizia l’aveva fermata in piazzale Lagosta, dove si prostituiva. All’arrivo in via Corelli, visto il poco affollamento del Cie, la trans era stata messa da sola in stanza. Martedì, durante la convalida del fermo, al giudice si era limitata a dichiarare: "Dimoro a Milano, non ho parenti in Italia". Nel 2007 era già stato fatto nei suoi confronti un provvedimento di espulsione, mai eseguito.

Quello di Natale è il primo suicidio nella storia decennale del centro di via Corelli. "Non pensiamo che il gesto dipenda dal fatto di essere nel Cie - dice Alberto Bruno, commissario provinciale della Croce Rossa, che gestisce la struttura - era lì da tre giorni appena, evidentemente era una scelta presa da tempo". Alla notizia della morte, le altre sei transessuali brasiliane fermate e recluse con lei si sono riunite per ore in preghiera cristiana.

"Più che arrabbiate sembravano smarrite", racconta chi le ha assiste. Descrivono la compagna morta come "una persona tranquilla": all’arrivo nel Cie avrebbe anche cercato di calmare un’ altra giovane trans che, urlando e piangendo, si era opposta all’internamento. E una delle transessuali ieri pomeriggio ha avuto una crisi da stress che l’ha costretta a passare ore nel presidio medico dove il giorno prima si era invano cercato di salvare la suicida. Un tentativo di soccorso che ha impiegato sette persone, compresi i soccorritori giunti in ambulanza per portare il defibrillatore.

"La prevenzione dei suicidi per noi è una priorità - assicura Bruno - agli ospiti viene fatta incontrare una psicologa". Nella notte fra Natale e ieri una decina di militanti dei centri sociali ha protestato in via Corelli contro "una tragedia annunciata, figlia di un regime di carcerazioni illegali". La protesta si è ripetuta ieri, da parte di una ventina di attivisti dei comitati antirazzisti. L’Osservatorio sulle morti in carcere (del quale fanno parte i Radicali) ha intanto lanciato l’allarme sulla possibilità di altri suicidi: "Chi si trova nei Cie - riferisce una nota - non è formalmente detenuto, ma viene privato della libertà e non ha tutele".

Il vicesindaco Riccardo De Corato risponde alle proteste rimarcando "l’assoluta necessità" di questo tipo di struttura, "in particolare per quanto riguarda i viados brasiliani, nucleo duro della prostituzione". Il deputato della Lega Nord Marco Rondini invita a "non strumentalizzare l’episodio per parlare dei Cie come fossero lager, rischiando di fomentare l’odio contro le istituzioni". Il riferimento è alla rivendicazione anarchica della bomba all’università Bocconi del 16 dicembre scorso, che chiedeva di "chiudere i Cie". Per Andrea Fanzago, consigliere comunale del Pd, "la tragedia impone di ripensare l’organizzazione dei centri. Sono stati previsti per garantire la legalità, non per portare al suicidio".

 

Rondini (Lega): non è un lager

 

"Ancora una volta si vuole far passare queste strutture come dei lager. Le persone ospitate nei Cie, e in particolare in quello milanese, non sono affatto maltrattate e la Croce Rossa svolge un ottimo servizio rispettando la dignità di tutti, per questo mi sento di dare la mia piena solidarietà a tutti gli operatori che lavorano in via Corelli’. Lo sottolinea, in una nota, il deputato della Lega Nord Marco Rondini criticando la protesta dei centri sociali davanti al Centro di espulsione ed identificazione di Via Corelli, a Milano, dopo che ieri un viados brasiliano, Carlos, fermato il 20 dicembre e trovato senza documenti, si è suicidato impiccandosi alle lenzuola.

"Un suicidio è sempre un fatto drammatico, ma non può essere strumentalizzato politicamente in questo modo. Altrimenti - conclude Rondini - non si fa altro che alimentare quel clima di odio verso le istituzioni che, come abbiamo visto, rischia di riaprire una stagione di tensione molto pericolosa".

 

De Corato: no a strumentalizzazioni

 

"Ogni perdita di vita umana è sempre un fatto drammatico e merita rispetto. Dunque anche la morte del trans brasiliano al Cie di via Corelli. Mi auguro che l’episodio non sia cavalcato strumentalmente da coloro che chiedono la chiusura dei Cie". Lo sostiene il vice sindaco di Milano Riccardo De Corato secondo il quale, "al di là del fattore emotivo non si può non rilevare come a Milano l’insicurezza sia fortemente legata a doppio filo alla presenza dei clandestini. Solo nelle ultime 48 ore abbiamo avuto 7 arresti causati da risse tra stranieri a colpi di bottiglie di vetro e aggressioni a colpi di bastone in un call center. Ma da inizio anno sono 970 gli irregolari che hanno commesso in città reati che destano allarme sociale, furti, scippi, rapine, stupri". (La Repubblica, 27 dicembre 2009)

 

Malattia: 27 dicembre 2009, Carcere di Aosta

 

Dramma nel carcere di Brissogne: la vittima aveva 60 anni. Detenuto nonostante avesse l’Aids, muore mentre lo portano in ospedale. Fax al dipartimento penitenziario: "Morte per cause naturali, non è avvenuta in cella".

Di carcere si continua a morire, uno stillicidio senza fine. Alle 10 di ieri mattina il cuore di Fiorenzo Sarchi, detenuto nella casa circondariale di Brissogne, è andato fuori giri. L’uomo, 60 anni segnati pesantemente dall’Aids e un passato da ladro di macchine e autoradio, è stato soccorso dal medico di guardia e caricato su un’ambulanza diretta verso l’ospedale di Aosta. Ci è arrivato senza vita, spirato per strada, abbastanza lontano dal portone blindato dell’istituto per non rientrare nella drammatiche statistiche dei decessi dietro le sbarre. Poco cambia. La sua morte sembra una certificazione della incompatibilità tra le condizioni fisiche e la carcerazione.

Alla casa circondariale, dove da tempo manca un direttore fisso e le redini sono affidate ai funzionari via via inviati in missione dal provveditorato dell’amministrazione penitenziaria, viene confermato solo che "si è trattato di una morte per cause naturali, non in cella". Non è invece dato sapere se il detenuto, in carico al tribunale di sorveglianza di Torino, avesse chiesto o meno il differimento della pena per motivi di salute, ipotesi che il codice prevede per chi è in condizioni pessime. Il rinvio, per chi ha l’Aids in stadio avanzato e gravissime deficienze immunitarie, è obbligatorio. (La Repubblica, 28 dicembre 2009)

 

Interrogazione sulla morte in carcere detenuto con aids

 

La deputata Rita Bernardini ha presentato un’interrogazione sulla morte nel carcere di Brissogne di Fiorenzo Sarchi, 60 anni, morto il 27 dicembre per un arresto cardiaco. L’uomo era affetto da Aids conclamato e da gravissime deficienze immunitarie.

La morte di Fiorenzo Sarchi, 60 anni, detenuto nel carcere di Brissogne, avvenuta il 27 dicembre scorso per un arresto cardiaco, è stata al centro di una interrogazione a risposta scritta parlamentare presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini (Gruppo Pd). L’interrogazione rivolta al Ministro della Giustizia e al Ministro della Salute.

Fiorenzo Sarchi, recluso nella Casa circondariale di Brissogne è morto domenica 27 e stava scontando una pena definitiva. L’uomo è stato rinvenuto in cella dal medico di guardia e caricato su un’ambulanza diretta verso l’ospedale di Aosta dove è giunto senza vita. In carcere è stato confermato che "si è trattato di una morte per cause naturali, non in cella". La parlamentare radicale ha evidenziato che Sarchi era affetto da Aids conclamato e da gravissime deficienze immunitarie, "ciononostante, pur essendo le sue condizioni di salute incompatibili con il regime carcerario, continuava a rimanere in cella".

Per questo motivo è stata chiesto ai rispettivi Ministeri se "intendano avviare, negli ambiti di rispettiva competenza, una indagine amministrativa interna al fine di appurare se nei confronti del detenuto morto nella casa circondariale di Brissogne sia stata garantita quella adeguata e tempestiva assistenza sanitaria che le sue precarie condizioni di salute richiedevano". Inoltre è stato chiesto se il detenuto aveva chiesto al Tribunale di Sorveglianza di Torino il differimento della pena per motivi di salute e, se del caso, per quali motivi non gli era stato concesso. Infine, la parlamentare ha chiesto quando il carcere sarà dotato di un direttore definitivo. (Aosta Sera, 30 dicembre 2009)

 

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